21 marzo, un giorno l’anno

«Cosa c’entra la primavera con la lotta al razzismo?»: così mi chiese una volta un ragazzo durante un dibattito in un liceo. Feci la battuta che un poeta avrebbe saputo spiegargli perché la primavera c’entra con tutto, dall’amore alla giustizia. Ma poi tornai serio: gli raccontai della strage di Sharpeville, il 21 marzo 1960, e man mano che parlavo mi rendevo conto di quanto la memoria vada in soffitta presto, specie in questo triste passaggio storico che teme il passato quasi quanto il futuro. Quel giorno, come al solito, sudavo a spiegare concetti (diritti, sfruttamento, giustizia) mai sentiti a scuola, parole insolite (apartheid, boicottaggio, militanza) e fatti curiosi (Mandela non è il testimonial di un telefonino).

Un’altra volta una studentessa universitaria (architettura? No, scienze politiche) mi disse che non era sicura di chi fosse Martin Luther King, «forse mi confondo con quell’altro negro, Gandhi mi pare». Un paio di professori in un lindo liceo mi rimproverarono perché, nella giornata mondiale contro il razzismo, avevo «parlato di politica» e addirittura «fatto critiche al nostro governo». Mai come un prof che sostenne questa tesi: «non mi sembra giusto che ascoltiamo solo voi che parlate contro il razzismo, per essere equi fra gli oratori dovrebbe esserci qualcuno che crede le razze esistano e che certi pregiudizi sono fondati».Tortura? Un intervento a favore e uno contro. Schiavitù? Apriamo un dibattito, ci sono pro e contro.

Mi dichiaro fuori. Se occorre lo urlo.

E se quest’anno il 21 marzo sarò da qualche parte a parlare credo che inizierò al solito modo. Più o meno così.

Buongiorno a tutte e tutti. Siamo qui contro il razzismo, vero? In Italia, mi pare. Per iniziare un po’ di matematica: 365 meno 1 fa 364, giusto? Poi ci sono gli anni bisestili nei quali i giorni sono 366 ma lasciamo perdere. Dunque su 365 c’è un solo giorno contro il razzismo. Come c’è soltanto un compleanno, dunque una sola occasione per ricevere regali. Anche se, chi di voi ha letto «Alice nel Paese delle meraviglie» ricorderà che è meglio ricevere regali di «non-compleanno» (364 appunto). In definitiva è giusto che ci sia un solo giorno contro il razzismo anche perché, durante l’anno, ci sono molte altre giornate nelle quali si parla – o si dovrebbe – di questioni importanti: il 22 marzo l’acqua, l’8 marzo i diritti della donna e il 1 maggio che è addirittura festa (anche se tante persone non sanno il perché) oppure la giornata internazionale della lingua madre o quella dei diritti delle persone con disabilità. Mi sta bene dunque che oggi ci si trovi contro il razzismo e sono felice di sentire in questa giornata i rappresentanti delle istituzioni italiane dire il loro no alle discriminazioni.

Il problema però è che 365 meno 1 fa sempre 364. E da molto tempo in Italia negli altri 364 giorni dell’anno gran parte delle istituzioni (a cominciare dal Parlamento) è a favore del razzismo. A parole forse no (non sempre) ma nei fatti sì. Si votano leggi infami e a livello locale cisono di continuo decreti e regolamenti che servono solo a fare mobbing (in buon italiano: a perseguitare, a rompere i coglioni) contro gli stranieri e altri presunti “diversi”. Ho da poco letto un bel saggio intitolato e «Razzisti per legge. L’Italia che discrimina» di Clelia Bartoli. Il titolo è chiaro ma comunque l’autrice all’inizio (prima cioè di inserire una documentazione tanto triste quanto inoppugnabile) sintetizza più o meno così: alla domanda se l’Italia oggi sia un Paese razzista la risposta è sì. Concordo, purtroppo.

Io voglio parlare con voi dunque degli altri 364 giorni: di cosa fanno i razzisti (a partire da quelli nelle istituzioni) e di cosa fanno – o dovrebbero fare – gli antirazzisti che, per fortuna, esistono. Per essere corretto passo dalla terza persona plurale alla prima: cosa facciamo (o dovremmo fare) noi antirazzisti. Noi insieme. Perché anche fra voi ci sono persone che, come me, si sentono antirazziste, vero? Lo siete a chiacchiere o fate qualcosa?

Mi fermo qui.

Attendo le vostre domande, le vostre storie, le vostre obiezioni, le vostre proposte. E siccome non sono razzista… discuto anche con i razzisti.

Siccome preferisco i regali di «non compleanno» io sono antirazzista in media 363 giorni l’anno. Gli altri due sono cretino e odio il mondo.

BREVE NOTA

Questo mio articolo è uscito su «Corriere dell’immigrazione». (db)

 

Redazione
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4 commenti

  • Eh già Daniele, a me mette tristezza l’idea di una ” giornata mondiale ” in generale, sia che sia dedicata alla lotta contro il razzismo, sia che sia dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne e così via. Perché occorre un compleanno, come dici tu, per ricordarci come dovremmo rendere migliore questo nostro mondo, questa società globale così divisa e sempre più aliena? E’ una moda del 900 dichiarare queste “giornate”, sarà che il 900 è popolato di drammi, di carenze, di ingiustizie in quantità così spropositata che per non perdere il conto, abbiamo bisogno di una giornata che ci ricordi come è ammalata questa nostra terra, dalle sue viscere ai suoi giardinieri? Sarà che il 900 è il secolo della tv e di internet e che per esorcizzare la catastrofe verso cui ci stiamo dirigendo, ci ingozziamo di notizie, di immagini vomitate senza pudore, ci incantiamo di fronte a falsi idoli e sogni preconfezionati, abbiamo perso la nostra capacità di immaginare, abbiamo svenduto il nostro tempo per pensare e per sentire “umano”? Sarà che ci mancano persone come Martin Luther King o Nelson Mandela, Steve Biko o Mangaliso Sobukwe, o Rosa Parks in carne ed ossa o “reincarnate” nei nostri padri nelle nostre madri nei nostri fratelli e sorelle, che diano una scossa alla nostra inerzia, alla nostra mancanza di coraggio e ci guidino a riflettere su chi siamo? Sarà che siamo troppo distratti dalle realtà virtuali da dimenticarci che abbiamo una realtà reale, la nostra, quella in cui viviamo, che “piange” la nostra assenza o se vuoi la nostra presenza troppo aggressiva? Sarà che vivere responsabilmente e sostenibilmente sentendosi parte di un’unica famiglia umana sembra così difficile che a molti pare più conveniente seguire il va dove ti porta il vento? Chissà forse tutte, forse nessuna di queste cose però certamente chi come noi, artisti, educatori, genitori, compagni, fratelli ha deciso di dedicare la propria vita a offrire una ragione per lottare e aprire un varco tra le menti degli oppressori, credo sia in grado di aiutare gli altri a tradurre la “giornata mondiale” in un anno intero di impegno civile.

  • mario sumiraschi

    Articolo e commento meritano di esserse messi subito su FB. Grazie!

  • Non so dare una risposta!
    E non vorrei neanche banalizzare la questione. Mi spiego.
    Fin da bambino sono cresciuto in una casa dove le ricorrenze , o date da ricordare erano tre. In ordine di importanza:
    8 marzo;
    1° maggio;
    2 giugno;
    Mia madre essendo donna dell’UDI l’8 marzo diventava la ricorrenza più importante dell’anno perchè fin dai primi giorni di marzo la casa si riempiva piano piano di mastelle piene di mimose e di pacchi di Noi Donne . Con un gran via vai di donne che venivano a prendere la mimosa e la rivista.
    Poi il primo maggio era il giorno del garofano rosso, a volte anch’io ancora bimbetto in bicicletta passavo per le case con il garofano e l’Unità.
    Mentre il due giugno era la festa con le fanfare, le bande musicali.
    Successivamente ho conosciuto tutta una serie di ricorrenze , alcune commerciali ( le più visibili ) e altre estremamente importanti ma sconosciute alla maggioranza delle persone e con le date mi si sovrapponevano .
    La giornata contro il razzismo penso coincida con quella contro le mafie e via discorrendo.
    Nevio

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