Basta data center?

Sono tre le fonti di informazione su questo tema di cui diamo notizia:

  1. il dossier di Diogene Notizie
  2. il dossier di Unimondo – Atlante delle Guerre realizzato da Rita Cantalino
  3. un articolo controcorrente sull’Africa di Giusy Distratis

Prodotto dalla redazione di Diogene notizie

Dossier: la rivolta mondiale contro i data center

C’è un dato che riassume la portata del fenomeno meglio di qualsiasi analisi. Tra il maggio 2024 e il marzo 2025, negli Stati Uniti, l’opposizione delle comunità locali ha bloccato progetti di data center per 18 miliardi di dollari e ne ha ritardati altri per 46 miliardi.

Le cancellazioni sono passate da due nel 2023 a venticinque nel 2025; i gruppi organizzati contro questi impianti, censiti dall’osservatorio indipendente Data Center Watch, sono cresciuti da 142 in 24 Stati a oltre 188 in 40 Stati nel giro di pochi mesi. Nel primo trimestre del 2026 la mobilitazione aveva già eguagliato, per dimensione, quella di tutto l’anno precedente.

Non è un’anomalia americana. È l’epicentro di un movimento che, per imitazione strategica — comitati che si scambiano manuali, ricorsi, coalizioni regionali — si è propagato in Europa, America Latina, Asia, Oceania e Africa. Ovunque il bersaglio è lo stesso: le enormi infrastrutture di calcolo che alimentano il boom dell’intelligenza artificiale, strutture che possono avere il fabbisogno energetico di una città e il consumo idrico di decine di migliaia di famiglie.

Questo dossier ricostruisce la geografia del conflitto e, soprattutto, le sue ragioni.

Perché la gente scende in piazza

Le motivazioni ricorrono con una stabilità sorprendente da un continente all’altro. Tre “detonatori” dominano quasi tutte le campagne.

Il primo, e il più diffuso, è l’acqua: compare in oltre il 40 per cento dei progetti contestati. I sistemi di raffreddamento evaporativo dei server consumano volumi ingenti di acqua dolce, spesso attinta dalla rete potabile perché è la soluzione più economica. Dove c’è siccità, il conflitto diventa immediato e viscerale.

Il secondo è l’energia: il consumo elettrico e il conseguente aumento delle bollette per i residenti. Le grandi strutture competono con famiglie e imprese per la capacità di rete, minacciando la sicurezza dell’approvvigionamento e la stabilità dei prezzi.

Il terzo è l’inquinamento: acustico (il ronzio continuo degli impianti), atmosferico (dove si ricorre a turbine a gas o generatori diesel di riserva), luminoso.

A questi si aggiungono argomenti trasversali: il consumo di suolo agricolo, il crollo del valore immobiliare, l’opacità degli accordi tra governi, utility e Big Tech — spesso coperti da accordi di riservatezza — e un dato economico difficile da ignorare. Un data center impiega in media 1.688 lavoratori in fase di costruzione ma solo 157 posizioni permanenti a regime: la promessa occupazionale, ovunque usata come merce di scambio, si rivela quasi sempre gonfiata.

C’è infine un elemento politico che spiega la forza del movimento, almeno negli Stati Uniti: è bipartisan. Salda l’ambientalismo progressista con la diffidenza conservatrice rurale verso le grandi corporation, la difesa della proprietà e delle bollette. È questa alleanza inconsueta a renderlo elettoralmente pericoloso — e vincente.

Nord America: l’epicentro

Negli Stati Uniti il fenomeno ha già investito il piano federale. L’8 dicembre 2025 oltre 230 organizzazioni ambientaliste hanno scritto al Congresso per chiedere una moratoria nazionale; il senatore Bernie Sanders ha rilanciato la richiesta, poi affiancato da Alexandria Ocasio-Cortez. Nel corso del 2025 sono state presentate almeno 238 proposte di legge in tutti e cinquanta gli Stati; in almeno quattordici sono state approvate moratorie.

Virginia — PW Digital Gateway. Nella “Data Center Alley” mondiale (Loudoun County) e nella sua espansione verso Prince William County si combatte il caso simbolo: un progetto da 24,7 miliardi di dollari guidato da QTS Realty Trust e Compass Datacenters, ritardato da opposizione diffusa e impugnato in tribunale con almeno tre cause. In gioco: impatto ambientale, rumore, pressione sulla rete e danni a siti storici, inclusi campi di battaglia della Guerra Civile.

Memphis, Tennessee — xAI / Colossus. È il fronte più radicale sul piano della giustizia ambientale, e il più significativo per chi indaga l’intreccio tra potere, razza e salute. Elon Musk ha costruito il supercomputer Colossus accanto a Boxtown, quartiere a maggioranza afroamericana fondato nel 1863 da schiavi emancipati e storicamente destinato agli insediamenti industriali indesiderati. Il Southern Environmental Law Center, con droni a immagine termica, ha documentato 35 turbine a gas prive di autorizzazione a Colossus 1 — una capacità di 421 megawatt, pari a un’intera centrale, operante illegalmente senza alcun permesso sulle emissioni.

La NAACP, tramite SELC ed Earthjustice, ha citato in giudizio l’azienda per violazione del Clean Air Act; lo schema si è ripetuto a Colossus 2, a Southaven (Mississippi). Un’analisi dell’Università del Tennessee, su dati satellitari NASA ed ESA, ha rilevato che i picchi di biossido di azoto sono aumentati del 79 per cento rispetto ai livelli pre-xAI nelle aree immediatamente circostanti. Voce politica della protesta è il deputato statale Justin Pearson, residente nell’area, che descrive Musk come l’ultimo di una lunga fila di figure estrattive.

Tucson, Arizona — Project Blue. Vittoria netta della cittadinanza: il progetto di Beale Infrastructure, che avrebbe sottratto milioni di galloni d’acqua potabile al deserto, è stato affossato il 6 agosto 2025, quando il consiglio comunale ha votato all’unanimità per interrompere le trattative.

Altri fronti. Michigan (rally a Lansing, dicembre 2025, contro il progetto Stargate da 7 miliardi a Saline); Pennsylvania (rete di comitati contro oltre 50 impianti, proposta di moratoria triennale bipartisan); Seattle (moratoria comunale, la più grande città statunitense a sospendere le approvazioni); Indianapolis (Google ritira un progetto sotto la pressione popolare, settembre 2025); Monterey Park, California (ordinanze che dichiarano i data center “pubblica molestia”); Festus, Missouri (i cittadini rimuovono con il voto metà del consiglio comunale). Anche in Canada si registrano mobilitazioni a Montréal e Vancouver.

Europa: la stagione delle regole

Secondo gli analisti di STL Partners, oltre 42 miliardi di dollari di progetti in dieci Paesi europei sono stati ritardati, rivisti o cancellati per opposizione pubblica. Un sondaggio Savanta dell’ottobre 2025, condotto in cinque Paesi, registra maggioranze schiaccianti a favore di regole vincolanti su acqua ed energia.

Irlanda. Il caso più maturo del continente. I data center consumano già più elettricità di tutte le famiglie urbane del Paese messe insieme (dato 2024). Il gestore statale della rete, EirGrid, ha imposto attorno a Dublino quella che una fonte interna ha definito «una moratoria in tutto tranne che nel nome», negando diversi allacciamenti. Protagonisti della campagna: il gruppo Not Here Not Anywhere, accreditato di aver influenzato la sospensione di fatto, e Friends of the Earth Ireland.

Paesi Bassi. Vittorie nette contro le “hyperscale”: l’opposizione locale, con gli agricoltori che hanno fatto leva sui permessi ambientali e sulla normativa sull’azoto, ha fatto deragliare mega-progetti come il campus di Meta a Zeewolde. Il gruppo Save the Wieringermeer ha contrastato Microsoft in difesa dei terreni agricoli.

Spagna. L’asse è l’acqua nelle regioni in siccità. Il collettivo Tu Nube Seca Mi Río («La tua nuvola prosciuga il mio fiume»), attivo in Aragona, denuncia il consumo idrico. La portavoce Aurora Gómez ha raccontato come persino i sindaci scoprano i nuovi progetti solo dopo che gli accordi sono stati chiusi a livello regionale e annunciati alla stampa.

Italia. Il fronte è appena nato, ma già strutturato. Il caso pilota è Lacchiarella, nel Milanese, dove circa duecento cittadini hanno dato vita al primo presidio nazionale contro il più grande impianto italiano: un investimento da 3 miliardi di euro dietro il quale c’è il fondo Pimco, controllato da Allianz.

Il Comitato ciarlasco per la tutela del territorio, fondato da Enrico Duranti, ha depositato decine di osservazioni tecniche e solleva due questioni pesanti: uno studio del fisico Sergio Manera (Università di Pavia) prevede un aumento di temperatura di 5 gradi in prossimità dell’impianto e di 1-2 gradi fino a qualche chilometro di distanza; i 160 generatori di emergenza, con serbatoi da 4,2 milioni di litri di gasolio, supererebbero le soglie della direttiva Seveso — la stessa normativa europea nata mezzo secolo fa dall’incidente di Seveso. Si affacciano proposte di legge regionali in Piemonte e Lombardia.

Altri Paesi. Regno Unito (piano governativo per circa 100 impianti e campagne in crescita), Germania (dal 2027 obbligo di energia 100 per cento rinnovabile per i nuovi data center), Francia (La Quadrature du Net a Marsiglia), Grecia e Scozia.

Foto Husky, licenza CC BY 4.0

America Latina: acqua e “colonialismo dei dati”

Qui la parola chiave è acqua, in un contesto di siccità strutturale, e il frame politico dominante è quello del colonialismo dei dati: comunità del Sud globale chiamate a sacrificare risorse essenziali per servizi che beneficiano soprattutto il Nord.

Cile. Apripista e caso di vittoria giudiziaria. A Cerrillos (Santiago), i residenti bocciarono in un referendum locale, nel febbraio 2020, il data center di Google, allarmati dai 169 litri al secondo destinati alle torri di raffreddamento in una regione afflitta dalla siccità. Nel febbraio 2024 residenti e attivisti hanno fermato Google portando il caso al tribunale ambientale, che ha bloccato parzialmente il permesso: l’azienda ha sospeso il progetto e un investimento da 40 milioni di dollari. Il gruppo di riferimento è Mosacat; parallela la mobilitazione a Quilicura contro Microsoft. Nel 2017 in Cile c’erano sei progetti di data center; nel 2026 saranno 66.

Uruguay. Nel 2023 sono esplose proteste di massa contro un data center di Google mentre il Paese affrontava la peggiore siccità in settant’anni. Con i bacini in secca, le autorità pompavano acqua salmastra dal Río de la Plata mentre concedevano a Google il permesso di attingere alle riserve d’acqua dolce rimaste. L’impianto previsto a Canelones avrebbe richiesto 7,6 milioni di litri al giorno, pari al consumo domestico di 55.000 persone. Montevideo è stata la prima capitale al mondo a sfiorare il “day zero” idrico.

Messico. Epicentro a Querétaro, nel comune di Colón, area semi-arida trasformata in polo per Google, Microsoft e Amazon Web Services. I residenti protestano temendo che gli impianti prosciughino milioni di litri, lasciando poco per i bisogni quotidiani di un territorio già in sofferenza idrica.

Brasile. Caso emblematico sul piano indigeno: il popolo Anacé si oppone al progetto di data center di TikTok sulla costa nord-orientale, temendo la competizione per l’acqua in un’area già fragile. Dietro l’operazione c’è ByteDance. Mobilitazioni si registrano anche in Paraguay e Argentina.

Asia: il fronte più recente

Quadro più giovane e spesso mediato dai governi più che dai movimenti di piazza — con l’eccezione crescente del Sud-Est asiatico.

Malaysia (Johor). Nel febbraio 2026 i residenti di Gelang Patah hanno protestato davanti a un cantiere: è stata la prima protesta pubblica contro un data center nel Paese. Cinquanta persone, in rappresentanza di quasi mille residenti di quattro complessi abitativi, contro l’inquinamento da polveri del cantiere di Zdata (azienda cinese) e per il timore sull’acqua. Johor è l’hub a più rapida crescita del Sud-Est asiatico, alimentato dallo spillover di Singapore, che aveva imposto una moratoria pluriennale sui nuovi impianti. Lo stato di Johor ha reagito classificando i data center di fascia alta come grandi consumatori idrici e sospendendo le nuove approvazioni per quella categoria.

India. Mentre il governo apre il Paese agli hyperscaler con incentivi fiscali eccezionali — un’esenzione ventennale fino al 2047 — emergono i primi conflitti. A Visakhapatnam (Andhra Pradesh) vengono requisiti frutteti e terreni agricoli e sgomberati insediamenti informali sul percorso dei grandi progetti, incluso il data center da 2 gigawatt della joint venture Adani-Google. Gli agricoltori protestano contro le assegnazioni dei terreni.

Altri fronti. Segnalazioni anche in Indonesia (Batam) e crescente attenzione critica in Taiwan e Giappone sul versante energetico.

Oceania: l’allarme sale dalla rete

In Australia l’opposizione è più istituzionale-infrastrutturale, ma cresce anche a livello cittadino. A Melbourne è attiva una petizione pubblica contro le nuove approvazioni, motivata dal consumo elettrico da fonti non rinnovabili, dall’uso massiccio di acqua per il raffreddamento in periodi di siccità e dalla pressione su infrastrutture già sature. Il sindaco Nicholas Reece ha avvertito che, se tutti i progetti fossero realizzati, i data center consumerebbero fino a 20 miliardi di litri d’acqua l’anno, circa il 4 per cento dell’acqua potabile della città. Sul piano nazionale, il governo Albanese ha annunciato un “quadro di interesse nazionale” che imporrà agli operatori di finanziare la propria energia rinnovabile in cambio di approvazioni accelerate: segnale che la pressione arriva soprattutto dalla rete elettrica, con l’operatore AEMO che ha lanciato allarmi sulla domanda.

Africa: il vincolo delle risorse e la sovranità digitale

Il continente presenta una specificità che vale la pena isolare: l’opposizione è meno di base e più “da vincolo di risorse” e da sovranità digitale. Il conflitto emerge spesso a livello statale prima ancora che di comunità, perché le reti elettriche sono fragili.

Il caso più clamoroso è il Kenya. Un data center per l’intelligenza artificiale da 1 gigawatt, proposto da Microsoft e dall’emiratina G42 a Olkaria e alimentato a energia geotermica, si è arenato dopo che è emerso che avrebbe consumato un terzo dell’elettricità del Paese. Il presidente William Ruto ha avvertito che farlo funzionare avrebbe richiesto di tagliare la corrente a metà dei cittadini e delle imprese.

In Sudafrica — primo mercato del continente, con 56 impianti — Eskom e diversi comuni si sono rifiutati di fornire i dati sui consumi elettrici dei data center, alimentando il dibattito su un possibile collasso di acqua ed elettricità. Un tratto ricorrente, segnalato anche dalla Heinrich Böll Stiftung, è che in Sudafrica come in Brasile le aziende trattano spesso direttamente con i ministeri nazionali, scavalcando le autorità locali e le comunità.

Il salto di scala: quaranta sindaci contro la nuvola

Che si tratti ormai di un movimento globale, e non di proteste isolate, lo certifica un fatto recente. Nel giugno 2026, durante la London Climate Action Week, quaranta sindaci di tutto il mondo hanno firmato un patto lanciato dalla rete C40 Cities per condizionare il modo in cui i data center urbani vengono costruiti e gestiti. Vi aderiscono città statunitensi (Seattle, Palo Alto, Riverside, Phoenix, Chicago, Miami), europee (in Grecia, Spagna, Italia, Germania, Regno Unito, Norvegia), africane (Costa d’Avorio, Sierra Leone, Sudafrica, Kenya), asiatiche e dell’Oceania (India, Australia), oltre al Libano.

Cinque continenti, la stessa domanda di fondo: chi decide, e a beneficio di chi, quando la crescita digitale dipende dall’acqua, dall’energia e dalla terra di una comunità. Per un numero crescente di persone, opporsi ai data center non significa rifiutare il progresso, ma ridefinirlo.

“Data Center” by stan is licensed under CC BY-SA 2.0.

__________________________________________________________________________________

Rita Cantalino per Unimondo – Atlante delle guerre

Dossier – La nuova corsa all’oro: data center e conflitti nel mondo (1)

A livello globale si contano 10.332 data center in 168 paesi. Le proiezioni ci dicono che, per nutrire la fame di energia della nuova frontiera dell’intelligenza artificiale generativa, l’intera rete arriverà a raddoppiare la propria capacità già entro la fine di questo decennio. La crescita vertiginosa del settore è controbilanciata da quella delle proteste che, in tutto il mondo, si stanno opponendo alla diffusione di queste strutture e agli impatti materiali che hanno sui territori

Immagine di Taylor Vick su Unsplash

Immagine di Taylor Vick su Unsplash

Gli ultimi dati a nostra disposizione censiscono, a livello globale, 10.332 data center in 168 paesi. Le proiezioni ci dicono che, per nutrire la fame di energia della nuova frontiera dell’intelligenza artificiale generativa, l’intera rete arriverà a raddoppiare la propria capacità già entro la fine di questo decennio. A guidare questa nuova corsa all’oro digitale ci sono giganti come Microsoft, Google, Amazon e Meta, che nel solo biennio 2025-2026 hanno programmato o effettuato investimenti per quasi 700 miliardi di dollari. La crescita vertiginosa del settore è controbilanciata da quella delle proteste che, in tutto il mondo, si stanno opponendo alla diffusione di queste strutture e agli impatti materiali che hanno sui territori. L’AI promette efficienza e dà l’impressione di essere immateriale, ma i suoi server consumano quantità di acqua equivalente a città abitate da decine di migliaia di persone. Entro il 2030, il loro consumo globale di elettricità eguaglierà il fabbisogno dell’intero Giappone. Dalle moratorie in Irlanda e Olanda alle rivolte in Cile e Uruguay, il Pianeta è infiammato da comunità che stanno rifiutando questo colonialismo digitale fatto di inquinamento acustico, isole di calore, consumo di suolo, acqua ed elettricità. Il digitale sta diventando un caso politico: negli Stati Uniti il 71% di cittadine e cittadini, ormai, è contro i nuovi impianti. Il cloud è diventato pesante e i territori stanno presentando il conto.

Distribuzione globale e prospettive di crescita dei data center

Più del il 90% della capacità globale dell’IA è concentrato tra Stati Uniti (che ospitano metà dei 10.332 centri mondiali) e Cina. In 150 nazioni, d’altro canto, il divario digitale è totale.  Con gli hub del Nord Europa (FLAPD, Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) ormai saturi, gli investimenti di questa parte del mondo stanno virando verso il Mediterraneo. Con le sue 168 strutture, l’Italia in questo momento è il tredicesimo paese al mondo per presenza di data center. Tutto fa pensare che stia diventando il nuovo fronte di espansione: la potenza è cresciuta, in un solo anno, del 17%. Il centro nevralgico di questa accelerazione è la Lombardia, dove è concentrato il 62% delle strutture nazionali. A guidare la corsa c’è la città metropolitana di Milano, che ha 238 megawatt di potenza installata: è più di quanto possano vantare Madrid o Zurigo. Le stime dicono che, entro il 2028, la città meneghina arriverà a 1 gigawatt di potenza.  A livello globale siamo proiettati a superare i 200 GW entro il 2030 ma in questa crescita vanno conteggiate tutte le conseguenze materiali di un settore che di immateriale ha davvero ben poco. Solo in Italia, i server occupano la superficie equivalente a 49 campi da calcio. Con i costi di produzione saliti a 11 milioni di dollari per megawatt, la diffusione dei data center sta riscrivendo l’urbanistica, trasformando siti industriali dismessi, ma soprattutto aree agricole vergini, in fortezze del calcolo.

Le proteste in tutto il mondo

La rivolta è globale. In Uruguay migliaia di persone hanno marciato contro Google al grido di “No es sequía, es saqueo” (Non è siccità, è saccheggio). Sotto attacco un prelievo idrico stimato in 7,6 milioni di litri al giorno proprio durante una siccità storica. È quanto consumano 55mila abitanti. In Cile sono intervenuti i tribunali a fermare la sete dei server per tutelare le falde acquifere di Santiago, ormai sature. L’Europa e gli Stati Uniti sono la prima linea. In Irlanda, dove il data center assorbono quasi il 22% dell’energia elettrica nazionale, sono nati gruppi che denunciano rincari in bolletta per le famiglie fino a 360 euro. Nei Paesi Bassi, per le proteste locali, Meta ha dovuto cancellare il progetto di mega polo di Zeewolde. Entrambi i Paesi hanno emanato moratorie nazionali alla diffusione di nuovi progetti. Negli Stati Uniti, a giugno 2026, ben 14 Stati americani stanno valutando il divieto di nuovi insediamenti. Dalle città della California che hanno già votato a favore di un bando permanente ai data center, ai mastodontici progetti in Texas travolti da cause legali, la mobilitazione è sistemica. In ritardo rispetto al resto del mondo, l’onda del dissenso sta nascendo anche in Italia.

Gli impatti ambientali dei data center

I data center sono enormi fabbriche di calore che necessitano di una refrigerazione costante per evitare la fusione dei circuiti. Un singolo impianto può arrivare a consumare fino a 19 milioni di litri d’acqua al giorno, quanto il fabbisogno di una città di 60.000 abitanti, restituendo spesso alle falde acque cariche di biocidi e additivi chimici. La loro presenza determina una vera alterazione climatica nei territori: l’aria calda espulsa dai server genera isole di calore capaci di alzare la temperatura del microclima fino a 5°C entro un chilometro, compromettendo agricoltura e qualità della vita. A questo si somma l’inquinamento acustico: il ronzio perenne dei ventilatori industriali tocca fino a 100 Db: è la soglia equivalente a un martello demolitore. Questo livello di esposizione può provocare disturbi cronici del sonno e stress ai residenti. Per insediarsi, i data center hanno bisogno di superfici molto ampie. Spesso questo vuol dire disboscamenti e detonazioni per livellare il suolo. Oltre che occupazione di terreni agricoli vergini. Tra polveri saline disperse nell’aria e fumi dei generatori diesel di emergenza, quella delle case dell’AI è un’industria pesante che soffoca l’ambiente circostante.

Il consumo energetico dei data center

Le infrastrutture digitali assorbono oggi il 2% dell’elettricità mondiale. Entro il 2035 questa quota è destinata a quadruplicare. Le proiezioni ci dicono che, per la fine di questo decennio, la fame di energia dell’intelligenza artificiale eguaglierà il fabbisogno dell’intero Giappone. In Italia, i soli server assorbono già circa il 2% del totale nazionale, superando il consumo elettrico della città di Firenze, ma le proiezioni al 2035 vedono l’incidenza balzare tra il 7% e il 13%. I carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale generativa sono destinati a raddoppiare il proprio peso energetico interno ai data center entro fine decennio. La pressione sulle reti è critica: a Terna sono giunte richieste di allaccio per oltre 82 GW. I più esperti del settore energetico sostengono che si tratti di una cifra irrealistica, figlia di una bolla speculativa, e che solo 2GW diventeranno reali entro il 2030. Per garantire energia costante 24/7, il settore rischia di forzare il ritorno al gas naturale o scommesse sul nucleare, rallentando la transizione verso le rinnovabili.

Le Big Tech accelerano le costruzioni per dominare l’era dell’IA generativa

La nuova corsa all’oro è guidata dai giganti di Big Tech. Amazon, Google, Microsoft e Meta hanno innescato un ciclo di investimenti senza precedenti: 700 miliardi di dollari nel solo biennio 2025-2026. L’obiettivo è blindare la supremazia nell’IA generativa. La fretta di costruire svela però il lato oscuro delle promesse green. Amazon ha visto le proprie emissioni triplicare dal 2019 a causa dell’espansione di AWS. Google segue a ruota con un balzo del 48% di gas serra nel 2024, raddoppiando i consumi elettrici dei server in soli quattro anni. Per alimentare queste fortezze, i giganti riscrivono le strategie energetiche: Microsoft riattiva il nucleare di Three Mile Island, Google scommette sui reattori modulari. In Italia, dove i data center sono diventati “infrastrutture strategiche nazionali”, questa espansione sfrenata si traduce in una corsa a terreni e allacci, spesso bypassando la istituzioni locali e cittadinanza.

Immagine di Geoffrey Moffett su Unsplash

Immagine di Geoffrey Moffett su Unsplash

__________________________________________________________________________________

  • Avvocato del Foro di Taranto si occupa di diritto penale e di diritto della protezione dei dati personali. Ha frequentato il master di II livello in “Diritto penale dell’impresa” presso l’Università degli studi di Bari. Si occupa di formazione in favore della pubblica amministrazione in materia di Anticorruzione e Trasparenza. Appassionata del diritto delle nuove tecnologie ha da ultimo frequentato presso l’Università degli studi di Roma “la Sapienza” il master di II livello in “Informatica giuridica, nuove tecnologie, diritto dell’informatica” ed infine il Corso di perfezionamento in “Coding for lawyers, legal tech, legal writing and legal design” presso l’Università degli studi di Milano.

    Dal giugno 2023 si occupa di gestione e rendicontazione dei progetti PNRR, della politica di coesione dell’unione europea e nazionale presso il Comune di Manduria.

 

Abstract

La presenza della Cina in Africa è un tema su cui convergono aspetti economici, tecnologici, politici e sociali. La sete di espansione della Cina, spinta da ragioni economiche e geostrategiche, produce evidenti benefici nel continente africano che vanno dall’inclusione finanziaria allo sviluppo delle infrastrutture digitali, alla modernizzazione dei sistemi di pagamento. E se il prezzo da pagare alla Repubblica Popolare Cinese fosse la dipendenza tecnologica, il controllo dei dati, il rischio di esclusione finanziaria e la perdita di sovranità monetaria?

Cooperazione e Sviluppo: una prospettiva storica

La collaborazione tra Cina e Africa ha radici profonde. Nel 1949, con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, Mao Zedong iniziò a stabilire legami con i movimenti di liberazione africani, supportando le loro lotte per l’indipendenza. La conferenza di Bandung del 1955 pose le basi per la cooperazione tra Asia e Africa, seguita dal tour diplomatico dell’allora primo ministro cinese Zhou Enlai in diversi paesi africani tra il dicembre 1963 e il febbraio 1964. Un esempio emblematico di questa cooperazione è stata la costruzione della ferrovia Tazara (Tanzania-Zambia Railway), completata nel 1975, che ha rappresentato uno dei primi simboli dell’aiuto cinese e di solidarietà tra i due popoli.

L’Africa riveste un ruolo di crescente importanza per diverse ragioni. Innanzitutto, è un fornitore di risorse naturali cruciali per l’industria cinese. Il continente è ricco di materie prime, tra cui petrolio, minerali e metalli, e molte società cinesi sono attivamente impegnate nell’estrazione di queste risorse in diversi paesi africani, acquisendo oro in Mali, petrolio in Ghana e Ciad, cobalto nella Repubblica Democratica del Congo e rame in Zambia.

In secondo luogo, il continente africano rappresenta un mercato in crescita con una popolazione giovane e in rapida espansione. Molti investitori cinesi hanno colto l’opportunità di produrre in Africa per il mercato africano, come dimostra la fabbrica di cellulari Transsion in Etiopia.  Nella Top five dei maggiori produttori di smartphone al mondo, dietro Samsung, Apple, Xiaomi e Oppo, nel 2017 – nove anni dopo aver commercializzato il suo primo dispositivo in Nigeria – ha detronizzato Samsung, affermandosi come l’impresa numero uno nel settore della telefonia nel continente. Quasi del tutto ignota nei paesi occidentali, l’azienda con sede a Shenzhen, nel sud della Cina, ha costruito il suo successo grazie ai consumatori africani: i suoi telefoni sono stati i primi a offrire più slot per schede Sim, un rapporto qualità-prezzo imbattibile, batterie particolarmente durevoli e tastiere che integrano lingue africane come l’amarico, parlato in Etiopia, o anche lo swahili e l’hausa.

In terzo luogo, l’espansione economica in Africa consente alla Cina di aumentare la sua influenza a livello globale e di bilanciare l’influenza occidentale.

L’Occidente, invece, ha ignorato – o quasi – l’Africa per troppi anni, spinto dai sensi di colpa del colonialismo, si è ritagliato il ruolo di raccontare un’Africa in cui regnano solo guerre e miseria, descrivendola come luogo di carestie, sciagure e saccheggi, con il risultato di consegnare il continente nelle mani di Cina, Russia, Turchia. D’altro canto, altri paesi come India, Giappone, Corea del Sud e Brasile sono in lizza per conquistare spazi di manovra.

L’errore dell’Occidente è quello di pensare ai governi africani come povere vittime del Dragone o delle altre superpotenze e di vedere l’espansione cinese come l’ennesima rapina delle risorse africane. Bisogna considerare, invece, che le classi dirigenti africane in diverse occasioni hanno saputo mettere in concorrenza tra loro Cina, Russia e Stati Uniti e, spesso, l’espansione è avvenuta “su invito”.

 

La Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative)

A partire dagli anni ’90, gli scambi tra Cina e Africa si sono intensificati, con una crescita esponenziale a partire dal 2000, grazie alla creazione del Forum sulla Cooperazione Sino-Africana (FOCAC). La Cina è diventata il maggior partner commerciale del continente africano. Nel 2018, il presidente cinese Xi Jinping ha offerto altri 60 miliardi di dollari in investimenti in Africa, tra prestiti e infrastrutture. Si stima che dal 2000 al 2022, le banche cinesi abbiano promesso e prestato ai governi africani circa 170 miliardi di dollari per finanziare innumerevoli progetti.

La Belt and Road Initiative (BRI), lanciata dalla Cina, ha visto l’Africa come un tassello fondamentale per collegare Cina, Europa e Asia centrale attraverso reti infrastrutturali, energetiche e di comunicazione.

Esempi significativi sono la ferrovia che collega Addis Abeba in Etiopia al porto di Gibuti, il porto di Lekki in Nigeria, l’autostrada Abuja-Kaduna e la diga di Bui in Ghana. Questi progetti sono finanziati in parte da fondi cinesi, spesso statali, come le banche di sviluppo (China Development Bank, China Eximbank), che concedono prestiti ai governi africani per la realizzazione di infrastrutture, sovente a condizione che queste vengano appaltate a imprese cinesi.

 

L’Africa è sempre più cinese

Per chi ha voglia di aprire gli occhi, l’espansione cinese in Africa è ormai realtà. Dal finanziamento delle infrastrutture all’insegnamento della lingua nelle scuole elementari in paesi quali Kenya, Tanzania, Rwanda, Uganda, Zimbabwe e Sud Africa, sino a giungere all’introduzione della propria valuta, attraverso la sua digitalizzazione, e la creazione di portafogli digitali che accompagnano la propria telefonia hardware, unitamente alle reti di connessione e alla creazione di data center in Senegal, Camerun, Kenya e Zambia.

Da un lato abbiamo un continente dalle potenzialità enormi, che vuole crescere e riscattarsi da una storia coloniale, dall’altro c’è un Paese-continente che vuole consolidare il proprio status di potenza globale e, al tempo stesso, spinge per una decisa trasformazione dell’ordine internazionale. Almeno a giudicare dai rispettivi obiettivi, Africa e Cina non potrebbero essere più complementari.

È facile, dunque, capire perché molti governi africani non considerino la presenza cinese una minaccia, quanto piuttosto un’occasione da sfruttare al meglio. La Cina presta denaro senza imporre condizioni ideologiche o valoriali, costruisce infrastrutture necessarie che, di fatto, migliorano la quotidianità delle popolazioni locali e rifornisce i mercati con prodotti made in China altrimenti off limits per la stragrande maggioranza degli africani. Se la Cina, nell’ambito della sua strategia go-global, è ben lieta di incoraggiare le proprie aziende a investire e operare all’estero, cercando di stabilire e promuovere standard, principi ideologici e norme digitali cinesi, l’Africa è altrettanto felice dei progressi tecnici conseguiti.

 

L’Espansione dei Data Center e la questione della Sovranità dei dati

L’Africa rappresenta solo l’1% della capacità globale dei data center, anche se ospita il 17% della popolazione mondiale. Quindi, vi è un potenziale significativo per gli investitori nel settore dei data center, complice anche la corsa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) che spinge la domanda di capacità di elaborazione dati in tutto il mondo.

La crescente domanda di connettività e archiviazione in tutto il continente africano ha portato le aziende tecnologiche globali, tra cui Amazon e Microsoft, così come la cinese Huawei Technologies, ad aumentare gli investimenti nei data center africani. Gli investimenti maggiori sono stati fatti in Sudafrica, a cui si sono aggiunti Egitto, Kenya, Marocco, Nigeria. Anche la multinazionale Oracle ha annunciato di recente il suo piano di aprire due nuovi data center in Marocco, dove, per promuovere ulteriormente la crescita del settore, il governo ha anche istituito Zone di accelerazione industriale in cui gli operatori possono beneficiare di vantaggi fiscali e altri incentivi finanziari. Ciò evidenzia la visione strategica del governo marocchino nel posizionare il paese come un Hub chiave per l’innovazione e la crescita economica nel Nord Africa.

Microsoft, insieme alla società di tecnologia IA con sede negli Emirati Arabi Uniti G42, ha annunciato nel maggio 2024 investimenti per circa un miliardo di dollari per il Kenya, una parte dei quali andrà alla costruzione di un data center “verde” per gestire la nuova East Africa Cloud Region di Microsoft Azure, nonché allo sviluppo di modelli AI LLM sia in swahili che in inglese. Il nuovo data center funzionerà con “energia geotermica rinnovabile” e sarà dotato di “tecnologia all’avanguardia per la conservazione dell’acqua”. Con la nuova regione cloud, le aziende sperano di accelerare la trasformazione digitale in Kenya e nell’Africa orientale.

In Nigeria, Airtel Africa e l’operatore di data center Nxtra by Airtel, hanno iniziato la costruzione del loro primo data center hyperscale nel continente a marzo 2024. La struttura da 38 MW a Lagos dovrebbe essere disponibile dall’inizio del 2026 e la stessa società ha in programma un data center da 7 MW a Nairobi, in Kenya.

In Egitto, la cinese Huawei ha lanciato una regione cloud al Cairo, rivendicando la prima disponibilità di cloud pubblico nella regione del Nord Africa. Huawei ha anche svelato il suo nuovo LLM di lingua araba insieme ai piani per investire 300 milioni di dollari in cinque anni per sviluppare ulteriormente la nuova regione cloud nel paese. L’ambizioso piano, chiamato “Intelligent Future” prevede investimenti per la costruzione di un centro elaborazione dati, sostegno a distributori e partner locali, programmi di formazione per specialisti tecnologici e sviluppatori in materia di intelligenza artificiale e tecnologie associate. Entrambe le parti beneficeranno del piano: da un lato la Cina, tramite la compagnia delle telecomunicazioni, si pone come alternativa all’influenza occidentale; dall’altra, i Paesi del Nord Africa si giovano degli investimenti in un settore che ha grandi potenzialità di sviluppo, offrendo nuove opportunità per una forza lavoro sempre più specializzata.

Il Nord Africa – grazie alla posizione strategica della regione posta tra Mediterraneo, Asia, Africa Subsahariana – è una regione chiave per gli interessi della Cina che, grazie a Huawei, ha uno strumento fondamentale per ampliare la sua influenza nell’area. Huawei fornisce anche servizi di e-Goverment che vanno dalle elezioni con voto elettronico ai documenti digitali sino a giungere ai sistemi di ID digitale e pagamento delle tasse.

Ciò può aiutare ad aumentare la sorveglianza statale, ma può essere visto anche quale strumento di inclusione e coesione attraverso la trasparenza che i sistemi di digitalizzazione possono assicurare, evitando le opacità in cui la corruzione e la burocrazia hanno sempre terreno fertile

Avere accesso ai dati può significare incidere sulle scelte dei consumatori, sull’economia, sulle politiche nazionali e internazionali, ma lo sfruttamento dei dati, da parte di privati, grandi aziende, multinazionali, soprattutto in Africa non sempre si sposa con la trasparenza. Contrariamente a quanto avviene in Europa, un cittadino africano non ha facoltà di chiedere l’accesso ai propri dati a grandi aziende come Google, Meta o Tik Tok.

Tuttavia, le cose potrebbero presto cambiare, atteso che la Commissione africana per i diritti umani e dei popoli (ACHPR), nel novembre 2024, ha adottato una Risoluzione sulla promozione e lo sfruttamento dell’accesso ai dati come strumento per promuovere i diritti umani e lo sviluppo sostenibile nell’era digitale. La risoluzione richiede agli stati membri dell’Unione Africana di:

  1. a) garantire che le pratiche di raccolta, elaborazione, archiviazione e accesso ai dati siano trasparenti e responsabili;
  2. b) garantire che i dati detenuti da istituzioni pubbliche e da organismi che ricevono fondi pubblici, nonché quelli detenuti da attori privati, ​​laddove vi sia un prevalente interesse pubblico all’accesso, siano resi pubblici by default.

 

L’eYuan e la “colonizzazione digitale”

Oltre alla promozione della sua influenza tecnologica, la Cina in Africa si è concentrata anche sulle sue politiche economiche, con particolare attenzione agli sviluppi nel campo delle monete digitali e dei pagamenti elettronici. La Cina ha fatto un passo avanti nell’innovazione finanziaria con l’introduzione dell’e-Yuan, la versione digitale della valuta cinese (Renminbi, RMB), utilizzata come leva per rafforzare la propria influenza economica, facilitando i pagamenti transfrontalieri, riducendo i costi delle transazioni internazionali e aumentando la tracciabilità economica.

Il Digital renminbi, approvato dal governo cinese nel 2017, è stato introdotto dalla Banca centrale cinese e, a differenza delle criptovalute tradizionali, è progettato per avere un valore stabile e la sua conversione è pari a quella del denaro fisico, evitando così le fluttuazioni di valore spesso associate alle criptovalute. Importanti attori del settore digitale, come Alibaba, Huawei e UnionPay, sono stati invitati a partecipare allo sviluppo di questa valuta.

Si ispira alla tecnologia Blockchain, ma crea regole autonome e non dipende direttamente da essa. A differenza del Bitcoin e di altre criptovalute, non è considerato un mezzo di investimento, ma piuttosto un mezzo di pagamento utilizzato per transazioni e acquisti di beni e servizi. Essendo emesso dal governo cinese, è soggetto a normative e politiche di monitoraggio.

Ciò consente al governo di monitorare l’economia e le transazioni della popolazione in modo più accurato rispetto alle criptovalute. In tal modo, si intende sfidare il predominio del dollaro USA. Una caratteristica distintiva dell’e-Yuan è la capacità di effettuare pagamenti mobili anche offline. Alcune banche centrali africane hanno iniziato a sperimentarne l’utilizzo.

La Nigeria rappresenta uno degli esempi più rilevanti di paese africano che sta testando la digitalizzazione dei pagamenti cinesi. Anche il Sud Africa ha avviato discussioni con la Cina riguardo all’adozione di tecnologie digitali e sistemi di pagamento avanzata.

La valuta digitale e l’eWallet sugli smartphone Huawei stanno suscitando preoccupazioni a livello internazionale. Si teme che l’introduzione di una nuova valuta, non più limitata nella sua circolazione dai confini nazionali, possa influire negativamente sulle politiche monetarie degli stati con economie deboli, minando così la loro indipendenza economica.

Senza cadere nel catastrofismo tipico di alcune visioni occidentali, è importante riconoscere le opportunità che l’adozione dell’eYuan potrebbe offrire in Africa:

  1. Inclusione finanziaria, poiché potrebbe facilitare l’accesso ai servizi finanziari per le persone non bancarizzate, permettendo a più individui di partecipare all’economia digitale;
  2. Sviluppo delle infrastrutture digitali, con un’accelerazione nel loro sviluppo per supportarne l’uso, creando nuove opportunità per le imprese locali;
  3. Integrazione nelle piattaforme di e-commerce, come AliExpress e Jumia, che potrebbero adottarlo come metodo di pagamento, ampliando le opzioni disponibili per i consumatori e le imprese.

Solleva preoccupazioni, soprattutto in Occidente il rischio di una “colonizzazione digitale” del continente africano. L’adozione dell’eYuan potrebbe incrementare la dipendenza tecnologica dell’Africa dalla Cina, limitando la capacità dei paesi africani di sviluppare autonomamente le proprie infrastrutture e valute digitali.

L’eYuan potrebbe consentire alla Cina di raccogliere una vasta quantità di dati sui consumatori africani, potenzialmente utilizzabili per finalità commerciali o politiche. Qualora l’eYuan dovesse affermarsi come valuta dominante in Africa, si potrebbe verificare l’esclusione dall’economia digitale di coloro che non dispongono delle tecnologie necessarie per utilizzarla. Infine, una sua adozione diffusa potrebbe erodere la sovranità monetaria dei paesi africani, limitando la capacità delle banche centrali africane di implementare politiche monetarie indipendenti.

Il rischio, non da poco, sul quale dovrebbero riflettere i governi del continente, è quello di restare intrappolati in una dipendenza tecnologica (e non solo quella) con la Repubblica Popolare Cinese. Al momento un simile rischio sembra, però, essere più una preoccupazione degli analisti occidentali che non dei diretti interessati: i leader africani.

 

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *