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L’economia è “l’econo-loro” cioè quella dell’1 per cento di ricchissimi

di Andrea Baranes (*)

A general view of the low-income neighborhood known as Boca la Caja next to the business district in Panama City September 17, 2013. REUTERS/Carlos Jasso (PANAMA - Tags: SOCIETY CITYSCAPE) - RTX13P7O

A general view of the low-income neighborhood known as Boca la Caja next to the business district in Panama City September 17, 2013. REUTERS/Carlos Jasso (PANAMA – Tags: SOCIETY CITYSCAPE) – RTX13P7O

Quando il movimento Occupy Wall Street lanciò lo slogan «siamo il 99 per cento» probabilmente non immaginava che solamente pochi anni dopo quel 99 per cento sarebbe realmente stato la parte più povera del pianeta. Eppure oggi l’1 per cento più ricco della popolazione ha un patrimonio superiore a quello del rimanente 99 per cento. Sono alcuni dati contenuti nell’ultimo rapporto di Oxfam sulle diseguaglianze, presentato in vista del Forum di Davos.

Sempre secondo il rapporto An economy for the 1 per cento, non solo le diseguaglianze stanno aumentando, ma stanno addirittura accelerando. Nel 2010 bisognava prendere i 388 miliardari più ricchi per arrivare al patrimonio della metà più povera del pianeta. Nel 2014 bastava fermarsi all’ottantesimo. Oggi sono 62. Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani. Sessantadue persone che in cinque anni hanno visto la propria ricchezza crescere del 44 per cento, oltre 500 miliardi, mentre la metà più povera del pianeta si impoveriva del 41 per cento.

Ancora, dall’inizio del secolo alla metà più povera del mondo è andato l’1 per cento dell’aumento di ricchezza, mentre l’1 per cento più ricco se ne accaparrava la metà. È un fenomeno particolarmente drammatico nei Paesi più poveri, ma che accomuna tutto il mondo. Nel Sud, il 10 per cento più povero ha visto il proprio salario aumentare di meno di 3 dollari l’anno nell’ultimo quarto di secolo. Se le diseguaglianze non fossero cresciute durante questo periodo, 200 milioni di persone sarebbero uscite dalla povertà estrema. Nello stesso arco di tempo, negli Usa lo stipendio medio è cresciuto del 10,9 per cento, quello di un amministratore delegato del 997 per cento.

In questo quadro, di quale ripresa, di quale crescita, di quale economia parliamo? Tralasciamo l’insostenibilità ambientale e persino l’ingiustizia sociale. Guardiamo unicamente le conseguenze economiche. In uno studio recente l’Ocse ricorda che le diseguaglianze hanno causato una perdita di oltre 8 punti di Pil in vent’anni. Un’enormità. Il motivo è semplice: se famiglie e lavoratori sono sempre più poveri, calano i consumi e quindi la domanda aggregata. Una “soluzione” è indebitare famiglie e imprese per drogare la crescita del Pil. È il modello subprime, un’economia del debito che può funzionare per qualche anno, finché inevitabilmente la bolla non scoppia.

L’altra soluzione è scaricare il problema sul vicino, puntando tutto sulle esportazioni. Tagliamo stipendi e diritti di lavoratrici e lavoratori, tagliamo le tasse alle imprese e il welfare. Ovviamente aumenteranno le diseguaglianze e crollerà la domanda interna, ma saremo più competitivi e quindi esporteremo di più. È l’attuale modello italiano ed europeo, riassunto nel documento “dei cinque presidenti”, promosso da tutte le istituzioni europee per tracciare la linea dei prossimi anni. Nel capitolo dedicato alla “convergenza, prosperità e coesione sociale” si riesce nell’impresa di non menzionare mai parole quali “diritti”, “reddito” o “diseguaglianze”, mentre viene utilizzata per diciassette volte la parola “competitività” (17!).

Un modello in cui la crescita delle diseguaglianze non è quindi un fastidioso effetto collaterale, ma la base stessa di un gioco pensato e tagliato su misura per l’1 per cento. Una gara verso il fondo in ambito sociale, ambientale, fiscale, monetario, per vincere la competizione internazionale. La semplice domanda è: se le diseguaglianze aumentano ovunque e la gara è globale, è possibile che tutti esportino più di tutti? In attesa che la Nasa scopra che c’è vita su Marte per potere esportare anche lì, questa economia dell’1 per cento non sembra particolarmente lungimirante, come mostrano le cronache di questi giorni.

A chi deve esportare una Ue che nel suo insieme ha già oggi il maggior surplus commerciale del pianeta? Si guarda all’Asia e alle economie emergenti come mercato di sbocco, ma ecco che un calo della Borsa di Shanghai rischia di diventare una tragedia per l’economia italiana. Siamo arrivati al paradosso che pur importando petrolio dobbiamo sperare che il prezzo del greggio non continui a scendere, altrimenti i Paesi esportatori non potranno acquistare il nostro made in Italy.

I dati divulgati da Oxfam sono un affronto e una vergogna dal punto di vista della giustizia sociale, ma sono disastrosi anche da quello meramente economico. Una ricetta per una nuova crisi. Il problema è che l’aumento delle diseguaglianze dal 2008 a oggi è anche un segnale fin troppo evidente di chi rimane con il cerino in mano quando questa crisi scoppia. Ed è allora difficile che il messaggio venga recepito a Davos, all’incontro annuale di quell’1 per cento — anzi, di quel zero virgola — che continua a guardare dall’alto, sempre più dall’alto, oltre il 99 per cento dell’umanità.

Firma la petizione di Oxfam contro i paradisi fiscali

(*) Articolo pubblicato su «Comune info» e su «il manifesto». Qui in “bottega” abbiamo già messo l’appello di Oxfam Italia: «Sfida l’ingiustizia: basta ai paradisi fiscali»,
<http://www.labottegadelbarbieri.org/sfida-lingiustizia-basta-ai-paradisi-fiscali/>

 

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