Viva la fi.. – di Mark Adin

Zavattini è uno dei miei spiriti-guida preferiti. Immenso e popolare. Christian De Sica ricorda, in un libro molto divertente, la sua figura di grande visionario. Credo di capire perché, da sempre, mi piaccia la scrittura degli autori di cinema, dei grandi sceneggiatori, come Suso Cecchi d’Amico, Tonino Guerra, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, e più di tutti Za. Perché le parole diventano rumore di fondo, ronzii, mute colonne sonore su cui le immagini, il loro vivo avvicendarsi, trionfano. Direi con umiltà, ai dotti che considerano questo registro un sottogenere letterario, che si sbagliano. Quando le immagini diventano vive, ed escono dalla pagina come il genio dalla lampada, è indiscutibile l’efficacia della scrittura. Za ne è stato Maestro. Divertente, ironico, funambolico nel reggersi in equilibrio sul filo senza cadere nella volgarità, nel banale, nell’ovvietà. La sua collaborazione con De Sica (padre) ha regalato al mondo alcuni tra i film più belli in assoluto della intera storia del cinema. Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, per citarne soltanto alcuni tra quelli ormai considerati “eterni”. Chi non ricorda la cavalcata di gloria, verso il cielo, dei “barboni” milanesi che spiccano il volo, a cavallo di lunghe ramazze sottratte ai netturbini, diretti verso un paese “dove buongiorno vuol dire veramente buon giorno”? Cesare Zavattini scrisse anche per altri, grandissimi, che sarebbe lungo elencare, ma qualcuno lo voglio nominare: Fellini, Antonioni, Germi, Visconti, Rossellini.

Impossibile da inquadrare, etichettare, affiliare ad un genere letterario, Za è stato imprendibile, con la sua fantasia che sorge da un mondo contadino, ricco di storie da raccontare, levigate dal tempo come ciottoli purificati dall’acqua del grande fiume, il Po. Le spazzole che portava al posto delle sopracciglia si agitavano instancabili per aggiungere colore e sfumature alla vulcanica prosa che gli usciva dalla bocca perennemente prodiga di guizza parola senza complessi, soave e pura, della stessa purezza di una risata giovane e fresca. Sul Tubo sono disponibili scoppiettanti interventi, talmente carichi di vita da risultare pericolosi come scosse elettriche.

Cesare amava molto le donne. Per la verità usava volentieri, apertamente, un altro termine, anche a me molto caro, per definire il genere. In una raccolta di poesie, dal titolo “Stricarm’in d’na parola”, che Pasolini definì “libro bello in assoluto”, ha lasciato un inno alla felicità straordinario, una specie di atto di fede del quale riporto i primi versi:

Diu al ghè
S’a ghè la figa al ghè
Sul lò al pudeva inventà  
na roba acsè

 

Le poesie sono composte nella parlata suzzarese, non credo necessitino di traduzione, in ogni caso il Poeta, in quanto tale, non paga dazio.

Chiunque ritenga di rintracciare grevità in questi versi naturalmente è libero di farlo, ma penso che sbagli. Come credo commetta un errore chi sia convinto che si tratti di un sintomo maschilista.

Za era un uomo innocente, straight, diretto, senza mediazioni, naive nella sua accezione più nobile, di grande tenerezza e moralità, libero. E di tellurica energia.

Per non farsi mancare nulla, si lasciò andare a nominare per primo, in trasmissione radiofonica (“Voi e io”, 1976), anche il membro maschile. Fu, allora, uno scandalo. Difficile immaginarlo oggi, che ci si riempion la bocca anche le più schizzinose giornaliste. Già, sono passati trentacinque anni, allora il Nostro fu censurato, crocifisso e messo all’indice. C’era ancora la Diccì.

Za era fatto così. Sapeva mescolare come farine realtà e fantasia per farne poi pane fragrante. Fu pioniere instancabile dei cineclub, sbertucciati da Paolo Villaggio per l’abuso di propaganda massiva e interessata (“la corazzata Potiomkin è una cagata pazzesca”), ma che negli anni sessanta formarono più di una coscienza civile.

Fu tante cose, Zavattini, uomo semplice e allo stesso tempo complesso e raffinato, e con la sua instancabile attività guadagnò molto, nella lunga, onorata carriera.

Con il suo divertentissimo “Figlio di papà”, Christian De Sica (lui, quello dei venticinque cinepanettoni) traccia piccoli ritratti, riporta preziosi aneddoti, appresta divertenti merletti. Su Za, che ebbe la fortuna di avere anche come padrino di battesimo, aggiunge un particolare che, oggi, sottolinerei: Cesare dava il cinquanta per cento, testimonia Christian, dei suoi cospicui introiti professionali al Partito Comunista.

Questo tipo di adesione, di impegno assai concreto, di coinvolgimento vivo, oggi si direbbe scemo.

Meglio prendere i soldi dal finanziamento pubblico, proprio come fa il Vaticano, o magari come “intermediazione di affari”. Si noterà l’eleganza con la quale viene definita quest’ultima.

Fra i due tipi di finanziamento, c’è tutta la storia di un disastro politico.

Dovevo leggere Christian De Sica, per ricordarmelo.

 

Mark Adin

 

Redazione
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Un commento

  • Pensa che quando sei venuto a casa mia, al ritorno, sei passato sulla Nomentana, senza saperlo, davanti a casa di za. Chissa che non ti abbia dato l’ispirazione a questa splendida pagina

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