La nostra Guantanamo è in Albania

Testi ripresi da «Mai più lager – NO ai CPR». In coda trovate notizie sui viaggi di Marco Cavallo davanti e contro le istituzioni totali.

La settimana passata è stata monopolizzata, per quanto ci riguarda, dagli eventi seguiti alle prime deportazioni in Albania. Dopo l’iniziale silenzio dovuto al sequestro dei cellulari, sono trapelate le prime – orribili –  indiscrezioni.

Vi proponiamo i nostri post in ordine cronologico, come hanno seguito l’evolversi della situazione.

NON ABBIAMO NESSUNA NOTIZIA DA DARVI – SILENZIO TOTALE DALL’ALBANIA
14 aprile

Niente.
«Adesso ti trasferiamo in Albania»: questa è la nuova minaccia ora di moda nei CPR d’Italia. Per alcuni, è diventata realtà.
Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni dai vari CPR che seguiamo, di persone prelevate con la forza e trasferite prima a Brindisi e poi imbarcate sulla Libra, direzione Gjader, cattedrale nel deserto da riempire a tutti i costi.
Ancora non è chiaro quale sia stato il criterio di scelta. Le persone non dormono più. Fanno i turni. Prima dormivano a scacchiera, per nazionalità, a seconda dei giorni di deportazione.
Ora, alla paura di essere rimpatriati si è aggiunta quella ancora peggiore di essere deportati in Albania in un luogo dal quale non arriva e non può arrivare nessuna notizia e si finisce confinati, dimenticati. E-marginati più che mai.
Con le persone segnalateci in viaggio per l’Albania non siamo riuscit* a metterci in contatto: evidentemente è stato sequestrato il cellulare a tutti, forse quando li hanno ammanettati per lasciarli così per una serie impressionante di ore fino a Gjader.
Si dice che ci siano delle cabine telefoniche a pagamento, ma che l’accesso alle stesse sia più che centellinato, al momento riservato nei primi giorni solo alla chiamata ad un legale a scelta (da una lista di “fedelissimi” avvocati d’ufficio).
Oltretutto per telefonare in Italia saranno costose chiamate internazionali. Idem per i paesi di origine. Ma familiari, amici e fidanzate chiedono a noi se abbiamo notizie dei loro cari, inghiottiti dal nulla, al di là dell’Adriatico.
Questa è la trasparenza dello Stato e del fedelissimo Cerbero, il gestore Medihospes, al quale non pare vero vedere recuperato dalla finestra il sogno dell’affare del secolo (oltre 800 milioni di euro di appalto) sfumato dalla porta qualche mese fa. Si è persino rifiutato di fornire l’elenco ed anzi il numero dei presenti, alle deputate che si sono presentate per un’ispezione al centro.
Nessuna notizia, nessuna possibilità di informare dei diritti da poter rivendicare e sui quali nessuno lì ha l’interesse che i diretti interessati siano messi a conoscenza: nessuno può sfuggire al sequestro di Stato necessario al governo per dare un senso a questa spesa esorbitante, questo gioco di potere basato sul razzismo istituzionale.
Uno però è sfuggito: pare che una persona bengalese, proprio quella con la quale abbiamo cercato di metterci in contatto, segnalataci dai suoi compagni del CPR di Gradisca, sia stato liberata dopo poche ore e riportata in Italia. Cercheremo di raggiungerla per capire cosa è successo e farci raccontare qualcosa.
Nessuno deve sapere quel che accade nel centro e non importa se la legge (art. 14 Testo Unico dell’Immigrazione) parli di libera comunicazione anche telefonica con l’esterno, che deve essere riconosciuta a chi sia nei CPR italiani. E tale è quello in terra albanese, da quello che ci hanno ripetuto fino allo sfinimento, pensando di rassicurarci.
Un tassello che si aggiunge ad un quadro già osceno di violenza, deportazione, umiliazione.
Ora abbiamo conferma che c’è anche l’isolamento totale.

 

Sei in un CPR (in Italia o in Albania) e hai bisogno di aiuto?
Chiama o manda un SMS o un whatsapp al +39 3519793846, centralino SOS CPR Associazione Naga – Milano

PROTESTE NEL CPR ALBANESE: 10 IN CARCERE

16 aprile

Nel complesso “casa e bottega” di Gjader, manca tutto ma non manca il carcere, e girano voci che già sia stato messo in funzione.
Dieci persone sarebbero già state spostate lì, per aver protestato negli scorsi giorni.
Un
«bell’»esempio di extraterritorialità della legge penale, magari proprio in applicazione del recentissimo decreto sicurezza (quello usato come “scorciatoia”, che ha recepito il ddl 1660 fermo in parlamento).
Che garanzie hanno di essere difese e giudicate correttamente queste persone?
Può, il colloquio a distanza con difensore e giudice, in una stanza marcati a vista (ed udito) da agenti, sostituire quello di persona?
A noi viene in mente quell’udienza in cui il giudice non alzò neppure la testa a guardare come era ridotto Stefano Cucchi massacrato di botte. E l’aveva sotto gli occhi.
E’ davvero conforme ai nostri princìpi fondamentali un carcere fuori dal territorio italiano, quando già in Italia le carceri sono uno sfacelo e luogo di abusi? In quali condizioni stanno nelle celle sarà verificato da qualcuno?
Intanto i circa quaranta esseri umani imprigionati (a questo punto, una trentina in CPR e gli altri in carcere) nei fatti non possono comunicare con l’esterno e non sapremo mai realmente cosa è successo e la gravità della protesta e delle azioni commesse.

Nella colonia penale di confinamento al di là dell’Adriatico, nulla si vede e tutto quindi si può.

Qui la traduzione di una parte dell’articolo in albanese di cui al link più sotto:

«Un gruppo di 10 immigrati, di cui è stata ordinata l’espulsione dall’Italia e che si trovano già nel campo di Gjadri, ha mostrato aggressività e comportamenti violenti.
È noto che alcuni di loro hanno tentato di danneggiare le stanze in cui alloggiano e questo ha spinto le autorità ad aumentare le misure di sicurezza all’interno del campo.
Secondo le fonti, le persone che hanno mostrato un comportamento aggressivo e violento sono state rinchiuse nella parte dell’istituto adibita a carcere».
https://www.mcntv.al/node/219819

Edit: in serata il Viminale ha smentito la notizia. Ci tocca fidarci…

Re-edit: emerge poi che non sono in carcere, ma IN ISOLAMENTO (peggio ancora).

SE FAI DOMANDA DI ASILO NON PUOI RESTARE IN ALBANIA UN’ORDINANZA CHE PUO’ FAR SALTARE TUTTO

19 aprile

E mentre con toni trionfalistici Piantedosi festeggia il primo rimpatriato dall’Albania (che dal CPR di provenienza da dove poteva essere direttamente rimpatriato, prima è stato portato in quello di Brindisi, poi in nave + pullman in Albania e poi riportato indietro in Italia per le operazioni di rimpatrio… ), alla Corte d’Appello di Roma scoppia una vera e propria bomba, che rischia di far saltare tutta l’operazione Albania, anche nella sua riedizione dopo il decreto che ha trasformato il centro in un CPR.
Perchè la Corte, alla quale il governo ha cercato di sottrarre quanto più possibile la competenza escludendo per decreto di portare in Albania le persone richiedenti asilo, viene rimessa in gioco nel momento in cui una persona, portata a Gjader, faccia richiesta di asilo proprio da lì.
La decisione di oggi potenzialmente taglia le gambe all’intera operazione: chi fa domanda dall’Albania, proprio in forza della finzione di extraterritorialità architettata per giustificare il tutto, è come se la facesse in territorio italiano. E quindi sicuramente non può considerarsi persona richiedente asilo in frontiera sottoponibile a detenzione amministrativa (l’originaria destinazione di Gjader prima dello stop dei giudici di Roma, ora in stand by in attesa della Corte Europea). Nè tantomeno può considerarsi una persona in attesa di esecuzione dell’espulsione.
E solo queste due figure, proprio per il recente decreto di trasformazione dei centri e per il Protocollo, sarebbero le uniche destinabili al centro di Gjader.
Insomma, se prende piede questo orientamento, per chi verrà portato in Albania, sarà sufficiente presentare domanda di asilo per essere portato indietro.?
Vorremmo tanto vedere la faccia di Piantedosi e Meloni in questo momento.
Grazie ad ASGI e all’avv. Ginevra Maccarrone.

LA DECISIONE-BOMBA DI OGGI, “SCOMBINA-ALBANIA”,

Sul quotidiano «il manifesto» del 20 aprile; grazie a Giansandro Merli per la sua costante attenzione a questi temi.

https://www.facebook.com/share/p/19DEb6x865/

«C’è un buco nella seconda fase del protocollo Roma-Tirana: se un migrante trasferito da un Cpr italiano a quello di Gjader fa domanda d’asilo non può essere trattenuto in Albania. Lo ha stabilito ieri la Corte d’appello della capitale nel primo caso di questo tipo, per un uomo del Marocco. Una sentenza esplosiva che manda in cortocircuito il nuovo tentativo del governo di riempire i centri d’oltre Adriatico.
DOPO LA RICHIESTA di protezione internazionale, infatti, serve una nuova udienza di convalida della detenzione e siccome riguarda un richiedente asilo la competenza passa dal giudice di pace alla Corte d’appello. Che ieri ha stabilito l’assenza di requisiti per il trattenimento in Albania. L’uomo dovrà essere riportato in Italia e andrà anche liberato, difficile ci siano i tempi tecnici per un’altra udienza
».
Continua qui: https://ilmanifesto.it/chi-chiede-asilo-torna-in-italia-laccordo-con-tirana-e-carta-straccia

TANTE “CORDE”, NIENTE TELEFONI E CIBO PER TERRA COME AI CANI

22 aprile

Che siano stati legati con fascette ai polsi dal CPR di provenienza fino a Brindisi e poi da qui sulla Libra fino a Shengjin e poi nel tragitto in pullman fino al CPR albanese di Gjader, è tristemente risaputo, ed è già di per sé pratica contraria ad ogni regola e vera e propria tortura.
Le persone portate in Albania si sono viste sin da subito sottrarre il cellulare e sono state tenute a digiuno da Brindisi a Gjader.
Ma arriva qualche indiscrezione anche sul trattamento riservato a destinazione: telefoni del gestore centellinati per pochissimi minuti al giorno, ad essere fortunati: troppo pochi per parlare con un legale, figurarsi se c’è tempo per la famiglia.
Il centralino Naga e la nostra pagina sono presi d’assalto da parenti dei sequestrati in Albania che non li sentono da giorni e cercano notizie.
«Si fanno tante corde [
tentativi di suicidio per impiccagione] ma non interessa niente a nessuno. Il cibo lo portano per terra davanti alla porta come ai cani».
Tutti separati in celle da 4-6 posti in una sorta di prefabbricati (che immaginiamo d’inverno saranno gelidi e d’estate roventi), mancano del tutto spazi comuni (quantomeno una sala mensa) invece previsti dai regolamenti nazionali, per una sorta di socialità.
Se abbiamo ben compreso, in queste celle restano chiusi dall’esterno notte e giorno, ma ci riserviamo di approfondire per avere conferma se sia giunti a questo livello di abbrutimento e di assenza di minime garanzie di sicurezza.
Intanto, la persona che chiedendo asilo è stata rilasciata da Gjader grazie ad un bug nel sistema (v. link più sotto), non è stata liberata ma è stata portata al CPR di Bari dove continua lo strazio nel quarto CPR diverso in pochi giorni.
Ora i giudici dovranno giudicare se sia corretta questa prassi in prosecuzione, o se il suo dall’Albania sia stato un rilascio con successivo nuovo trattenimento che però allora avrebbe dovuto ricevere una nuova convalida che non c’è stata.
Nel caso, si tratterebbe dell’ennesimo clamoroso errore.
https://ilmanifesto.it/dopo-gjader-il-cpr-di-bari-domani-ludienza

CARTOLINA DA GJADER, LA NOSTRA GUANTANAMO

«PISCIATI ADDOSSO!»

ERMETICAMENTE ISOLATI E CON ANCORA MENO DIRITTI CHE IN CPR

22 aprile

«Se devi pisciare, pisciati addosso». Questa la risposta ad uno dei prigionieri, con le mani legate, diretti in pullman verso il CPR di Brindisi per poi essere deportati in Albania. La stessa risposta è stata data ad un ragazzo che purtroppo aveva un bisogno impellente più consistente. E purtroppo entrambi hanno dovuto eseguire gli ordini.
Atti di umiliazione senza senso, senza scrupolo, senza legge.
Arrivati a Gjader (dopo un passaggio a Shengjin per dare un senso pure a quella struttura), di quattro in quattro sono stati smistati nelle stanze (sostanzialmente dei prefabbricati) con letti a castello e una finestra piccolissima con una grata fitta.
La porta si è chiusa poco dopo ermeticamente dietro di loro, grazie ad un sistema di automazione elettrica.
Hanno iniziato a sentirsi in trappola e senza aria. Di qui i disordini che poi hanno dato luogo all’isolamento di alcuni.
Da allora le celle pare non siano state più chiuse col sistema automatico, rimasto però in funzione per ogni…evenienza.
Questo è un sistema di sicurezza? Sicurezza di chi?
Dai bagni esce un’acqua così bollente che rende impossibile qualsiasi utilizzo, dalla doccia al lavarsi i denti.
Cellulari sistematicamente sequestrati, al telefono del gestore (bloccato in ricezione: solo chiamate in uscita) si riesce ad avere accesso per 2-3 minuti e non tutti i giorni e sempre sotto stretta sorveglianza ed ascolto degli agenti.
Insomma, non si possono chiamare neppure i legali e tantomeno si può venire chiamati da questi all’occorrenza.
Il cibo viene passato da una finestrella o appoggiato per terra fuori dalle stanze.
L’assenza di una mensa e luoghi comuni rende tutto più alienante e costringe a mangiare sui letti a castello o per terra.
La sera scorrono fiumi di sedativi.
Ma di notte la luce resta accesa.
Come nei manuali dei trattamenti disumani di peggiore afflizione, in Albania si applica anche questa forma di tortura, di sostanziale privazione del sonno.
Si aggiungono sempre più tasselli di disumanità e profili di illegittimità, anche strutturale, di questo centro.
Lontani da tutti, dalla famiglie e dai legali. E anche dai dottori.
L’ospedale più vicino é a Tirana, ad un’ora di distanza. E parliamo di un luogo in cui i tentativi di suicidio sono all’ordine del giorno.
Eppure nessuno dei detenuti è stato sottoposto ad una rivalutazione di idoneità che tenesse conto della compatibilità delle loro condizioni fisiche con quella nuova sistemazione in un luogo fuori dall’UE e totalmente isolato.
Ovviamente, delle convenzioni delle Prefetture con le ASL, obbligatorie in Italia per assicurare le visite specialistiche al bisogno, non c’è la minima traccia.
Già dalle prime informazioni, possiamo annoverare Gjader, nel suo complesso, sicuramente tra i peggiori lager del “Regno d’Italia e d’Albania”.
Possiamo eleggerlo a nostra privata Guantanamo. E più di qualcunə ne andrà fierə.
La speranza è che al più presto le persone siano messe in condizione di proporre domanda di asilo e facciano tutte rientro in Italia, decretando, sotto gli occhi dell’Europa che “ci guarda con interesse”, il fallimento totale anche di questo secondo tentativo di dare un qualche senso a questo enorme ed illegale dispendio economico finalizzato all’umiliazione della dignità umana per scopi propagandistici e giochi di potere.
https://www.facebook.com/share/p/1UdbTEBk9L/

FORAGGIA IL VIAGGIO DI MARCO CAVALLO NEI CPR – CROWDFUNDING

Se avete visto le foto del 22 marzo a Torino, quando abbiamo portato Marco Cavallo davanti al CPR di via Brunelleschi, sicuramente non ve le siete dimenticate.
Per la stessa sua imponenza e soprattutto per quel che rappresenta ed evoca, sono immagini di una potenza dirompente, che hanno attirato l’attenzione di chi passava e della stampa, per catalizzarla sul CPR che Marco fissava minaccioso.
Qui i link ai post con le foto e qualche informazione su di lui.
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Marco_Cavallo
https://www.facebook.com/photo?fbid=1072402171584408&set=a.644531784371451
Ebbene, insieme ad altre realtà e al Forum Salute Mentale, ci siamo incaponit* e un po’ innamorat* e ci siamo mess* in testa di portare in giro per i CPR d’Italia questo simbolo di lotta contro i manicomi e gli ospedali psichiatrici giudiziari.
Ci aiutate a … foraggiare questa impresa?
TUTT* PAZZ* … PER MARCO CAVALLO!
E che i territori si preparino ad ospitarlo!
DAI IL TUO CONTRIBUTO QUI: https://www.produzionidalbasso.com/project/il-viaggio-di-marco-cavallo-nei-cpr/

Il Progetto – Un viaggio per la giustizia, la dignità e i diritti
Marco Cavallo torna a viaggiare. Dopo aver attraversato gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari d’Italia per denunciare l’ingiustizia e l’inumanità di quei luoghi, oggi il suo cammino lo porta nei Cpr (Centri di Permanenza per il Rimpatrio). Strutture che, per molti versi, ricordano gli OPG, ma che forse sono ancor più crudeli dal punto di vista umano. Perché qui non ci sono persone che hanno commesso reati, ma uomini e donne il cui unico “errore” è stato cercare una via di fuga dalla fame, dalla guerra, da un destino segnato.
Cpr: le nuove prigioni dell’ingiustizia sociale
Chi è rinchiuso nei Cpr per legge è “un irregolare”. È un migrante, una persona che ha perso tutto e che ora perde anche la libertà e la dignità. I Cpr sono l’emblema dell’ingiustizia sociale del nostro tempo: luoghi di detenzione senza colpe, di esclusione senza appello, di violenza istituzionale normalizzata.
Un viaggio per accendere i riflettori sui diritti negati
Tra settembre e ottobre di quest’anno, Marco Cavallo farà tappa a Milano, Roma, Gradisca, Palazzo San Gervasio, Bari e Brindisi, tra le altre destinazioni. Ogni tappa sarà un’occasione per portare alla luce la realtà dei CPR, per raccontare storie dimenticate, per denunciare l’assenza di diritti e la disumanizzazione di chi vi è rinchiuso. Sarà un viaggio di denuncia, ma anche di speranza e partecipazione.
Perché parlarne oggi – La campagna «180 Bene Comune» e la difesa dei diritti di tutt
Questo viaggio si intreccia con la campagna “180 Bene Comune”, promossa dal Forum Salute Mentale. La legge 180 non è solo una legge sulla salute mentale: è un presidio di civiltà, un principio di umanità che riguarda tutti. Parla di diritti, di riconoscimento dell’altro, della capacità di convivere con il diverso – dentro e fuori di noi. Oggi, mentre si tenta di smantellare questa legge, mentre i Cpr diventano nuove istituzioni della segregazione e della violenza sociale, è più che mai necessario riaffermare un principio fondamentale: la dignità umana non ha confini.
Perché sostenere il viaggio di Marco Cavallo nei CPR – Permettergli di viaggiare
Il cavallo azzurro ha bisogno di tornare in strada. Per farlo, è necessario coprire i costi del viaggio: solo così potrà attraversare l’Italia, da Milano a Gradisca, passando per Roma e la Puglia, e continuare a dare voce a chi non ne ha.
Proteggerlo durante gli spostamenti
Nei trasferimenti da una città all’altra, durante la notte, Marco Cavallo ha bisogno di un posto dove riposare: strutture abbastanza capienti da accoglierlo e proteggerlo da atti vandalici. Un piccolo gesto pratico, ma fondamentale, per custodire simbolicamente e fisicamente il messaggio che porta con sé.
Gestire gli imprevisti
Ogni viaggio può riservare ostacoli. Le donazioni ci aiuteranno a gestire spese impreviste, riparazioni dell’installazione o costi aggiuntivi legati agli spostamenti. La tua solidarietà è il nostro paracadute.
Portare la campagna «180 Bene Comune» nelle piazze
Sostenere questo viaggio significa anche rafforzare la campagna per la difesa della legge 180. Ogni tappa sarà occasione per incontri pubblici, testimonianze e momenti di riflessione collettiva su diritti, dignità e giustizia.
Accendere una luce sui diritti negati nei Cpr
Attraverso Marco Cavallo vogliamo dare visibilità a un sistema invisibile fatto di detenzione e disumanizzazione. Con il tuo contributo, questo simbolo di libertà potrà continuare a raccontare storie, rompere silenzi e costruire un’altra narrazione possibile.
Arte, musica e partecipazione per cambiare la narrazione
Ogni tappa del viaggio sarà preparata con il coinvolgimento dei gruppi locali e sarà accompagnata da performance artistiche, musica, incontri e dibattiti. Perché la cultura può rompere il silenzio, cambiare la narrazione e creare nuovi spazi di resistenza e solidarietà.
Unisciti al viaggio: sostieni Marco Cavallo
Per realizzare questo progetto abbiamo bisogno del tuo aiuto. Cerchiamo finanziamenti, adesioni, collaborazioni. Ogni contributo è fondamentale per dare voce a chi oggi è senza voce. È necessario che Marco Cavallo si diriga verso località in cui esiste un gruppo pronto ad accoglierlo e a condividere il senso profondo del suo viaggio: l’abolizione della detenzione amministrativa e la chiusura dei Cpr in quanto luoghi di morte dei diritti e della dignità. E impedirne la proliferazione in Italia e altrove, come nel caso Albania.

A POCHE ORE DALL’ENTRATA IN VIGORE, GIA’ SOLLEVATA LA QUESTIONE DI INCOSTITUZIONALITA’ DEL DECRETO SICUREZZA

A poche ore dalla sua entrata in vigore in tutta fretta, il decreto legge “Sicurezza” n. 48/2025 è già oggetto di formale contestazione di legittimità costituzionale.
La questione è stata sollevata dall’avvocato della nostra rete, Eugenio Losco, e dal suo collega Mauro Straini di Milano, in occasione di una delle sue prime applicazioni, con riguardo ad una nuova aggravante del reato di resistenza a pubblico ufficiale.
Qui la notizia che avevamo dato della “scorciatoia”, cioè dello sgambetto fatto al parlamento da questo governo, trasfondendo in questo decreto d’urgenza il contenuto del disegno di legge ddl 1660 (poi 1232/24), assai criticato, rimasto per questo impantanato tra Camera e Senato.
https://www.facebook.com/photo?fbid=1083368197154472&set=a.644531784371451
Nel nuovo decreto sussiste davvero, quindi, il «requisito della straordinarietà del caso di necessità e d’urgenza», che solo legittima il ricorso allo strumento del decreto legge secondo l’art. 77 della Costituzione? O è stata solo una strategia politica per bypassare il Parlamento?
Se l’omogeneità delle norme contenute nel decreto è un indice di genuinità di tale urgenza, allora ne siamo ben lontani, visto il coacervo di disposizioni, che vanno dalle norme sulla cannabis light all’ennesima criminalizzazione del salvataggio in mare, al divieto di vendita delle SIM telefoniche alle persone senza permesso di soggiorno.
Non resta che vedere se la Corte Costituzionale la pensa come noi, sempre che il Giudice investito della valutazione della questione, all’udienza di maggio, la reputi meritevole di arrivare al Giudice delle Leggi.
Qui le ragioni più in dettaglio degli avvocati Losco e Straini, che ci auguriamo possano essere di spunto per altrə legalə alle prese con le applicazioni di queste decreto fortemente repressivo e sicuritario che purtroppo si prospettano gravi, numerose e particolarmente volte alla repressione del dissenso.
https://www.facebook.com/share/p/1AjhL16tcx/

Qui una sintesi delle principali disposizioni contenute nel decreto:
https://www.ilpost.it/2025/04/13/decreto-legge-sicurezza/

«Decreto sicurezza incostituzionale»: a poche ore dall’approvazione, il caso in tribunale a Milano
Sollevata da due avvocati la questione di legittimità con la richiesta di trasmettere il testo alla Corte costituzionale.
Sollevata la questione di legittimità costituzionale per il decreto Sicurezza, in vigore da pochi giorni, su un caso giudiziario a Milano. È successo lunedì mattina ad opera degli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini, difensori di due persone arrestate nelle scorse ore per resistenza a pubblico ufficiale con la nuova aggravante istituita dal decreto.
Durante l’udienza di convalida dell’arresto, i due legali hanno chiesto alla giudice Ilaria Simi (che deciderà il 26 maggio) di trasmettere il testo del decreto alla Corte costituzionale, per verificare se sussiste il “requisito della straordinarietà del caso di necessità e d’urgenza”. Secondo i due legali, la norma è stata “sottratta all’esame del Parlamento”. Il disegno di legge era già stato approvato dalla Camera e si trovava in discussione in Senato quando è stato trasformato in decreto legge. Ma, secondo Losco e Straini, la reale motivazione dell’urgenza sarebbe stata la prolungata tempistica parlamentare e non ragioni intrinseche, come dovrebbe essere per i decreti legge.
Il “potpourri” delle norme
Non è tutto, perché, secondo Losco e Straini, il contenuto del «pacchetto sicurezza» comprenderebbe norme tra loro disomogenee, dalla lotta al terrorismo alla tutela delle forze dell’ordine, dalla tutela delle vittime d’usura alle modifiche dell’ordinamento penitenziario, dalla cannabis light al soccorso in mare.
https://www.milanotoday.it/cronaca/decreto-sicurezza-incostituzionale.html

Tutte le immagini sono scelte dalla redazione della “bottega”. Le due vignette sono (in ordine di comparsa) di Benigno Moi e Mauro Biani.

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