Rimarginare-Riabitare: Armungia e i piccoli paesi oltre il …
… oltre il paradigma dei borghi turistici.
Un ulteriore contributo al dibattito su come contrastare lo spopolamento dei piccoli centri. E un appuntamento per il 15 settembre.
a cura di Benigno Moi
Domenica 26 luglio, ad Armungia, si è svolto uno dei laboratori territoriali del progetto NETA – Nuove Ecologie Territoriali per l’Abitare,1 “un’iniziativa di ricerca dedicata ai temi dello spopolamento delle aree interne e della rigenerazione del patrimonio abitativo.”
L’evento, Ri-Abitare Armungia, promosso da Legacoop Abitanti e Comune di Armungia, segue di pochi
mesi quello realizzato lo scorso maggio al Poggiolo di Marzabotto, Ri-Abitare l’Appennino bolognese.2
Armungia è uno dei tre “territori pilota” individuati in questa prima fase del progetto NETA. Pur senza conoscere le ragioni e i dettagli delle motivazioni che hanno portato alla scelta del centro del Gerrei (Sud Sardegna) fra quelli da coinvolgere nel progetto, tale scelta non mi sorprende e appare coerente con la storia recente del paese, che negli ultimi decenni è stato oggetto/protagonista di una serie di ricerche, laboratori, proposte e incontri proprio su questi temi3. Ricordo qui i seminari organizzati da Pietro Clemente con gli studenti dell’Università La Sapienza di Roma negli ultimi anni del secolo scorso4, con Joyce Lussu ancora in vita e presente ad Armungia; le varie iniziative con le Università di Cagliari , Firenze e Roma proprio sui temi legati alla rinascita dei piccoli paesi5, e recentemente i laboratori della Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio della facoltà di Architettura e la Summer School dei Dipartimenti di Giurisprudenza e Scienze Politiche e Sociali, entrambi dell’Università di Cagliari.
Ed è proprio con riferimento alla Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici che mi pare si stiano coniugando e concretizzando alcuni degli elementi di questo impegno pluriennale, impegno che ha visto fra i protagonisti Casa Lussu, intesa nel suo almeno triplice aspetto di luogo simbolico per antonomasia di Armungia; di Fondazione; di luogo fisico, “riabitato” e restituito ad una funzione di “spazio comune” dai nipoti di Emilio e Joyce (Tommaso) e di Giovanna Serri, cui la casa fu affidata dai Lussu e che lei curò e manutenne per decenni (Barbara Cardia)6
.
Infatti Tommaso Lussu, archeologo romano trasferito da quasi vent’anni nella casa dei nonni paterni ad Armungia, lo scorso aprile si è specializzato in Beni Architettonici proprio con la tesi “Tessiture di luogo. Materie e forme ambientali: teoria, metodo e prassi per un progetto di margine ad Armungia (Gerrei, Sardegna)”7, che riassume e concretizza parte del dibattito e delle idee che ha visto anche Armungia avere un ruolo propositivo e di confronto.
Ampi stralci di questo lavoro sono stati ora pubblicati su Dialoghi Mediterranei8, il bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo. Cui rimandiamo per la lettura integrale.
Il saggio, “Armungia (Gerrei, Sardegna): il vicinato di Cannedu. Un progetto di margine”, riprende ampi stralci della tesi di specializzazione di Lussu che, analizzando i casi di due abitazioni in stato avanzato di ruderizzazione, ubicate nel vicinato dove si trova la stessa Casa Lussu ad Armungia, ipotizza e propone “un recupero” fuori dall’approccio consueto finalizzato al riuso privato di immobili abbandonati da tempo, riconducibili a varie fasi di degrado e rovina, stato che caratterizza spesso in misura significativa buona parte dei centri in via di abbandono.
Lo studio riprende e applica alcuni dei concetti che caratterizzano un’idea di “recupero” sganciata e lontana (ovviamente) dagli insani modelli di “recupero da cartolina”, funzionale alla narrazione edulcorata dei borghi da ufficio turistico o concorso televisivo (narrazione che lo stesso Lussu combatte da anni, abbracciando alcune delle teorie di professionisti come Antonio de Rossi9, curatore, con Filippo Barbèra e Domenico Cersosimo, del libro Contro i borghi, il Belpaese che dimentica i paesi, Donzelli editore). Non solo, ma cerca di andare anche oltre il concetto di valorizzazione (altro termine che nell’epoca del consumo e del profitto selvaggi diventa ambiguo e declinabile in maniere sciagurate); del mero recupero a fini abitativi privati; del (pur lodevole) riuso offerto a chi vuol “tornare alla bidda” o ci viene per le ragioni più disparate (dall’immigrato in cerca di luoghi che offrano opportunità di vita degna a chi, potendo farlo, preferisce lavorare in smart working lontano dal caos della città, o chi vuol passarci gli anni da pensionato o quant’altro. L’esperienza della Riace di Mimmo Lucano coi migranti ha dimostrato non solo che simili approcci siano possibili, ma anche quanto possano essere dirompenti).
La tesi ipotizza e propone un uso non privato e non strettamente utilitaristico in senso consueto dello spazio recuperato, che può andare dal suo uso per attività collettive sino alla “pura contemplazione”.10
Scrive nel suo lavoro Tommaso Lussu: “Processi di polarizzazione territoriale, crescita, accelerazione, spopolamento, migrazioni, crisi economiche, dinamiche intrinseche al modello del sistema di produzione capitalistico. La conseguenza di queste sostanziali dinamiche si riflette oggi anche nella dimensione fisica (oltre quella culturale, sociale ed economica) nei luoghi di matrice rurale: abbandono e ruderizzazione del patrimonio edilizio “minore”.
I centri storici, i paesi con matrice storica consolidata delle aree interne della Sardegna, devono essere trattati non solo come organismi integrati, ma come patrimonio minore diffuso, come indicato già dal 1972 nella Carta del Restauro.
Negli ultimi anni stiamo assistendo in Italia, ma è un fenomeno diffuso in tutte le zone a vocazione turistica in Europa, alla costruzione di un paradigma che riguarda i piccoli paesi delle aree interne: luoghi da riconvertire per il consumo turistico. Le aree interne e i paesi, con le loro matrici storiche consolidate, possono essere invece promotori di rigenerazione sociale e culturale e riattivare microeconomie locali a partire dal patrimonio culturale materiale e immateriale e dalle risorse territoriali.
Nei villaggi della Sardegna interna, già ampiamente deturpati dalla sregolatezza edilizia degli anni ‘70 e ‘80, è oggi imprescindibile occuparsi della relazione con le preesistenze residue. Anzi è un atto di tutela attiva e militante, nel momento in cui spesso, specie nei piccoli centri, sono assenti norme tecniche attuative, non è ancora stato recepito il Piano paesaggistico regionale (PPR, 2006) e i piani particolareggiati (quando presenti) non hanno una scala di dettaglio che garantisca una buona prassi operativa. Insomma, la normativa non è esaustiva; occorre piuttosto proporre modelli culturali che facciano avanzare ‘coscienza di luogo’ e consapevolezza per attuare politiche e pratiche di tutela e valorizzazione del patrimonio diffuso.
Il patrimonio edilizio minore, con la propria intrinseca fragilità, presenta inoltre, rispetto ai Beni architettonici monumentali o archeologici sottoposti a vincoli di tutela evidenti, altri ordini di difficoltà: innanzitutto si tratta di un patrimonio ‘vivo’, legato direttamente alla famiglia che ne detiene la proprietà; in secondo luogo in quanto le azioni che si mettono in atto si muovono su una linea delicata e scivolosa, difficile da bilanciare, che separa ‘valorizzazione’ e ‘commercializzazione’.
Forse ancora non si sono recepiti fino in fondo i valori del patrimonio diffuso (materiale e immateriale), la Convenzione Unesco ICH e le indicazioni sulle relazioni con le comunità di eredità di riferimento. La ratifica da parte dell’Italia della Convenzione Europea di Faro (2005) è cosa recente (2018); ma la legge quadro che l’ha definita traccia linee guida precise sull’attenzione da porre al rischio di ‘mercificazione’ del “cultural heritage” e del concetto di identità.
La pratica architettonica diffusa nei piccoli paesi delle aree interne si risolve in ‘case tipiche’ e ‘borghi antichi’, con l’inevitabile esito di un ‘effetto presepe’, in cui l’intervento di restauro/recupero edilizio spesso confonde costanti e variabili: il muro in pietra non ha più valore, e quando viene riproposto è solo nel suo aspetto formale. Placcature e finte cortine hanno azzerato non solo il carattere massivo e la diversità che rende unica ogni muratura, ogni abitazione diversa dall’altra, ogni tessitura muraria unica (il valore della diversità), ma soprattutto la valenza storica e antropologica dell’elemento murario per il suo ruolo e significato intrinseco di definizione, separazione con lo spazio rurale (e allo stesso tempo “ruralizzazione” dello spazio urbano), confine, recinto”.
E continua, entrando in merito alla funzione dell’architettura, della progettazione, nel capitolo Il ruolo attivo del progetto di architettura
“Nel processo di conservazione/rigenerazione dei piccoli paesi il progetto fisico dovrebbe partire dall’osservazione del patrimonio diffuso, composto da villaggi residuali e da un paesaggio fragile e stratificato. Il restauro conservativo e la valorizzazione delle strutture di interesse storico sono stati negli ultimi decenni molto sostenuti. La contraddizione che emerge immediatamente è che con i processi di ‘patrimonializzazione’ si creano nuovi valori di uso e di scambio: la dimensione produttiva dei contesti rurali assume connotati ‘protezionistici’, in termini ambientali e paesaggistici (il mulino ad acqua ad esempio si restaura per i suoi valori storici e non per la sua funzione originaria, come scrivono Laura Mascino e Antonio De Rossi).
È il ‘paradigma della patrimonializzazione’, ovvero si selezionano discrezionalmente alcuni caratteri locali da valorizzare: prodotti tipici, evidenze monumentali, restauri di abitati ‘caratteristici’. Un tentativo di ridurre, codificare e rinchiudere in una gabbia i complessi concetti di ‘tradizione’, ‘identità’ e cultura materiale. Il rischio è che il paesaggio, inteso come «parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni» (Convenzione europea sul paesaggio) e come luogo abitato da comunità di eredità che ne hanno plasmato nel corso dei secoli la cultura materiale e immateriale (e continuano a farlo all’interno di un processo ineluttabile) si trasformi in un luogo del consumo piuttosto che della produzione di nuove forme di abitare, di nuove economie e nuove comunità.
Le aree interne devono continuare a puntare sulla valorizzazione turistica, sulla patrimonializzazione della storia o possono ritornare a essere un territorio da abitare? Non è il momento di concentrarsi sulla costruzione di nuove economie pertinenti con l’ambiente, nuove agricolture, rigenerazione sociale a base culturale, sulla riformulazione del welfare e dei servizi locali?
Le sperimentazioni degli ultimi anni a Ostana in Piemonte, a Gagliano Aterno in Abruzzo, a Castel del Giudice in Molise, dimostrano che il progetto di architettura può avere un ruolo rilevante nel trainare e dare consistenza ai processi di rigenerazione e ripopolamento: centri culturali, caseifici, housing per i nuovi abitanti, strutture per servizi comunitari. Questi progetti, spesso riusi o rifunzionalizzazioni di manufatti già esistenti, danno forma alla riattivazione delle comunità, riattualizzando le eredità del passato. È esattamente il contrario di quanto avviene con il “paradigma borghista”: folklorizzazione ad uso esclusivo del consumo turistico, dove tramite la creazione di ambientazioni da cartolina si vuole costruire una scenografia artificiale per soddisfare l’aspettativa del visitatore. Ai piccoli villaggi servono meno scenari idealizzati e più centri di competenza capaci di intrecciare i savoir faire locali con l’innovazione tecnologica proveniente da città e università. È necessario rendere visibile il fatto che le aree interne possono essere abitabili e produttive, non solo soggetto passivo di consumo e protezione.
Il ritorno, la ‘restanza’ o la scelta di un luogo dove vivere (indipendentemente da un legame di nascita o familiare) non deve essere un atto romantico o un sacrificio eroico. Servono narrazioni “normali”, di persone e comunità normali per delineare strategie progettuali di un nuovo riabitare nelle aree interne.
Il paradigma della patrimonializzazione ha condizionato strategie e immaginari e ha avuto come esito temi di progetto ricorrenti: case-museo, strutture e paesaggi ‘tipici’ dove esaltare il prodotto locale, una valorizzazione finalizzata al turismo rurale, piuttosto che alla rinascita delle comunità e allo sviluppo.
Le declinazioni di progetto negli ultimi anni si sono uniformate quindi ai canoni estetici del paesaggio ‘tradizionale’, riducendosi ad un problema di utilizzo di materiali tradizionali e di stereotipizzazione delle forme. Se la formazione di un paesaggio è, viceversa, il risultato di una complessa dinamica di trasformazione, ad essa deve adeguarsi il criterio insediativo e di nuova abitabilità dei luoghi. Una continua sovrascrittura e adattamento delle scelte di modificazione in cui il principio deve essere guidato da un sistema di differenze e di nicchie ecosistemiche fragili e complesse. 
Nelle strategie di sviluppo multifunzionali il fattore chiave è l’identità culturale. Le scelte strategiche economiche dovrebbero incardinarsi alle risorse regionali e l’ambiente letto nel suo valore di paesaggio antropizzato: ciò determina un intreccio di cultura-economia-ambiente in cui il progetto fisico diventa centrale per implementare sviluppo e qualità diffusa. La tendenza della progettualità deve cercare quindi di armonizzare la conservazione delle eredità storiche e locali con una riattivazione basata sullo sviluppo sostenibile, il recupero del patrimonio architettonico tradizionale con proposte incernierate nei processi socio-economici e locali e dal basso. In estrema sintesi,
«ricucire il tempo, riprocessare le risorse, creare le condizioni abilitanti il patrimonio ai fini del suo uso da parte delle comunità locali, sono tre portati di questa visione progettuale, che si costruisce nella dialettica tra pratiche contemporanee e materiali storico-ambientali, superando la contrapposizione tra modernità e tradizione, tra innovazione e conservazione. Avendo sempre la capacità di cogliere come la strutturazione insediativa storica, vero e proprio capitale fisso territoriale inscritto nel suolo, rappresenti – con i suoi spazi, i suoi sistemi di percorrenza, le sue opere costruttive che regolano il rapporto col terreno – una decisiva infrastrutturazione morfologica che deve essere non solo conservata ma anche implementata» (De Rossi A., Mascino L., Riabitare l’Italia, 2018).
La tesi entra poi nello specifico del contesto in cui è stata elaborata e a cui si rivolge, ricostruendo alcuni passaggi anche legislativi e programmatici che interessano la Sardegna (dal Piano Paesaggistico della Giunta regionale Soru dei primi anni Duemila sino ai SIR, i Sistemi Insediativi Rurali degli anni recenti. Per arrivare poi all’oggetto specifico della tesi, il vicinato di Cannedu ad Armungia:
Armungia e il vicinato di Cannedu
“Armungia è un piccolo centro del Gerrei, subregione storica della Sardegna sudorientale. Il paese di Armungia conserva tipi abitativi e caratteri costruttivi ben codificati, e le caratteristiche dei centri di crinale di collina interna: compattezza dei margini, presenza di orti periurbani. È anche un terreno di studio e pratica a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, con le collaborazioni con l’Università di Cagliari. In anni più recenti il paese, attraverso la ricerca sul campo della fine degli anni ‘90 dell’Università di Roma con Pietro Clemente e l’attività dell’Associazione di promozione sociale ‘Casa Lussu’ è stato partecipe del dibattito nazionale sulla rinascita delle Aree interne.
Oggi Armungia sta assistendo ad un fenomeno di neoresidenzialità, come fenomeno di ‘metromontagna’: valorizzare le interdipendenze piuttosto che le dicotomie città/mondo rurale, con una strategia spaziale che assume caratteri complessivi più “olistici” e complementari alla multifunzionalità rurale. Neoresidenti con una nuova coscienza di luogo, una micro nuova comunità attiva, che condivide l’idea di generare iniziativa, a partire dalla cura e dalla tutela degli spazi da abitare.
Le diverse dimensioni di fragilità delle aree interne rappresentano oggi una opportunità per definire una nuova costruzione di senso dell’abitare. L’esigenza è quella di spostare l’attenzione dall’oggetto al processo e adeguare l’intervento fisico alle permanenze consolidate. Le tattiche progettuali che ne derivano lavorano inevitabilmente più sull’interpretazione dell’esistente e sulla contaminazione che sulla costruzione, superando l’idea della centralità di un oggetto per dedicarsi invece al carattere relazionale dei tessuti insediativi e dei paesaggi.”
Chiudiamo con un estratto dal capitolo coll’intrigante titolo “Rovine per il futuro” e, infine, l’inciso delle conclusioni dell’autore:
«Prendendo in prestito un efficace gioco di parole di Tessa Matteini (2009), si ritiene che sia ancora possibile parlare di ‘Rovine per il futuro’ oltre che di un ‘futuro delle rovine’, semplicemente spostando l’osservazione del rudere dalla dimensione dell’architettura a quella del paesaggio e dall’ambito spaziale a quello cronologico, ovvero riconoscendo al tempo il ruolo di variabile indipendente, cui tutte le altre necessariamente conseguono. (…) Piani in grado di immaginare paesaggi simbolici, nei quali il rudere congelato, completato, trasformato, riqualificato, reinterpretato sia rispettato nella sua dimensione storica e nella sua duplice valenza estetica e documentaria» (Fiorino, Pilia, “Il rudere come time-landmark del paesaggio storico”, in Agribusiness Paesaggio & Ambiente – Vol. XVII – n. 2, Marzo 2014)
Quale approccio alla rovina? Il tema del rudere/rovina è al centro di dibattito, anche se la vasta letteratura (e i progetti di restauro/recupero/riuso) che esiste a riguardo si è concentrata prevalentemente sulle strutture di interesse archeologico all’interno di aree urbane, sui beni architettonici monumentali e sulle rovine post-trauma (bellico, calamità naturale). Indipendentemente dalle cause che hanno condotto allo stato di rovina (il caso più comune per le abitazioni dei villaggi resta comunque l’abbandono e il conseguente degrado), l’assenza d’uso dell’architettura sancisce il declino degli oggetti.
In Italia, per tradizione accademica del restauro architettonico, è ancora poco diffuso un approccio ‘contemporaneo’ alla rovina. Ancora meno se ci spostiamo sull’edilizia ‘minore’ dei contesti rurali. La questione non è solo metodologica o tecnica dell’intervento (rapporto con la preesistenza, tecniche costruttive, materiali) ma come trasmettere il valore storico-culturale e paesaggistico. A maggior ragione che si tratta di frammenti di edilizia minore. È necessario ipotizzare quindi nuove funzioni e inscrivere gli interventi nei processi di rigenerazione degli spazi urbani.
Il dibattito corrente presente in letteratura affronta la rovina attraverso molteplici aspetti: la dualità assenza/presenza, le implicazioni sul valore rimemorativo, di identità e di attaccamento ai luoghi, il ruolo psicologico della riflessione sulla ‘vacuità’. Una comprensione profonda per l’elaborazione di una coscienza luogo non può poi prescindere dalla dimensione immateriale. Tale dimensione concerne due aspetti: il ‘saper fare’ e la creazione di condizioni di abitabilità dei luoghi connessa con la loro significazione storica, culturale e di identità.
Il valore delle rovine di abitazioni nei villaggi di matrice rurale, va individuato in primo luogo nella storia ed evoluzione dell’architettura popolare in Sardegna. Le rovine del vicinato di Cannedu sono infatti unità minime bicellulari, evoluzione della monocellula nel recinto, per definizione archetipo della cultura abitativa arcaica. Il valore va quindi individuato nella duplice essenza di bene materiale (l’oggetto fisico) e bene immateriale (landmark temporale): la materialità è riconoscibile ed evidente nella muratura in pietra, in termini di carattere costruttivo tradizionale e fattore di esaltazione di diversità e località delle tessiture murarie; il valore intangibile è sempre il muro, nella sua significazione storica e antropologica di recinto, testimone temporale e indicatore di local knowledge.
«La logica strutturale muraria definisce l’essenza costruttiva della casa storico-tradizionale: il muro è un elemento massivo che segna il confine fra lo spazio privato e quello della comunità, messi in comunicazione attraverso un numero esiguo di aperture. La compattezza dell’insediamento, la logica del recinto che ne definisce la scala edilizia, il muro come esclusivo elemento strutturale, un sistema di aperture minime, evidenziano i tratti comuni di un modo di abitare che nell’introversione ritrova la principale matrice culturale di base» ( C. Atzeni, “La casa a corte delle colline e le sue varianti”, in Atzeni (a cura di), Manuali di Recupero, vol IV.“
Dal capitolo Conclusioni:
“Nelle sue ‘Città Invisibili’ Italo Calvino ci racconta di Ottavia, la città-ragnatela. Ottavia rende esplicita una verità che riguarda l’esistenza di tutti i piccoli paesi delle aree interne: alla fragilità di ogni singolo filo della ragnatela si oppone la resistenza e la resilienza in un continuo e delicato bilanciamento dell’insieme.”
In Bottega abbiamo già affrontato le tematiche legate allo spopolamento dei piccoli centri e alle sue spesso sciagurate politiche di “recupero e valorizzazione”.
Ricordiamo due recenti articoli legati in qualche modo alla rappresentazione cinematografica del fenomeno: quello sul docufilm SDUC, Storie di Donne, Uomini e Comunità, di Paola Traverso e Vincenzo Franceschini, prodotto e distribuito da Massimo D’Orzi: https://www.labottegadelbarbieri.org/sduc-un-docufilm-su-come-si-ricostruiscono-i-legami/ e quello che prende spunto dall’ultimo film di Riccardo Milani, ispirato alla storia di Ovidio Marras, La vita va così: https://www.labottegadelbarbieri.org/la-vita-va-cosi-cambiamola/
LINK per chi volesse approfondire
Progetto NETA
https://www.legacoopabitanti.it/
Fondazione Barberini – Memoria e Immaginazione
Open Impact – Dati per l’Impact Intelligence | Oltre l’ESG
Progetti di rigenerazione
Intervista all’architetto Antonio De Rossi sul futuro delle aree interne
Casa Lussu oggi
Casa Lussu e Armungia. Memoria e progetto di rete | Dialoghi Mediterranei
-l’eredita-delle-donne-di-casa-lussu-joyce-lussu-e-giovanna-serri-un-libro-di-claudia-crabuzza/
Piccoli paesi decrescono. Una rete per una battaglia di generazione | Dialoghi Mediterranei
Casa Lussu su Fb
Tappeti di Armungia casa Lussu
NOTE
1 Il progetto NETA, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e coordinato da Fondazione Barberini, vede la collaborazione di OpenImpact e Legacoop Abitanti. L’obiettivo è analizzare e contrastare i fenomeni di abbandono del patrimonio abitativo e di spopolamento nei territori interni, promuovendo modelli innovativi di abitare cooperativo e sostenibile. Armungia è stato individuato come uno dei tre territori pilota, insieme ad altre realtà italiane interessate da dinamiche simili.
Al centro della ricerca vi è il tema delle abitazioni private inutilizzate, spesso percepite come un costo anziché una risorsa. Il laboratorio territoriale intende avviare una riflessione condivisa su come riattivare questi immobili, valorizzandoli attraverso forme di gestione cooperativa e processi di rigenerazione sociale. L’approccio partecipativo mira a costruire soluzioni concrete che coinvolgano enti pubblici, università, associazioni e cittadini.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno di Legacoop Abitanti per promuovere politiche abitative innovative, capaci di rispondere alle sfide delle aree interne e di rafforzare la coesione sociale attraverso modelli collaborativi e inclusivi. NETA: Ri-abitare Armungia – Legacoop Abitanti
2 NETA: ri-abitare l’Appennino bolognese attraverso modelli cooperativi e partecipativi – Legacoop Abitanti
3 Pietro Clemente: «Armungia è un piccolo paese della Sardegna Sud orientale, a lungo rimasto finis terrae, paese di contadini e di pastori, nel 1890 vi nacque Emilio Lussu.
[…] Qui, grazie ai suggerimenti di Joyce Lussu – moglie di Emilio e intellettuale terzomondista e emancipazionista – negli anni ’80 fu fatta una raccolta di oggetti del lavoro e della vita di prima della modernizzazione, a cura soprattutto delle donne. Da questa raccolta nel tempo, intorno al 2000, nacque un museo studiato e organizzato con il supporto degli antropologi dell’Università di Cagliari, dedicato al lavoro e alla vita quotidiana del territorio e nominato “Sa Domu de Is ‘Ainas” (la casa degli attrezzi). Dal 1998 al 2000 Armungia ospitò uno stage di formazione alla ricerca antropologica dell’Università Sapienza di Roma, che diede vita anche ad alcune pubblicazioni. In seguito, dopo una prima mostra permanente, nacque in un palazzo storico nel centro del paese il Museo Emilio e Joyce Lussu (2007).
[…] Tutta l’Italia delle ‘zone interne’ vive, dopo la grande trasformazione degli anni ’60, gravi problemi di abbandono ai quali solo da una decina di anni è stata posta attenzione. […] Questo quadro dà risalto alla esperienza di Armungia.
[…] Il nuovo ruolo di Casa Lussu sembra avere inciso sulla vita sociale del paese più degli altri interventi del passato (musei, stages di ricerca..) e avere anche modificato la marginalità dei due musei conferendo a questi una nuova attrattività. Tommaso ha poi condiviso questo ritorno con la compagna Barbara, nipote di Giovanna Serri, la più esperta tessitrice di Armungia, ed entrambi hanno deciso di apprendere la tradizione della tessitura artigiana a mano da lei, e di farla diventare una nuova attività. […] Casa Lussu è un caso interessante di come il riabitare i luoghi con un rilevante capitale culturale possa aprire una prospettiva nuova e dinamica, rianimando le diverse espressioni del patrimonio culturale della comunità, in una prospettiva non solo conservativa ma dinamica e innovativa. I due musei, un festival annuale, l’adesione ad una rete nazionale di piccoli paesi, l’attività artigiana che coniuga, attraverso la critica dell’artigianato “non autentico”, tradizione e innovazione, la creazione di alcuni strumenti di nuova visibilità del paese hanno costruito intorno a una comunità marginale una attenzione che contiene forti potenzialità di futuro. Un nuovo tipo di sviluppo basato sulla ‘coscienza di luogo’ […] e orientarsi verso una nuova definizione comune inclusiva di comunità, superare la subalternità alle città e rivendicare nuove prospettive” P. Clemente, “In rural villages and the suburbs”, Volks-kunde 2020, Progetto “IMP-Intangible cultural heritage and museum project”.
Vedi anche: Casa Lussu. La casa della storia e delle storie | Dialoghi Mediterranei
‘Un caffè ad Armungia’: il festival dei piccoli nel paese-laboratorio – Sardiniapost.it
Tommaso Lussu: Memoria e progetto di rete https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/casa-lussu-e-armungia-memoria-e-progetto-di-rete/
4 Pietro Clemente: «Armungia». Stage e paese: messa in scena, apprendistato e didattica dell’antropologia
6 Vedi L’eredità delle donne di Casa Lussu, della cantautrice algherese Claudia Crabuzza, edizioni archivi del sud, 2024 https://archividelsud.eu/novita-leredita-delle-donne-di-casa-lussu-joyce-lussu-e-giovanna-serri-un-libro-di-claudia-crabuzza/
7 Relatori Francesco Marras, Elisa Pilia e Fausto Cuboni, Commissione Giannattasio, Marras, Muresu, Pilia
8 Armungia (Gerrei, Sardegna): il vicinato storico di Cannedu. Un progetto di margine | Dialoghi Mediterranei
10 D. Fiorino, E. Pilia “Il rudere come time-landmark del paesaggio storico”, in Agribusiness, Paesaggio & Ambiente, Vol. XVII, Marzo 2014.
Oltre le mura, abitare il cambiamento: Qui le puntate del podcast già uscite Oltre le Mura – Il modello cooperativo






Quelli che scappano dalla città per vivere in mezza montagna al fresco: “Così ci difendiamo dal clima”
Fresco e prezzi (ancora) bassi attirano le persone. Dal 2019 al 2023, quasi 100 mila cittadini sono andati a vivere nei comuni montani. Mercalli: “Così si ripopolano zone abbandonate”
https://www.corriere.it/cronache/26_agosto_11/scappare-citta-vivere-mezza-montagna-contro-caldo-bdea2ffe-be71-4b15-85d9-8a48b4fa4xlk.shtml
Armungia, 393 abitanti e una scommessa sul futuro: “Qui c’è chi sceglie di mettere radici”
Luigi Alfonso su Vita
https://www.vita.it/vita-a-sud/armungia-393-abitanti-e-una-scommessa-sul-futuro-qui-ce-chi-sceglie-di-mettere-radici/