All’ombra di Gladio

Storie di cimiteri, bombe e bombaroli. Le prove che non tutti i depositi di Stay Behind furono resi pubblici

di Saverio Ferrari (*)

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Via Brusuglio è una traversa di via Pellegrino Rossi, nel cuore di Affori, quartiere all’estremo nord di Milano confinante con Brusuglio, frazione del comune di Cormano.

Da queste parti diverse sono le storie che hanno visto protagonisti bombaroli e gladiatori. Quella più nota ebbe come teatro il cimitero di Brusuglio, nel novembre del 1990, fino ad allora conosciuto solo per aver dato sepoltura ai familiari di Alessandro Manzoni.

I DEPOSITI SEGRETI

Siamo all’epoca della “scoperta” di Gladio, ovvero dell’esistenza, per quasi quarant’anni, di una struttura armata segreta composta da civili e militari, costituita allo scopo di contrastare, in caso di invasione sovietica, l’Armata rossa. A rivelarlo fu l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti con una relazione, il 18 ottobre 1990, alla Commissione stragi. Questa struttura, creata il 28 novembre 1956, a seguito di un accordo tra il nostro servizio segreto militare, il Sifar (Servizio informazioni forze armate) e la Cia statunitense, nell’ambito dell’allestimento in tutti i Paesi dell’Alleanza atlantica di organizzazioni simili, assunse il nome convenzionale di Stay Behind (“Stare dietro”), mentre la specifica rete italiana fu chiamata Gladio. A livello politico gli unici ad essere informati della sua esistenza erano stati i presidenti del Consiglio e i ministri della Difesa. La rivelazione ebbe una risonanza a dir poco fragorosa dando avvio a uno scontro politico e istituzionale senza precedenti che portò, tra l’altro, alla richiesta di impeachment nei confronti dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che aveva orgogliosamente rivendicato, in quanto sottosegretario alla Difesa dal 1966 al 1970, il suo «concorso» alla formazione di Gladio. Una bufera che fu al centro di moltissime sedute della Commissione stragi e spinse ben cinque procure a istruire procedimenti giudiziari su possibili deviazioni eversive. Gladio, che fu formalmente sciolta, anche a seguito di queste accuse, il 27 novembre 1990, con un decreto dell’allora ministro della Difesa Virginio Rognoni, si dotò di un piccolo esercito clandestino e di un centro di addestramento in Sardegna, a Capo Marragiu, vicino Alghero, totalmente finanziato dagli americani. Qui vennero inviati consistenti armamenti, contenuti in speciali involucri infrangibili, che a partire dal 1963 furono interrati in appositi nascondigli con il nome convenzionale di Nasco, quasi tutti localizzati nel Nordest, spesso in chiesette, cimiteri o camere mortuarie. Ben 139 depositi segreti con armi portatili, munizioni, bombe ed esplosivo plastico C4. Uno dei Nasco, come relazionato da Giulio Andreotti, composto da tre cassette metalliche, con esplosivi, bombe a mano, armi, munizioni e macchine fotografiche, fu posto, il 10 luglio 1963, tra gli undici collocati in Lombardia, proprio nel cimitero di Brusuglio. Il suo dissotterramento fu un caso.

LE «BARE AL PLASTICO»

In base ai documenti dei servizi segreti i contenitori dovevano trovarsi vicino a un muro nel frattempo abbattuto per ampliare il cimitero. Sotto la supervisione dei carabinieri, con la collaborazione dei tecnici del comune e l’uso di metal detector, si scavò a fine novembre 1990 per più giorni tra le tombe, a cancelli chiusi, suscitando non poche apprensioni tra i parenti dei defunti. Non fu trovato nulla. Diverse le ipotesi, tra le altre, che le armi fossero già state dissepolte, non si sa bene da chi, o, come disse qualcuno, nascoste magari nella cava di via Moneta, dove una volta c’era «il cimitero vecchio di Brusuglio». In realtà un grosso quantitativo di esplosivo era già stato rinvenuto, nell’estate del 1964, nell’altro camposanto di Cormano, a circa un chilometro di distanza dalla frazione di Brusuglio. Se ne occupò in due articoli il «Corriere della Sera» il 20 agosto e il 2 settembre successivo che parlò di «bare al plastico». Due, infatti, furono i ritrovamenti ad opera di due becchini. Le cassette erano identiche, 25x25x30 centimetri, contenenti «tritolo, gelatina, petardi, bombe incendiarie, micce e detonatori», per «circa sei chilogrammi», con tanto di «foglietto con l’istruzione per l’uso», «sepolti» come da accertamenti dei carabinieri «dopo il 25 aprile 1945». Furono gli stessi carabinieri a far brillare il tutto. Due i cimiteri, dunque.

Agli inizi di febbraio del 1991 arrivò anche l’intervista rilasciata a «Radio Popolare» da parte di un ex dipendente di un’impresa di pompe funebri che sostenne che in tre occasioni, tra il 1963 e il 1974, i necrofori del cimitero di Brusuglio, mentre scavavano fosse per l’inumazione, avessero rinvenuto casse di color verde militare piene di armi. Una decina in totale che non vennero denunciate all’autorità, ma affidate all’addetto alla nettezza urbana che si occupava del cimitero che se ne disfò scaricandole in una cava con altri rifiuti.

IL RITROVAMENTO

Improvvisamente, poi, il 12 ottobre 1999, a Brusuglio un contadino accidentalmente fece riaffiorare con il suo trattore una bomba a mano nei pressi delle mura del cimitero. I militari di Sesto San Giovanni recuperarono così le tre casse mai precedentemente ritrovate con ben 1.600 cartucce calibro 9, sei bombe tipo ananas in uso durante la seconda guerra mondiale, due pistole, un mitra inglese Sten, materiale per fotografie e istruzioni per l’occultamento. «Il Giornale» avanzò subito il sospetto che si trattassero di armi nascoste dai comunisti venendo seccamente smentito dai carabinieri. «Ma quali armi del Kgb!», dichiarò il comandante del Reparto Operativo, «dalle analisi effettuate gli armamenti ritrovati sono materiale del periodo bellico in uso alle forze occidentali». Si trattava del nascondiglio di Gladio sfuggito nel 1990 alle ricerche. Resta il fatto che molte più di tre fossero le cassette nascoste, non in uno ma in ambedue i cimiteri di Cormano. Date le caratteristiche, cassette con diversi pacchetti ciascuno con targhetta esplicatrice e istruzioni per l’uso, certamente appartenenti a Gladio, ma mai rese pubbliche allo scioglimento della struttura.

LE BOMBE DI VIA MONETA

Nella stessa via Brusuglio, ad Affori, sicuramente un caso, abitava al 47 negli anni Sessanta il capo di Ordine nuovo milanese, Giancarlo Rognoni, condannato a 15 anni e sei mesi per la tentata strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile 1973. Non sappiamo se vi abiti ancora. Si tratta di una villetta a due piani dove, in bella mostra, sul cancello d’ingresso troneggiano due aquile assai simili a quelle degli stemmi della Repubblica sociale italiana. Lì vicino, in via Teodoro Moneta (dove un tempo sorgeva «il cimitero vecchio di Brusuglio»), la mattina del 5 maggio, sempre del 1973, in un prato, furono rinvenute in una cassetta militare, trenta bombe a mano, tipo Srcm, in perfetto stato, uguali a quelle che furono lanciate dai neofascisti meno di un mese prima, il 12 aprile, contro le forze dell’ordine, uccidendo l’agente di polizia Antonio Marino. Qualcuno aveva voluto disfarsene a seguito delle numerose perquisizioni che avevano interessato le abitazioni di numerosi neofascisti milanesi.

Poche le vie da quelle parti, ma tante le bombe e le armi.

Milano, 27 aprile 2016

(*) Pubblicato ieri sul quotidiano «il manifesto». Saverio Ferrari è autore di libri molto importanti sui nuovi fascismi (molti dei quali recensiti qui in “bottega”). Altri suoi scritti si trovano nell’«Osservatorio sulle nuove destre» che resta un fondamentale e aggiornatissimo punto di riferimento su un fenomeno sociale, politico ma anche criminale che i principali media, da anni, si guardano bene dal raccontare seriamente: non è un caso, non è idiozia, si chiama complicità. (db)

 

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