Una risata vi seppellirà! Viva Martone

di Fabio Troncarelli

Vi ricordate di Orazio Smamma? E’ il personaggio di un film di Bellocchio che finge di essere defunto per vincere una volta tanto un premio in uno straccio di concorso, perché «in Italia i morti comandano» e solo dopo che uno è morto «i necrologi parlano di “Ingiustizia”, “Risarcimento”, i grandi intellettuali fanno autocritica in pubblico e i professori universitari, quelli che fino a qualche giorno prima mi consideravano Zero, Zero, hai capito, Zero, quei professori oggi obbligano i loro studenti a laurearsi su di me, ma poveracci, cazzo, poveracci» (da «Il regista di matrimoni»). Beh, senza voler augurare la morte a nessuno ed essere iettatori, possiamo suggerire ai migliori talenti del nostro cinema un altro trucco per vincere qualche premio: fingere di essere dispersi in mare ed essere stati ritrovati su un’isola deserta dopo qualche mese, tanto proprio su un’isola deserta stanno pure adesso. Parlo, se non l’aveste capito, di quello schifo del Festival di Venezia, dominato da una banda di minorati che, tanto per cambiare, ha colpito ancora. Ma come direte voi? Ma se «Il corriere della sera» ha trionfalmente dichiarato che è stata «una delle migliori edizioni di questi anni» nella quale i film premiati «toccano la vita e la morte», e hanno vinto addirittura film che sono «un salto nel buio produttivo…senza dialoghi» e via idolatrando? Sì, sì lallerò… Vita, morte, buio… Intanto però vince Netflix e continua a giganteggiare una formula autoritaria di distribuzione a pagamento riservata ai soli abbonati, ai soli soci del Club dei Migliori. E vince Wildbunch, che affila i coltelli per fare le scarpe a Netflix e si lancia sul mercato del download, anch’esso a pagamento, fatto sempre dai Migliori in foia di migliorie. Chi se ne frega se così ammazziamo la visione nazional-popolare rivolta a tutti e non solo ai Migliori; sì insomma la visione collettiva, magari in piazza aggratise l’estate, in mezzo alla gente comune. E invece viva la circolazione semiprivata dei film, con la scusa di parlare al solitario fruitore (in privato mi raccomando!) dei Problemoni. Già i grandi “probbbblemi” dell’Uomo (mi raccomando la U maiuscola) manco fossimo un cineclub della parrocchia dove quello che conta è il “dibbbattito”. Col cavolo che vince chi è capace di sparire dietro la macchina da presa, di dirigere con mano ferma attori eccezionali, di tenere tutto in pugno dalla prima all’ultima inquadratura, di servirsi di dialoghi brillanti, scoppiettanti, affascinanti, tipo «A qualcuno piace caldo»! Col cavolo che vince la professionalità vera e il senso dello spettacolo! Vincono i “grandi Probbblemi dell’Uomo” nei quali spicca il contenuto, mica l’arte. Oppure vincono i film “senza dialoghi” e senza capo né coda: i film fintopensosi, fintorustici, insomma finti e basta; quelli che ti lasciano ammutolito, schiacciato, frastornato, rimbambito, a chiederti “Ma avrò capito bene?”. Non c’è spazio per nessun artista in questo mondo di seriosi da salotto, di fasulli della porta accanto e di Porta a Porta, di perbenisti neoconformisti, che hanno sostituito i vecchi stereotipi coi nuovi stereotipi al grido di “freak è bello”, per non confessare che “massmediatico è bello”, o se preferite che “basta che la gente paga e obbedisce è bello”. E’ chiaro che in questa prospettiva per il film di Martone – «Qui rido io» – non c’era un briciolo di possibilità. Tutto sommato, meno male, così il regista non si è contaminato con l’orgia di schifezze della nuova comunità dei perbenisti, ignoranti e arroganti che esultano agli ordini di Netflix e invece di urlare “Sieg Heil!” urlano “Sì Rai!”.

 

Ricominciamo da capo. Se non avete visto il film correte a vederlo. E se non vi fidate di me fidatevi dei dieci minuti di travolgente standing ovation del pubblico a Venezia. Un pubblico che è molto più maturo di quelli che decidono in suo nome.

«Qui rido io» è semplicemente meraviglioso. Toni Servillo è semplicemente meraviglioso. Del resto la classe non è acqua. Mentre tutta questa manica di deficienti erano ancora poppanti, il grande teatro napoletano era già straordinariamente adulto. Grande teatro significa testi, registi, attori e tradizione. Qualcosa come la Comédie française o l’Opera italiana dei tempi d’oro. Ma voi credete sia un caso se vengono fuori personaggi come Verdi, Rossini, Molière? Credete davvero alle stronzate dei critici che parlano del “Canone” delle arti, stabilito dai critici, una banda di banditi, finti arbitri del gusto e realizzato dai grandi geni [!!] isolati quanto sdegnosi che mirano solo alle prime pagine dei giornali? Un grande autore, come un grande attore nasce da una tradizione vivente (e sottolineo vivente) che viene alimentata continuamente da un lavoro serio di generazioni di autori e di impresari, a partire da repertori di opere solidi e sperimentati, che vengono rinnovati con intelligenza. E a partire da un rapporto con il pubblico vero, in sala, non con quello virtuale. Rapporto caldo e vivo, che si rinnova continuamente con la partecipazione. In luoghi adatti, come il Teatro Valle di Roma, vergognosamente abbandonato dalle istituzioni, in cui sono state girate (non a caso) tante scene di «Qui rido io».

Il teatro napoletano non è nato dal nulla. Era già straordinario nel Settecento grazie a grandi autori in prosa e versi e a grandi compositori come Paisiello. Per questo è durato nel tempo, ovviamente rinnovandosi, ma non alla maniera dei minorati che sanno solo “rottamare” quello che non riescono ad uguagliare.

Eduardo Scarpetta, il personaggio a cui si ispira «Qui rido io», fu proprio un innovatore radicale senza essere uno squallido “rottamatore”. Eduardo “uccise” Pulcinella, per così dire, e ne prese il posto, creando un personaggio, Felice Sciocciammocca, che è una specie di Charlot e di Totò.

Sciosciammocca in napoletano significa chi sta a bocca aperta. ”Scioscia” vuol dire soffia e “soffia in bocca” (scioscia ‘mmocca) significa chi respira a bocca aperta, cioè sta sempre a bocca aperta, si meraviglia di tutto, è credulone, ingenuo. Ma solo in apparenza. Di fatto la sua ingenuità disarmante rivela tutto quello che il mondo vuole nascondere. Come il bambino che dice ingenuamente “il re è nudo” nella favola di Andersen e rivela quanto è stupido il re e quanto vile la sua corte.

In fondo il personaggio è una replica moderna del Pulcinella che «ridendo, ridendo diceva la verità». Lui la verità non la dice “ridendo”, ma «facendo ridere gli altri». Combina talmente casini che tutti prima ridono e poi pensano “Ma guarda un po’. Ma allora il mondo va proprio così?”. Se c’è qualcuno che gli somiglia è un suo contemporaneo egualmente “disimpegnato” e “impegnato” contro il potere e la stupidità: il personaggio di Fortunello, che fece furore nei nascenti fumetti Usa e fu per due generazioni la “coscienza infelice” (o felice?) degli americani senza coscienza. Fortunello era un monello, uno scugnizzo che parlava in irlandese stretto e sputtanava tutti e tutto con la sua disarmante ingenuità. Sciosciammocca, che parla in dialetto napoletano stretto, non è un monello ma il suo modo di muoversi, la sua goffaggine, i suoi capitomboli verbali e umani hanno la stessa qualità dei monologhi di Fortunello. Una qualità degna di Chaplin: quella di far ruzzolare continuamente la realtà e le persone seriose per trascinarle in una serie di carambole senza fine, un gioco che ti toglie il respiro, ti sfinisce, ma alla fine ti fa sentire sollevato. Salvo dalla depressione di chi crede di essere il Re del mondo per mascherare che è solo un poveraccio. La commedia più famosa di Scarpetta, quella che lo esprime al massimo, è «Miseria e nobiltà» che tutti conoscono grazie alla versione travolgente di Totò, il quale lo copiava a man bassa ma copiandolo faceva sopravvivere qualcosa del suo stile.

Ora, diciamocelo francamente: chi si confronta con questi modelli e da questi modelli è, per così dire, modellato, se sopravvive diventa un mostro di bravura. Un mostro che fa impallidire qualunque pigmeo generato da Netflix. Questo appunto è stato Eduardo De Filippo, figlio naturale di Eduardo Scarpetta e obbligato a essere quello che è stato, fin da bambino, con una spietata determinazione dal padre. Eduardo lo ha raccontato in tante interviste: il padre lo trattava come uno schiavo, a un punto tale che quando da grande ebbe l’occasione di recitare le commedie di Sciosciammocca gli veniva da vomitare. Ma forse questa nausea non dipendeva solo dalla disciplina severissima di chi lo aveva educato: forse la sua nausea derivava edipicamente dalla difficoltà di padroneggiare gli istinti aggressivi contro un tale padre che era un padre padrone ma anche un padrone straordinario. Forse il problema enorme del piccolo Eduardo è stato confrontarsi con un simile genio ed essere all’altezza delle sue aspettative.

Il risultato di questo confronto, di questa lotta interiore, di questo corpo a corpo tra geni che somiglia alla Gigantomachia è stato divenire «uno dei più grandi drammaturghi della nostra epoca», come dice l’ultima didascalia del film di Martone. E’ proprio vero. Il film sembra un omaggio a Scarpetta, in realtà è un segreto omaggio a suo figlio Eduardo, al frutto di questa terribile lotta silenziosa che sacrifica la vita mortale in nome della Vita Immortale dell’Arte.

Il miglior complimento che si può fare a Mario Martone è di aver accettato la sfida e avere vinto la stessa lotta. Il suo film è degno di una commedia di Eduardo: anzi è una nuova commedia di Eduardo di Filippo, scritta da un altro che ha imparato la lezione e ha superato il maestro. Un altro che è capace di un simile successo perché è un uomo di teatro vero e non un damerino affatturato patito dei programmi della Gruber; qualcuno che sa cosa significhi mettere in scena un testo solido e scritto bene, con attori straordinari ben diretti e con una scenografia bellissima e accuratissima. Senza dimenticare il valore di una cultura profonda, di una conoscenza perfetta delle fonti, grazie alle quali il mondo che egli ricrea è credibile, autentico, nello spirito non solo nella lettera, come fanno i biopic oleografici e diligentissimi

La storia di Scarpetta, rivissuta con «animo perturbato e commosso», è a suo modo esemplare. E’ la storia di un uomo fuori dal comune che però vive in un modo decisamente inferiore a quello delle persone comuni. Un uomo che crea e ricrea continuamente il mondo, ma non riesce a costruire il suo mondo. Un uomo che sembra il simbolo della libertà e della irriverenza e che invece è un tiranno nemico di ogni libertà, che costringe tutti quelli che lo circondano a vivere solo in funzione sua.

Scarpetta è il re di una piccola tribù di poveri mortali, asserviti al suo egocentrismo e alla sua onnipotenza, costretti a coabitare e a venerare il Dio che li comanda senza poter varcare mai le colonne d’Ercole che li imprigionano. Di questa tribù fanno parte nove figli avuti da donne diverse, obbligate a convivere e coesistere anche se si detestano: ed esse, come i loro figli, stentano a restare al passo del loro Padrone, che corre sfrenato sempre un passo avanti tutti.

Eppure anche lui, questo Superuomo, finisce col cadere su una buccia di banana: la buccia, si fa per dire, è un altro Superuomo, il grande Vate d’Italia Gabriele D’Annunzio. Eduardo Scarpetta assiste a una rappresentazione della «Figlia di Iorio» e di colpo ha un’idea geniale: trasformarla in una parodia che si chiama «Il figlio di Iorio» in cui reciterà vestito da donna. Chiede il permesso di farlo al Vate, rievocato in una scena divertentissima: «a metà tra le strisce di Crepax e Totò all’inferno» come ha detto il regista. Il Vate, compiaciuto per un momento nella sua vanità, glielo accorda. Ma un momento dopo già pensa di revocarlo. L’ossessione sono i suoi debiti e ogni occasione è buona per fare quattrini. Ed ecco allora che il poeta superiore agli uomini ridiventa l’omuncolo che è sempre stato e cita in tribunale l’esterrefatto Scarpetta-Sciosciammocca, chiedendo i danni e accusandolo di plagio, anche se era solo uno scherzo. Il bello è che mezza Napoli gli va appresso: la stessa Napoli che impazziva per Sciosciammocca si rivolta contro Scarpetta e lo umilia pubblicamente, accusandolo di ogni nequizia e proclamando la sua morte civile, la stessa che egli aveva inflitto a Pulcinella.

L’analogia è solo strumentale. La “morte” di Pulcinella era un normale avvicendamento di generazioni e somigliava piuttosto a un pensionamento che a un delitto. Invece la “morte” di Sciosciammocca è un assassinio vigliacco e odioso, un omicidio commesso dagli odiosi seguaci del Superuomo, decisi a diventare presto piccoli Superuomini anche loro, cioè fascisti tanto per non girarci intorno. Non a caso il “delicato” poeta Salvatore Di Giacomo firmò ignobilmente, anni dopo, il manifesto degli intellettuali fascisti e fu ricompensato con il titolo di Accademico d’Italia. Quelli come lui sono naturalmente nemici del povero Sciosciammocca, trascinato in tribunale e nelle piazze per ridere di lui. Non è una cosa nuova per Napoli. Fatte le debite proporzioni si pensi a come il popolaccio napoletano schernì gli eroi della Rivoluzione del 1799, come la figlia del principe Santobono Caracciolo, trascinata nuda per le strade per umiliarla.

Ma la verità non è quella che viene sbandierata. D’Annunzio non si può toccare perché è protetto dai potenti che non si possono toccare. Ed è il beniamino della società perché è un giullare che compiace questa società, esattamente come fanno oggi i giullari da massmedia. Invece Pulcinella, solo in apparenza giullare, è l’uomo che deride i potenti e per questo è pericoloso.

Non vi dirò come va a finire questa storia incredibile, tipica dei paesi dittatoriali: vi posso solo dire che il processo ricalca accuratamente quello che si svolse davvero tra 1906 e 1908, provocando un putiferio. Se mi è permesso, vorrei aggiungere un’osservazione alla rievocazione – bellissima – di questa vicenda dolorosa. Non è vero che allora tutti stavano dalla parte di D’Annunzio, anche se purtroppo ci stavano i gangster napoletani, della stessa pasta degli altri criminali che prenderanno il potere guidati dal boss Mussolini. Gli spiriti liberi sono sempre esistiti e sempre esisteranno, alla faccia di tutti quelli che sognano solo Mussolini, a cominciare da coloro che fanno RaiStoria e con la scusa della storia parlano di Mussolini al ritmo di una sera sì e una sera no (l’altra sera parlavano di Hitler, fateci caso!).

Gli spiriti liberi a D’Annunzio lo hanno sempre fatto a pezzi. Per scoprirlo basta consultare un libro stupendo, difficile da trovare: «D’Annunzio nella caricatura mondiale» curato da Gec, un grande fumettista, e pubblicato (udite, udite!) nel 1941 dalla Garzanti. In questo libro non mancano le caricature sulla «Figlia di Iorio» e la sua nauseante retorica falso-popolare, a metà strada tra «Un posto al sole» e «Gomorra». Come quelle, divertentissime, di Filiberto Scarpelli su «Il travaso», con D’Annunzio che balla la tarantella, travestito da contadino abruzzese insieme a Eleonora Duse travestita da “figlia di Iorio”.

Non mancano neppure le caricature del povero Scarpetta sul banco degli imputati, scherzoso risarcimento della sua sventura, come quelle di Nirsoli sul «Pasquino».

Se è così, se continua ad essere vero che “una risata vi seppellirà”, invitiamo tutti a farsi una fragorosa risata davanti al cinema dei “probbbblemi” e dei Padroni. E piuttosto che fingersi morti per avere un premio, invitiamo tutti a fingersi stupidi, come Felice Sciosciammocca, come Pulcinella, come Fortunello, ridendo a crepapelle insieme a loro. Prima o poi risorgeremo, seri seri dopo tante risate: come i figli dimenticati, che non possiamo dimenticare perché hanno fatto cose che nessuno potrà mai dimenticare.

NELLA FOTO IN ALTO l’ultima scena del film

 

La Bottega del Barbieri

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