5 stelle: speranza o disperazione?

(alias di male in peggio)
Di Mauro Antonio Miglieruolo

Il rifiuto del M5S di svolgere un ruolo attivo nell’attuale congiuntura politica, oltre a favorire la deriva opportunistica delle rappresentanze tradizionali, accentua incertezze e difficoltà del momento.

8lugliom5sstarL’inevitabile risultato, conseguente alla messa in stato di attesa dell’elettorato incline al cambiamento determina inoltre, a parte il relativo indebolimento della capacità di manovra della sinistra, una relativa difficoltà, se non impossibilità, di prevedere le forme ulteriori che la crisi politica potrà assumere. Le tante speranze evocate da questo movimento, che sempre più sembra voler assumere il peggio dei partiti tradizionali, si stanno rapidamente trasformando in disperante demoralizzazione.
Il contemporaneo incalzare della crisi economica e le rigidità della Tecnocrazia Europea, rendono ancora più difficile la gestione dei riflessi italiani della più grave crisi di credibilità del sistema capitalistico, della quale non sono ancora visibili proposte concrete per uscirne. La crisi precedente, della quale è tornato di moda parlare, quella del ’29, alla quale il capitalismo si è sottratto per mezzo del New Deal – cioè il superamento del dogma liberista – e stato possibile anche con l’ausilio di una grande rovinosa guerra mondiale: non si profila oggi neppure un barlume di messa in mora della Religione di Stato (il liberismo) e per fortuna – non ancora – il sussidio di una guerra generalizzata.
Le due crisi poi, quella politica e quella economica, si sostengono e alimentano a vicenda, moltiplicando le incertezze e le difficoltà di previsione.
Difficile quindi che il miserabile ceto politico italiano, messo di fronte a avvenimenti epocali che richiederebbero audacie e coraggi da giganti, riesca quantomeno a trovare le vie per tamponare i suoi peggiori effetti.
In una situazione del genere, in cui la politica è completamente in balia dell’evoluzione oggettiva delle forme economiche e dei casuali mutamenti di umore delle masse, una sola cosa è sicura: che il domani si prospetta più fosco e incontrollabile, più crudele dell’oggi.
Basti pensare al dato fatto appena filtrare, senza adeguati commenti, dai media. Il peggiore e significativo in regime di libero mercato: mentre si aggrava la depressione economica, si registra un tendenziale aumento dell’inflazione. La produzione scende, il circolante diminuisce, i prezzi salgono. Segno di una situazione ormai fuori controllo. Un incubo per i Soloni dell’ideologia liberista, sempre più incistati nel proporre ricette inadeguate a governare l’economia e anzi alla lunga letali per gli stessi interessi generali del capitale.
La situazione è aggravata dall’assenza di una forza politica, anche moderata, dotata della volontà di invertire la rotta. Non sarà certo questa sorta di Armata Brancaleone che ha contribuito alla formazione del nuovo governo, sempre più somigliante a un’associazione a delinquere che a un gruppo dirigente degno di questo nome, a salvarci da quell’Armaggeddon al quale, qualche anno fa (parola dell’ex ministro Tremonti), ci eravamo miracolosamente e provvisoriamente sottratti. Ci vuole ben altro che un miscuglio ben combinato di pornocrazia, ipocrisia democristiana e vocazione a delinquere per impedirci di arrivare a questa sorta di punto di non ritorno che sembra aspettarci dietro l’angolo.
Potrebbe (potrebbe!) invece, quanto a potenzialità, fornire un contributo decisivo il Movimento 5 Stelle. Non essendo legato (non ancora) a alcuna cordata economica, né essendo intimidito da decenni di condizionamento da parte dei poteri forti della finanza mondiale, ai quali sono adusi (e rassegnati) tutte le forze rappresentate in parlamento (essendone Monti e i montiani addirittura entusiasti: entusiasti dello strapotere di queste forze); l’attuale “disinvoltura” con la quale affrontano le responsabilità relative al proprio ruolo potrebbe (potrebbe!) facilmente essere fatto mutare in flessibilità politica e capacità di manovra. In capacità di diventare il punto di riferimento dell’intera iniziativa parlamentare e sociale. Lo sono già stati per un brevissimo momento, al loro avvento nelle istituzioni, perché non di nuovo?
8lugliomovimento_5_stelle_beppe_grillo_grilliniLa risposta è semplice. Perché i 5 Stelle sono troppo condizionati dai propri vizi d’origine, dagli equivoci intorno ai quali il gruppo, prima e dopo le elezioni, si è andato formando e trasformando (buona ultima la vocazione stalinista). Il principale di questi vizi è costituito dall’infausta parola d’ordine “né di sinistra, né di destra” che confonde gli effetti di una sconfitta politica epocale (la dissoluzione della sinistra in Italia a partire dalla fine degli anni ‘70) con il venir meno delle ragioni storiche che hanno determinato la contrapposizione tra destra e sinistra. Si tratta di un salto di logica operato in violazione della lettura della realtà medesima, nella quale, giorno per giorno si può constatare il riformarsi, intorno a tematiche quali i beni comuni, la lotta contro il precariato e la difesa dei valori costituzionali, delle antiche contrapposizioni. Con modalità addirittura più fondate e radicali che nel passato.
Questa sfuggente parola d’ordine, troppo di frequente utilizzata dalla destra come strumento di lotta politica, se nel recente passato è servita a raccogliere consensi, ostacola oggi, a causa delle inevitabili ambiguità e inevitabili limitazioni tematiche che comporta, la definizione di una strategia omogenea all’interno del movimento; che si trova eccessivamente ristretto, quasi soffocato in quella sorta di bunker programmatico intorno ai quali militanti e votanti sono stati chiamati a raccolta (avversione alla mala politica, riduzione dei suoi costi, eliminazione dei privilegi degli eletti, il far pulizia dentro il Parlamento ecc. ecc.). L’assenza poi di un vero dibattito, non dato per slogan e semplificazioni, intorno agli obiettivi, le difficoltà e le caratteristiche dell’attuale congiuntura (nonché il ruolo preponderante di Grillo, vero motore della formazione ideologica, ma che tende a diventarne un padre padrone), ostacola la crescita del movimento nel suo insieme. In questo quadro soffocare i dissensi equivale a togliere linfa vitale e credibilità ai gruppi parlamentari, che ne risultano disciplinati (per alcuni questo costituisce un valore), ma anche disorientati.
È dubbio pertanto che il movimento riesca a attrezzarsi ad affrontare i compiti oggettivi e soggettivi che l’evolversi della situazione, con sempre maggiore urgenza. Gli pone davanti. Non almeno che riesca a farlo in tempo utile. O non prima di alcune gravi crisi di crescita che potrebbero persino distruggerlo. Anzi, è prevedibile che moltiplicheranno le difficoltà che attualmente incontra. Lo lasciano prevedere le troppe articolate differenze ideologiche interne (difficoltà che per altro condivide con il PD). Tutto ruota dunque intorno agli errori di ieri, le troppo semplificazioni politiche e il rifiuto di darsi una fisionomia e una collocazione politica ben definita, che ha avuto come conseguenza la sottovalutazione della necessità di selezionare un gruppo dirigente abbastanza omogeneo da poter funzionare; e ruota oggi sull’analogo rifiuto di dare inizio a un percorso differente.
Il risultato è il paradosso (anche questo comune con il PD) della propria auto neutralizzazione. La auto neutralizzazione della prima forza politica del paese: mentre l’Italia brucia, essa attende all’esclusiva manutenzione dell’apparato degli eletti, nel vano tentativo di imporre una omogeneità che, pur sotto la dittatura amministrativa di Grillo, risulterà comunque alla lunga ingovernabile.
A meno di non tentare di comporla collocandosi all’interno del dibattito politico, ancora tutto embrionale, di rifondazione della sinistra di classe. Evento in cui non credo vi siano molti disposti a prendere in considerazione (ma, sinceramente, è l’unica prospettiva strategica per una opposizione seria, che duri: l’opposizione di classe); e che comporterebbe comunque un iniziale sacrificio numerico ampio altrettanto di quello che si profila all’orizzonte.
Stante l’impasse attuale, le beghe interne e l’assoluta inefficacia di ogni azione parlamentare (presentare questa o quella proposta di legge, restando sul piano istituzionale, dati i numeri a confronto e la sordità dei personaggi con cui hanno a che fare, è faccenda del tutto sterile); stante inoltre quella sorta di implicito sotterraneo Aventino fin qui praticato (il quale però moltiplica piuttosto che attenuare i contrasti interni), non resta che un’unica opportunità. Opportunità mediocre perché di corto respiro. Valida al massimo in una prospettiva di medio periodo. E cioè aggredire, con tecniche miste, parlamentari (ostruzionismo sistematico incluso) ed extraparlamentari, alcuni nodi gordiani, ai quali i 5 Stelle sono pure interessati, che diversamente non sarà possibile sciogliere.
Preciso per onestà che non ritengo questa seconda possibilità, sulla quale mi accingo a definire i contorni, potrebbe salvare il movimento dalle sue contraddizioni; ma gli permetterebbe sicuramente di rinviare la crisi e recuperare provvisoriamente parte del terreno perduto. L’onestà è pure possibile torni di moda, ma non in seguito a una felice tornata elettorale. Può tornare di moda se praticata per decenni da un gruppo di persone in grado di porsi sistematicamente al servizio delle masse, che subordini concretamente – non per mezzo di dichiarazioni programmatiche – gli interessi di queste ultime ai propri; che sappia perseguire con coerenza un’etica e si dimostri capace di diffonderla nel paese utilizzando necessariamente gesti clamorosi. Che effettivamente e positivamente, a questo punto, potrebbe essere aperto come una scatoletta di tonno.
8lugliofranco-battiato-movimento-5-stelleMi chiedo infatti cosa sarebbe della melina del PD e dell’arroganza del PDL, se oltre ai lavoratori fossero i parlamentari 5Stelle a salire sui tetti, sui ponti, sulle ciminiere, per gridare il loro sdegno per quello che accade in Italia e soprattutto protestare contro i tanti lavoratori licenziati o minacciati di licenziamento. Mi chiedo cosa accadrebbe all’interno degli stessi apparati ideologici di stato se i 5 Stelle programmassero di farsi sistematicamente espellere dalle aule uno ad uno, inalberando cartelli contro le quotidiane malefatte a cui tutti assistiamo. In favore, tanto per dirne una, del “superamento sostanziale del lavoro precario”, obiettivo per altro già nei programmi dell’infausto secondo governo Prodi. Oppure ancora mettendosi davanti all’ingresso della Camera o del Senato, una bottiglia di benzina in mano, minacciando di darsi fuoco in caso non vengano assunti con immediatezza provvedimenti adeguati all’emarginazione dei corrotti; o atti a porre limiti alla corruzione, o comunque necessari per ridurre gli sprechi e porre fine alle spese pazze tipo TAV o F24. Atti e gesti clamorosi che lavoratori e cittadini sono lasciati soli a compiere; e che invece dovrebbero essere sostenuti e anzi anticipati da interventi diretti di chi li rappresenta. O presume di rappresentarli.
In questo caso le possibilità di una uscita meno negativa dalla crisi politica aumenterebbero enormemente. E sarebbe anche possibile effettuare previsioni embrionali, non solo negative, su ciò che riserva per tutti il prossimo futuro.
Non mi illudo sulle probabilità che il Movimento 5 Stelle, preso nel suo insieme, possa far proprio comportamenti del genere; mi limito a affermare quel che con tutta evidenza è l’unica possibilità che i militanti hanno di rianimare questo loro non-Partito che utilizza smodati comportamenti da Partito. Non eviterebbero le rotture, ma darebbero loro un senso; perché le divisioni nascerebbero non sul ruolo che si intende assumere, ma su quello che si sta assumendo; e avverrebbero in faccia alle masse (dirette streaming o non dirette streaming). Le intelligenze ci sono, bisogna vedere se i vincoli imposti e largamente accettati non saranno tali da soffocarle.
Ma più ancora bisogna vedere se l’iniziativa autonoma delle masse porrà (a loro e a tutti) il problema di misurarsi con tali tematiche e con tali radicali modalità di lotta. Se insomma, sospinti da movimenti di massa attualmente non visibili, di là dal pur apprezzabile disegno di “non lasciare indietro nessuno” ci si porrà l’obiettivo prioritario di una redistribuzione egualitaria del reddito che i lavoratori producono; se verranno promosse o meno battaglie decisive, di lungo respiro, contro l’autoritarismo avanzante e i tentativi di polverizzare la costituzione. Se soprattutto, punto di partenza e di approdo di ogni strategia politica, se si opererà a favore del ripristino prima e dell’ampliamento poi dei diritti dei lavoratori fin troppo calpestati. E, infine, se verranno o meno chiamate le masse a lottare direttamente su tali obiettivi. Non dunque azioni di pompieraggio, ma azioni da incendiari della politica che, pur pacificamente, sappiano dirigere lo sdegno e l’insofferenza delle masse sugli giusti: i politici, certo; ma prima di loro il ceto economico che tira le fila di quello politico.
Scommettendo su questi temi non c’è dubbio che il movimento, qualunque possono essere le lacerazioni interne e gli esiti stessi della lotta, potrà riprendere vigore e recuperare credibilità.
Ma dei destini del movimento 5 Stelle mi importa poco. Molto più importerebbe, me come tanti, delle conseguenze positive che sicuramente si produrrebbero sulla psicologia e l’iniziativa delle masse. Le quali, verificando l’esistenza di una sponda istituzionale alle loro aspirazioni, inizierebbero a prendere coraggio e a credere nell’esistenza di possibili vie d’uscita dai vicoli ciechi in cui l’ignavia del PD le ha cacciate.
Il primo raggio di sole dopo una notte tempestosa.
In attesa di questo raggio, precursore del vero e proprio arcobaleno di cui abbiamo bisogno, prepariamoci, i piedi ben piantati in terra, a altri anni di delusioni; e dopo il male, forse persino il peggio.
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http://miglieruolo.wordpress.com/2013/07/08/5-stelle-speranza-o-disperazi
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