Una scor-data: 9 dicembre 1868, nasce Paolo Lega

di Tommaso Marabini (*)

Marab-PaoloLega

«era della buona stoffa dei ribelli»

«Vino e ferro vogl’io / come a’ begli anni / Alceo chiedea nel cantico immortal / Il ferro per uccidere i tiranni / Il vin per festeggiarne il funeral». (*)

Paolo Lega, detto Marat, nasce a Lugo il 9 dicembre 1868, da Giuseppe – calzolaio – e Clotilde Baldini.

Fa la seconda elementare, poi lavora a Lugo come garzone nell’ebanisteria Forlivesi: dai nove anni – dichiarerà – tralasciai la scuola per recarmi al lavoro.

Secondo un articolo dell’Italia del Popolo, fu soprannominato Marat dopo una rappresentazione al locale teatro del dramma omonimo (1885) di Ulisse Barbieri. Aderente al circolo giovanile repubblicano Guglielmo Oberdan, in seguito abbandona le idealità repubblicane, riconoscendosi invece nel socialismo anarchico.

Si trasferisce a Bologna nel 1886, dove lavora come falegname in Santo Stefano.

Nel 1889 si sposta a Genova dove lavora come falegname e tappezziere. Soldato di leva nel 1890, gli è riconosciuto il congedo illimitato. Nell’aprile 1891 è arrestato a Genova per misure preventive per l’approssimarsi del 1° maggio. A dicembre è nuovamente arrestato a Genova e tradotto a Lugo.

Siamo ora nel 1892, ben venga maggio: come gerente responsabile firma il numero unico anarchico “Primo Maggio” a cura dei socialisti di Sampierdarena e Genova, ma la testata è sequestrata il 30 aprile: «Alla mattina fui perquisito e arrestato: mi tennero sei giorni in questura e poi fui condotto in carcere per nove giorni. Mi mandarono poi a Lugo» racconterà Lega stesso.

Il 12 settembre è ancora arrestato a Genova, e tradotto a Lugo il 15, il 22 muore il padre: «tornai a Lugo e colà seppi che il delegato disse a mio padre che ero un pessimo soggetto senza voglia di lavorare e che sarei andato al domicilio coatto. Così mio padre, dopo otto ore morì».

Va annotato che il suo datore di lavoro genovese invece, successivamente, lo definì attivissimo, amante del lavoro, galantuomo. Daccapo, il 12 ottobre 1892 è arrestato a Genova e tradotto a Lugo. La traduzione è bloccata a Bologna, riportato a Genova, risulta liberato il 31 ottobre. Secondo la questura infastidiva le “colombiadi”.

Il 2 novembre è processato come gerente responsabile del «n.u. 1°Maggio 1892». Questo il suo racconto: «Tornai ancora a Genova […] fui di nuovo arrestato, appena sceso dalla stazione, e portato a Lugo. Al 2 novembre avevo alle Assise di Genova un processo di stampa; ma mentre ero in viaggio per Genova, quando fui a Bologna, mi fecero retrocedere con quindici ore di manette. Il questore di Genova mi disse che era stato uno sbaglio […] Venuto a Genova fui assolto. […] Ogni volta che gli agenti mi trovavano per Genova, mi perquisivano per provocarmi in faccia alla gente».

A novembre è a Bologna, da dove si sposta a Sanremo: cerca riparo in Francia, prima a Nizza e poi a Marsiglia (dal 25 febbraio al 6 giugno). Si ammala ai bronchi, motivo per cui il 15 giugno 1893 torna da Marsiglia in nave a Genova. La peripezia persecutoria non dà sosta. Già il giorno dopo è arrestato e tradotto, dopo qualche giorno di “camera di custodia”, a Lugo: «Mi condussero in camera di sicurezza e poi alle 10 di sera mi portarono legato come un salame in questura. […] mi tennero dieci giorni nelle celle a dormire per terra, come una bestia, dandomi un poco di pane e brodaglia che nemmeno mangiano i maiali […] A Lugo mi posero in un bugigattolo per cinque giorni senza pranzo […] Dopo venti giorni venni liberato». È stato vessato e picchiato.

Il 16 agosto 1893 è arrestato a Genova e tradotto – dopo svariati giorni di carcere – a Lugo.

Il 10 novembre 1893 è a Bologna: «Potei andare a Bologna tutto l’inverno», ma tornato a Genova è arrestato il 7 marzo 1894, dove è processato e condannato il 19 marzo a 45 giorni di carcere per possesso di arma vietata – un coltello – che aveva in casa e non addosso. Tradotto a Lugo il 24 aprile, vi giunge il 4 maggio. Secondo Lega la condanna fu di 45 giorni ma ne scontò 60, secondo il questore al processo non ha mancato di ingiuriare il pretore. Il 22 maggio lascia Lugo, dove ha frequentato gli anarchici locali Del Monte Lorenzo, Cavallazzi Antonio, Pagani Tommaso, Martini Pio. La notte del 22/23 maggio è a Imola, poi va a Bologna che abbandona sui primi di giugno per recarsi a Roma, dove giunge il 13 giugno, passando per la Romagna e Ancona.

Sabato 16 giugno 1894 in via Gregoriana a Roma, spara al presidente del consiglio Francesco Crispi: uno sconosciuto – scrive il questore – armato di una pistola a due canne esplose in direzione della carrozza un colpo che fortunatamente andò a vuoto. «Accortosi di aver fallito, veniva di corsa dietro la vettura slanciandosi allo sportello di destra, armato di altra pistola, che gettata la prima aveva afferrato; ma non potè far uso dell’arma perché l’usciere che si trovava di piantone, corse addosso a lui colpendolo col bastone replicatamente alla testa mentre il cocchiere lo frustava sul volto».

Una volta arrestato dichiara: «Io aveva deliberato di uccidere il Crispi perché rappresentante di una istituzione bugiarda. Io nulla aveva contro di lui come uomo ma ho inteso di colpire in lui il Capo di una società che ha lo scopo di opprimere i deboli e quelli che soffrono. Mi dispiace di non averlo ammazzato perché più migliaia di famiglie soffrono la fame per un individuo solo».

Il 1 luglio 1894, Crispi presenta al parlamento le leggi eccezionali, rivolte contro il movimento operaio. Prende più consistenza quello che fu definito “il colpo di stato della borghesia” di fine Ottocento.

In un solo giorno, il 19 luglio 1894, si tiene il processo, nel quale, tra l’altro, risulta la “comprovata indigenza del giudicabile”. È condannato a venti anni di carcere: «sono raffreddato, e mi manca l’istruzione, perché la classe privilegiata me la tolse. Non fui spinto in ciò che feci per malvagità, ma per solenne rivendicazione della mia classe. Scesi in piazza a rivendicare il diritto all’esistenza. Tanto la vita era sempre sacrificata che mi decisi di sacrificarla per la causa di tutti coloro che soffrono».

Nelle carceri romane inveisce contro il giudice istruttore che vorrebbe da lui delle dichiarazioni per compromettere come complici nell’attentato altri anarchici: gli sono inferti 14 giorni di cella di rigore e anche la camicia di forza.

Più di un anno dopo, l’8 novembre 1895, comincia il processo ai presunti complici. Paolo Lega, tradotto dal carcere al tribunale, appare deperito. Secondo le cronache giornalistiche la malattia ai bronchi che lo aveva fatto rientrare da Marsiglia è peggiorata, tossisce, nega qualunque relazione con gli imputati e secondo il «Corriere della Sera» è veramente incomprensibile come questo falegname, che nulla più ricorda della povera istruzione elementare, sia così pronto nelle risposte che dà al presidente con forma anche abbastanza spigliata. Dopo una ventina di giorni il processo si conclude con l’assoluzione degli imputati. Paolo Lega muore per cause tuttora misteriose in un carcere cagliaritano il 2 settembre 1896, a neanche trent’anni.

Alla storia dell’anarchico romagnolo l’editore e scrittore Giuseppe Galzerano ha dedicato anni di ricerche, pubblicando, con coraggio e dedizione, nel dicembre 2014, il volume «Paolo Lega» nella sua collana “Atti e memorie del popolo”. Il volume, di oltre un migliaio di pagine – utilizzato come fonte per questo articolo – oltre che per i lettori e lettrici tutte, è un’opera particolarmente interessante per tutte le biblioteche della Romagna.

Il testo ricostruisce il contesto sociale e sovversivo lughese, il fatto, i processi, contiene vari profili biografici inediti di anarchici romagnoli del tempo. Di seguito alcuni brani di recensioni apparse:

Il Mattino: «il volume di Galzerano approfondisce anche la vita politica di Francesco Crispi, repubblicano che rinnega Mazzini per diventare ultramonarchico, e le sue vicende private. Crispi, secondo la testimonianza di uno dei cospiratori, partecipò all’attentato contro Napoleone III, a Parigi, il 14 gennaio 1858, organizzato da Felice Orsini […] il contributo del volume è soprattutto documentario: grazie ad esso, infatti, possiamo ripercorrere una parte di quella storia forse ancora poco conosciuta dell’altra Italia, quella anarchica e sovversiva che come un fiume carsico ha attraversato tutto l’Ottocento».

Il Corriere Adriatico: «è il primo e unico volume su quell’attentato».

Il Corriere della Sera: «quel giovane per poco non cambiò la storia d’Italia».

Per richieste del libro: galzeranoeditore@tiscali.it, 0974.62028

(*) i due passaggi in cima sono di Armando Borghi e Giosuè Carducci.

ARTICOLO RIPRESO DA «IL GIORNALE DI MASSA».

Ulteriori informazioni sul contesto storico in «Dizionario Biografico degli anarchici italiani» dal sito della BFS, Biblioteca Franco Serantini.

 

 

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