Mincherra, lo Stato violento, l’ubriaco che piange

Sergio Sinigaglia, Lavinia Marchetti e Giuseppe Callegari riflettono su un’Italia ignorante e smemorata.

NOI LO CHIAMIAMO MINCHIELE TERRA-TERRA (*)

di Sergio Sinigaglia

Peggio dei radical chic ci sono i liberal chic. Uno dei più autorevoli rappresentanti di questa categoria, il signorino Michele Serra, oggi, nella sua rubrica su Repubblica, affronta l’angosciante problema degli «antagonisti». Per il nostro, «la questione è annosa e irrisolta», «un problema che la sinistra deve porsi»…: «alla violenza di alcune sue frange fanatiche, piccole ma velenose, la sinistra italiana ha pagato un prezzo politico enorme». E Serra quindi si pone il fatidico “che fare?”.

Dopo aver rimpianto i bei tempi dei servizi d’ordine, che «in molti rimpiangono perché impedivano ai pochi di rubare la scena ai molti», osserva che non sono più di moda e così arriva alla proposta degna del migliore Minniti, nei confronti del quale, anni fa – quando l’individuo, amico delle carogne libiche che torturavano e torturano i migranti in fuga era ministro dell’Interno ­- tesseva elogi entusiasti: «Si potrebbe però immaginare una sorta di codice di identificazione spontaneo (un simbolo di immediato riconoscimento, un distintivo, una fascia al braccio, un qualche cosa) che dichiari l’intenzione non violenta del manifestante. Così che sia più facile riconoscersi e aggregarsi tra pacifici, e tenere ai margini gli energumeni».

Già che c’era, poteva invece proporre di marchiare i “violenti”, tipo lettera scarlatta. Consigliamo a Serra di andarsi a vedere le immagini delle migliaia di persone che si sono dirette sotto la Prefettura. Nello stesso tempo, per quanto riguarda la questione «annosa e irrisolta», potrebbe andare a lezione da Giuliano Ferrara, che quando a Torino militava nelle file del Pci si adoperava per picchiare a destra e a sinistra, anzi solo a sinistra.

Comunque Serra può sempre sperare in Piantedosi o in Vannacci: da quelle parti il suo ragionamento probabilmente troverebbe ascolto.

(*) il titolo è della “bottega”, l’intervento è ripreso da Facebook

 

 

LA VIOLENZA DI STATO, LA VIOLENZA IN PIAZZA

Una storia troppo vecchia e stranamente sempre uguale

di Lavinia Marchetti (**)

Oggi, come era facile prevedere, fin troppo facile in effetti, un morto per mano dello Stato era già scomparso dietro gli scontri di piazza. Talmente un classico che mi annoio già a scriverlo. Di Abderrahim Fakir, morto durante un fermo di polizia dopo avere chiesto aiuto, restava appena l’antefatto necessario a introdurre le automobili incendiate. La discussione aveva cambiato oggetto con una rapidità quasi oscena. Prima una morte sulla quale la procura dovrà stabilire le responsabilità, poi la consueta requisitoria contro la violenza in piazza, accompagnata dall’ingiunzione rivolta alla sinistra affinché si dissoci, condanni, chieda scusa, mio dio la violenza. Il morto può attendere. L’automobile bruciata, evidentemente, possiede una rappresentanza politica migliore.
Succede da almeno sessant’anni. Quando la forza pubblica uccide, mutila o tortura, la protesta viene sottoposta a un esame di buona condotta. Le si chiede di dimostrare una compostezza quasi sovrumana proprio nel momento in cui denuncia il venir meno delle condizioni che renderebbero ragionevole quella compostezza. La morte provocata dall’autorità resta avvolta nella prudenza lessicale, la procura, l’autopsia, non si sa se la manovra va fatta così, esperti di contenzione. Benissimo. L’atto compiuto da un manifestante riceve subito un nome definitivo e la relativa condanna morale: teppisti, terroristi, feccia, zecche, bla bla. Fra Reggio Emilia e Genova cambia solo l’epoca, mentre il procedimento rimane sorprendentemente stabile. Si sposta l’attenzione dalla violenza che ha originato la protesta alla reazione di chi protesta, finché il comportamento della piazza occupa l’intero campo e lo Stato torna a presentarsi come parte offesa. Geniale perché è talmente banale che l’opinione pubblica ogni volta lo accetta e si indigna con i manifestanti e non con gli assassini. Buffo eh…
INFILTRATI?
Affrontiamo subito la questione degli infiltrati, che suscita l’ironia di persone provviste di scarsa memoria storica. Gli agenti provocatori appartengono alla politica moderna quanto le questure e la sorveglianza. Nel maggio del 1977 le fotografie di Tano D’Amico mostrarono poliziotti in borghese, vestiti in modo da confondersi con i manifestanti e armati di pistola, durante le ore in cui Giorgiana Masi venne uccisa. Il responsabile della sua morte rimase ignoto. La presenza di quegli agenti, invece, è documentata.
Nel 2008 Francesco Cossiga spiegò al Quotidiano Nazionale come avrebbe affrontato il movimento studentesco. Suggerì di ritirare inizialmente la polizia, infiltrare provocatori pronti a favorire i disordini e attendere che l’opinione pubblica reclamasse la repressione. A quel punto sarebbero arrivati i manganelli, finalmente sostenuti dal consenso popolare. Cossiga aggiunse di aver seguito metodi analoghi quando guidava il ministero dell’Interno. L’intervista esiste e fu pubblicata il 23 ottobre 2008. Eppure, appena qualcuno ricorda che una piazza può essere infiltrata, il giornalismo italiano reagisce come davanti a una credenza negli extraterrestri. E si ride, se ride, complottismo ecc. ecc.
La provocazione è stata pensata e praticata come tecnica di governo del dissenso dal dopoguerra. Il suo scopo consiste nel produrre l’immagine che renderà accettabile la repressione. Il potere crea la prova della pericolosità dei suoi avversari e, subito dopo, interviene per salvarci da quella prova. Come le Molotov piazzate alla Diaz. Ricordate?
LA CELERE
Poi c’è la celere. Chi abbia partecipato a una manifestazione conosce la distanza fra la descrizione televisiva di un reparto mobile e la sua presenza fisica in una strada. Quella formazione esiste per piegare una folla a un ordine mediante la forza. Gli agenti vengono equipaggiati e addestrati a occupare lo spazio con i propri corpi protetti, costringendo gli altri a retrocedere. Presentarli come cittadini capitati casualmente dietro uno scudo significa eludere la funzione per la quale sono stati mandati in piazza.
La provocazione può cominciare molto prima della carica, attraverso una pressione continua che rende inevitabile il contatto, oppure con la scelta di chiudere le vie di uscita. A volte assume la forma più elementare dell’insulto. La persona che perde il controllo offrirà in seguito il fotogramma perfetto, separato dalle ore precedenti e mandato in onda a ripetizione. La televisione mostrerà il lancio della bottiglia; il movimento del reparto resterà privo di storia. I manifestanti agiscono, la polizia «risponde». Perfino quando avanza.
ESISTONO PERSONE CHE CERCANO LE SCONTRO?
Naturalmente esistono formazioni politiche che cercano lo scontro. Qualcuno dovrebbe forse informarne i commentatori, i quali sembrano scoprire i gruppi antagonisti a intervalli regolari, provando lo stesso stupore riservato alle eclissi. Alcune realtà, spesso cresciute nelle periferie o attorno a spazi sociali sottoposti a sgomberi, considerano il conflitto con la polizia una forma di azione politica. Pensano che serva a rendere visibile ciò che l’ordine democratico nasconde dietro la propria rispettabilità. In molti casi ottengono l’effetto opposto, perché l’incendio occupa le prime pagine e il motivo della protesta scompare. La valutazione politica di quelle scelte resta necessaria e può essere anche severissima. La loro esistenza, però, offre una spiegazione assai diversa dall’idea infantile di una folla improvvisamente impazzita.
Fra il gruppo che cerca il contatto e il reparto che attende l’occasione rimangono centinaia di persone arrivate per tutt’altro. Sono loro a sparire dalle ricostruzioni. Una volta partiti gli idranti e i lacrimogeni, l’ordinata distinzione fra pacifici e violenti appartiene soprattutto a chi osserva da casa. Dentro una piazza caricata si corre, ci si ripara, si trascina via qualcuno, in mezzo al caos si possono fare molte cose, chi non ci si è mai trovato non lo sa. Può capitare di spostare una transenna o un cassonetto per rallentare l’avanzata della polizia, anche barriere di fuoco servono allo scopo. Il giorno seguente quella transenna verrà esibita come prova di un progetto insurrezionale.
Chi era a Genova sa cosa poteva significare una barricata. Dietro un cassonetto rovesciato spesso si trovavano persone che cercavano qualche secondo per allontanarsi da una carica. Nessuna teoria romantica della rivolta, soltanto la distanza materiale fra la propria testa e un manganello. Le sentenze europee hanno poi stabilito ciò che molti avevano visto. Alla Diaz la polizia torturò persone inermi e costruì false prove per giustificare l’irruzione. A Bolzaneto la violenza proseguì sotto la custodia dello Stato. La Corte europea rilevò anche la mancata collaborazione nell’identificazione dei responsabili. Nel caso Cestaro la qualificazione di tortura è giuridicamente accertata.
E DOPO GENOVA NON SI SCENDE IN PIAZZA A CUOR LEGGERO
Dopo Genova, chiedere a chi manifesta di affidarsi serenamente all’autocontrollo della polizia ha qualcosa di offensivo. L’esperienza insegna che la protezione offerta dalla divisa vale soprattutto per la divisa stessa. Il cittadino colpito dovrà riconoscere l’agente, trovare un video e affrontare anni di processo; il reparto conserverà l’omertà interna che in Italia viene chiamata “spirito di corpo”. Perfino i numeri identificativi sui caschi continuano a essere trattati come una pretesa estremista.
A BOLOGNA
A Bologna questa contraddizione è particolarmente evidente. Fakir muore durante un intervento pubblico; la procedura 45-bis introdotta dal decreto Sicurezza sottrae le persone coinvolte all’immediata iscrizione fra gli indagati. Il giorno successivo la Lega propone una cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni, rendendoli economicamente responsabili anche dei gesti altrui. La responsabilità viene dunque ristretta quando riguarda gli agenti ed estesa quando colpisce la piazza. Il potere protegge i propri uomini uno per uno e punisce gli oppositori in massa.
La recente venerazione per le manifestazioni «soltanto pacifiche» completa il quadro. Il governo accetta volentieri una protesta capace di attraversare la città senza alterarne il funzionamento. Somiglia molto allo shopping con cantata collettiva. Può riempire una piazza, ascoltare gli interventi e sciogliersi all’ora concordata. La sua libertà viene misurata attraverso “l’innocuità”. Appena interrompe la circolazione o resiste a un ordine della questura, interviene il diritto penale.
I GRANDI MOVIMENTI NOGEN
Le grandi mobilitazioni per la Palestina possono esercitare pressione grazie a numeri immensi. Una morte avvenuta in un quartiere periferico raccoglie una comunità più piccola, spesso composta da persone che conoscono già la sorveglianza e l’umiliazione amministrativa, specie nel quartiere periferico dov’è accaduto il fatto. Pretendere che la loro rabbia raggiunga la purezza morale di una passeggiata domenicale significa concedere il diritto di protesta soltanto a chi ci piace…
LA “VIOLENZA”
Un’azione può essere dissennata. Una bomba carta può colpire qualcuno e un incendio può servire soltanto alla propaganda governativa, tanto scenico quanto inutile in quel contesto. Il giudizio su questi gesti riguarda chi li ha compiuti e le loro conseguenze. Rifiuto invece il moralismo viscido che pretende una condanna preliminare della piazza mentre la morte di Fakir attende ancora perfino il proprio nome.
Lo Stato reclama il monopolio della forza e pretende anche di decidere quale forza meriti di essere chiamata violenza. Il manganello conserva il nome rassicurante di ordine pubblico. La barricata, perfino quando salva qualcuno da un pestaggio, viene consegnata alla barbarie. È questo secondo monopolio che occorre contestare, ricostruendo la successione dei fatti e osservando il rapporto fra chi possiede un’arma pubblica e chi cerca di sottrarsi al suo uso.
A Bologna un uomo è morto prima degli scontri. Prima. Il resto viene dopo.

(**) da laviniamarchetti.substack.com

 

 

ASSALTO PREVENTIVO

di Giuseppe Callegari

Martedì 21 luglio ero seduto con alcuni amici ad un tavolo all’aperto di un bar dell’hinterland mantovano. Poco distante un gruppo di autoctoni e sullo sfondo un ragazzo marocchino che, non avendo rispettato il precetto coranico sull’alcol, si stava esibendo in uno strampalato soliloquio che voleva diventare colloquio. Di fatto, usando una espressione idiomatica, stava rompendo le scatole, senza però dare segni di violenza. Tuttavia il suo soliloquio interloquente disturba fortemente i miei vicini di tavolo al punto che uno di loro, probabilmente guidato da Dio, dalla patria e dalla famiglia, gli si fa incontro minaccioso, roteando i pugni e inchiodandolo al muro. Il ragazzo non reagisce, si divincola e spacca una bottiglia per terra. Questo diventa una sorta di segnale in codice perché i componenti del tavolo degli autoctoni si alzano all’unisono, compresa una ragazza, e gli si avventano contro. Il più coraggioso dei quattro brandisce addirittura una sedia.

Fortunatamente un amico seduto al mio tavolo, rischiando una randellata, cerca di porre fine allo scontro, che mi sembra più corretto chiamare aggressione. Poi si apparta col ragazzo marocchino e riesce a convincerlo ad allontanarsi affinché i giustizieri possano godersi il meritato riposo dopo una dura giornata di lavoro (parole della ragazza).

Breve commento: il ragazzo marocchino non ha aggredito nessuno, né nella fase del soliloquio-colloquio alcolico, né dopo essere stato assalito. La bottiglia è stata spaccata e lasciata per terra, non voleva essere un’arma, ma solo frustrazione. Certamente era fortemente disturbante, ma non fino al punto di chiamare le forze dell’ordine. Per esperienza diretta, ho visto molte volte tollerare o allontanare in modo umano gli ubriachi che volevano essere al centro della scena, ma è la prima volta che vedo un’aggressione preventiva.

Sarò scandalizzante per i benpensanti, ma mi sento più vicino al ragazzo marocchino che si è allontanato piangendo, piuttosto che a un gruppo di figuranti travestiti da persone.

 

LE VIGNETTE (di Altan e Benigno Moi) SONO SCELTE DALLA REDAZIONE 

 

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *