A proposito della cancel culture

ne scrivono Bortocal, il Post, Oliver Stone, Claudia Durastanti e Gianluca Nicoletti mentre se ne discute dappertutto

Fanpage prova a spiegare la cancel culture

il grande fotografo Gian Butturini e le gorilla anti-razziste – di Bortocal

Gian Butturini è morto 14 anni fa, ma la sua memoria non si spegne.

https://corpus0blog.wordpress.com/2016/10/04/816-06-gian-butturini-30-settembre-2006-bortologia-133/

https://corpus15.wordpress.com/2016/10/04/816-06-gian-butturini-30-settembre-2006-bortologia-133/

grandeggia il suo modo di fare fotografia; il suo unico film, Il Mondo degli Ultimi, può anche essere dimenticato, ma le sue foto rimangono un momento importante della cultura internazionale della seconda metà del Novecento.

ma il Bristol Photo Festival organizza una mostra delle sue foto e succede un indegno pandemonio, di cui vale la pena di parlare per renderci conto di come la stupidità domina il mondo, oramai irresistibilmente potenziata da internet che nei nostri sogni post sessantottini doveva essere il trionfo della cultura democratizzata e diventata di massa; peccato che democratizzando la comunicazione di massa, tra gli umani, diventi soltanto la stupidità.

. . .

nel 1969 Butturini, che aveva 34 anni, fece London, uno storico volume di fotografie sulla Londra di fine anni Sessanta (io ci arrivai pochi anni dopo, nel 1974, in una mitica spedizione di una decina di amici in FIAT 126, non so se mi spiego…).

il dramma attuale nasce dal fatto che in questo volume, oramai introvabile e ripubblicato pochi anni ci sono due foto

capite l’insulto che Butturini, maschio e bianco, per giunta, ha fatto a tutte le donne africane?

io no, sinceramente: è una metafora!

ma la metafora è morta da tempo, di questi tempi: c’è in giro e stra-parla troppa gente stupida che non è, semplicemente, in grado di capirla.

Mercedes Baptiste Halliday ha ricevuto «London», il libro di Butturini, in regalo per il suo diciottesimo compleanno e non ha potuto trattenere l’indignazione: «Ero totalmente disgustata e offesa», ha postato in rete.

ed è riuscita ad avviare una disgustosa campagna online che ha costretto il direttore artistico del festival a dimettersi e a cancellare la mostra: lui «rappresenta una generazione di uomini di mezza età che fanno ciò che vogliono senza conseguenze. È un’istituzione e siamo solo iniziando a smantellarla».

di peggio: come in un processo della rivoluzione culturale perfino lui ha fatto autocritica di fronte al tribunale del popolo e ha dichiarato pubblicamente, su twitter«Sono profondamente imbarazzato per non avere visto un accostamento di immagini razzista. Credimi: è stato un mio errore di cui sono molto dispiaciuto. Non è una scusa, ma ho quasi settant’anni, sono bianco e inizio a capire che a volte non sono riuscito a vedere le cose in un’altra prospettiva. Voglio imparare e cambiare, spero anche di potere usare la mia posizione per fare qualcosa di buono a riguardo».

ed è arrivato a chiedere la distruzione del libro.

. . .

idiota anche lui!

qui siamo in piena barbarie.

ho conosciuto Butturini, che era bresciano, anche se non siamo mai stati amici, lui aveva una proiezione esterna alla città che io non avevo; ma per quello che so di lui posso testimoniare con forza che la sua intenzione in quell’accostamento era il contrario esatto del razzismo che gli viene attribuito da menti troppo piccine per capire.

non serve a nulla che di queste due foto Butturini avesse parlato perfino nell’introduzione del suo libro: “Ho fotografato una donna nera, chiusa in una gabbia trasparente; vendeva biglietti per la metropolitana: una prigioniera indifferente, un’isola immobile, fuori dal tempo nel mezzo delle onde dell’umanità che le scorreva accanto e si mescolava e si separava attorno alla sua prigione di ghiaccio e solitudine. […] Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta”.

la piccola non l’ha letta, e le menti piccine che le sono andate dietro non possono arrivare a queste finezze.

. . .

non se ne può più della stupidità al comando.

sono io, anche a nome di Butturini e della cultura degli anni Sessanta, offeso e disgustato da questi analfabeti del linguaggio e delle sue emozioni.

da qui

ALTRI MATERIALI PER DISCUTERE (E LITIGARE)

Il PostOliver StoneClaudia Durastanti e Gianluca Nicoletti sulla cancel culture

La Bottega del Barbieri

12 commenti

  • Questi antirazzisti mi ricordano coloro che si scagliano contro la bestemmia rappresentata dal nome delle divinità accompagnato da un epiteto, ma si dimenticano sempre di chi usa il nome di Dio per fare i suoi porci comodi.
    Botturini ha fatto anche un cortometraggio in VHS con il Centro provinciale audiovisivi di Mantova. È del 1999, dura 25 minuti, è ambientato all’interno dell’ ospedale psichiatrico di Trieste e si intitola “C’era una volta l’ospedale psichiatrico”.

  • Francesco Masala

    ecco il film

    Il mondo degli ultimi (1980), di Gian Butturini

  • Scusate, ma da collaboratore occasionale di questo blog mi trovo a disagio nel leggere l’intervento qui riportato, scritto per altro da un anonimo (Bortocal?). La storia in oggetto merita migliore attenzione per essere compresa prima ancora che discussa. Il post insipientemente ombelicale di Mr. Borto non aiuta a comprendere di cosa si stia parlando, e per la discussione, beh, lasciamo perdere…

    Per farmi un’idea del contendere ho letto in rete alcuni interventi ponderati e informati da parte di individui che operano fuori e dentro il mondo della fotografia. Volevo capire.

    Che l’accostamento tra una donna nera e un gorilla possa far ribollire il sangue a molte persone (nere o meno) è comprensibile, è giusto, è doveroso. Che queste persone manifestino la loro indignazione è altrettanto giustificabile. Nel 2020 non possiamo ignorare – anche se non ce lo insegnano a scuola – il gigantesco armamentario visuale utilizzato nel corso dell’ottocento e del novecento per ridurre il nero a qualcosa di sub-umano, l’essenza del primitivismo, l’altro, il diverso per da bianco europeo. Che il fotografo, con le (sue) migliori intenzioni intellettuali e creative, abbia deciso, nel 1969, che tale accostamento fosse legittimo, addirittura portatore di una metafora “importante”, è un fatto che va valutato, contestualizzato. Le scarne note scritte allora dal fotografo stesso sono utili, ma non sufficienti alla collocazione di questa parte del suo lavoro nei tempi odierni.

    Non si tratta di “cancellare”, ma di sapersi confrontare con un dibattito troppo a lungo evitato, nel miglior dei casi marginalizzato. Un dibattito, quello sì, a lungo cancellato. Chiediamoci per esempio come è possibile che Milano abbia dedicato, solo pochi anni fa, un monumento in un parco pubblico a uno strenuo difensore del fascismo e delle sue criminali guerre d’Africa, un giornalista orgogliosamente falsificatore di fatti storici, apertamente razzista, nonché pedofilo. Mi si dirà, cosa c’entra questo con l’opera di di Butturini? Per l’idea che mi sono fatto di lui, credo che il fotografo avrebbe riflettuto su quel suo lavoro del 1969 e forse avrebbe cercato un dialogo con la giovane studentessa di Bristol, o perlomeno avrebbe cercato di capire come e se collocare la pubblicazione anastatica del suo lavoro al giorno oggi, in un contesto culturale grandemente mutato, più articolato, diversificato, e molteplice.

    Questo tipo di sforzo l’avrebbe dovuto fare il direttore del festival, nonché curatore della riedizione del libro. Non l’ha fatto, non l’ha ritenuto necessario, dall’alto del suo ruolo di autorità nel campo della fotografia. Se c’è un colpevole in questa storia è lui, non la ragazza che ha espresso la sua legittima rabbia attraverso i social media.

    • antonella Selva

      pienamente d’accordo, grazie per queste parole.
      Nel dibattito sulla cosiddetta “cancel culture” ci vedo molta strumentalità. Voglio dire, in tutti i movimenti trasformativi ci sono delle punte e delle fasi “estreme”, spesso sopra le righe, magari contestabili se prese a sè,. Ma il fatto è che non sono fenomeni a sè stanti, bensì prti di movimenti ben più ampi. Esprimere un giudizio sul movimento a partire dalle sue manifestazioni estreme anziché cercare di interpretare il senso, la direzione che il movimento indica è uno stupido errore o una mossa deliberatamente strumentale.
      E’ successo spesso con il movimento femminista, succede costantemente con il movimento di liberazione lgbtq – può non piacere lo stile dei pride, ma questo può esimerci dallo schierarci contro le discriminazioni?
      Detto in altri termini, cancellare tout court una mostra di Butturini è forse esagerato, ma per questo dovremmo trovare accettabile che una città come Milano eriga n monumento a un fascista stupraore non pentito come Montanelli?

  • Francesco Masala

    ho visto in rete l’intervento di bortocal, e mi è sembrato molto interessante, per questo l’ho postato.

    vorrei dire qualcosa, visto le polemiche che solleva.
    il suo non è un articolo anonimo, c’è il link al suo blog, se uno vuole leggere.

    bortocal è un nom de plume, anche Collodi, Svevo, Trilussa, Emilio Salgari, Elena Ferrante, tra gli altri, non usavano i loro veri nomi.

    spero nessuno si offenda, anche papa Francesco ha un nome non suo, è un problema?
    per me no.

    mi interessano di più le cose che si dicono.

    le parole di Butturini sono per me chiarissime:

    “Ho fotografato una donna nera, chiusa in una gabbia trasparente; vendeva biglietti per la metropolitana: una prigioniera indifferente, un’isola immobile, fuori dal tempo nel mezzo delle onde dell’umanità che le scorreva accanto e si mescolava e si separava attorno alla sua prigione di ghiaccio e solitudine. […] Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta”

    e riguardano il ruolo che viene spesso attribuito nella nostra “civiltà” a chi viene considerato inferiore, chiunque sia, dal potere.

    immagino che qualcuno possa offendersi per il David di Michelangelo o per il cavallo di Marco Aurelio (http://comiteschile.cl/rouhani-la-visita-al-colle-e-quelle-statue-non-gradite-alla-delegazione), li mettiamo negli scantinati o li buttiamo a mare?

    proprio a Bristol, coincidenza, hanno gettato nel fiume la statua di un trafficante di schiavi, era un omaggio a uno che oggi verrebbe messo in galera, come non essere d’accordo?

    in URSS ritoccavano le foto, facendo sparire gli ex amici (https://it.wikipedia.org/wiki/Censura_delle_immagini_in_Unione_Sovietica)

    o ribruciamo “Ultimo tango a Parigi” se qualcuno decide che non va bene per qualche motivo?

    se un grazie dobbiamo dire alla ragazza di Bristol è che quelle due foto le hanno viste in moltissimi, che prima non le conoscevano.

    ognuno si farà la sua opinione.

    ma che qualcuno decida per me, se posso o non posso vedere una foto, o un film, non mi troverà mai d’accordo, voglio scegliere io se voglio vedere, o no.

  • Caro Masala,

    il fatto che il pezzo sia anonimo è semplicemente un fatto. Anche visitando il sito originario il nome dell’autore non si trova. Citare il papa, Scarface o il povero Italo Svevo in questo caso c’entra come i cavoli a merenda, perché qui si tratta di un intervento polemico che meritava un nome e un cognome per essere dovutamente discusso.

    A parte questo che può essere un aspetto anche marginale, ho cercato col mio commento di offrire una lettura più ragionata del perché queste immagini hanno provocato quello che hanno provocato e del perché l’accostamento deciso dal fotografo (nel 1969) era ed è ripugnante. Chiunque si sia sforzato di apprendere un minimo di storia, che è anche italiana, del razzismo classico, delle relazioni interrazziali, e delle lotte dei neri per l’emancipazione, non può non avere un sussulto di fronte alla combinazione di immagini, di “soggetti”, scelta da Butturini (nel 1969). Ho anche aggiunto che lo stesso fotografo avrebbe forse avuto un’atteggiamento meno manicheo e autoritario dei suoi tardivi difensori di fronte alla questione odierna (“gorilla antirazziste”! Ma come gli è venuto in mente?!).

    Il fatto che la cosa venga discussa oggi e per molti anni sia forse passata inosservata è dovuto alla possibilità di voci storicamente minorizzata (quelle sì veramente cancellate) di esprimere il loro sentire. Ogni opera d’arte può e deve essere discussa, perché è parte della società e la società è un corpo in movimento. Statiche sono le società nei regimi totalitari, anche se non lo sono mai completamente nemmeno esse. Certo, chiamare in causa il David di Michelangelo in questo caso è di cattivo gusto, ma ancor di più denota un’incapacità di ascoltare l’altro, il suo vissuto, il suo dolore storicizzato, che uno si immagina di trovare in uno scritto di Galli Della Loggia o Marcello Veneziani, non in questo blog.

    Nessuno proibisce a Masala e ai suoi amici di soffermarsi ad osservare queste immagini, dove sta il divieto? Le avete perfino ripubblicare qui! Quello che ci si può aspettare, tuttavia, è che ci sia una riflessione seria sul contesto in cui vennero prodotte e del perché al fotografo non risultassero allora o dopo insopportabili. Questo non c’è stato, il curatore non lo ha promosso, o ha forse perfino glissato sulla questione. Per questo si è giunti alla situazione attuale. Niente di scandaloso o inaccettabile. Non erano forse i ragazzi del ’68 e del ’77 a contestare la stampa “borghese”? Era anche quello un gesto violento contro la libertà di espressione?

    L’Italia ha fatto meno di altri paesi per comprendere la sua storia razzista. Nel 1968 o 1969 nessuno discuteva dei crimini coloniali italiani e chi come Del Boca cercava di rompere un muro veniva emarginato. Trent’anni dopo, Paola Tebet raccolse in un libro le opinioni di bambini italiani sul colore della pelle e le diversità razziali (La pelle giusta). Leggerlo e pensare che erano le voci di bambini degli anni novanta e non del ventennio mette i brividi. Questa è l’Italia.

  • Francesco Masala

    Il gallerista e curatore bresciano Massimo Minini ha deciso di scrivere una lettera indirizzata a Parr, spiegando il suo punto di vista sull’accaduto, con l’obiettivo di far nascere un dibattito costruttivo sul valore delle immagini e sulla loro interpretazione. Ve la proponiamo qui di seguito.
    Caro Martin,
    come forse ricorderai, siamo stati in contatto qualche anno fa, al tempo della tua scoperta di Gian Butturini, delle sue fotografie e del suo bellissimo libro London by Gian Butturini. A quel tempo tu eri molto affascinato da questo libro e dal suo autore. Come mi dicesti, forse il più bel libro sulla Londra degli anni Sessanta. Un’affermazione molto importante che può cambiare, se detta da te, la carriera di un fotografo, almeno da un punto di vista formale. Ora noi sentiamo gli echi della polemica sulle due pagine con una donna di colore sul un lato e un gorilla in gabbia sull’altro. Un anno fa una giovane studentessa di antropologia, J. Halliday, ebbe in regalo da suo padre il libro in questione, vide la doppia pagina di cui stiamo parlando e pensò che si trattasse di una storia razzista, nazista ecc.
    Evidentemente ha visto il lato negativo di questo presunto paragone e non l’altro lato, quello positivo; parlando del tema delle interpretazioni delle immagini, noi che sappiamo usare il linguaggio in molti modi, possiamo dimostrare qualunque cosa e il suo contrario. Georges Brassens, per esempio, scrisse negli anni Sessanta “Attenti al gorilla”, una storia ironica e ridicola su un’aggressione sessuale tra un gorilla e un giovane con la toga. Ciò detto, non posso credere che tu possa accettare questo punto di vista completamente sbagliato, fino al punto da dare le tue dimissioni da direttore artistico al Bristol Photo Festival.
    Martin, un fotografo del tuo rango non può accettare un simile ricatto, sono stupito; il preteso dittico di Butturini è ironico, non fascista. Ti prego di prendere nota che le due pagine – sono due pagine – non hanno né titolo né connessione, se noi assumessimo questa attitudine per ogni doppia pagina del libro, ne avremmo un’interpretazione molto traballante.
    Noi sappiamo, tu e io, con la nostra esperienza, che queste situazioni possono essere lette in modi molto diversi e per questa ragione non capisco il perché tu abbia dato le dimissioni dalla direzione del Festival, dando così ragione agli accusatori. Avresti dovuto chiamare la giovane ragazza e il giornalista del Guardian e dire: «io sono Martin Parr e il mio punto di vista è completamente opposto al vostro. Per favore aprite i vostri occhi e la vostra mente e sorridete, la complessità del nostro mondo è cosi grande che a volte confonde chi guarda; io sono autorizzato dalla mia carriera a dire che queste due pagine sono un capolavoro di democrazia e non l’opposto».
    Martin, tu capisci bene che se accetti l’altra interpretazione, perdi completamente la tua autorità, non puoi limitarti a dire «mi dispiace, mi dispiace» quando hai speso tante energie e parole per dimostrare la fantastica attitudine del nostro amico Gian Butturini.
    Grazie per l’attenzione,
    Massimo Minini
    (https://www.rollingstone.it/black-camera/libri-fotografia/lettera-aperta-a-martin-parr-sul-caso-butturini-il-dittico-nel-libro-e-ironico-non-razzista/526170/)

    Parr ha anche chiesto all’editore Damiani di sospendere la pubblicazione del libro, di ritirare le copie esistenti e di farle distruggere
    https://www.giornaledibrescia.it/italia-ed-estero/le-accuse-di-razzismo-rivolte-a-una-fotografia-di-gian-butturini-1.3493695

  • prendo nozione soltanto oggi, per via di un link del caro Francesco Masala, di questo dibattito, che ho ignorato, per la parte che mi riguardava, non per supponenza, ma proprio perché non ne sapevo nulla.

    niente da eccepire sulle critiche anche aspre, salvo che su qualche nota stonata:

    1. non sono anonimo, anche se uso uno pseudonimo, peraltro molto vicino al mio nome vero, che peraltro Francesco conosce; sui miei blog c’è anche la mia foto e molto di personale di me; non ho niente da nascondere delle mie idee, ma ho subito minacce in passato e lo pseudonimo è una elementare e minimale norma di prudenza. chi lo desidera ed è affidabile non ha difficoltà a conoscermi anche di persona come è già avvenuto con diversi commentatori sulla base di un rapporto di stima costruito nel tempo; ma questa critica che ricevo qui è chiaramente malevola e strumentale.

    2. credo, proprio approfondendo le critiche, di essere caduto anche io nella trappola di chi ha sollevato questa tempesta; in realtà, rileggendo bene Butturini, è ipotizzabile anche che lui non abbia neppure cercato un accostamento tra le due figure fotografate: una femmina e una maschio oltretutto! ma che questo accostamento postumo lo vediamo noi e soprattutto l’abbia visto quella animosa lettrice che ne ha fatto scandalo e ci abbia trascinati tutti dietro alla sue emozione negativa; comunque, se non fosse così, non ho nulla da aggiungere alle mie considerazioni: quell’accostamento, se cercato, voleva essere liberatorio e non razzista, e mi dispiace per chi non lo capisce.

    3. da sessantottino coerente sono contrario ad ogni forma di censura e figurarsi al rogo dei libri! considero una follia chiedere la distruzione del libro (come facevano i nazisti!). la critica fa bene a tutti, la distruzione di un’opera d’arte o di pensiero è accettabile solo nel caso che sia una istigazione esplicita ed intenzionale all’odio e all’aggressione. se Max Mauro critica il mio intervento, mi sta bene, fino a che posso rispondere e dialoghiamo da potenziali amici che hanno opinioni diverse su un punto, ma probabilmente molti valori in comune; se volesse cancellarlo dalla rete non mi starebbe più bene.

    4. ad Antonella Selva vorrei dire che trovo la sua osservazione giusta, e quindi sbagliato, come lei dice, giudicare i movimenti storici dalle loro punte estreme; però trovo anche sbagliato non giudicare le punte estreme nelle scelte sbagliate che fanno e distinguersi nettamente da loro (scusate il paragone, ma mi viene in mente il terrorismo di sinistra degli anni Settanta – ma mi sento la coscienza a posto, perché lo criticavo anche allora); mi sembra che anche lei accenni a qualcosa del genere quando scrive, ma con troppa incertezza: cancellare tout court una mostra di Butturini è forse esagerato. tolga il forse, per favore: Gian Butturini ha una limpida biografia di intellettuale che si è battuto per tutta la vita contro le discriminazioni di qualunque genere e a favore degli ultimi; mi riempie di sdegno che una qualche ottusa persona gli attribuisca intenzioni razziste, semplicemente perché non sa riconosce, lei, il razzismo che ha dentro di sé e nel suo modo di leggere il mondo.

    5. il riferimento a Montanelli non c’entra in questo dibattito, a meno che qualcuno non abbia letto il mio post che lo riguarda, ben più provocatorio di questo: https://corpus2020.wordpress.com/2020/06/19/montanelli-e-la-sua-storia-con-desta-214/
    e comunque rinvio a quello che ho scritto lì, su questo tema, anche nelricco dibattito che si è sviluppato.

    6. di sicuro, per quel poco che l’ho conosciuto personalmente, Butturini avrebbe cercato il dialogo con la sua immatura e acerba, quanto determinata, critica; è qualcosa che dobbiamo a tutti gli adolescenti, sempre; so di averlo fatto per decenni,se non altro per dovere professionale. poi ognuno lo fa con i toni che gli sono propri e il mio carattere non è dei più concilianti. e infatti Butturini resta Butturini, qualunque fango si cerchi di buttargli addosso; ed io chi sono? un anonimo, appunto: nessuno.

    grazie comunque a tutti dell’attenzione.

  • Ci sono varie inesattezze nel testo di Bortoletto e nella sua replica, ma una in particolare salta all’occhio e ci fa riflettere sul significato del “cancellare” e sulle posizioni in campo.

    L’introduzione di Gian Butturini al suo libro dice, testualmente: “Ho fotografato una negra, chiusa nella sua gabbia trasparente…”

    Bortoletto e Masala, tuttavia, riportano il passo a questo modo: “Ho fotografato una donna nera…”

    La base di ogni discussione è l’onesta, e la precisione nel riportare i fatti. Senza questi elementi è inutile discutere, è una perdita di tempo.

    Nessuno ha scritto che Butturini era un razzista, ma quella composizione grafica inclusa nel suo libro indubitabilmente lo è.

    Un saluto,
    MM

    Un saluto

    • Francesco Masala

      vero quello che dice Max Mauro, in rete ci sono le due citazioni, quella con la g è quella che sta nel libro, a qualcuno sarà sembrato politicamente scorretto e in rete mette nera.
      io ho preso la seconda senza conoscere la prima, così è capitato.

      leggo sul sito dell’Accademia della Crusca che” solo all’inizio degli anni Settanta, in seguito alle lotte dei «neri» americani, alcuni traduttori avrebbero cominciato a bandire l’uso di negro in favore di nero, che pareva rendere più fedelmente l’anglo-americano black, assurto a simbolo e parola-chiave dei movimenti per i diritti delle minoranze negli Stati Uniti ”

      alla fine vincono i rapporti di forza o lo spirito dei tempi

      Raggi può cambiare il nome a una stazione della metro e dedicarla Giorgio Marincola, partigiano italo-somalo che morì per la Liberazione
      (https://www.romatoday.it/politica/stazione-amba-aradam-partigiano-nero-giorgio-marincola.html)

      in Sardegna “il Soprintendente all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro, si è opposto, sistematicamente, a tutte le proposte dei Consigli comunali che avevano deliberato di “cancellare” le vie dedicate ai tiranni sabaudi e loro compari”(https://www.manifestosardo.org/per-il-nuovo-direttore-dei-musei-in-sardegna-i-savoia-non-si-toccano/)

      ad Affile costruiscono un mausoleo al fascista criminale di guerra Graziani e poi la giustizia condanna il sindaco, ma il monumento è ancora lì, pare (https://www.patriaindipendente.it/il-quotidiano/monumento-a-graziani-in-appello-confermata-la-condanna/)

      poi ci sono opinioni, ognuno ha le sue (non cito Clint Eastwood, qualcuno potrebbe essere sensibile)

    • io ho usato la citazione che ho trovato in rete; ora Max Mauro afferma che è falsa: forse possiede allora il libro originale e ha potuto fare un riscontro personale diretto?
      da un ulteriore riscontro in rete trovo questa citazione completa in un’altra forma, che sembra dare ragione alla sua osservazione: «Ho camminato di notte, di giorno, ho setacciato gli angoli della città che il turista non vede. Certo non ho fotografato le guardie della regina, impettite e inamidate come statue di gesso. Ho fotografato una negra, chiusa nella sua gabbia trasparente; vende biglietti per il metro: sola spenta prigioniera, isola immota e senza tempo tra i flutti di umanità che scorrono si mescolano si fondono davanti alla sua prigione di ghiaccio e di solitudine. Non ho fotografato i guardiani della Torre o i banchieri della City con ombrello e cappello duro. Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta […]».
      è probabile che questa sia la citazione vera; forse occorre allora contestualizzare anche la lingua: nessuno avrebbe detto “nera” all’inizio degli anni Settanta; la parola non era ancora in uso e si diceva ancora “negro” e non “nero”; poi la lingua è cambiata perché “negro” sembrava razzista, come se il razzismo fosse nelle nude parole ; così oggi si dice “diversamente abile”, per non dire “handicappato”. speriamo che l’evoluzione linguistica serva a qualcosa.
      chi ha cambiato arbitrariamente il testo citato (Repubblica), se lo ha fatto, come adesso credo, si è pure adeguato all’idiozia dei tempi e alla diffusa difficoltà di storicizzare.
      Max Mauro vede della malafede nella citazione mia e di Francesco: spero di non dovere mai dovermi giustificare davanti a lui, perché ha l’anima di un inquisitore.
      la frase di Butturini e la sua intera storia personale dimostrano in maniera definitiva che non è un razzista; poi chi non è in grado di capirlo e preferisce processare per razzismo uno degli intellettuali degli anni Sessanta più impegnati su ogni fronte per la lotta contro ogni discriminazione, assieme alla prima diciottenne incolta, pure se nera, che strepita in rete, prego si accomodi pure.

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