La pornografia del dolore
Partendo dalla recente decisione del Governo del Burkina Faso di vietare, di fatto, la cosiddetta “pornografia della sofferenza” (o del dolore, o “poverty porn”), riprendiamo il contributo da SiamoZeta e Colory.it ed una riflessione di alcuni mesi fa di Benedettaartefacile. 
La pornografia del dolore
da SiamoZeta
Lo scorso 2 luglio si è tenuta la riunione settimanale del Consiglio dei Ministri del Burkina Faso presieduta dal Presidente Ibrahim Traoré. A pochi giorni dalla riunione, il 7 luglio, il ministero della Famiglia e della Solidarietà ha pubblicato un comunicato, firmato dalla ministra Kaboré, all’interno del quale si può leggere: «Il ministero rileva con preoccupazione che alcuni appelli pubblici alla solidarietà sono organizzati al di fuori del quadro normativo, talvolta mediante immagini, video o contenuti lesivi della dignità, della vita privata e dei diritti fondamentali delle persone coinvolte.»
Il comunicato aveva l’obiettivo di specificare alcune delle decisioni prese nella precedente riunione, ma queste parole in particolare hanno risvegliato l’interesse dei media perché implica, in maniera sottile, che il Burkina Faso si sta ribellando alla cosiddetta “pornografia del dolore” o “poverty porn”, che implica la sovraesposizione di persone povere o in difficoltà con l’obiettivo di muovere a compassione il pubblico (spesso bianco e ricco), senza premurarsi di proteggerne la dignità e la privacy.
Il provvedimento però va oltre il poverty porn, regolando i rapporti tra ong o organizzazioni internazionali e lo Stato burkinabé. Secondo le affermazioni della ministra Kaboré infatti queste ultime, negli anni, sarebbero intervenute sul territorio in maniera massiccia, spesso limitando la condivisione di informazioni sensibili e il rispetto delle priorità strategiche nazionali.
Sembrerebbe dunque, che il Burkina Faso stia muovendo i primi passi per aumentare il controllo delle attività delle organizzazioni nazionali e internazionali, che indubbiamente hanno spesso avuto un ruolo nel mantenimento dei rapporti coloniali, oltre che operato in maniera poco trasparente.
Allo stesso tempo però, Amnesty International in un rapporto del 2026 ha evidenziato la tendenza del governo a restringere le libertà di associazione, arrestare arbitrariamente i giornalisti e sospend
ere le ONG. Tutti elementi che, messi in connessione con il decreto attuale, hanno allarmato alcuni critici, che vi vedono più un ulteriore strumento di controllo che non di emancipaz
da instagram.com/siamozeta e instagram.com/colory
La Pornografia del Dolore
quando la sofferenza diventa spettacolo Benedetta artefacile Nov 16, 2025
C’è un’immagine che racconta perfettamente il nostro rapporto con il dolore:
Siamo nel 1964, Andy Warhol si appropriò delle fotografie di giornale di Jacqueline Kennedy per una serie di dipinti drammatici in cui raffigurava i momenti prima e dopo l’assassinio di suo marito
La prima fila di Nine Jackies presenta una Jackie sorridente, il volto del presidente appena visibile alla sua sinistra. Questa immagine si trova in giustapposizione allo scatto che appare nella fila centrale del dipinto, scattato durante la cerimonia in cui la bara drappegata di Kennedy è stata portata al Campidoglio, e all’immagine della fila inferiore, scattata mentre una Jackie addolorata in piedi con al fianco il successore di suo marito, Johnson, durante la sua cerimonia di giuramento.
Lo choc diventa pattern, il lutto diventa colore, la tragedia diventa arte e, inevitabilmente, merce.
Warhol aveva capito una verità scomoda: il dolore, quando è riprodotto abbastanza volte, smette di ferire e comincia a vendere.
questo è quello che molti studiosi hanno chiamato pornografia del dolore.
Che cos’è la pornografia del dolore
Il termine non indica un genere preciso, ma una tendenza dello sguardo: la trasformazione della sofferenza in oggetto estetico o di consumo.
La storica Karen Halttunen, nel 1995, lo usò per descrivere come la compassione pubblica nell’Ottocento fosse diventata una forma di intrattenimento morale: guardare la miseria, la morte o la violenza degli altri faceva sentire “umani”, ma anche rassicurati.
Oggi, in un mondo saturo di immagini, questo meccanismo è ovunque.
Ogni giorno, nei feed dei social o nei musei d’arte contemporanea, la sofferenza diventa visione, click, capitale simbolico.
Il dolore non è più un’esperienza: è un contenuto.
Dal martirio all’immagine virale
Non è una novità.
Per secoli, l’arte occidentale ha rappresentato il dolore — dai martiri delle pale d’altare alle Pietà di Michelangelo — come luogo del sacro e della redenzione.
Ma con la fotografia e la stampa moderna, tutto cambia: la sofferenza diventa riproducibile, e dunque commercializzabile.
Le fotografie dei campi di battaglia, dei disastri, delle guerre civili entrano nelle case borghesi e nei giornali.
L’orrore si democratizza.
Con Warhol, questo processo diventa manifesto: la morte in diretta, filtrata dalla ripetizione, si fa estetica del consumo.
L’immagine di Jackie, riprodotta in blu e argento, perde la sua gravità e acquista una nuova funzione: decorare il trauma.
Guardare la sofferenza: la lezione di Susan Sontag
La scrittrice e critica Susan Sontag, in Regarding the Pain of Others (2003), pone la domanda cruciale:
che cosa succede dentro di noi quando guardiamo il dolore degli altri?
Sontag distingue tra l’immagine che testimonia e quella che anestetizza.
All’inizio, la fotografia di guerra o di violenza può indignarci, farci sentire compassione, spingerci all’azione.
Ma quando la sofferenza diventa spettacolo continuo, il rischio è opposto: abituarsi al dolore, fino a non sentirlo più.
È un effetto di saturazione.
Più vediamo, meno comprendiamo.
Nel mondo dei social, questa intuizione è ancora più evidente: scrolliamo tra immagini di tragedie e pubblicità, tra guerre e influencer, senza più avvertire il confine morale che separa la notizia dall’intrattenimento.
Barthes: quando l’immagine punge
Il semiologo Roland Barthes, in La camera chiara, spiega che ogni fotografia ha due dimensioni:
lo studium, cioè il significato culturale e riconoscibile;
e il punctum, quel piccolo dettaglio che “punge”, che ci ferisce emotivamente.
Il punctum è ciò che rende un’immagine viva, irripetibile, vera.
La pornografia del dolore inizia quando il punctum scompare:
quando la ferita non punge più, ma seduce.
Quando il sangue diventa colore, la tragedia diventa texture.
È allora che lo sguardo non cerca più empatia, ma eccitazione estetica.
Il dolore come capitale
Oggi la pornografia del dolore non è più solo una questione estetica: è una logica economica.
Viviamo in una società dell’attenzione, dove ogni emozione può essere monetizzata.
Nel mercato dell’arte, l’indignazione aumenta le quotazioni.
Nel mondo digitale, la tragedia genera engagement.
Nel giornalismo, la foto più cruda vale più click.
L’industria culturale non produce solo immagini: produce emozioni da rivendere.
Il dolore diventa capitale simbolico — un bene che si scambia, che genera profitto, visibilità, potere.
E come ogni capitale, si concentra nelle mani di pochi.
Dove finisce la testimonianza, dove inizia la pornografia
Non esiste un confine assoluto, ma possiamo tracciare alcune linee guida.
Un’immagine è testimonianza quando restituisce dignità e voce ai soggetti, quando offre contesto, quando provoca comprensione.
Diventa pornografia del dolore quando il soggetto scompare dietro l’effetto, quando la sofferenza è ridotta a superficie estetica, quando l’emozione sostituisce la conoscenza.
In altre parole: la pornografia del dolore inizia quando guardare diventa un fine in sé.
Guardare, oggi
Ogni giorno siamo spettatori di guerre, disastri, catastrofi, ma il dolore ci scivola addosso come un’estetica.
La pornografia del dolore non è un vizio individuale: è il sintomo di un sistema visivo che ha trasformato la sofferenza in linguaggio e la compassione in consumo.
Ma l’arte — e il pensiero — possono ancora fare qualcosa.
Possono restituire peso alle immagini, rallentare il ritmo, ridare senso alla ferita.
Possono ricordarci che dietro ogni fotografia, ogni performance, ogni notizia, c’è qualcuno che ha davvero sofferto.
E che la cosa più oscena, forse, non è mostrare il dolore.
Ma dimenticare che è reale.
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