Vacanze scolastiche: tempo vuoto o tempo libero?


Una riflessione di Michela Calledda e un’analisi di Diogene Notizie sulla “lunga estate” di scolari e studenti

Immagine di repertorio Canva

Ma davvero tre mesi di vacanze scolastiche sono troppi?

Michela Calledda, da Sardegna Oltre

Ogni anno, puntuale come il caldo, torna la discussione sulle vacanze scolastiche. Tre mesi sono troppi, si dice. Sono un problema per i genitori che lavorano, aumentano le disuguaglianze, fanno perdere competenze agli studenti, costringono le famiglie a spendere cifre sempre più alte per i centri estivi. È un dibattito legittimo e i dati lo confermano: non tutte le famiglie possono permettersi un’estate ricca di esperienze e opportunità. Ma proprio perché il problema è reale, penso valga la pena domandarsi se la soluzione proposta sia quella giusta.

Io credo di no. La politica non può limitarsi a chiedere più ore di scuola come se più istituzione significasse automaticamente più giustizia. A volte significa solo più controllo, più ottimizzazione, meno spazio per ciò che non si misura. Io credo di no perché ho l’impressione che, ancora una volta, stiamo cercando di adattare la vita ai ritmi del lavoro invece di mettere in discussione il modello di società che ha trasformato l’estate in un problema.

Il tempo della noia

Esiste un tempo che abbiamo quasi completamente smarrito: quello lungo, improduttivo, apparentemente inutile dell’infanzia. Il tempo in cui ci si annoia. Quello in cui una giornata sembra infinita, si costruiscono capanne, si leggono fumetti, si osservano gli insetti, si passa un pomeriggio a inventare un gioco destinato a durare una sola estate. È un tempo senza obiettivi e proprio per questo prezioso. La noia, che gli adulti vivono come un vuoto da riempire, è spesso il luogo in cui nascono l’immaginazione, l’autonomia e perfino il desiderio di conoscere.

Non credo che dovremmo difendere l’estate per nostalgia: dovremmo difenderla perché rappresenta uno degli ultimi spazi sottratti alla logica della prestazione permanente. Questo, naturalmente, non significa ignorare il problema di classe. Perché è vero: il bambino di una famiglia benestante passerà probabilmente l’estate tra viaggi, sport, laboratori e centri estivi. Quello di una famiglia povera rischia di trascorrerla davanti a uno schermo, oppure semplicemente da solo. E questa è una disuguaglianza enorme, che si riflette poi anche negli apprendimenti.

Ma qui nasce una domanda politica. Davvero la risposta consiste nel trasformare la scuola in un luogo aperto quasi tutto l’anno? Oppure il problema è che continuiamo a scaricare sulla scuola tutto ciò che la politica ha smesso di fare?

Il ruolo della Scuola

Negli ultimi decenni abbiamo affidato alla scuola una quantità crescente di compiti. Deve istruire, certo, ma anche includere chi resta indietro, intercettare il disagio psicologico, promuovere la salute, fare educazione ambientale, digitale, civica – purché non affettiva – come se ogni emergenza sociale trovasse nella scuola il suo sportello naturale. Ora le chiediamo anche di risolvere il problema dell’organizzazione familiare durante l’estate.

È come se, ogni volta che emerge una frattura sociale, la risposta fosse sempre la stessa: allungare il tempo della scuola. Eppure la scuola non nasce per sostituire una tata, un centro estivo o una famiglia; il suo compito principale rimane quello educativo e formativo. Trasformarla progressivamente in un servizio di custodia significa indebolire proprio quella funzione.

Il problema è che manca tutto il resto. Quasi nessuno parla di politiche per l’infanzia. Provate a pensare ai vostri comuni: quanti hanno un assessore con una delega specifica all’infanzia e all’adolescenza? E, quando esiste, quanto pesa davvero nelle scelte dell’amministrazione? Quanti bilanci comunali considerano bambini e ragazzi non come destinatari occasionali di qualche evento, ma come cittadini a pieno titolo?

La sensazione è che l’infanzia interessi alla politica soltanto quando crea un problema agli adulti. Eppure una comunità educa molto oltre le mura della scuola. Una biblioteca aperta tutti i giorni d’estate, con aria condizionata fruibile, è una politica per l’infanzia. Un parco curato e vissuto lo è. Un educatore di strada lo è. Un centro di aggregazione per adolescenti lo è. Una piazza in cui si possa correre e giocare senza limiti lo è. Laboratori artistici, passeggiate naturalistiche, cinema all’aperto, musica, orti condivisi, attività intergenerazionali: tutto questo è educazione e costruisce cittadinanza. Ma soprattutto nei piccoli comuni, queste esperienze sopravvivono quasi sempre grazie all’impegno di associazioni, volontari o singoli operatori culturali. Raramente sono il frutto di una scelta politica strutturale.

Gli adolescenti, poi, sembrano quasi scomparire dall’orizzonte istituzionale. Troppo grandi per essere accompagnati ai laboratori, troppo piccoli per essere considerati adulti. Non hanno luoghi dove stare senza dover consumare o giustificare la propria presenza. Non hanno piazze, non hanno centri, non hanno quasi nessun adulto non familiare disposto a incontrarli sul serio. Restano sospesi in un vuoto di spazi, occasioni e relazioni, e continuiamo a sorprenderci del loro isolamento, della loro fragilità, del tempo che passano chiusi nelle camere o incollati agli schermi – come se fosse un mistero, e non la conseguenza diretta di un abbandono.

Questione educativa, di reddito e di classe

Forse il problema non sono i tre mesi di vacanza. Forse il problema è che, finito l’anno scolastico, lo Stato sembra ritirarsi dalla vita dei bambini e dei ragazzi e in questo vuoto si inserisce il mercato. Chi può paga il centro estivo, il campus, il corso di inglese, la vacanza studio. Chi non può, si arrangia. È così che una questione educativa diventa una questione di reddito e di classe.

Da questo punto di vista, il dibattito sul calendario scolastico rischia persino di nascondere il vero nodo politico: non dovremmo chiederci come occupare i bambini per più tempo, dovremmo chiederci come costruire comunità che si prendano cura dell’infanzia senza trasformare ogni momento della vita in un’attività programmata o in una prestazione. Una società più giusta non è quella che riduce il tempo libero dei bambini per adattarlo ai ritmi della produzione. È quella che restituisce tempo alle famiglie, riduce l’orario di lavoro, investe nei servizi pubblici, nella cultura, nelle biblioteche, nei luoghi di incontro e nelle relazioni.

La domanda dalla quale dovremmo partire non è di quale estate abbiano bisogno i genitori o il mercato del lavoro, ma di quale estate abbiano bisogno i bambini. E ho il sospetto che, dentro quella risposta, ci sia ancora spazio per la lentezza, per la noia e per il diritto, sempre più raro, di avere del tempo che non serva a nulla. Perché è proprio quel tempo, così ostinatamente improduttivo, che spesso ci insegna a diventare persone.

Michela Calledda*, Libreria La Giraffa di Siliqua. da qui https://www.sardegnaoltre.org

per sostenere Sardegna oltre sostienici

*di Michela Calledda, libraia per professione e passione, in Bottega, abbiamo pubblicato altri contributi, fra cui: Parigi, Siliqua, ovunque – libri come resistenza

Foto Wolfgang Sauber / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

 

Stato chiuso per 1 milione e 300mila bambini poveri

da Diogene Notizie

Per un bambino povero l’estate non è una vacanza: è una sottrazione. Quando a giugno la scuola chiude, chiude anche l’unico servizio universale che l’Italia garantisce ancora ai suoi minori. Vengono meno il pasto della mensa, la routine, gli spazi di socialità, gli adulti di riferimento.

Restano il quartiere, il caldo, le stesse strade di sempre. Per tre mesi la disuguaglianza, che durante l’anno scolastico viene almeno in parte attenuata, torna allo stato puro.

I numeri dicono quanto è grande questa platea. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia oltre 1 milione e 283 mila minori vivono in povertà assoluta: il 13,8% di tutti i residenti sotto i 18 anni, il valore più alto mai registrato dal 2014, quando è iniziata la serie storica. Non è un picco: è un altopiano. Il dato è stabile da anni, e la stabilità, in questo caso, è la notizia peggiore.

Significa che la povertà minorile in Italia non è un’emergenza ma una condizione strutturale, che nessuna politica pubblica ha scalfito. I minori sono oggi la fascia d’età più povera del Paese, più degli anziani, più degli adulti. Non era così prima della recessione del 2008: da allora la piramide della povertà si è rovesciata, e a pagarne il prezzo sono i più piccoli.

Se dalla povertà assoluta si passa al rischio di povertà o esclusione sociale, l’indicatore europeo che misura anche la deprivazione materiale e la bassa intensità lavorativa delle famiglie, il quadro si allarga: riguarda il 26,7% dei minori sotto i 16 anni, oltre due milioni di bambini e ragazzi. Uno su quattro.

Con divari territoriali che raccontano due Paesi diversi: nel Mezzogiorno la quota sale al 43,6%, quasi un minore su due, contro il 14,3% del Nord. La stessa soglia del 43,6% vale per i bambini con cittadinanza non italiana, ovunque vivano: la povertà minorile in Italia ha una geografia e ha anche un passaporto.

Foto Enoch Leung – Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0

E ha una classe sociale. La povertà assoluta tra i figli di operai e lavoratori esecutivi è cresciuta dal 15,6% al 19,4%: quasi un bambino su cinque in famiglie dove si lavora, ma il lavoro non basta. Tra le famiglie con almeno tre figli minori l’incidenza supera il 20%. Essere bambini, avere fratelli, avere genitori che lavorano in fabbrica o nei servizi: in Italia questa combinazione è diventata un fattore di rischio.

In questo contesto arriva l’estate, che il sistema italiano ha di fatto privatizzato. Chiusa la scuola, il tempo dei bambini diventa un problema delle famiglie, e la risposta che il mercato offre ha un prezzo. Secondo il quarto Monitoraggio dell’Osservatorio Eures-Adoc, un centro estivo a tempo pieno costa in media 179 euro a settimana per bambino: circa 1.432 euro per otto settimane, che sfiorano i 2.800 euro con due figli.

Tariffe cresciute del 3,5% nell’ultimo anno e del 27% negli ultimi tre. Per una famiglia in povertà assoluta — che per definizione non riesce a coprire le spese essenziali — questi numeri non descrivono un costo: descrivono un’esclusione. Il risultato è che l’estate seleziona. Chi può paga esperienze, viaggi, sport, mare. Chi non può resta fermo. Nel 2024 circa il 28% delle famiglie con un figlio minorenne non ha potuto permettersi una settimana di vacanza fuori casa.

È quella che gli studiosi chiamano povertà educativa: non solo mancanza di reddito, ma riduzione delle opportunità di crescita, di relazioni, di orizzonti. Ci sono bambini, in un Paese con ottomila chilometri di coste, che non hanno mai visto il mare.

Dove lo Stato si ritira, arriva il terzo settore. Fondazione l’Albero della Vita, che da quasi trent’anni lavora contro la povertà minorile in tutta Italia, organizza gratuitamente attività estive per i bambini e i ragazzi seguiti dai propri progetti: uscite sul territorio, laboratori, cineforum, giornate in piscina e al mare, visite alle fattorie didattiche.

Il programma nazionale, attivo dal 2014, nell’ultimo anno ha sostenuto oltre 8.300 persone, di cui più di 4.100 minorenni. A Milano la Fondazione gestisce dal 2003 “La Casa dei Bimbi”, comunità educativa che accoglie dieci minori da zero a sei anni allontanati dalle famiglie d’origine: anche quest’anno le educatrici li accompagneranno al mare, e alcuni di loro lo vedranno per la prima volta.

un lavoro prezioso che va sostenuto. Ma va anche detto per quello che è: una supplenza. Ottomila persone raggiunte sono una goccia rispetto a un milione e trecentomila bambini in povertà assoluta. Il volontariato e la filantropia possono restituire a qualche bambino il mare; non possono restituire a una generazione ciò che le politiche pubbliche le hanno tolto, un anno dopo l’altro, fino a farne la fascia più povera del Paese.

Quando a settembre le scuole riapriranno, i dati saranno gli stessi. E il prossimo giugno, puntuale, l’estate tornerà a fare quello che fa da anni: mostrare a chi non vuole vederla la disuguaglianza italiana allo stato puro.

Da QUI diogenenotizie.com

Foto Slyronit Wikimedia Commons, CC BY-SA

 

Per approfondire

https://www.savethechildren.it/blog-notizie/sesta-edizione-di-arcipelago-educativo-e-il-contrasto-al-summer-learning-loss

https://www.educationduepuntozero.it/politiche-educative/perdita-apprendimento-estivo-summer-learning-loss-40102235823.shtml

https://www.inseduta.com/post/un-estate-pericolosa-i-dati-sul-fenomeno-del-learning-loss

 

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *