Quella volta che De André mi disse: «Torna domani»

Riprendiamo dalla pagina FB di Massimo Loriga1

Quella volta che Fabrizio De André mi disse: «Torna domani»

di Massimo Loriga (che ringrazio per averci concesso di riprendere il suo post)

l’Agnata

Ora che finalmente sembra iniziare a placarsi il continuo rincorrersi di post, articoli e commenti su quanto accaduto nei giorni scorsi all’Agnata, dopo che per giorni sembrava non si parlasse praticamente d’altro, tutta questa storia ha avuto su di me un effetto particolare: per usare un’espressione ormai entrata nel gergo, mi ha “sbloccato un ricordo”.

Era l’inverno del 1994.

Le mie origini sono un po’ un miscuglio della Sardegna centro-settentrionale, dal Nuorese al Logudoro, Anglona, fino alla Gallura. Una parte dei miei parenti risiede a Luras, quella curiosa isola linguistica logudorese incastonata nella Gallura, ai piedi del Limbara e a pochissimi minuti dall’Agnata. Oggi arrivare all’Agnata è piuttosto semplice, ma allora l’ultimo tratto di strada per raggiungerla era ancora sterrato e non esattamente dei più agevoli.

In quel periodo mia cugina Cristina lavorava da Fabrizio De André. Dopo la terribile esperienza del sequestro, Fabrizio aveva cercato comprensibilmente di circondarsi di persone fidate e con alcuni dei miei parenti si era creato un rapporto quasi familiare. Capitava che pranzassero insieme, trascorressero del tempo insieme e Cristina era considerata praticamente una persona di famiglia.

Il luogo era un po’ diverso da come lo conosciamo oggi. L’attività agrituristica non aveva ancora la frequentazione che avrebbe avuto in seguito: la conoscevano soprattutto i sardi, le persone della zona e naturalmente gli amici di Fabrizio, musicisti, attori e artisti che passavano a trovarlo. D’inverno, poi, tutto diventava ancora più raccolto. Pochissimi clienti, qualche persona che lavorava lì e, intorno, circa 170 ettari di bosco privato, granito, alberi e silenzio. Un paradiso in terra.

Io non vivevo a Luras. Ero lì per una breve vacanza, per stare qualche giorno con i miei parenti. Cristina in quel periodo aveva dei problemi con la macchina e così alcune volte andai a prenderla per riportarla in paese.

La cosa curiosa è che io non ero affatto un fan di De André. Anzi, avevo con la sua musica una specie di conto aperto fin dall’infanzia.

Ricordo ancora la nostra bellissima Giulia Alfa Romeo e il mangianastri. Durante un viaggio, mentre dalla musicassetta partiva Il pescatore, quello originale, scarno, non la successiva versione con la PFM, stetti malissimo in macchina. Evidentemente il mio cervello di bambino stabilì un’associazione piuttosto tenace, perché da allora quella versione de Il pescatore mi ha sempre provocato una strana sensazione, quasi di nausea. Ancora oggi, incredibilmente, mi fa un certo effetto.

Insomma, non andavo certo lì nella speranza di incontrare Fabrizio De André. Una volta andai e non lo vidi, un’altra volta lo stesso.

Poi, un pomeriggio, arrivai e mi sedetti ad aspettare Cristina a un tavolino all’esterno, vicino a una costruzione separata che ricordo di fronte all’edificio principale. Il pranzo era finito ormai da un pezzo e il posto si era praticamente svuotato.

Nel cortile era rimasta una famiglia, una coppia con due bambini. I piccoli giocavano con un pallone e, a un certo punto, questo finì dentro una vasca con delle ninfee. Continuarono a giocare e a fare un po’ di confusione finché, dalla mia postazione, vidi aprirsi una finestra in alto, nella mansarda. Qualcuno si affacciò per un istante e la richiuse quasi subito.

Passò pochissimo.

Si aprì la porta e ne uscì un uomo.

Avevo già capito chi fosse.

Fabrizio De André.

Era pomeriggio inoltrato e aveva tutta l’aria di essersi appena svegliato. Evidentemente gli schiamazzi non avevano contribuito al buonumore. Si rivolse ai bambini in maniera piuttosto decisa, invitandoli a smetterla di fare casino, di giocare a pallone lì e soprattutto di tirarlo dentro la vasca rischiando di fare danni.

Il messaggio dovette essere abbastanza convincente, perché nel giro di pochissimo i bambini, il pallone e i genitori si volatilizzarono.

Rimasi io.

Seduto al mio tavolino, circondato dagli innumerevoli gatti che vivevano lì.

E bisogna anche considerare che non avevo esattamente l’aspetto del tipico cliente dell’agriturismo. All’epoca avevo i capelli lunghi, giubbotto di pelle e, se non ricordo male, anche dei gran baffoni vagamente alla Cugini di Campagna.

Fabrizio si girò.

Mi vide.

E a quel punto pensai: «Speriamo che non venga qui».

Naturalmente venne lì.

Mi scrutò per qualche istante e, ripensandoci oggi, aveva anche qualche ragione per chiedersi chi diavolo fossi. Poi, con l’immancabile sigaretta, cominciò a venire nella mia direzione.

Arrivò davanti a me, mi guardò e disse:

«E tu? Tu chi cazzo sei?»

Come primo approccio non contribuì esattamente a diminuire il mio imbarazzo.

Capii presto, però, che quel modo di esprimersi faceva semplicemente parte di lui. Parlava con grande proprietà, ma senza alcuna soggezione verso le parole: ogni tanto nel discorso saltava fuori qualche espressione colorita, qualche parolaccia, con assoluta naturalezza.

Farfugliai qualcosa, gli dissi che ero il cugino di Cristina e che ero venuto a prenderla per riportarla in paese. A quel punto, però, il suo atteggiamento cambiò. Quell’aria assonnata e un po’ brusca lasciò spazio alla curiosità. Spostò una sedia, si sedette davanti a me, appoggiò le braccia sul tavolo e disse:

«Ah, okay. Raccontami qualcosa.»

Io avevo poco più di vent’anni e, pur non essendo un suo fan, provavo nei confronti di quell’uomo una sorta di sacro timore. Era pur sempre Fabrizio De André, già allora una figura enorme, uno dei personaggi più conosciuti in Italia. Negli anni precedenti si era parlato moltissimo di lui, naturalmente per la musica, ma anche per il sequestro. Non avevo davanti il mio idolo musicale, questo no, ma avevo comunque davanti Fabrizio De André e la cosa mi metteva parecchio in soggezione.

All’inizio fui piuttosto impacciato. Non sapevo bene cosa raccontargli e soprattutto non capivo cosa potesse interessargli di quello che avevo da dire. Gli dissi che suonavo anch’io in un gruppo, i Kenze Neke, che allora in Sardegna erano già abbastanza conosciuti.

Mi interruppe dicendomi che li conosceva, che aveva anche un loro disco e che poi mi avrebbe fatto vedere la piccola collezione che teneva lì. Questo contribuì un po’ a sciogliermi, ma poco dopo tornò alla carica: «Bene, raccontami qualcosa».

Così cominciai a parlargli delle cose che mi appassionavano, oltre alla musica: la Sardegna, le sue storie, i paesi e soprattutto le lingue. Lui conosceva il gallurese, sapeva del tabarchino, ma mi resi conto che aveva un’idea del sardo abbastanza omogenea. Io invece, forse proprio per quelle origini familiari sparse tra aree linguistiche diverse, ero sempre stato affascinato dalle differenze. E Luras ne era un esempio perfetto: un paese in piena Gallura nel quale si parla una varietà logudorese.

Finimmo quindi a parlare delle diverse parlate dell’isola, del logudorese, del campidanese, del gallurese, del catalano, del sassarese, del tabarchino e di quanto potessero cambiare parole e suoni spostandosi anche di pochi chilometri.

La cosa che mi colpì fu il modo in cui ascoltava. Faceva domande, interveniva, voleva sapere. E più andavamo avanti, più cambiava anche il suo modo di porsi. La curiosità iniziale diventò gradualmente disponibilità, affabilità; persino lo sguardo era cambiato. Quell’uomo apparentemente assonnato e poco gioviale che poco prima mi aveva chiesto chi cazzo fossi aveva adesso uno sguardo attento, incuriosito, direi quasi dolce.

E naturalmente anch’io, poco alla volta, cominciai a sentirmi più a mio agio.

A un certo punto accadde una cosa che ancora oggi mi fa sorridere. Aveva una sigaretta in mano e, distrattamente, ne prese un’altra, se la mise in bocca e l’accese. Si ritrovò così con due sigarette accese contemporaneamente. Io lo guardai con un’espressione evidentemente divertita; lui si accorse di quello che aveva fatto, sorrise e continuò tranquillamente a fumarle entrambe.

Non avevo mai visto una cosa simile.

Avevo con me anche una vecchia Zenit (Зенит), reflex sovietica, e quel giorno feci qualche fotografia. Non a lui, però. Non ho mai amato farmi fotografare insieme ai personaggi famosi che mi è capitato di incontrare; all’epoca, poi, il concetto stesso di selfie era ancora di là da venire. Mi sembrava quasi di invadere uno spazio che non mi apparteneva e quindi evitavo accuratamente di chiedere fotografie insieme. Oggi, naturalmente, un po’ me ne pento: di molti di quegli incontri non mi è rimasta nessuna immagine, se non la mia memoria e quella delle persone che erano con me.

Alla fine quella conversazione, che avrebbe potuto durare un paio di minuti, andò avanti per almeno un’ora, forse anche di più. Quando Cristina terminò il lavoro e venne a dirci che era pronta, Fabrizio le chiese di aspettare ancora. E continuammo a parlare.

Quando arrivò davvero il momento di andare, lo salutai e con Cristina ci preparammo a tornare a Luras. Fu allora che, quasi come se fosse la cosa più normale del mondo, mi disse:

«Bene. Ci vediamo qui domani? Sei libero?»

Ricordo ancora la sensazione che provai. Un misto di sorpresa, incredulità e, lo ammetto, anche una punta di orgoglio. Ero arrivato sperando quasi che non mi vedesse e adesso era Fabrizio De André a chiedermi di tornare il giorno dopo.

Bisbicai qualcosa come: «Sì… certo. Va bene. Ci vediamo domani».

E il giorno dopo tornai.

Questa volta ci sedemmo all’interno, in un piccolo salotto circondato da librerie. Ricordo molti libri, parecchi dedicati alla Sardegna, una manciata di dischi, musicassette e alcune chitarre sparse qua e là.

Alle pareti c’erano anche alcuni antichi affreschi. Se la memoria non mi inganna, Fabrizio mi disse che provenivano da un castello della zona di Bergamo e mi spiegò anche come fossero stati asportati dalla loro collocazione originaria e trasferiti su un nuovo supporto. Credo si trattasse della tecnica dello “strappo”, ma dopo più di trent’anni non posso esserne certo.

Quella cosa mi affascinò parecchio. Già allora avevo una grande passione per l’arte e, quando poco tempo dopo lasciai Giurisprudenza per passare a Lettere, scelsi infatti l’indirizzo artistico.

Parlammo davvero di tante cose. Mi raccontò della fatica che era costata realizzare il lago dell’Agnata e, a un certo punto, mi confidò anche qualcosa di decisamente più personale: il fastidio che provava quando doveva andare a Tempio Pausania e gli capitava di incontrare, ormai libero, uno degli uomini che lo avevano sequestrato. Non aggiunse molto e neppure io gli feci domande. Del resto, ancora oggi non so come avrei reagito al posto suo.

A un certo punto venne fuori anche l’università. Io frequentavo Giurisprudenza, anche se avevo già in mente di passare a Lettere. Fabrizio mi raccontò qualcosa dei suoi studi e mi consigliò proprio Lettere. La motivazione, però, non aveva molto a che fare con la cultura umanistica.

Secondo lui lì il rapporto tra uomini e donne era qualcosa come uno a dieci. In sostanza, mi disse, potevi anche essere poco interessante, ma avevi comunque ottime possibilità.

Non ricordo le parole esatte e dopo più di trent’anni non avrebbe senso mettergliele in bocca tra virgolette, ma il concetto era esattamente quello.

Io poi a Lettere ci passai davvero. Non certo per il consiglio di De André, era già qualcosa che avevo intenzione di fare, però devo riconoscere che almeno sulle proporzioni tra uomini e donne aveva ragione.

Tornammo poi a parlare della Sardegna e a un certo punto mi fece vedere un libro. Si intitolava NUR. L’antica civiltà dei Sardi. Era stato scritto da Sanna, padre di due miei cari amici, un giornalista. Ricordo soprattutto quella parola sulla copertina, in grandi caratteri: NUR.

Dissi qualcosa come: «Bellissimo».

Lui guardò la copertina e ripeté lentamente quella parola.

«Nur…»

Gli piaceva il suono. Mi disse che lo avrebbe visto bene come nome di un gruppo.

Mi guardò sorridendo.

Anche quel consiglio, alla fine, lo seguii. NUR sarebbe diventato il nome del mio gruppo post Kenze Neke.

C’è poi una cosa che oggi, ripensando a quei giorni, mi fa uno strano effetto. Fabrizio era nato nel 1940 e nel 1994 aveva cinquantaquattro anni, quindi era più giovane di quanto lo sia io oggi. Eppure allora, con gli occhi di un ragazzo poco più che ventenne, mi sembrava un uomo già avanti con l’età. Non vecchio, ma qualcuno che aveva già vissuto moltissimo, scritto quelle canzoni, attraversato esperienze enormi, persino un sequestro. Nella mia percezione aveva già fatto buona parte di quello che doveva fare nella vita.

Oggi questa cosa mi fa sorridere, perché io continuo per certi versi a sentirmi un ragazzino che deve ancora capire cosa farà da grande. Lui, invece, a cinquantaquattro anni, ai miei occhi sembrava già appartenere alla storia.

E naturalmente non aveva affatto finito. Sarebbero arrivate ancora altre canzoni, altri lavori, altre perle.

Mi disse anche di essere stanco delle tournée, che non avrebbe voluto farne più, che avrebbe preferito comporre, stare tranquillo, riposarsi. Poi invece sul palco ci tornò ancora.

Tra le tante cose di cui parlammo ce n’è però una che mi è tornata in mente proprio in questi giorni.

Parlammo anche di politica.

Berlusconi si stava affacciando allora sulla scena politica italiana. Non ricordo più come arrivammo sull’argomento, ma ricordo bene una cosa che Fabrizio mi disse. Parlando del fatto che sarei potuto tornare a trovarlo, mi fece capire che io lì sarei stato sempre il benvenuto.

Poi fece il nome di Berlusconi.

Lui invece, disse, se si fosse presentato lì lo avrebbe preso a pedate.

Il concetto era esattamente quello. Anzi, probabilmente le parole furono anche un po’ meno eleganti.

Non furono molti gli incontri che ebbi con Fabrizio De André, ma sono rimasti da qualche parte nella memoria con una nitidezza sorprendente.

E soprattutto ricordo il modo in cui mi trattò. Da pari.

Io non ero nessuno e, per giunta, non ero neppure un suo fan. Lui era Fabrizio De André. Eppure non ebbi mai la sensazione del grande artista che concedeva un po’ del proprio tempo a un ragazzino. Era curioso, faceva domande, ascoltava.

Ed è forse questo il ricordo più bello che conservo di lui.

Poi c’è quella frase, detta più di trent’anni fa, in un pomeriggio d’inverno, in mezzo ai boschi del Limbara.

Io ero il benvenuto.

Berlusconi, a quanto pare, un po’ meno.

Ecco, ripensando oggi a quella conversazione, mi viene spontaneo chiedermi se Salvini sarebbe stato particolarmente gradito a casa sua.

Viviamo del resto in un tempo in cui sembra essersi un po’ smarrito il significato stesso della politica e delle istituzioni. Sono nate per servire la comunità, all’interno di quel patto sociale per cui deleghiamo qualcuno a occuparsi del bene comune. Sempre più spesso, invece, si ha la sensazione che il meccanismo si sia rovesciato: non più istituzioni e politica al servizio dei cittadini, ma strutture che finiscono per lavorare soprattutto alla propria conservazione, alla ricerca del consenso e alla successiva scadenza elettorale.

Eppure io continuo a pensare che per occuparsi della cosa pubblica servano prima di tutto qualità molto semplici, forse persino banali: competenza e cultura, certamente, ma anche empatia, compassione verso il prossimo, spirito di servizio e una certa disponibilità al sacrificio personale. E soprattutto la capacità di unire. Cercare ciò che abbiamo in comune anziché ciò che può dividerci, perché alimentare continuamente contrapposizioni, rancore e paura può forse portare voti, ma difficilmente rende migliore una comunità.

Non posso sapere cosa avrebbe detto o fatto Fabrizio De André quel giorno all’Agnata. Sarebbe presuntuoso parlare al posto suo.

Posso però ricordare l’uomo che incontrai io, il suo modo di guardare le persone e le cose, la sua cultura, la sua curiosità, le sue idee. E posso ricordare cosa pensava di un certo tipo di politica già trent’anni fa.

Perciò sì, magari mi sbaglio, ma ho un’idea di come probabilmente sarebbe andata.

Massimo Loriga (Nemos), sulla sua pagina FB, QUI

Altro su Massimo Loriga

Kenze Neke Kenze Neke – Wikipedia

NUR Artes et Sonos | Nur – Artes et Sonos

Nemos S&H Magazine

Massimo Loriga, viaggio nella musica sarda contemporanea: Youtube

 

NOTE

1 Sassofonista e polistrumentista, dopo varie esperienze in gruppi pop e rock, approda ai Kenze Neke nel 1990. Seguono 5 anni di intensissima attività con concerti prevalentemente all’estero e la partecipazione ad importanti festivals internazionali. Nel 1995 entra a far parte degli Uninvited, storica formazione Cagliaritana di musica surf. Riprendono le tournée e assieme al gruppo inciderà per importanti etichette. Nel 1997 Gianfranco Cabiddu lo coinvolge nel film prodotto da Tornatore, “Il figlio di Bakunin”, in cui interpreta un musicista jazz e registra alcuni contributi per la colonna sonora. Contemporaneamente si dedica al progetto NUR (dal 2014 NEMOS, “Nessuno” in sardo, ma anche acronimo di NUR ethinic music original Sardinia)*,  e approfondisce lo studio di vari strumenti della tradizione Sarda e medievale. Nel 2006 reunion dei Kenze Neke con il live a Solarussa (15000 spettatori) e Berlino per il Move Against G8. Nel 2009 assieme ad Andrea Congia e Arrogalla dà vita ai Baska. Attualmente collabora con artisti nazionali ed internazionali e nel 2010 è entrato a far parte dei KNA (ex Kenze Neke). Ha studiato lettere frequentato Etnomusicologia presso il conservatorio di Cagliari.    da QUI

* Inserto su Nemos preso da: Giacomo Serreli, Boghes e Sonos, musica in Sardegna 1960-2020, edito da la Nuova Sardegna 2021

Le foto sono tutte di Massimo Loriga, dal post su Fb

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