16 giugno 1982: la «mattanza» di Palermo

di Laura Fasolin (*)

È l’estate del 1982, quella che i più ricordano per la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio ma è anche quella della “mattanza” di Palermo. È anche l’estate del “Prefetto dei 100 giorni”. Una stagione sanguinosa, iniziata il 30 aprile con l’assassinio di Pio La Torre, segretario del PCI siciliano, e del suo agente di scorta Rosario Di Salvo: doveva essere punito La Torre perchè aveva presentato un disegno di legge che introduceva per la prima volta il reato penale di appartenenza a un’associazione di stampo mafioso e che andava a toccare l’aspetto patrimoniale con il sequestro dei beni. Fino a quel momento i delitti di mafia rientravano nel più generico articolo 416 del Codice Penale “associazione per delinquere”; troppo generico per un fenomeno vasto e complesso come quello mafioso.

Storia della strage della Circonvallazione

Partita da Enna alle 8 del 16 giugno, la Mercedes guidata da Giuseppe Di Lavore, sfreccia veloce verso Trapani. Giuseppe non dovrebbe trovarsi alla guida dell’auto ma all’ultimo sostituisce il padre, come lui autista della ditta che ha in appalto il trasporto dei detenuti. Si trovano a bordo anche l’appuntato Silvano Franzolin, i due carabinieri Salvatore Raiti e Luigi Di Barca e il detenuto Alfio Ferlito, personaggio di spicco della mafia catanese, condannato a 7 anni di reclusione per traffico di droga. Ed è proprio per tradurre Ferlito a Trapani che la Mercedes sfreccia lungo la circonvallazione palermitana: la destinazione è una casa penale “più sicura” ora che egli è diventato un uomo «segnato» all’interno degli ambienti mafiosi dai quali il padre aveva tentato di tenerlo lontano facendolo anche costituire.

Sono le 10.30 quando lungo la circonvallazione sopraggiungono una Bmw e un’Alfetta 2000. Sono lì per Ferlito. Aprono un fuoco sicuro, aggressivo, spietato, intenso: Di Lavore, Raiti, Di Barca e Ferlito muoiono all’istante, mentre la loro auto termina la sua ultima corsa contro la 500 della giovane Nunzia Pecorella, rimasta ferita ma salva.

Franzolin, seduto sul sedile posteriore, riesce ad aprire lo sportello; esce impugnando la pistola nel tentativo di rispondere al fuoco, ma fa solo pochi passi e si accascia in una pozza di sangue. Finisce così la sua giovane esistenza iniziata il 3 aprile 1941 a Pettorazza Grimani (Rovigo), uno dei tanti piccoli Comuni a vocazione rurale del Polesine: lì ancora oggi lo ricordano come un ragazzo sempre sorridente, simpatico, amante della compagnia.

Silvano è un bracciante agricolo con la 5a elementare – per l’epoca un buon grado d’istruzione – quando il 18 novembre 1959 si arruola nell’Arma dei Carabinieri presso la Scuola Allievi di Torino. Per lui è una grande passione: solo pochi mesi dopo, passa alla Legione di Roma per perfezionarsi nell’equitazione ed entrare nell’Arma dei Carabinieri a cavallo. Sarà però un infortunio a porre fine a questo sogno. Intanto, il primo settembre 1960, è promosso carabiniere. Inizia la carriera prestando servizio a Brescia per poi venire inviato in Sicilia dove tocca un po’ tutte le province e soprattutto Enna; lì incontra l’amore, Gaetana Camerino, un amore che avrà presto altri due nomi: Fabio e Maura.

Il primo settembre 1974 raggiunge il grado di appuntato. La carriera avanza e la vita scorre, almeno fino alle 10.30 di quel 16 giugno, mentre a casa Fabio di 10 anni e Maura di 5 stanno aspettando il loro papà che non tornerà più. E’ steso in una pozza di sangue sotto gli occhi lucidi del generale Dalla Chiesa che cerca un lenzuolo per coprire i corpi di quei poveri ragazzi; il Prefetto “dei 100 giorni” è il primo ad accorrere: è in borghese, non ha la divisa né i suoi uomini. È solo, forse ha capito che è questione di tempo e poi arriverà il suo turno.

Stavolta la morte ha portato via il ventisettenne Giuseppe Di Lavore e i tre carabinieri: Silvano Franzolin, il 19enne Salvatore Raiti e Luigi Di Barca, 25 anni, appena sposato con la moglie incinta della loro primogenita.

Poche centinaia di metri più avanti, la Bmw e l’Alfetta 2000 vengono abbandonate e date alle fiamme. Sul posto la scientifica rileva 6 bossoli di cartucce a lupara e 60 di Kalashnikov, l’arma preferita dalla mafia fino a quando verranno “inaugurate” – contro il giudice Rocco Chinnici e la sua scorta – le autobombe comandate a distanza.

La matrice catanese è da subito evidente, come l’obiettivo: Alfio Ferlito. Ci vorranno vent’anni per dare un nome agli assassini e al mandante, Totò Riina, che in quell’occasione fece un favore al suo alleato Nitto Santapaola, rivale del Ferlito. Manca ancora il nome della talpa, cioè di chi sapeva che quel giorno sarebbe avvenuto il trasferimento.

Da lì a 79 giorni – il 3 settembre – anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sarebbe stato ucciso nello stesso modo, con la moglie e l’agente di scorta: in auto, sotto il fuoco di un commando.

Finiva così l’estate 1982, con un tributo altissimo di sangue ma non fu una sconfitta perchè se oggi abbiamo la possibilità di usufruire dei beni confiscati alle mafie e consegnarli alla cittadinanza è proprio per l’eredità della legge Rognoni-La Torre (fu approbvata il 13 settembre) per quel pool di uomini virtuosi – Rocco Chinnici, Antonio Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino – che portarono a processo 470 imputati, pagando a caro prezzo il loro impegno.

(*) Laura Fasolin è una storica di Rovigo. Abbiamo ripreso stralci del suo intervento preparato per l’intitolazione della “Casa della Cultura e della Legalità” a Salvaterra.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

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