Sardegna: andare oltre l’isola-carcere
Dalla Sardegna un appello per un approccio diverso alla pena e, in appendice, una lettera da un carcere speciale che, 43 anni fa, diceva cose molto simili. Con molti link utili.
“Il mio interesse fondamentale non è il carcere, ma la città: una città in cui il carcere non sia compreso né come concetto, né come luogo”. Giovanni Michelucci, architetto
Nella seconda metà dell’agosto rovente di quest’estate 2026, con la solita “emergenza carceri” denunciata da più parti e bellamente ignorata dal Governo (se si esclude l’intervento velleitario della Legge 140 del 5 agosto, sulle alternative al carcere per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, in strutture che non esistono), in Sardegna è stato diffuso il testo di una “lettera-appello rivolta a tutte le istituzioni (dal Governo, col ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, fino a Regione ed enti locali): «Superare l’Isola-carcere», per promuovere «un sistema penitenziario capace di sicurezza, responsabilità e sviluppo civile».
La lettera arriva dopo mesi di allarmi, polemiche e prese di posizione, anche da parte della Giunta Regionale Sarda, contro il progetto (illustrato dal Ministro della Giustizia Nordio a dicembre) di concentrare i detenuti sottoposti al regime restrittivo del 41 bis in poche carceri, prevalentemente ubicate nelle isole, con l’intenzione di recidere ancor più i legami fra detenuti e territorio. Polemiche, bisogna dire, spesso finalizzate a contestare solo la “nuova” servitù imposta all’isola, senza mettere in discussione le politiche penali e sicuritarie del Governo Meloni/Nordio.
L’appello è firmato da 26 fra intellettuali, professionisti, politici, operatori del settore, fra cui la Garante per le persone private della libertà personale Sardegna Irene Testa; la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari Cristina Ornano; attivisti impegnati da sempre sulle tematiche carcerarie, come Luigi Manconi e Maria Grazia Caligaris. Oltre che da politici e amministratori sardi.
Vi si legge, fra le premesse: “Per troppo tempo il rapporto tra istituti penitenziari e territori è stato pensato quasi esclusivamente in termini di isolamento, controllo, separazione e peso per le comunità locali. Questa impostazione ha inciso sull’immagine dell’isola, sulle sue politiche pubbliche e sul modo in cui i cittadini hanno percepito la presenza del carcere nei propri territori. Oggi è necessario aprire una fase nuova.” “Riteniamo che l’esecuzione penale in Sardegna debba essere ripensata dentro un paradigma diverso: non più il carcere come corpo estraneo, non più gli istituti penitenziari come semplici oneri da sopportare, ma come presenze istituzionali capaci di dialogare con le comunità, di contribuire alla sicurezza, alla legalità, al lavoro, alla formazione, alla cura dei beni comuni e alla crescita civile dei territori.”
Alcune delle argomentazioni e delle proposte contenute nella lettera (che riprendo per intero sotto, con i link per poter aderire alla sottoscrizione e farla circolare), mi ha riportato alla mente un’altra lettera (scritta da tre detenuti politici sardi, allora nel carcere speciale di Cuneo, nell’autunno di 43 anni fa), in cui si dicevano cose molto simili.
Nella lettera del 1983 ci si riferiva in particolare all’Asinara, allora ancora carcere di massima sicurezza anche se già si affacciavano le proposte per istituirvi, come poi avvenuto nel 1997, un Parco naturale.
In particolare si avanzava anche allora l’idea di ribaltare l’assunto di un’isola simbolo della “ideologia della segregazione, del custodialismo e dell’isolamento” e “Occorre riuscire a rovesciare quest’immagine, a cambiare di segno, con un’operazione inversa di ben altro impatto emotivo e sostanziale. Dimostrare che la Sardegna può riuscire a liberarsi da quest’eredità mai voluta, e sperimentare-praticare ipotesi di decarcerizzazione, forme originali di alternativa alla detenzione e alla pena“.
I tre ponevano una domanda: “è possibile che l’Asinara ribalti la sua fama di Caienna del Mediterraneo ponendosi come luogo-occasione di incontro fra contenuti di salvaguardia ambientale, di superamento culturale della forma carcere, di partecipazione della collettività locale, in un quadro di reale autonomia operativa?”
La lettera fu inviata a vari organi di stampa sardi e fu pubblicata su la Nuova Sardegna e sul giornale del PsdAz, Il Solco.
Qui sotto il testo completo di quella lettera1.
Prima della lettera appello Andare oltre l’isola-carcere di questo agosto, diamo alcuni link per chi volesse approfondire alcune delle tematiche che la stessa lettera ripropone, sul rapporto carcere e territorio, le isole carcere, le colonie penali, a cominciare dal ricchissimo lavoro portato avanti negli anni dalla Fondazione Michelucci di Fiesole, recuperabili nel sito della fondazione nella sezione Carcere e strutture alternative: Fondazione Giovanni Michelucci
– L’articolo di Alessia de Antoniis per Ristretti Orizzonti su un bel documentario sulle colonie penali sarde premiato al Festival di Locarno nel 2025: “Nella colonia penale”, il carcere agricolo diventa cinema. QUI
-un contributo di Patrizio Gonella e Susanna Marietti su il manifesto dell’11 agosto 2023: Colonie penali sarde: open the meraviglia QUI
-un intervento di Daniele Pisano del 2025, su Sardegna che cambia: Colonie penali in Sardegna, cosa sono, come funzionano e perché dovremmo investirci di più QUI
– Sulle isole carcere il bellissimo testo dell’amico e collaboratore della Bottega Valerio Calzolaio: Isole carcere. Geografia e storia, Edizio
ni Gruppo Abele, recensito su Libri e parole QUI
Infine, per non dimenticare che va comunque tenuta sempre alta l’attenzione perché simili proposte non vengano utilizzate per portare avanti anche in Italia il tentativo di “privatizzare” la gestione della pena, due interventi di Susanna Ronconi e Mauro Palma, ripresi QUI in Bottega
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“Per sfuggire alla spirale claustrofobica del recinto carcerario, e alla progettazione di spazi separati e introversi, occorre porsi in tutt’altro orizzonte di riferimento: saperi sociali complessi, esperienze progettuali di frammenti urbani realizzati “dentro” e soprattutto la visione di un “fuori”, urbano e territoriale, su cui investire sempre più in serie politiche di prevenzione e alternative al carcere. Se non si agisce sulle concause, la possibilità d’interagire progettualmente con la realtà carceraria è molto più complicata. L’architettura potrà dare un contributo alla realizzazione di forme più evolute di convivenza urbana se potrà occuparsi degli spazi della pena come parti della città, in connessione con tutte le possibili strutture di relazione.” Corrado Marcetti da Inseriamo nelle carceri nuclei di urbanità, in Giornale dell’Architettura, 2019 QUI
LA LETTERA APPELLO
Per una Sardegna che superi l’isola-carcere
Appello per un sistema penitenziario capace di sicurezza, responsabilità e sviluppo civile
Premessa
Noi sottoscritti, provenienti dal mondo delle istituzioni, della cultura, dell’università, della giustizia, dell’amministrazione penitenziaria, delle professioni, del lavoro sociale e della società civile, riteniamo necessario aprire in Sardegna una discussione pubblica sull’esecuzione penale.
Non si tratta di una questione di settore, riservata agli addetti ai lavori. Il modo in cui una comunità pensa il carcere riguarda la qualità della democrazia, il rapporto tra sicurezza e diritti, il destino dei territori e la capacità delle istituzioni di produrre fiducia.
La Sardegna ha conosciuto a lungo una rappresentazione ingiusta e riduttiva: quella di isola-carcere.
Per troppo tempo il rapporto tra istituti penitenziari e territori è stato pensato quasi esclusivamente in termini di isolamento, controllo, separazione e peso per le comunità locali. Questa impostazione ha inciso sull’immagine dell’isola, sulle sue politiche pubbliche e sul modo in cui i cittadini hanno percepito la presenza del carcere nei propri territori.
Oggi è necessario aprire una fase nuova.
Una nuova impostazione
Riteniamo che l’esecuzione penale in Sardegna debba essere ripensata dentro un paradigma diverso: non più il carcere come corpo estraneo, non più gli istituti penitenziari come semplici oneri da sopportare, ma come presenze istituzionali capaci di dialogare con le comunità, di contribuire alla sicurezza, alla legalità, al lavoro, alla formazione, alla cura dei beni comuni e alla crescita civile dei territori.
Questa prospettiva non nasce da ingenuità e non nega le esigenze di sicurezza. Un sistema penitenziario serio deve prevedere anche settori destinati alla custodia di persone sottoposte a regimi di alta o massima sicurezza, quando ciò sia necessario. Ma la sicurezza non può esaurire l’intero senso dell’esecuzione penale.
La sicurezza più solida è quella che nasce da istituzioni credibili, da percorsi di responsabilizzazione, da opportunità reali di reinserimento e da relazioni positive con il territorio. Un sistema chiuso in sé stesso produce distanza, diffidenza e crescita della criminalità; un sistema capace di dialogare con la società può produrre responsabilità, lavoro, legalità e coesione.
La Sardegna come laboratorio nazionale
La Sardegna può diventare un laboratorio nazionale di questa nuova impostazione. La sua storia, la sua insularità, la presenza di istituti penitenziari con caratteristiche differenti, la tradizione delle colonie penali e la ricchezza dei suoi territori consentono di immaginare un modello avanzato di esecuzione penale: più umano, più utile, più sicuro perché più radicato nella società.
Il punto non è trasformare il carcere in altro da sé, né ignorare la funzione custodiale che esso è chiamato a svolgere. Il punto è ricollocare l’esecuzione penale dentro una visione pubblica più ampia, nella quale ogni istituto sia chiamato a interrogarsi sul proprio rapporto con il territorio e sulle forme concrete attraverso cui può generare valore sociale.
Il modello delle colonie penali
In questa prospettiva, occorre recuperare e valorizzare l’esperienza storica e attuale delle colonie penali, che nell’isola hanno rappresentato e possono ancora rappresentare un modello originale. Esse mostrano la possibilità di intrecciare lavoro, ambiente, agricoltura, difesa e manutenzione del territorio, formazione professionale e responsabilità personale con le esigenze dell’esecuzione penale.
Le colonie penali, se rilette con strumenti moderni e con pieno rispetto dei diritti costituzionali, possono indicare una strada concreta: istituti non chiusi in sé stessi, ma capaci di produrre valore pubblico; non enclave separate dalle comunità, ma presidi che partecipano alla vita dei territori; non simboli di marginalità, ma occasioni di rigenerazione sociale, ambientale ed economica.
Esse possono contribuire alla cura del paesaggio, alla prevenzione del dissesto, alla manutenzione dei beni comuni, alla valorizzazione di filiere agricole e ambientali, alla formazione di competenze professionali e alla costruzione di percorsi di reinserimento realmente spendibili dopo la detenzione, al contrasto di fenomeni di spopolamento e desertificazione delle zone interne e rurali.
Sicurezza, Costituzione e responsabilità
La sicurezza è un bene pubblico essenziale. Ma essa non può e non deve essere contrapposta alla finalità rieducativa della pena, alla dignità delle persone, alla tutela dei diritti e alla prospettiva del reinserimento sociale. La Costituzione chiede che la pena non sia soltanto afflizione, ma possibilità di cambiamento, responsabilità e ritorno alla società.
Anche i settori di alta e massima sicurezza devono essere collocati dentro un sistema equilibrato, trasparente e rispettoso dei territori. La loro presenza non può determinare l’identità complessiva dell’esecuzione penale in Sardegna, né riproporre l’idea dell’isola come luogo separato nel quale concentrare problemi decisi altrove.
I territori come protagonisti
I comuni, le comunità locali e la Regione Sardegna devono poter partecipare alla definizione delle politiche penitenziarie che incidono sull’isola. La presenza di un istituto penitenziario non può essere subita come imposizione, ma deve diventare parte di un patto istituzionale fondato su trasparenza, corresponsabilità e benefici concreti per il territorio.
Gli istituti penitenziari devono essere messi nelle condizioni di collaborare stabilmente con enti locali, università, scuole, imprese, associazioni, cooperative sociali, realtà culturali e soggetti del terzo settore. Il carcere non deve essere un muro che interrompe la comunità, ma una istituzione pubblica capace di assumersi responsabilità verso il territorio in cui opera.
Le nostre richieste
Chiediamo al Governo, al Ministero della Giustizia, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, alla Regione Sardegna, agli enti locali e a tutte le istituzioni competenti di aprire un confronto pubblico e operativo finalizzato a:
– definire una strategia regionale sull’esecuzione penale in Sardegna, condivisa con i territori;
-superare ogni logica che riproponga l’isola come luogo di mera concentrazione penitenziaria;
-valorizzare le colonie penali come luoghi di lavoro, formazione, responsabilità, tutela ambientale e utilità sociale;
-promuovere accordi stabili tra istituti penitenziari, enti locali, università, scuole, imprese, cooperative e terzo settore;
-rafforzare i percorsi di istruzione, formazione professionale, lavoro e reinserimento;
-collegare il lavoro penitenziario ai bisogni reali delle comunità e alla cura dei beni comuni;
-garantire che le esigenze di alta e massima sicurezza siano collocate dentro un sistema equilibrato, trasparente e rispettoso dei territori;
-riconoscere alle comunità locali un ruolo effettivo nelle scelte che riguardano la presenza penitenziaria nell’isola.
Un appello alla Sardegna e al Paese
La Sardegna non deve essere il luogo in cui il Paese relega i propri problemi penitenziari. Può essere, al contrario, il luogo in cui l’Italia sperimenta una risposta più intelligente, costituzionale e più lungimirante: un sistema in cui la pena non sia solo separazione, ma responsabilità; non solo custodia, ma ricostruzione; non solo costo sociale, ma investimento civile.
Per queste ragioni sottoscriviamo questo appello.
Per superare l’isola-carcere. Per un’esecuzione penale che dialoghi con i territori. Per una Sardegna capace di trasformare una storia difficile in un modello di giustizia, sicurezza e comunità.
Elenco primi sottoscrittori appello pubblico esecuzione penale sarda:
Arena Domenico, Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria Sardegna
Bressanello Ugo, Presidente Fondazione Domus De Luna
Cabras Cristina, Docente Psicologia Criminale e Forense Università di Cagliari
Calligaris Maria Grazia, Presidente Associazione Socialismo Diritti Riforme
Ciccolini Giuseppe, Presidente Provincia di Nuoro
Comandini Piero, Presidente Consiglio Regionale della Sardegna
Dessì Erika, Referente Diritti Umani Consiglio Ordine Avvocati Cagliari
Farris Emanuele, Docente delegato Polo Penitenziario Università di Sassari
Fenu Emiliano, Sindaco Città di Nuoro
Lai Silvio, Senatore della Repubblica, Segretario regionale PD Sardegna
Manconi Luigi, Sociologo, scrittore, editorialista
Mascia Giuseppe, Sindaco Città di Sassari
Meloni Giuseppe, Presidente Ordine dei Giornalisti Sardi
Mola Francesco, Rettore Università di Cagliari
Mura Sabrina, Referente ASGI Sardegna
Ornano Cristina, Presidente Tribunale di Sorveglianza di Cagliari
Pianu Andrea, Portavoce Forum Terzo Settore Sardegna
Pinna Matteo, Presidente Ordine degli Avvocati Cagliari
Pulino Daniele, Presidente Associazione Antigone Sardegna
Renoldi Carlo, Magistrato, Consigliere Corte di Cassazione
Selloni Simonetta, Presidente Associazione Stampa Sarda
Testa Irene, Garante persone private della libertà personale Sardegna
Todde Alessandra, Presidente Regione Autonoma Sardegna
Uda Franco, Vice Presidente ARCI Sardegna
Vargiu Andrea, Docente sociologia generale Università di Sassari
Zedda Massimo, Sindaco Città di Cagliari
L’appello su Change e come aderire
Petizione · Per una Sardegna che superi l’isola-carcere – Italia · Change.org
Sull’appello, anche QUI
Ristretti Orizzonti Sardegna. “Andare oltre l’Isola-carcere”
Rita Atzeri su Tottus in pari OLTRE L’ISOLA-CARCERE:PERCHE’ LA SVOLTA DEL SISTEMA PENITENZIARIO IN SARDEGNA RIGUARDA TUTTI NOI
Esempi italiani di forme di gestione della pena “alternativi”
1 Lettera da Cuneo, autunno 1983
Detenuti da anni in seguito ad inchieste per “fatti di terrorismo” nella penisola, in cui eravamo emigrati per motivi di studio e di lavoro nei primi anni ’70, ci siamo ultimamente ritrovati insieme nel carcere di Cuneo.
Non è però in relazione alle nostre vicende personali (e agli eventi collettivi in cui si inserirono nella travagliata storia sociale dell’ultimo decennio) che vi scriviamo, ma per il profondo rapporto d’amore che sempre ci lega alla nostra terra.
Nei limiti del possibile, ma con attenzione, seguiamo quotidianamente i problemi, e i mutamenti, i fermenti, i dibattiti che la attraversano. E non è la prima volta, questa, in cui abbiamo pensato di chiedere ospitalità sulla stampa regionale per intervenire in argomenti in cui il nostro vissuto poteva far presente un piano di riflessioni “dall’interno” della nostra particolare condizione d’esistenza, poi…
Ecco che solo ora il desiderio di rinnovati dialoghi ci porta al tentativo di utilizzare questa opportunità comunicativa, superando la pesantezza degli ostacoli, delle immagini, delle separatezze e la difficoltà assai concreta che si ha nell’affrontare determinate questioni dalla nostra dimensione, rispetto alla possibilità infinitamente più ricca di partecipare alle discussioni dall’interno del tessuto delle relazioni sociali, e delle collettive contraddizioni sociali che lo animano.
Il tema su cui chiediamo parola è quello del “Parco dell’Asinara”, da tempo vivacizzato da un dibattito a più voci e su cui molte sono le attenzioni, forti gli interessi (e gli appetiti) , in un ampio e complesso “gioco” di attori economici, istituzionali, territoriali, scientifici… Ma anche scarsa la partecipazione sociale a fronte di una posta in palio veramente grossa per la Sardegna e la sua autonomia di scelta, di opzioni, di priorità.
Pur non conoscendo la complessità degli aspetti (ad esempio la possibilità-difficoltà di svincolo in tempi non lunghi dalla particolare servitù) – e ce ne scusiamo nell’intervenire – poniamo una domanda: è possibile che l’Asinara ribalti la sua fama di Caienna del Mediterraneo ponendosi come luogo-occasione di incontro fra contenuti di salvaguardia ambientale, di superamento culturale della forma carcere, di partecipazione della collettività locale, in un quadro di reale autonomia operativa?
Ci spieghiamo meglio. La Sardegna è stata da tempo usata come terra di punizione e di deportazione, anche sotto l’aspetto carcerario, deturpata e offesa nella sua cultura da un modello carcerario eterodiretto che nell’architettura della reclusione, distribuita nel territorio dell’isola, ha sempre portato a massima esemplarità, e estremo paradigma, l’ideologia della segregazione, del custodialismo e dell’isolamento. Il territorio carcerario regionale è stato governato da un potere accentratore ed esterno che, più che altrove, ha reso i luoghi della detenzione off limits al controllo sociale e alle interferenze della comunità locale. La politica penitenziaria non ha mai tenuto in considerazione le peculiari esigenze del territorio.
Tralasciamo riferimenti storici più lontani, anche prima dell’istituzione degli speciali una fama assai simile accompagnava le carceri di Alghero e Buoncammino. La fama di quest’ultimo non è affatto diminuita: il primato di suicidi e tentativi di suicidio ne sono la conferma drammatica.
La recente riapertura della sezione speciale di Bad’e carros mantiene presente l’ipotesi anche per l’Asinara, che tra l’altro non ha mai del tutto rinunciato alla particolarità di funzioni cui – isola nell’isola – è stata asservita.
Occorre riuscire a rovesciare quest’immagine, a cambiare di segno, con un’operazione inversa di ben altro impatto emotivo e sostanziale. Dimostrare che la Sardegna può riuscire a liberarsi da quest’eredità mai voluta, e sperimentare-praticare ipotesi di decarcerizzazione, forme originali di alternativa alla detenzione e alla pena.
La Sardegna – pur con tutti i suoi enormi problemi, le nuove lacerazioni sociali prodotte dalla crisi, il quadro delle nuove drammatizzazioni, la disgregazione giovanile aggravata dalla diffusione della merce-eroina, gli alti tassi di disoccupazione – può non solo rifiutare il ruolo che le è stato affidato ma, attingendo risorse nella maturità sociale della sua popolazione, proporre occasioni di un salto culturale di enorme portata sui problemi carcerari. É pur sempre la terra in cui l’unica esperienza storica di autogoverno nazionale – quella della “Naciòn Sardesca”- seppe esprimere con la “Carta de logu” una struttura giuridica per l’assembleare civiltà giudicale, dei contenuti talmente avanzati per i tempi, che molti elementi saranno presenti solo più tardi nelle costituzioni di nazioni ben più forti. É pur sempre la terra in cui il rientro nella comunità di chi era stato per anni in carcere produceva una straordinaria gara di solidarietà nella ricostruzione del gregge e della concreta possibilità di riprendere la propria esistenza.
Questi accenni per dire quanto profonde possano essere nella nostra cultura le radici per discorsi che abbiano il coraggio umano, politico, intellettuale di rappresentare nell’oggi un orizzonte di valori diversi da quelli dell’afflizione e della morte civile,conquistando spazi di autonomia operativa anche sul piano del superamento della forma carcere.
E, dunque, quali altre risorse oltre a quelle presenti – e purtroppo ancora sottoposte al “sacco” da parte di elementi esterni all’isola – può riscoprire, reinterpretare e creare una cultura in cammino per liberarsi dai vincoli della dipendenza?
E qui siamo all’altro corno del problema. L’isola (paradiso per pochi) ha visto il suo sviluppo costiero sottoposto a quei fenomeni speculativi di aggressione, alterazione, manomissione che già in tanti e con evidenza di argomentazioni hanno sottolineato e posto al centro delle dovute riflessioni critiche per i necessari interventi.
Ora potrebbe toccare anche all’Asinara, magari aggiungendo alla sua naturale bellezza il richiamo perverso dell’Alcatraz mediterranea, in un moderno gioco d’immagini.
Si dice che la servitù penitenziaria sia riuscita a tutelare la sopravvivenza dei gabbiani corsi e di altri endemismi della natura sarda. Non è del tutto vero visto che foreste di lecci e oleastri sono state distrutte proprio da incendi appiccati intenzionalmente per esigenze di controllo militare sui prigionieri, e vista la qualità degli interventi di edilizia carceraria del periodo Cardullo. Mentre sicuramente è vero che per lunghi tratti della sua storia di isola-prigione la garanzia di decenti condizioni di detenzione le è stata sconosciuta, mentre maltrattamenti su uomini in condizioni di detenzione erano di casa. Sicuramente è vero, più in generale, che l’impatto nelle monocolture imposte alla Sardegna, la povertà dei redditi agricoli, il succedersi di drammatiche lacerazioni e la violenza sulla cultura e le risorse locali hanno preparato per molti sardi un destino di banditismo-detenzione, e per altri di “guardiacarcere” (come si dice dalle nostre parti) o comunque di impiego nella forza militare e poliziesca dello stato, secondo il vecchio adagio futurista-interventista , sempre rinnovato, del “viva i sardi primo materiale da guerra”. Altri sardi sono diventati camerieri stagionali, sguatteri e personale non qualificato, custodi e guardiani di ville, per non emigrare a causa dell’abbandono delle attività agricole.
Occorre aver presenti anche questi “nodi” nel riflettere su una diversa destinazione dell’Asinara, e nel volere che, finalmente, la decisione nel merito – ed il controllo che venga rispettata – spetti ai sardi, nella gestione attenta dei loro interessi vitali e delle risorse dell’isola, sopratutto quelle “limitate e irriproducibili” come qualcuno ha scritto in relazione ai beni naturali e ambientali.
Eccoci, infine, non a dare risposte ma provare a porre invece una domanda. É possibile in questo stupendo territorio lo sviluppo di un’esperienza originale di rapporto uomo natura che intrecci diversi piani di riflessione e di proposta in un’intelligente combinazione di elementi: liberarsi dalla necessità del carcere nello sviluppo creativo di alternative alla detenzione e alla pena, con il coinvolgimento delle amministrazioni e delle comunità locali, dell’Università, degli istituti e delle associazioni ambientaliste, degli esperti e degli studiosi in materia di salvaguardia dell’ecosistema locale, di detenuti, non deportati lì da altri tessuti sociali ma vicini ai luoghi di residenza, alle famiglie e agli interessi umani più vivi.
Si tratta di ben altro che chiedere un percorso “assistito” dallo stato, di ben altro che rispolverare gli argomenti della rieducazione, di ben altro che il ghetto isolato della colonia agricola. Quel che può veramente far cambiare di segno è dar fondo alle capacità di autorganizzazione sociale, alle risorse intellettuali, culturali, umane presenti; al desiderio profondo di costituire nell’autonomia una cultura materiale della trasformazione sociale, anche in questa complessa dimensione di progettazione della vita.
E dunque, in via transitoria rispetto ad una soluzione diversa per l’Asinara e nella preparazione stessa di questa soluzione, proviamo ad ipotizzare che la pratica concreta di superamento del carcere possa incontrarsi con un rapporto uomo/natura finalmente non di violenza ma di conciliazione.
É possibile far dei passi in tal senso: pensiamo a flussi di comunicazione e di socialità ricca e fruttuosa per chi vi è detenuto, ad attività di rimboschimento (ripristino), ad attività di acquacoltura, agriturismo e turismo ecologico, da altre attività di tutela delle specie animali, del manto vegetale, del paesaggio nel suo complesso.
Ad attività artigianali e ad un possibile museo agricolo della civiltà contadina e pastorale. E ovviamente ad un piano di qualificazione serio per la preparazione professionale in tal senso, e in direzione della cooperazione nel rispetto delle compatibilità ambientali.
Corrado Marcetti, Sebastiano Masala, Benigno Moi. Carcere di Cuneo, autunno 1983



Narrare il carcere, per liberarsene
Una riflessione intorno all’esperienza della newsletter «Fratture»: nata tre anni fa, è attiva su Substack e Telegram, sul mondo penitenziario ha realizzato due libri
Paolo Vernaglione Berardi su il manifesto del 4,09,2026
Fratture è una newsletter indipendente sul carcere e sulla sua abolizione, nata tre anni fa e attiva sulla piattaforma Substack con più di 25 approfondimenti, e su Telegram dove pubblica ogni settimana una rassegna di notizie ed eventi sul mondo penitenziario. Il gruppo che la costituisce si presenta oggi con due libretti cartacei, Abolire il carcere è una pratica collettiva e Abbiamo bisogno della polizia? che rilanciano in maniera critica e intelligente la secolare questione della detenzione alla luce della intensa recrudescenza di società punitive post-liberali i cui devastanti effetti sociali sono sotto gli occhi di tutti.
L’iniziativa editoriale è un esempio significativo nel panorama dell’editoria indipendente, frutto della sinergia del gruppo Robin Book che da circa due anni pubblica documenti e testi, tra i quali No Spiritual Surrender del nativo diné Klee Benalli e della rinomata piattaforma di crowdfunding «Produzioni dal basso».
Il testo raccoglie la lucida prefazione di Fratture, tre interviste, ed è chiuso da una ricca bibliografia sul tema, con una prefazione di Perla Allegri, assegnista e docente di Philosophy of Law all’Università di Torino e membro dell’associazione Antigone, che definisce in maniera chiara la cornice concettuale del tema abolizionista.
LA PROSPETTIVA della fine dell’istituzione detentiva è stata largamente equivocata come un’«utopia sovversiva» da distruggere, specie in tempi di pericolosi e dannosi interventi di natura «law and order». Abolizionismo invece significa intraprendere un metodo di indagine critico-genealogico dei rapporti tra penalità, detenzione e condizioni sociali in cui vige il carcere come già Michel Foucault aveva indicato nella prima metà degli scorsi anni Settanta.
Dal momento che la detenzione non c’è sempre stata, che non è un fatto naturale e che il carcere ha una storia che risale agli inizi del XVIII secolo con la connessione di «penale» e «punitivo», si tratta di adottare una prospettiva di lungo raggio che circoscrive l’annosa domanda: «perché la punizione del reato è quella di rinchiudere?».
UN FILO ROSSO lega i tre interventi di Giulia De Rocco, ricercatrice presso il Dipartimento di scienze dell’educazione dell’Università di Bologna, autrice di Aboliamo il carcere, Carmine Ferrara, sociologo e attivista trans e Despina, attivista della Maison du Conflit di Bruxelles: la giustizia trasformativa e i «cerchi riparativi» costituiscono un’alternativa alla detenzione che comporta un insieme di processi all’interno e all’esterno del carcere, rapporti con le istituzioni e una trasformazione della soggettività con la progressiva dissolvenza delle figure della «vittima» e dell’«autore» di violenza. La pratica, che ha come base le forme di giustizia riparative con cui non coincide, proviene dalle comunità e dalle associazioni di tutela giuridica e sociale statunitensi, la cui esperienza dalla metà degli scorsi anni Ottanta è delimitata dai critical legal studies e dalle trasformazioni della penalità nel campo della «sicurezza», oggi ancora più flagrante con le operazioni omicide dell’Ice.
Perciò è necessario elaborare un sapere comune che attraverso la prevenzione e non la punizione, investa la soggettività e incarichi le comunità e gli ambienti dei danni commessi e degli errori possibili. Si tratta di creare spazi collettivi, dice Giulia De Rocco, in cui, seguendo la geografa abolizionista Ruthie Gilmore, emerga l’unità strutturale delle lotte, per la casa, per il reddito, per la distribuzione delle risorse e contro la violenza di genere. Se queste istanze di giustizia sociale fossero risolte o comunque «permettessero alle persone di stare bene, non ci sarebbe più bisogno del carcere».
È IMPORTANTE RENDERE poroso il confine tra esterno ed interno, ma come? Entrando in relazione con le persone detenute, creando un tessuto di socialità in cui volontari, associazioni e, aggiungiamo, artiste, filosofe, scrittori, alimentino relazioni con le persone detenute e alimentino il dibattito pubblico sulle condizioni di invivibilità del carcere.
Il rapporto di Antigone (in download dal sito web dell’associazione) rileva dall’inizio dell’anno ad oggi 139 persone morte, di cui 40 per suicidio, sovraffollamento e condizioni detentive disumane e degradanti. Nell’estate più calda del secolo gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno in tutti i luoghi di detenzione, Cpr, hub di deportazione dei migranti, carceri minorili. Raccontare il carcere e fare storie, scritture e immaginario in carcere provvede a creare uno strumento forte di liberazione che rende materiali i corpi e lo sguardo per lo più «scorporato» dei progetti politici e delle opzioni teoriche.
Si tratta, dice Carmine Ferraro, di rendere visibili i bisogni e di immaginare un mondo senza giustizia punitiva. La sua storia di «abusato» e di «abusante» è esemplare: come «vittima» all’interno di un ambiente familiare violento, ha avuto accesso ad un centro antiviolenza e ad assistenza legale «in quanto risulto femmina all’anagrafe»; in quanto «abuser» invece è stato difficilissimo accedere ai servizi per «uomini maltrattanti» perché «ero considerato femmina e quindi non potevo essere violento.
Il caso dimostra che la cosiddetta pedagogia rieducativa, quando le persone sono inviate da tribunali, assistenti sociali e forze dell’ordine, fallisce. Chi è obbligato, quanto sarà disposto a «lavorare su di sé in un’ottica trasformativa?». C’è molta misoginia interiorizzata e molto binarismo anche negli ambienti di attivismo, prosegue Carmine e nell’attivismo «social» c’è molta aggressività nei confronti di chi commette il minimo errore.
Despina, fondatrice del centro Maison du Conflit a Bruxelles illustra alcuni modi per gestire situazioni di violenza. La Maison è un organo autonomo locale che interviene nei gruppi in difficoltà anche con corsi di formazione: «l’arte del conflitto» e «fare giustizia senza punire». Sono pratiche non prescrittive che interpellano le forze in gioco nei quartieri e producono un sapere comune che non è riservato ai professionisti. «Le persone trovano soluzioni sulla base delle loro norme sociali, del loro modo di vedere e vivere le cose».
DISCUSSIONI DI QUARTIERE in situazioni difficili con associazioni, comitati di quartiere, spazi per i giovani sono le iniziative che trasformano le persone in processi lunghi in cui si affrontano cause e sintomi della vita locale. È l’inizio di un processo che è anche «un percorso di autoformazione degli abitanti». È un esempio non un modello, come è un esempio quello dei «cerchi riparativi». Nelle scuole ci sono pratiche che possono trasformare: tutti siedono in cerchio, ci sono coloro che hanno subito il torto e quelli che lo hanno causato; ci sono i parenti, le persone di riferimento e i rappresentati d’istituto. Le domande snodano il filo della discussione e si finisce per «stringere una sorta di patto». Le istituzioni penali non sono al corrente di queste pratiche.
D’altra parte, come sostiene Gwenda Ricordeau che ha contribuito a rivitalizzare l’abolizionismo penale in Francia, si tratta di risoluzioni di conflitti e di violenze che avvengono da sempre già fuori dal sistema penale.
QUI Narrare il carcere, per liberarsene
Una riflessione intorno all’esperienza della newsletter «Fratture»: nata tre anni fa, è attiva su Substack e Telegram, sul mondo penitenziario ha realizzato due libri
Paolo Vernaglione Berardi su il manifesto del 4,09,2026
Fratture è una newsletter indipendente sul carcere e sulla sua abolizione, nata tre anni fa e attiva sulla piattaforma Substack con più di 25 approfondimenti, e su Telegram dove pubblica ogni settimana una rassegna di notizie ed eventi sul mondo penitenziario. Il gruppo che la costituisce si presenta oggi con due libretti cartacei, Abolire il carcere è una pratica collettiva e Abbiamo bisogno della polizia? che rilanciano in maniera critica e intelligente la secolare questione della detenzione alla luce della intensa recrudescenza di società punitive post-liberali i cui devastanti effetti sociali sono sotto gli occhi di tutti.
L’iniziativa editoriale è un esempio significativo nel panorama dell’editoria indipendente, frutto della sinergia del gruppo Robin Book che da circa due anni pubblica documenti e testi, tra i quali No Spiritual Surrender del nativo diné Klee Benalli e della rinomata piattaforma di crowdfunding «Produzioni dal basso».
Il testo raccoglie la lucida prefazione di Fratture, tre interviste, ed è chiuso da una ricca bibliografia sul tema, con una prefazione di Perla Allegri, assegnista e docente di Philosophy of Law all’Università di Torino e membro dell’associazione Antigone, che definisce in maniera chiara la cornice concettuale del tema abolizionista.
LA PROSPETTIVA della fine dell’istituzione detentiva è stata largamente equivocata come un’«utopia sovversiva» da distruggere, specie in tempi di pericolosi e dannosi interventi di natura «law and order». Abolizionismo invece significa intraprendere un metodo di indagine critico-genealogico dei rapporti tra penalità, detenzione e condizioni sociali in cui vige il carcere come già Michel Foucault aveva indicato nella prima metà degli scorsi anni Settanta.
Dal momento che la detenzione non c’è sempre stata, che non è un fatto naturale e che il carcere ha una storia che risale agli inizi del XVIII secolo con la connessione di «penale» e «punitivo», si tratta di adottare una prospettiva di lungo raggio che circoscrive l’annosa domanda: «perché la punizione del reato è quella di rinchiudere?».
UN FILO ROSSO lega i tre interventi di Giulia De Rocco, ricercatrice presso il Dipartimento di scienze dell’educazione dell’Università di Bologna, autrice di Aboliamo il carcere, Carmine Ferrara, sociologo e attivista trans e Despina, attivista della Maison du Conflit di Bruxelles: la giustizia trasformativa e i «cerchi riparativi» costituiscono un’alternativa alla detenzione che comporta un insieme di processi all’interno e all’esterno del carcere, rapporti con le istituzioni e una trasformazione della soggettività con la progressiva dissolvenza delle figure della «vittima» e dell’«autore» di violenza. La pratica, che ha come base le forme di giustizia riparative con cui non coincide, proviene dalle comunità e dalle associazioni di tutela giuridica e sociale statunitensi, la cui esperienza dalla metà degli scorsi anni Ottanta è delimitata dai critical legal studies e dalle trasformazioni della penalità nel campo della «sicurezza», oggi ancora più flagrante con le operazioni omicide dell’Ice.
Perciò è necessario elaborare un sapere comune che attraverso la prevenzione e non la punizione, investa la soggettività e incarichi le comunità e gli ambienti dei danni commessi e degli errori possibili. Si tratta di creare spazi collettivi, dice Giulia De Rocco, in cui, seguendo la geografa abolizionista Ruthie Gilmore, emerga l’unità strutturale delle lotte, per la casa, per il reddito, per la distribuzione delle risorse e contro la violenza di genere. Se queste istanze di giustizia sociale fossero risolte o comunque «permettessero alle persone di stare bene, non ci sarebbe più bisogno del carcere».
È IMPORTANTE RENDERE poroso il confine tra esterno ed interno, ma come? Entrando in relazione con le persone detenute, creando un tessuto di socialità in cui volontari, associazioni e, aggiungiamo, artiste, filosofe, scrittori, alimentino relazioni con le persone detenute e alimentino il dibattito pubblico sulle condizioni di invivibilità del carcere.
Il rapporto di Antigone (in download dal sito web dell’associazione) rileva dall’inizio dell’anno ad oggi 139 persone morte, di cui 40 per suicidio, sovraffollamento e condizioni detentive disumane e degradanti. Nell’estate più calda del secolo gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno in tutti i luoghi di detenzione, Cpr, hub di deportazione dei migranti, carceri minorili. Raccontare il carcere e fare storie, scritture e immaginario in carcere provvede a creare uno strumento forte di liberazione che rende materiali i corpi e lo sguardo per lo più «scorporato» dei progetti politici e delle opzioni teoriche.
Si tratta, dice Carmine Ferraro, di rendere visibili i bisogni e di immaginare un mondo senza giustizia punitiva. La sua storia di «abusato» e di «abusante» è esemplare: come «vittima» all’interno di un ambiente familiare violento, ha avuto accesso ad un centro antiviolenza e ad assistenza legale «in quanto risulto femmina all’anagrafe»; in quanto «abuser» invece è stato difficilissimo accedere ai servizi per «uomini maltrattanti» perché «ero considerato femmina e quindi non potevo essere violento.
Il caso dimostra che la cosiddetta pedagogia rieducativa, quando le persone sono inviate da tribunali, assistenti sociali e forze dell’ordine, fallisce. Chi è obbligato, quanto sarà disposto a «lavorare su di sé in un’ottica trasformativa?». C’è molta misoginia interiorizzata e molto binarismo anche negli ambienti di attivismo, prosegue Carmine e nell’attivismo «social» c’è molta aggressività nei confronti di chi commette il minimo errore.
Despina, fondatrice del centro Maison du Conflit a Bruxelles illustra alcuni modi per gestire situazioni di violenza. La Maison è un organo autonomo locale che interviene nei gruppi in difficoltà anche con corsi di formazione: «l’arte del conflitto» e «fare giustizia senza punire». Sono pratiche non prescrittive che interpellano le forze in gioco nei quartieri e producono un sapere comune che non è riservato ai professionisti. «Le persone trovano soluzioni sulla base delle loro norme sociali, del loro modo di vedere e vivere le cose».
DISCUSSIONI DI QUARTIERE in situazioni difficili con associazioni, comitati di quartiere, spazi per i giovani sono le iniziative che trasformano le persone in processi lunghi in cui si affrontano cause e sintomi della vita locale. È l’inizio di un processo che è anche «un percorso di autoformazione degli abitanti». È un esempio non un modello, come è un esempio quello dei «cerchi riparativi». Nelle scuole ci sono pratiche che possono trasformare: tutti siedono in cerchio, ci sono coloro che hanno subito il torto e quelli che lo hanno causato; ci sono i parenti, le persone di riferimento e i rappresentati d’istituto. Le domande snodano il filo della discussione e si finisce per «stringere una sorta di patto». Le istituzioni penali non sono al corrente di queste pratiche.
D’altra parte, come sostiene Gwenda Ricordeau che ha contribuito a rivitalizzare l’abolizionismo penale in Francia, si tratta di risoluzioni di conflitti e di violenze che avvengono da sempre già fuori dal sistema penale.
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