Urania ha 60 anni

 Recensione a «L’ultimo teorema» (di Arthur C. Clarke e Frederik Pohl) seguito da un breve lamento

Impossibile. Una parola che «a volte si prende come una sfida». In altri casi «è solo un fatto». Come qui, nel cuore del romanzo «L’ultimo teorema» scritto nel 2008 da Arthur Clarke e Frederik Pohl che finalmente è su Urania (in edicola per tutto ottobre; traduzione di Flora Staglianò) per degnamente festeggiare i 60 anni della più resistente pubblicazione italiana di fantascienza.

Nel frattempo Clarke è morto ma al momento di concepire questo romanzo (l’idea-base e l’ambientazione in Sri Lanka sono certamente sue) era in gran forma. Quanto a Pohl è sempre un riuscito incrocio fra intuizione e bravura. Non poteva che uscirne un ottimo romanzo. In un certo senso è anche il compendio della poliedrica science fiction: da un lato tanta scienza vera, per esempio con il mistero del teorema di Fermat che dà anche il titolo al libro, e per molti altri lati con le sfrenate fantasie di una delle più insolite (e a lieto fine) fra le invasioni spaziali. Se in qualche parte la tensione scientifica o il ritmo avventuroso calano e i due autori allungano un po’ il brodo con amori, misteri e chiacchiere… beh, che male c’è? La loro scrittura cattura e poi, a parafrasare Mozart, così fan tutti.

Quanto siamo tecnicamente vicini al «tuono silenzioso»? Le olimpiadi lunari sono in arrivo e davvero sulla Luna i tubi (ex) vulcanici sono facilmente trasformabili in alberghi? Per «registrare un essere umano» e digitalizzarlo dovremo aspettare decenni o secoli? Qualcuno – o qualcosa – da lassù ci sta guardando? Su questi interrogativi di fantascienza ruotano molte belle pagine ma altrettante ci riportano al mondo reale: oltre a Fermat incrociamo un oscuro impiegato indiano (Srinivasa Ramanujan) che stupì i matematici di tutto il mondo; le immancabili guerre con relativi cattivi nell’ombra; la controversa idea dell’ascensore spaziale di Yuri Artsutanov; il crivello di Eratostene; le scienziate e femministe – dunque doppiamente neglette – Sophie Germain e Ada Lovelace; il navigatore solitario Joshua Slocum… Fra l’altro il duo Clarke-Pohl ci insegna (o ci ricorda) come contare velocemente sulle dita fino a 1023 o come eseguivano le moltiplicazioni i contadini russi: due trucchetti da regalare a piccoli… e grandi.

Urania festeggia l’anniversario cambiando veste, mantenendo il prezzo basso e restando fedele alla sua storia che ora è celebrata anche al Mu-fant (www.mufant.com) cioè il Museo-laboratorio del fantastico e della fantascienza di Torino. Ovviamente il 60esimo compleanno è tempo di bilanci impegnativi. La fantascienza – almeno in Italia – è in crisi, forse persino più dei libri e della cultura in generale. La ragione è un totale disinteresse, misto a paura, per il futuro? Se così fosse sarebbe uno scenario davvero sconcertante dopo un secolo tanto ricco di sogni e incubi. Però la scienza e la sua figlioletta discola, la fantascienza, sono sul banco delle accusate per mille motivi, non tutti infondati. Clarke e Pohl a esempio ne fotografano uno, con una veloce frasetta, proprio dopo aver raccontato quante meraviglie potrebbero realizzare i laboratori scientifici… ma non lo fanno. «Ci sono moltissimi soldi a disposizione della ricerca, a patto che sia su qualche tipo di arma»; se davvero qualche alieno da lassù ci sorveglia forse non ha tutti i torti.

NOTA E BREVE LAMENTO

Questa mia recensione è stata pubblicata ieri sul quotidiano «L’unione sarda». Qui aggiungo solo un brevissimo ululato di disapprovazione nel vedere che alcune fra le ultime pagine di quest’ultimo Urania sono state appaltate al duo Gianfranco De Turris (un fascistoide) e Sebastiano Fusco che celebrano soprattutto se stessi: francamente insopportabili. (db)

Redazione
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