Ancora su Aldo Braibanti

Le considerazioni di Fabio Troncarelli a partire dal film di Gianni Amelio

L’ombra a mezzogiorno. Braibanti ieri e oggi

«Il signore delle formiche» di Gianni Amelio è appena uscito sugli schermi. Il film rievoca la storia dello scrittore-filosofo Aldo Braibanti, accusato nel 1964 di aver manipolato il giovane Giovanni Sanfratello e processato nel 1968 in base all’articolo 603 del Codice Penale. L’articolo prevedeva allora l’accusa di “plagio” che indicava lo «assoggettamento di qualcuno in proprio potere, privandolo di ogni libertà di giudizio e di iniziativa». Questo provvedimento assurdo, sancito dall’ articolo 603 del Codice Rocco nel 1930 e scivolato in quello repubblicano, era stato invocato in tribunale solo in qualche rara occasione senza risultato (come nel processo dei Savoia contro Maurizio Arena che avrebbe “plagiato” Maria Beatrice di Savoia). Ma spuntò fuori come per miracolo in quell’occasione. In realtà il ragazzo, in fuga da una famiglia ultraconservatrice e bigotta, raggiunta la maggiore età, era andato a vivere a Roma con Braibanti di sua volontà, una decisione che non rinnegò mai durante il processo. Le sue parole non furono ascoltate e neppure furono credute quelle dello scrittore accusato. Era un ex-partigiano, un ex-comunista, un irregolare «un intellettuale disorganico», di tendenza anarchica e dagli interessi più disparati, dalla poesia alla saggistica, dalla pittura al teatro, dalla lavorazione delle ceramiche allo studio della vita e dell’organizzazione sociale delle formiche. E soprattutto omosessuale. Ed era proprio questa propensione sessuale che gran parte della società di allora, pienamente rappresentata dal tribunale romano, gli rimproverava. Inutilmente il professor Leopoldo Piccardi, che difendeva l’imputato insieme con l’avvocato Ivo Reina, ricordò alla corte che l’ultimo processo celebrato in Europa per omosessualità era stato quello a Oscar Wilde, nell’Inghilterra vittoriana. Il «piccolo e stortignaccolo Braibanti», come lo definì l’avvocato Taddei, di parte civile, fu condannato [il 14 luglio 1968] a nove anni di reclusione (Giuseppe Loteta, «Ricordo del caso Braibanti», “Il dubbio”, 11 settembre 2022). Quanto al ragazzo, prima che cominciasse il processo fu letteralmente rapito dai parenti e chiuso prima in una clinica privata di Modena, in cura presso lo psichiatra Romolo Rossini, amico di famiglia, che lo avrebbe sottoposto a una serie di elettroshock (che a dire il vero non risultano sulla scheda di ricovero ma erano pratica corrente). In seguito fu trasferito al Manicomio Provinciale di Verona, diretto dal cattolicissimo Cherubino Trabucchi (fratello del democristiano Giuseppe, ministro delle Finanze) e dismesso molti mesi più tardi, dopo aver subìto altri elettroshock e iniezioni che inducono il coma insulinico (ma le testimonianze e la scheda clinica non sono concordi tra loro).

Aldo Braibanti nel 2013

Può sembrare strano, ma perfino gli stessi bravissimi attori del «Signore delle formiche» (Elio Germano e Luigi Lo Cascio) hanno dichiarato che non conoscevano la vicenda prima di girare il film (“Corriere della Sera”, 6 settembre 2022). Come loro, molti altri hanno detto ieri e oggi che Braibanti è una figura «sconosciuta» (A. Cassin, Aldo Braibanti, scrivere come mestiere di vit a, sul quotidiano “Il manifesto”, 9 aprile 2014; R. Tavani, Il caso Braibanti, “Stampacritica”, 30 settembre 2020). Una simile incomprensibile ignoranza ha suscitato immediatamente reazioni vivaci nei pochi che hanno conservato una memoria dei fatti, emerse con chiarezza nelle recensioni del film di Amelio: molti hanno protestato contro questa “rimozione”, ricordando che Braibanti fu coinvolto in un processo degno dell’Inquisizione e che non è possibile cancellare l’accaduto dalla nostra coscienza. La reazione è comprensibile ma forse non coglie nel segno. E’ difficile dire che il “caso Braibanti” sia stato «rimosso», se diamo a questa parola un significato specifico e non la usiamo, impropriamente, solo per dire che ci siamo dimenticati di qualcosa. La vicenda non fu mai “rimossa”. Mentre si svolgeva il processo lo scrittore fu difeso da Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco, Cesare Musatti, Marco Pannella, Marco e Piegiorgio Bellocchio e molti altri ancora, con interventi di ogni tipo, che vanno dalle deposizioni in aula ad una serie di articoli su quotidiani e periodici, poi riuniti in volumi (Sotto il nome di plagio, Milano 1969; La sentenza Braibanti, Bari 1969). Del caso si è continuato a parlare in altre occasioni che suscitarono clamore, come ad esempio nel 1972 durante il processo per diffamazione contro Marco Pannella, Mario Signorino e Giuseppe Loteta che avevano difeso Braibanti su giornali e riviste; o in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale che dichiarava illegittimo il reato di plagio l’ 8 giugno 1981.

Successivamente di Braibanti si è parlato molte volte negli ultimi anni, in trasmissioni televisive, radiofoniche, drammi teatrali (M. Palmese, Il caso Braibanti, 2011), convegni (Conversazione su Aldo Braibanti, 30 novembre 2018, Roma, Teatro Torlonia), libri (G. Ferluga, Il processo Braibanti, Torino 2003), documentari, suscitando forti reazioni nel pubblico: si pensi solo che il documentario Il caso Braibanti di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese ha vinto nel 2020 il premio «Cinema in piazza» della “Mostra Internazionale di nuovo cinema di Pesaro” e nel 2021 il “Nastro d’Argento” nella sezione “Docufiction”.

Ma se questo è vero, come è possibile che tante persone ancora oggi dichiarino di non sapere nulla di questa vicenda? Secondo me esistono una serie di cause diverse, ma convergenti, che contribuiscono ad attutire la nostra percezione degli eventi e alla fine, senza che ce ne avvediamo, ci portano a dimenticare cose che non dovrebbero essere dimenticate. E’ un fenomeno curioso, che tuttavia si ripete in molti altri casi ai giorni nostri. Da un lato il Non-Pensiero Unico ci costringe a interessarci solo dell’effimero e a rottamare la storia. Dall’altro, sommersi da una valanga di informazioni, siamo noi stessi che trascuriamo molte vicende, soprattutto quelle che sembrano più confuse o predilette dai “confusionari di mestiere”.

La prima cosa da osservare è che le vittime di questa storiaccia hanno più volte chiesto di non parlarne. Si pensi che l’8 novembre 1996 furono invitati in televisione da Sandro Curzi, per partecipare a una trasmissione sul processo, preceduta da un documentario di Franco Bernini, e rifiutarono entrambi. Anzi, il Sanfratello fece ricorso al tribunale per impedire la trasmissione che fu poi autorizzata dal giudice Franca Mangano della Prima sezione del Tribunale Civile di Roma. E’ evidente che chi ha subìto traumi devastanti non abbia alcun piacere nell’esibirli, contrariamente a quello che pensano molti oggi, a cominciare da tanti giornalisti televisivi. Non si tratta solo di pudore, un sentimento che sembra sconosciuto a tanti mostri che popolano la nostra società. Si tratta anche dell’esigenza di non essere fraintesi o strumentalizzati. E c’è di più. Braibanti era un personaggio estremamente schivo e ha vissuto quel dramma a modo suo, come una vicenda irreale, completamente estranea alla sua vita: una tragedia umiliante, ma anche assurda e ridicola. Perfino essere finito in prigione gli sembrava una specie di sogno senza fondamenti reali. Da giovane era stato rinchiuso e torturato in carcere dai fascisti e conosceva bene gli effetti della brutalità. A confronto, il presente sembrava solo una follia. Come dice il protagonista del film di Amelio: «Il fascismo era reale: deportavano, torturavano, uccidevano. Tutto questo invece mi sembra una farsa».

Non era il solo a pensarla così. Piegiorgio Bellocchio, uno dei più autorevoli sostenitori di Braibanti, ha scritto nel 1968: «Se tutto questo è potuto avvenire impunemente, fino alla folle sentenza di condanna, di ciò è gravemente responsabile la stampa… Ma anche noi dobbiamo fare l’autocritica… Non riuscivamo a concepire l’ipotesi di una condanna. Eravamo furiosi e umiliati che un amico fosse in galera per un reato inesistente e dovesse sopportare la tortura gratuita di un processo, ma concludevamo: “Non saranno mai tanto pazzi da condannarlo.”. Avevamo fretta di uscire da questo incubo.» (P. G. Bellocchio, Perché è stato condannato Aldo Braibanti, “Quaderni Piacentini”, VII, numero 35 del 1968, pagina 91).

Forse la «fretta di uscire da questo incubo» gioca ancora oggi un ruolo nel fenomeno di parziale oblio del processo e della sua mostruosità che ha travolto tutti, a cominciare chi ne era stato vittima, tanto più che pochi anni dopo il reato di plagio è stato cancellato dal codice e riparlarne sembra solo una perdita di tempo.

Aveva dunque ragione Braibanti a pensare che fosse tutto un farsa?

Niente affatto. Con tutto il rispetto per i suoi sentimenti privati, non si trattava di una squallida commedia e sarebbe ora di comprenderlo. Ancora oggi, infatti, gli spiriti più illuminati ripetono quello che dissero a suo tempo gli avvocati difensori di Braibanti: che la sua fu «una vicenda medievale» senza senso, «un processo montato dalla destra più reazionaria del Paese in combutta con esponenti del clero e della “psichiatria di regime” per un “delitto inesistente”». Come ha scritto Massimiliano Palmese, autore di un ottimo dramma e un ottimo documentario su questo tema: «Nel ’68, mentre il mondo si trasformava in un luogo meno repressivo, in Italia bastò una “cricca” di avvocati, di psichiatri e di preti, per trasformare una storia d’amore in un “Romeo e Giulietta” omosessuale, in cui i padri per punire i figli non esitano a denunciarli per “plagio” o a sottoporli a coma insulinici ed elettrochoc» (M. Palmese, Presentazione del dramma “Il caso Braibanti”, 19 marzo 2012, Napoli, Sala Assoli).

Le reazioni emotive e l’indignazione non aiutano chi vuole capire: e questo vale nel caso di reazioni emotive conservatrici e nel caso di reazioni emotive progressiste.

Non è affatto vero che si trattò di una «vicenda medievale», né che bastò “una cricca” di corrotti per mettere in ginocchio un’Italia arretrata e spaventata dal nuovo. Purtroppo le cose andarono diversamente e proprio per questo è così difficile ancora oggi liberarsi da queste catene.

Cominciamo dal concetto di “plagio”. Formulato com’era nel Codice Rocco a noi sembra un’assurdità. Del resto la Corte Costituzionale nel 1981 lo ha giustamente definito un’assurdità, con una lunga e approfondita analisi del termine e della sua storia nei secoli. Eppure il problema non finisce lì. Non a caso nel 1988 gli onorevoli Jervolino e Vassalli, nel 2001 il senatore Meduri insieme ad altri, nel 2002 la senatrice Alberti Casellati, nel 2007 l’onorevole Pisicchio hanno presentato diverse proposte per reintrodurre articoli di legge sulla manipolazione mentale che somigliano al vecchio “plagio” e il 7 gennaio 2022 Massimo Giletti, durante la trasmissione Non è l’arena, si è fatto portavoce di una simile istanza. Eliminando il principio assurdo del “plagio” si crea infatti una involontaria carenza, sul piano giuridico, che non ci permette colpire in modo adeguato fenomeni criminali che sfuggono alle leggi vigenti. Si pensi a esempio al problema internazionale della prostituzione minorile, che include anche i casi in cui minorenni di ambo i sessi vengono “venduti” dalle famiglie di appartenenza senza che la cosa sia considerata reato nel Paese da cui provengono; oppure si pensi al traffico internazionale di prostitute definite “consenzienti”, reclutate in Paesi del terzo mondo nei quali la possibilità di autoderminazione e di scelta come la intendiamo noi non esiste. Un altro caso aberrante di possibile influenza criminale su minori è quello emerso a Bibbiano: un sistema illecito di affidamento di minori sottratti alle famiglie di appartenenza estorcendo ai bambini presunte confessioni di abusi mai avvenuti. L’inchiesta ha coinvolto 27 persone, alcuni appartenenti alla comunità terapeutica La cura di Reggio Emilia, altri membri della Onlus Hansel e Gretel diretta dallo psicoterapeuta Claudio Foti, luminare dei casi di abuso ai minori, confinato immediatamente agli arresti domiciliari. La sentenza del Tribunale del Riesame, che pure ha liberato temporaneamente Foti, ha sottolineato che il suo operato: «appare di per sé connotato da elementi di forte pressione e forzatura nonché ingerenza nella vita privata dei minori».

Questi e altri simili casi non giustificano affatto il ricorso a uno strumento assurdo come quello di “plagio”, ma ci fanno comprendere la difficoltà di agire in questo campo: una difficoltà che ha impedito a giudici e uomini politici nel passato di sbarazzarsi del fantomatico reato di “plagio” previsto dal Codice. E’ ovvio che nel caso di Braibanti non erano questi i problemi sollevati ed è altrettanto ovvio che si trattasse di una squallida e vergognosa montatura: è però altrettanto vero che considerare la legge di allora solo un residuo medievale è un pregiudizio illuministico che ci porta fuori strada. Molti giuristi hanno sollevato il problema in diverse sedi, mettendo in guardia la società civile: non è impossibile che si possa ritornare a nuove norme più o meno liberticide, simili nella sostanza al reato di plagio, perché non si riesce a contrastare reati assai difficili da circoscrivere (si veda ad esempio V. Musacchio, Il concetto di schiavitù nel diritto penale, “Diritto e diritti”, febbraio 2002 in Diritto.it nel sito https://www.diritto.it/il-concetto-di-schiavitu-nel-diritto-penale/; M. Alfano, La nuova formulazione dell’art. 600 c.p.: reintroduzione del reato di plagio?, “Giustizia penale”, numero 2 del 2004, pag. 673). L’unico modo per opporsi a simili limitazioni della liberà è riuscire a formulare la legge in maniera adeguata, aggiornandola rispetto a reati che non erano così frequenti nel passato, senza ledere i diritti degli individui. Qualcosa a cui bisogna pensare con molta cura, con calma, con intelligenza: tutto l’opposto dell’indignazione e delle reazioni isteriche di chi urla e non riflette.

Ci porta altrettanto fuori strada indignarsi, come hanno fatto tutti a partire da Moravia, perché il giovane Sanfratello è stato ricoverato in manicomio, senza possibilità di parlare con nessuno e sottoposto a elettrochoc. Su questo punto l’unico che abbia detto una cosa intelligente è stato un grande psichiatra, Giovanni Jervis, il collaboratore di Basaglia a Gorizia, che ha scritto un lucido articolo su “Quaderni Piacentini”: «Il ricovero coatto avviene secondo la legge con una ordinanza della Questura… Il fatto che per iniziativa dei familiari un individuo maggiorenne possa venir rapito, sequestrato e sottoposto a terapie di shock , rinchiuso 15 mesi in un manicomio e infine dismesso …e consegnato sotto la minaccia di un nuovo ricovero… non ha nulla di abnorme, ma rientra nell’esperienza di tutti i giorni per chi lavori negli ospedali psichiatrici.». (G. De Matteo alias Giovanni Jervis, Una lezione di violenza, “Quaderni piacentini”, VII, fascicolo 36, pagg. 71-79). Infatti, fino all’abolizione dei manicomi con la “Legge Basaglia” il 13 maggio 1978 – la legge 180 – era in vigore la legge 36 del 14 maggio 1904 che prevedeva il ricovero coatto di persone affette da squilibrio mentale in base a un solo certificato medico e un atto di notorietà. Con questo sistema centinaia di persone deboli furono ricoverate in manicomio: in particolare moltissime donne che non si assoggettavano alla disciplina del patriarcato, come è tristemente noto a tutti (si veda ad esempio Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista, Roma 2017).

Ma tutto questo Moravia sembra ignorarlo. Per il suo illuminismo egocentrico esiste solo il mondo degli eletti, degli intellettuali, dei “migliori”, come il suo amico ingiustamente accusato. Le altre vittime non intellettuali non si sa bene chi sono. Invece di protestare a vuoto, Alberto Moravia e gli altri come lui avrebbero fatto bene a conoscere meglio il Paese in cui vivevano. E a conoscere meglio la legge e saperne sfruttare le contraddizioni.

Ne volete una prova? Jervis ricorda i nomi di molti testimoni che si erano offerti di parlare a favore di Braibanti che non furono ammessi a deporre. Ricorda anche i nomi dei pochi che furono ammessi: Cesare Zambonini, Vittorio Fermi, Ugo Lussardi. Costoro negarono con molti dettagli le accuse contro lo scrittore-filosofo, ma non vennero presi in considerazione in tribunale e neppure la stampa si occupò di loro. Il giudice nella sentenza finale privilegiò solo le parole di due testi dell’accusa: un ragazzo che diceva di aver subìto la stessa manipolazione mentale del Sanfratello, che si chiamava Pier Carlo Toscani e il fratello del Sanfratello che sosteneva di essere stato corrotto da Braibanti e di essere fuggito da lui (“Il foro italiano”, numero 4 del 1969, pp. 153-192). Ora, nella richiesta di revisione della sentenza in appello, gli avvocati difensori trascurarono completamente sia i testimoni ammessi nel dibattito, sia quelli esclusi e continuarono, come Moravia, a protestare contro l’assurdità delle accuse, sostenendo che con il concetto di “plagio” si sarebbero dovuti incriminare anche i maestri di scuola e i sacerdoti. La petizione di principio era giusta, ma inutile visto che la legge sbagliata esisteva e non c’era nulla da fare, a meno di non richiedere alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla sua legittimità (procedimento che portò alla sentenza del 1981). Il risultato fu che l’appello, in base alla legge allora vigente, venne respinto con la motivazione che la suggestione malefica è ben diversa dall’influenza benefica degli educatori: poiché il reato di plagio prevedeva la condanna della suggestione malefica il ricorso non aveva senso (“Il Foro Italiano”, numero 95 del 1972, pp. 1-18). In questo modo, perdendo tempo con le proteste di principio e trascurando i fatti reali, il ricorso in appello non servì a niente e le testimonianze a favore di Braibanti non vennero ascoltate. Gli avvocati e gli intellettuali che protestavano si dimenticarono dei testimoni a loro favore e neppure provarono a farli conoscere alla stampa (ne parlò solo una volta Angelo Greco sulla rivista “Abc” il 14 luglio 1968, ma purtroppo quando era ormai tardi, poco prima della sentenza). Eppure i testimoni a discarico avrebbero avuto molte cose da dire: tanto per fare un esempio, Romano Donati dichiarò al giornalista che lo intervistò che il Toscani non era stato per nulla “corrotto” da Braibanti ed aveva manifestato in vari modi la sua omosessualità molto prima di conoscere lo scrittore: «almeno due o tre anni prima del ’60, epoca della conoscenza con Braibanti». Questa testimonianza avrebbe potuto smentire quella avversa di Toscani. Ma fu lasciata cadere. Non solo in tribunale dal giudice prevenuto: ma anche e soprattutto dagli avvocati di Braibanti e dall’opinione pubblica. Il punto è che a nessuno andava di parlare in questo modo delle accuse: lo scontro era fra innocentisti e colpevolisti come se il caso Braibanti fosse il caso Dreyfus.

Chi abbia visto qualche “legal-thriller” sa che gli avvocati devono utilizzare le testimonianze a favore, una per una, contestando con umiltà e pignoleria le accuse, una per una, scendendo dall’iperuranio sulla terra, sporcandosi le mani. Se gli avvocati di Braibanti l’avessero fatto forse avrebbero dato filo da torcere ai loro avversari. Allo stesso modo se invece di fare proclami e arringhe memorabili avessero fatto tesoro delle osservazioni psichiatriche dei periti dell’accusa, ne avrebbero tratto qualche vantaggio. Jervis osserva, a ragione, che: «La copia della cartella clinica [del Sanfratello presunto “plagiato”] non fornisce indizi chiari di malattia mentale» (p. 73) e che questo era stato ribadito perfino dai periti del tribunale, pur essendo capitanati da un personaggio spregevole e sinistro come Aldo Semerari, colluso con il terrorismo nero e la Banda della Magliana. Infatti: «Secondo i periti [dell’accusa] e sulla base di argomentazioni, colloqui e prove clinico-psicologiche che appaiono convincenti il Sanfratello non è e non è mai stato malato di mente» (pp.74-75). Una simile contraddizione doveva essere sfruttata, mettendo in discussione il comportamento di coloro che avevano denunciato Braibanti. Se il Sanfratello non era malato di mente perché era stato ricoverato con questa diagnosi, sbandierata ai quattro venti dai genitori? Se i genitori avevano mentito sullo stato di salute del figlio, che valore avevano le loro accuse a Braibanti? Non erano forse un insieme di menzogne?

Gli avvocati dell’accusato non si curarono di queste parole, né delle parole dei periti contrari (che probabilmente neppure lessero) e rimasero attaccati alla perizia che avevano chiesto ad Adriano Ossicini, secondo cui il ragazzo mostrava tendenze psicotiche sin da prima di conoscere Braibanti, senza accorgersi che in questo modo, pur scagionando l’accusato dal ruolo di malefico manipolatore, davano legittimità al ricovero e all’idea che egli fosse un “malato di mente” come volevano i genitori. Indubbiamente il giovane Sanfratello, imbottito di psicofarmaci dai genitori, aveva dato più volte segni di squilibrio, come quando il 5 agosto 1962 era fuggito da tutti ed era stato ritrovato dalla polizia su una panchina a Venezia, lacero e affamato dopo quasi un mese di ricerche, nelle quali avevano collaborato in perfetta concordia Braibanti e i genitori di comune accordo (incredibile ma vero!). Tuttavia insistere su questo punto era controproducente: non a caso il giudice non terrà conto di questa contro-perizia e definirà l’intervento di Ossicini poco perspicace, ripetendo coi periti del tribunale che il Sanfratello era solo un po’ nevrotico, un po’ esaurito, ma non del tutto malato, e che la sua vera “malattia” era solo l’influsso malefico di Braibanti che lo riduceva a uno straccio. In questo modo però si sorvolava su una contraddizione evidente: il giovane era stato ricoverato in clinica dai genitori evocando lo spettro della malattia mentale; se veniva dichiarato “sano di mente” il giudice avrebbe dovuto dire, formalmente, che la sua detenzione di quindici mesi era stata illegittima (e addirittura perseguibile legalmente) e i suoi genitori mitomani avrebbero dovuto perdere ogni credibilità. Il giudice sorvolò sulla questione e del resto il dubbio sull’attendibilità delle accuse a partire da questa contraddizione non aveva sfiorato neppure gli avvocati difensori.

In realtà la spocchia degli avvocati non era casuale: erano dei grandi principi del foro capaci di fare discorsi roboanti ma poco attenti alla realtà concreta. A loro del destino di Sanfratello non importava nulla: era ormai tornato a casa e perduto alla causa. Non serviva a nulla parlare di lui. Quello che bisognava dire invece era che il processo era un obbrobrio medievale, una cosa indegna. Non un dibattimento pieno di insidie, che bisogna respingere con astuzia, come in qualsiasi altro processo.

Si potrebbe sollevare l’obiezione: sarebbe stato inutile farlo perché l’esito del processo era già scontato in partenza. I giudici e testimoni erano corrotti e la condanna era già stata scritta prima di essere pronunciata. Una simile tesi è contraddetta dagli atti della causa. E’ vero che tutto sembra grottesco e assurdo: però tutto si svolge nel rispetto di una serie di regole giuridiche che non sono quelle di una dittatura, nella quale ci sono solo processi-farsa. D’altro canto, se gli avvocati difensori avessero pensato che era tutto una buffonata perché avrebbero dovuto spendere tesori di eloquenza cercando di contrastare i loro avversari? E perché avrebbero dovuto schierarsi pubblicamente gli intellettuali che si schierarono? E’ evidente che i giudici erano prevenuti: ma non è detto che l’esito del processo fosse scontato. Come ha scritto Piergiorgio Bellocchio: «Abbiamo peccato di superbia intellettuale, di leggerezza politica» (p. 92). Gli fa eco Jervis dicendo: «Questa battaglia è stata perduta perché non la si è voluta combattere» (p. 79).

Non abbiamo ancora finito. Il peggio arriva adesso. Non è vero che il “caso Braibanti” è stato solo «una follia». E’ stato molto di più. Per comprenderlo bisogna consultare opere di specialisti ben informati. Prendiamo, solo per fare un esempio, l’articolo di un professore della UCLA, Barry A. Fisher, Devotion, Damages and Deprogrammers: Strategies and Counterstrategies in the Cult Wars, “Journal of Law and Religion, 9, No. 1 (del 1991), pp. 151-177. Scopriremo che dall’epoca della Guerra di Corea si è scatenata una seconda guerra per contrastare il cosiddetto “lavaggio del cervello”, promossa in prima istanza dalla Cia con un apposito programma segreto. In realtà negli Usa esisteva da almeno 100 anni una vera ossessione per le possibili manipolazioni dei giovani. Il problema era nato con lo sviluppo incontrollato di sette religiose o pseudo-religiose e l’indottrinamento forzato dei nuovi adepti, provocando accesi dibattiti pubblici e numerosi interventi delle magistrature di ogni Stato, con sentenze contrastanti e aggiustamenti giuridici spericolati. Tuttavia fu la Guerra di Corea a dare il colpo decisivo alla paranoia che serpeggiava.

Il termine “lavaggio del cervello” fu inventato dal giornalista e propagandista dei servizi segreti americani Edward Hunter, per tradurre il cinese “xi nao”, che indicava una trasformazione dell’uomo ottenuta “ripulendo il cuore”, attraverso il ritiro e la meditazione. Il procedimento fu utilizzato dagli ufficiali maoisti che volevano “ripulire il cuore” dei dissidenti interni e dei prigionieri di guerra Nel libro Brainwashing in Red China, New York 1951, Hunter scriveva: «Il lavaggio del cervello è la terrificante nuova strategia comunista per conquistare il mondo libero distruggendo la sua mente» (pag. 1). I prigionieri erano indeboliti dalla denutrizione e dalla privazione di sonno, spaventati con finte esecuzioni ma ricevevano una sigaretta o un po’ di cibo in più, per farli affezionare ai carcerieri. Questi ultimi li obbligavano a memorizzare e discutere tesi comuniste, criticando il loro passato. Alla fine dovevano sottoscrivere lunghe confessioni in cui rinnegavano i loro errori.

Secondo gli statunitensi questa tecnica funzionava per via di un principio che lo psicologo Leon Festinger definì, nel 1957, «dissonanza cognitiva». Per ciascuno di noi è insopportabile agire in modo opposto ai nostri pensieri. Se ci obbligano ad agire in un certo modo, ad esempio a scrivere un elogio di Mao, per ridurre la dissonanza tra azioni e pensieri, non potendo più cambiare le azioni fatte, dobbiamo cambiare i pensieri. L’ipotesi era molto discutibile ma ebbe successo.

Scoprire che i propri soldati fossero così vulnerabili gettò nel panico il Pentagono e negli anni Cinquanta la Cia volle recuperare terreno. Si investirono milioni di dollari in una sorta di “Progetto Manhattan della mente” (con vari nomi come MKUltra) teso a «deprogrammare» gli agenti nemici, in modo che rivelassero tutto negli interrogatori, e «programmare» i propri agenti a compiere le azioni più ardite senza alcuna remora.

La deprogrammazione prevedeva fra le altre cose anche il rapimento della persona che aveva subìto il “lavaggio del cervello”, esattamente come avvenne nel caso di Giovanni Sanfratello. Il rapito veniva segregato e sottoposto a una sorta di “lavaggio del cervello alternativo” per riportarlo alla sanità mentale.

Questo genere di operazioni divennero frequentissime, a partire dagli anni ’70, coinvolgendo personaggi che erano stati in varia misura “prigionieri” di sette religiose o di fanatici di ogni tipo (celebre il caso di Patricia Hearst nel 1974). Ma anche prima, negli anni ’50 e ’60, si registrarono casi del genere, nei quali anziché rapire le persone si preferiva ricoverarle in cliniche psichiatriche compiacenti, una pratica che molti psichiatri raccomandavano intervenendo attivamente nei tribunali con grande zelo e partecipazione (S. Hallack, The psychiatrists in legal process, in Law and change in modern America, a cura di J. Grossman – M. Grossman, Pacific Palisades, Ca, 1971, pp. 169-174). Emblematico, da questo punto di vista, è il caso di Clennon W. King, Jr., un afroamericano pastore e attivista del Movimento per i diritti civili, che nel 1958 tentò di iscriversi all’Università del Mississippi riservata ai bianchi e fu immediatamente arrestato perché «qualsiasi negro che cerchi di entrare in un’università per bianchi deve essere ritenuto pazzo». King rimase in un ospedale psichiatrico per dodici giorni prima che un gruppo di medici stabilisse la sua sanità mentale (W. H. Tucker, The funding of scientific racism: Wickliffe Draper and the Pioneer Fund, Urbana Illinois 2022, p. 119; “Negro Pastor pronounced sane. Demands Mississippi apologize, “Sarasota Journal” 20 giugno 1958, p. 3).

Come si vede l’operazione-Braibanti non era un’assurdità medievale che nasceva dal nulla. Era invece la manifestazione italiana di una massiccia offensiva internazionale per ottenere la “deprogrammazione” di tutti i sovversivi, in particolare di coloro che erano stati influenzati da idee comuniste e di coloro che esercitavano quest’influenza. Le iniziative contro i corruttori del pensiero furono molteplici in tutta Europa. Anche in Italia ci furono numerose forme di intervento contro i presunti subdoli corruttori della morale. Si pensi ad esempio al linciaggio della Dolce Vita di Fellini orchestrata nel 1960 («La dolce vita» raccontata dagli Archivi Rizzoli, a cura di D. Monetti – G. Ricci, Roma – Rimini 2010). Il “Secolo d’Italia”, diretto da Giorgio Almirante, scriveva il 7 febbraio sulla prima pagina «Vergogna! La dolce vita di Fellini è un oltraggio all’Italia e a Roma: lo si ritiri dalla circolazione». Poi fu la volta dello “Osservatore romano”, diretto dal conte Giuseppe della Torre, che scriveva l’8 febbraio: «E’ tempo, che quel “basta!” finalmente gridato dagli spettatori si indirizzi ai pubblici poteri cui compete la sanità del costume, e il rispetto al buon nome di un popolo civile». Il 13 febbraio Il “Secolo” rincarò la dose: «Riteniamo Fellini colpevole di aver voluto scientemente contribuire alla causa dell’anti-Nazione, suggerendo attraverso il suo film l’imprescindibile necessità di distruggere l’attuale nostra struttura sociale per sostituirla con un’altra ricalcata sul modello sovietico».Gli attacchi furono preceduti da un’aggressione a Fellini la sera della prima del film, il 3 febbraio, accompagnata da schiamazzi e grida di protesta in sala. E furono seguiti da una valanga di proteste da parte di parroci, prelati e uomini politici, fra le quali spicca l’interrogazione parlamentare degli onorevoli Quintieri, Pennacchini e Negroni della Democrazia Cristiana in cui si chiedeva al presidente del Consiglio, al ministro dell’Interno e a quello dello Spettacolo e Turismo se erano a conoscenza delle «vive reazioni del pubblico che ha assistito alla proiezione del film e delle vibranti proteste di persone e associazioni preoccupate che la rappresentazione di un mondo moralmente deteriore possa gettare un’ombra calunniosa sulla popolazione romana e sulla dignità stessa della capitale d’Italia e del cattolicesimo». Il 9 febbraio 1960, il cardinale arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, prese carta e penna per scrivere al cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova. La recensione del “Nuovo Cittadino”, scrive Montini, ha destato a Milano «una sconcertante impressione di stupore e di dolore», poiché «sembra non contestare uno spettacolo sul quale qui sono dati i giudizi più sfavorevoli». Pur ammettendo di non aver visto La dolce vita e dicendo di volersene tenere alla larga, Montini riferisce di aver ricevuto «suppliche e proteste molto gravi» contro il film, con richieste pressanti di «qualche intervento dell’autorità ecclesiastica per farlo togliere dagli schermi». (Il carteggio Montini-Siri su questo caso controverso è stato pubblicato da Antonio Carioti sul “Corriere della Sera” del 9 settembre 2008).

Un caso analogo di linciaggio fu quello di Pasolini, accusato d’aver tentato una rapina a un benzinaio il 18 novembre 1961 negli stessi giorni in cui una banda di estremisti di destra impedì la prima rappresentazione di Accattone aggredendo gli spettatori (23 novembre 1961), cosa che si ripeté l’anno dopo, alla prima di Mamma Roma, con aggressione al regista (22 settembre 1962). Allo stesso modo, nel 1964 durante il Festival dei due Mondi a Spoleto scoppiò una gazzarra incredibile perché Michele Straniero osò cantare in pubblico “O Gorizia tu sei maledetta” durante lo spettacolo Bella ciao. Il cantante e gli organizzatori dello spettacolo furono denunciati per vilipendio alle forze armate e lo scandalo per questa vicenda continuò per mesi, nonostante si trattasse di una canzone vecchissima che si riferiva alla Prima Guerra Mondiale e non alle forze armate dell’Italia repubblicana.

Se questo è vero è chiaro che i rapporti della coppia Braibanti-Sanfratello erano solo un pretesto per intervenire in un campo in cui ci si muoveva già da tempo e si sarebbe continuato fino a nuovo ordine. Il terreno dello scandalo non era stato ancora dissodato a dovere, ma ormai era venuto il momento di farlo. Erano le prove generali di un’offensiva che bisognava ancora scatenare, sperimentare, perfezionare. Bisognava dichiarare “l’impossibilità di essere anormale” per poi poter colpire gli “anormali” uno per uno e ridurli al silenzio. Anche a costo di essere ridicoli e contraddittori. Come ha scritto efficacemente Jervis: «Il caso… dimostra in modo esemplare che l’autorità della psichiatria… è semplicemente la continuazione, sotto una maschera, della rispettabilità accademica e della repressione familiare e di quella statale. Giovanni Sanfratello è stato considerato… “malato di mente” quando questa etichetta e questa procedura erano le sole che potessero servire a sottrarlo in modo radicale ai suoi amici… ed è stato considerato “non malato” e “mai malato” dai periti… quando questa tesi serviva… per dimostrare che le anormalità del suo comportamento erano da attribuire a Braibanti e non a malattia mentale… Un analogo discorso vale per Braibanti, solo che Giovanni Sanfratello è stato considerato recuperabile… e l’altro è stato semplicemente schiacciato. Il potere sociale ha dimostrato che repressione e integrazione sono intercambiabili e reciprocamente necessari: lo scopo non è qui punire e rieducare gli anticonformisti in generale, ma distruggere quelle forme di anticonformismo che espulse da un ambito istituzionale riconosciuto vengono poi anche private di una facies sociale… Così l’attributo e l’individuo vengono fatti coincidere e “pederasta” e “schizofrenico” non sono più solo etichette, ma designazioni esaurienti: sull’esempio degli Stati Uniti dove queste precise riduzioni denigratorie sono state usate sistematicamente per togliere agli avversari del sistema ogni possibilità di difesa, anche qui si è voluta sancire la totale “non appartenenza” [degli accusati alla società]… La condanna riesce manifestarsi in tutta la sua pesantezza solo quando l’infame, prima di essere schiacciato, viene ridotto a trovarsi totalmente solo» (pp. 78-79).

Sappiamo tutti che cosa è successo negli anni successivi a questa vicenda. I custodi dell’ordine hanno aggiustato il tiro, migliorato le prestazioni, perfezionato i loro attacchi. «La strategia della tensione» prese il posto – a suon di stragi – della strategia dell’intimidazione ottenendo risultati molto più vistosi e relegando nel dimenticatoio i metodi usati fino a quel momento.

Il caso Braibanti fu solo il prologo, il primo atto di una guerra che si scatenò senza esclusione di colpi negli anni ’70. Come ha scritto Franco Coppola: «Sotto processo finì… Braibanti, in quanto comunista, in quanto diverso, in quanto “anarchico”, non in quanto improbabile plagiatore. Un processo alle idee più che all’ uomo… Il giorno della scarcerazione di Braibanti, 12 dicembre 1969, è il giorno della strage di piazza Fontana. Il nuovo mostro sarà, di lì a poco, Pietro Valpreda.» (Franco Coppola, L’ultimo mostro prima di Valpreda, in “Repubblica”, 8 novembre 1996).

Il giudice Orlando Falco che condannò Braibanti è lo stesso che condannò Valpreda. E non è un caso.

 

Redazione
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2 commenti

  • Valeria Taraborelli

    Bell’articolo…. Il ‘caso Braibanti’ finito nel dimenticatoio efferato della stagione normale, anonima e repressiva

  • CLAUDIO MAZZOLANI

    Ricordo bene il processo.
    Questa analisi è perfetta. Niente nasce dal niente.
    Dobbiamo sempre continuare a ricordare, informare e controinformare.
    Solo così la memoria non si perde e possiamo difendere e difenderci.
    Sono le leggi che dicono se sei o meno un delinquente e queste si adattano al servizio del potere.

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