A chi interessavano e interessano le donne afgane?

articoli di Annalisa Camilli, Alberto Masala, Shadi Hamid, Joshua Evangelista, Jonathan Neale, Amin Wahidi, Nancy Lindisfarne, Rafia Zakaria

 

Il ruolo del femminismo bianco nell’invasione dell’Afghanistan – Rafia Zakaria

Una sera di marzo del 1999 Marvis Leno, una ricca esponente della vita mondana di Hollywood e moglie della superstar dell’intrattenimento serale Jay Leno, organizzò una raccolta fondi a cui erano invitati i suoi amici ricchi e/o famosi. L’evento era a beneficio della campagna della fondazione Feminist majority e aveva l’obiettivo di “mettere fine all’apartheid di genere in Afghanistan”, evidenziando così le barbare condizioni delle donne che vivevano sotto il dominio dei taliban (nessuno, naturalmente, sottolineò in alcun modo che i taliban dovevano almeno parte della loro forza alla politica estera degli Stati Uniti). In breve tempo attrici come Susan Sarandon e Meryl Streep aderirono alla campagna, facendone un tema caldo.

Poi venne l’11 settembre 2001 e la rivelazione che l’organizzazione dietro l’attacco, Al Qaeda, era rintanata in Afghanistan. L’amministrazione di George W. Bush, sempre alla ricerca di giustificazioni per la guerra, trovò nella campagna di Feminist majority proprio quello che voleva. A novembre la first lady Laura Bush sosteneva ormai che il motivo per fare la guerra era “liberare le donne afgane”.

Il 20 novembre le leader di Feminist majority – tra cui Ellie Smeal, l’ex direttrice dell’Organizzazione nazionale per le donne – partecipavano a eventi al dipartimento di stato e incontravano funzionari dell’amministrazione. Il numero della primavera 2002 della rivista Ms. definì l’invasione una “coalizione della speranza”, aggiungendo le bombe al kit del femminismo.

Dichiarazioni appassionate
Il genere di femminismo che queste donne hanno sostenuto collettivamente è quello che io chiamo “femminismo bianco”, nel senso che si rifiuta di considerare il ruolo che giocano l’essere bianche e il privilegio razziale nell’universalizzare le preoccupazioni delle femministe bianche, i loro programmi e le loro convinzioni come se coincidessero con quelle di tutto il femminismo e di tutte le femministe. Naturalmente, non tutte le femministe bianche appartengono al femminismo bianco. Indipendentemente dal colore della pelle e dal genere della persona, un femminismo antirazzista e anticapitalista è una minaccia per il femminismo bianco.

Eppure, sia all’interno sia all’esterno del governo degli Stati Uniti, le donne del femminismo bianco hanno deciso che la guerra e l’occupazione erano essenziali per liberare le donne afgane. Tra gli esempi più rilevanti ci fu l’allora senatrice Hillary Clinton, che votò entusiasticamente a favore della guerra, definendola il “ripristino della speranza”. E anche la rappresentante dello stato di New York, Carolyn Maloney, la quale, indossando un burqa blu alla camera degli Stati Uniti, fece alcune appassionate dichiarazioni su quanto fosse claustrofobico quell’indumento. La logica più generale era che, se loro pensavano che l’intervento militare fosse una buona cosa, valeva lo stesso anche per le donne afgane.

Ma gruppi come l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, un’organizzazione politica che aveva denunciato il fondamentalismo religioso fin dalla sua nascita nel 1977, si erano opposti agli attacchi degli Stati Uniti e al governo sostenuto da Washington. Le femministe afgane non hanno mai chiesto l’aiuto di Meryl Streep, figuriamoci gli attacchi aerei statunitensi.

La convinzione che le donne bianche sapessero cosa fosse meglio per le donne afgane va oltre Hollywood e il desiderio di mettersi in mostra politicamente. Le centinaia di milioni in aiuti allo sviluppo che gli Stati Uniti hanno riversato nel loro complesso industriale-salvifico si basavano sul presupposto delle femministe della seconda ondata che la liberazione delle donne sarebbe stata la conseguenza automatica della partecipazione femminile a un’economia capitalista.

Uno dei programmi di sviluppo più costosi che gli statunitensi hanno portato in Afghanistan è stato Promote, che è costato 418 milioni di dollari e doveva fornire a 75mila donne afgane formazione, tirocini e lavoro. Quando il programma è stato sottoposto a verifiche nel 2016, è stato quasi impossibile rintracciare dove fosse finito tutto il denaro. Quei soldi non sono solo stati sprecati; hanno contribuito a uccidere i femminismi locali, che avrebbero potuto contribuire a raggiungere obiettivi culturalmente più rilevanti. L’economia degli aiuti ha fatto sì che le attiviste afgane abbandonassero i loro programmi e si precipitassero verso quelli statunitensi.

Il rifiuto del femminismo bianco di separare l’essere bianchi – e le sue implicazioni colonialiste e oppressive – dal femminismo ha significato che il modello di rafforzamento dell’autonomia femminile si basasse sulle donne bianche. Il risultato è stato che chi si è opposto alla presenza statunitense ha quasi automaticamente rifiutato tutto quello che arrivava attraverso il femminismo bianco, contribuendo a screditare tutte le idee femministe.

Il femminismo bianco è un femminismo calato dall’alto, e non tratta con sufficienza solo le donne afgane: le nere, le latine, le asiatiche e altre donne non bianche hanno difficoltà a entrare nei circoli dove si prendono le decisioni politiche perché le loro esperienze femministe – sopravvivere come madri single, lavorare in fabbrica o sopportare anni di discriminazione razziale – sono considerate irrilevanti. I ruoli preminenti vanno a donne bianche d’élite che hanno fatto carriera, ed escludono quelle stesse donne che in teoria vorrebbero aiutare.

Molti degli aspiranti salvatori bianchi delle donne afgane stanno ora affermando, con la stessa ostinata e deliberata cecità che li ha portati a sostenere l’imperialismo statunitense, che gli Stati Uniti avrebbero dovuto mantenere i loro militari nel paese per proteggere le donne afgane. Ma un progetto mal concepito non può essere aggiustato continuando a prendere decisioni disastrose. Il miglior risultato sarebbe che le femministe bianche che hanno contribuito alla distruzione di un paese rinunciassero per sempre a questa letale intromissione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul settimanale statunitense The Nation.

da qui

 

 

L’intervento USA in Afghanistan: una guerra per le donne o contro le donne? – Jonathan Neale e Nancy Lindisfarne

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti si scrivono molte sciocchezze sull’Afghanistan. La maggior parte di queste sciocchezze nasconde però qualche importante verità.

 

  • Primo, i Talebani hanno sconfitto gli Stati Uniti.

 

  • In secondo luogo, i Talebani hanno vinto perché godono del maggior sostegno popolare.

 

  • Terzo, non è che la maggior parte degli Afghani ami i Talebani. È che l’occupazione statunitense è stata insopportabilmente crudele e corrotta.

 

  • Quarto, anche la Guerra al Terrore è stata sconfitta politicamente negli Stati Uniti. La maggioranza degli Statunitensi adesso è favorevole al ritiro dall’Afghanistan e contraria ad altre guerre all’estero.

 

  • Quinto, si è trattato di una svolta nella storia mondiale. La più grande potenza militare è stata sconfitta dalla gente di un piccolo paese disperatamente povero. Ciò indebolirà il potere dell’impero USA in tutto il mondo.

 

  • Sesto, la retorica di salvare le donne afghane è stata ampiamente strumentalizzata per giustificare l’occupazione, e molte femministe in Afghanistan si sono schierate con l’occupazione. Il risultato è una tragedia per il femminismo.

 

Questo articolo affronta questi temi. Per ragioni di spazio, ci saranno più affermazioni che dimostrazioni. Ma abbiamo già scritto molto su genere, politica e guerra in Afghanistan da quando abbiamo svolto ricerche sul campo come antropologi quasi cinquant’anni fa. C’è un elenco di riferimenti alla fine dell’articolo, per chi voglia approfondire i temi trattati. [1]

Una vittoria militare

È stata una vittoria militare e politica per i Talebani. Una vittoria militare perché i Talebani hanno vinto la guerra. Solo negli ultimi due anni, le forze governative afghane – l’esercito nazionale e la polizia – hanno perso più uomini, tra morti e feriti, di quanti riuscivano a reclutarne.

Negli ultimi dieci anni i Talebani hanno assunto il controllo di un numero screscente di villaggi e di alcune città. Negli ultimi dodici giorni hanno preso tutte le città.

Non si è trattato di un’avanzata fulminea attraverso le città e poi verso Kabul. Le persone che hanno assunto il controllo delle città si trovavano da tempo nelle vicinanze, nei villaggi, aspettavano il momento giusto. E non erano solo pashtun, in tutto il nord i Talebani hanno reclutato moltissimi Tagiki, Uzbeki e Arabi.

È stata anche una vittoria politica per i Talebani. Nessuna guerriglia al mondo può vincere militarmente se non gode del sostegno popolare.

Ma forse sostegno non è la parola giusta. Più che altro gli Afghani si sono trovati nella necessità di dover scegliere da che parte stare. Più che altro il popolo afghano ha dovuto scegliere di schierarsi con i Talebani come unica alternativa agli occupanti statunitensi. Non tutti, solo la maggioranza.

La maggioranza degli Afghani ha scelto di schierarsi con i Talebani piuttosto che con il governo afghano del presidente Ashraf Ghani. Anche qui non tutti, ma la maggioranza non ha voluto sostenere Ghani. E la maggioranza degli Afghani ha scelto di schierarsi con i Talebani piuttosto che con i vecchi signori della guerra. La sconfitta di Dostum a Sheberghan e di Ismail Khan a Herat ne è una prova sbalorditiva.

I Talebani del 2001 erano per la stragrande maggioranza pashtun, e la loro politica era impregnata di sciovinismo pashtun. Nel 2021 combattenti talebani di molte etnie hanno preso il potere nelle aree dominate da Uzbeki e Tagiki.

L’importante eccezione sono le aree dominate dagli Hazara nelle montagne centrali. Torneremo su questa eccezione.

Naturalmente, non tutti gli Afghani hanno scelto di schierarsi con i Talebani. Questa è una guerra contro gli invasori stranieri, ma è anche una guerra civile. Molti hanno combattuto per gli Statunitensi, per il governo o per i signori della guerra. Molti altri hanno fatto compromessi con entrambe le parti per sopravvivere. E molti altri non erano sicuri da che parte stare e sono rimasti trepidamente in attesa degli eventi.

Siccome questa è una sconfitta militare per gli USA, le richieste rivolte a Biden perché faccia questo o quello sono semplicemente stupide. Se le truppe USA fossero rimaste in Afghanistan, avrebbero alla fine dovuto arrendersi o morire. E sarebbe stata un’umiliazione ancora peggiore all’attuale debacle. Biden, come Trump prima di lui, non aveva scelta.

Perché così tanti Afghani hanno scelto i Talebani?

Il fatto che la maggioranza abbia scelto i Talebani non significa necessariamente che la maggior parte degli Afghani sostenga i Talebani. Significa solo che, tra le limitate opzioni disponibili, hanno scelto loro. Come mai?

La risposta immediata è che i Talebani sono l’unica organizzazione politica importante che combatta contro l’occupazione USA, e la maggior parte degli Afghani ha finito con l’odiare quell’occupazione.

Non è sempre stato così. Gli Stati Uniti inviarono per la prima volta bombardieri e alcune truppe in Afghanistan un mese dopo l’11 settembre. Gli Stati Uniti erano sostenuti dalle forze dell’Alleanza del Nord, una coalizione di signori della guerra non-pashtun del nord del paese. Ma i soldati e i leader dell’Alleanza non erano in realtà preparati a combattere al fianco degli USA. La lunga storia della resistenza afghana all’invasione straniera, da ultimo all’occupazione russa dal 1980 al 1987, rendeva una simile alleanza con gli USA qualcosa di cui vergognarsi.

Dall’altra parte, però, quasi nessuno era disposto a combattere per difendere il governo talebano allora al potere. Le truppe dell’Alleanza del Nord e dei Talebani si sono allora fronteggiati in una guerra finta. Poi gli Stati Uniti, gli Inglesi e i loro alleati stranieri hanno incominciato a bombardare.

Sono stati i servizi militari e di intelligence pakistani a negoziare la soluzione. Gli Stati Uniti avrebbero preso il potere a Kabul insediando un presidente a loro scelta. In cambio, ai capi talebani e ai miliziani sarebbe stato permesso di tornare a casa nei loro villaggi o in esilio oltre il confine, in Pakistan.

Questo accordo non è stato reso pubblico negli Stati Uniti e in Europa all’epoca, per ovvie ragioni, ma se ne è parlato ed era ampiamente noto in Afghanistan.

E la migliore prova dell’esistenza di un simile accordo è in quanto è successo dopo. Per due anni non c’è stata alcuna resistenza all’occupazione USA. Nessuna, in nessun villaggio. Eppure molte migliaia di ex Talebani erano rimaste in quei villaggi.

È stato un fatto straordinario. Pensate a quanto è invece accaduto in Iraq, dove la resistenza è cominciata fin dal primo giorno dell’occupazione nel 2003. Oppure pensate all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, contro cui si è innalzato un identico muro di rabbia.

Il motivo non era semplicemente il fatto che i Talebani non stavano combattendo. È che la gente comune, anche nelle province del sud controllate dai Talebani, aveva cominciato a sperare che l’occupazione statunitense avrebbe portato la pace in Afghanistan e sviluppato l’economia ponendo fine alla terribile povertà.

La pace era cruciale. Nel 2001 gli Afghani erano intrappolati in una guerra da ventitré anni, prima una guerra civile tra comunisti e islamisti, poi una guerra tra islamisti e invasori sovietici, poi una guerra tra signori della guerra islamisti e poi una guerra nel nord del paese tra Signori della guerra islamisti e Talebani.

Ventitré anni di guerra avevano portato morti, mutilazioni, esilio e campi profughi, povertà, immenso dolore e infinite paure e ansie. Forse il miglior libro su come ci si sentiva è  Klaits e Gulmanadova Klaits, Love and War in Afghanistan (2005). La gente desiderava disperatamente la pace. Nel 2001 anche i sostenitori dei Talebani pensavano che una cattiva pace fosse meglio di una buona guerra.

Inoltre, gli Stati Uniti erano favolosamente ricchi. Gli Afghani credevano che l’occupazione potesse portare uno sviluppo che li avrebbe salvati dalla povertà.

Gli Afghani aspettavano. Ma gli Stati Uniti hanno portato la guerra, non la pace

L’esercito degli Stati Uniti e del Regno Unito ha costruito basi in tutti i villaggi e le piccole città della zona di insediamento dei Talebani, le aree per lo più pashtun del sud e dell’est. Queste unità non sapevano dell’accordo informale stretto tra Statunitensi e Talebani. Non potevano esserne informati, perché il governo del presidente Bush aveva interesse a mantenerlo segreto. Quindi le unità statunitensi erano convinte che la loro missione fosse quella di sradicare i rimanenti “cattivi”, che ovviamente erano ancora lì.

Le incursioni notturne sfondavano le porte, umiliando e terrorizzando le famiglie, portando via uomini da torturare per ottenere informazioni sugli altri cattivi. È stato qui, e nei siti segreti di tutto il mondo, che l’esercito e l’intelligence statunitensi hanno sviluppato i nuovi stili di tortura che il mondo avrebbe solo intravisto ad Abu Ghraib, la prigione statunitense in Iraq.

Alcuni degli uomini arrestati e torturati erano Talebani che non avevano combattuto. Altri erano stati falsamente accusati da loro nemici locali, che volevano impossessarsi della loro terra o nutrivano qualche rancore nei loro confronti.

Il libro di memorie del soldato statunitense Johnny Rico Blood, Makes the Grass Grow Green, fornisce un utile resoconto di ciò che è accaduto. I parenti e gli abitanti del villaggio indignati hanno cominciato a sparare nel buio contro i soldati USA. Questi ultimi hanno intensificato la repressione, sfondando ancora più porte e torturando ancora più uomini. Gli abitanti del villaggio hanno preso più munizioni. Gli Statunitensi hanno lanciato attacchi aerei e le loro bombe hanno ucciso una famiglia dopo l’altra.

La guerra è tornata nel sud e nell’est del paese.

La disuguaglianza e la corruzione sono aumentate a dismisura.

Gli Afghani avevano sperato in uno sviluppo che potesse arrecare vantaggi sia ai ricchi che ai poveri. Sembrava una cosa così ovvia e così facile da fare. Ma non capivano quale è davvero la politica estera USA. E non capivano quanto l’1% degli Stati Uniti ci tenga al mantenimento della disuguaglianza nel proprio paese.

Quindi i soldi statunitensi si riversarono in Afghanistan. Ma finivano nelle tasche degli esponenti del nuovo governo guidato da Hamid Karzai. Finivano nelle tasche delle persone che lavoravano per gli USA o per le truppe di occupazione di altre nazioni. Finivano nelle tasche dei signori della guerra e del loro entourage, che erano profondamente coinvolti nel commercio internazionale di oppio ed eroina facilitato dalla CIA e dall’esercito pakistano. Finivano nelle tasche delle persone abbastanza fortunate da possedere case lussuose e ben difese a Kabul, che potevano essere affittate al personale degli eserciti stranieri di occupazione. Finivano nelle tasche degli uomini e delle donne che lavoravano per le ONG finanziate dall’estero.

Ovviamente tutte queste persone facevano parte degli stessi “giri”.

Gli Afghani erano da tempo abituati alla corruzione. La consideravano inevitabile, pur odiandola. Ma stavolta era di proporzioni inaudite. E agli occhi dei poveri e delle persone di reddito medio, tutta la nuova oscena ricchezza, non importa come guadagnata, sembrava essere frutto di corruzione.

Nell’ultimo decennio i Talebani hanno offerto due cose in tutto il paese. Per prima cosa non erano corrotti, come non lo erano stati nemmeno prima del 2001. Sono l’unica forza politica del paese di cui lo si possa dire fondatamente.

Soprattutto, i Talebani hanno gestito un sistema giudiziario onesto nelle aree rurali che controllavano. La loro reputazione era così elevata, che molte persone coinvolte in cause civili nelle città concordavano di affidare il verdetto ai giudici talebani nelle campagne. In tal modo, ottenevano una giustizia rapida, economica ed equa, senza dover pagare tangenti.

Per le persone nelle aree controllate dai Talebani, la giustizia equa significava anche una protezione contro le disuguaglianze. Quando i ricchi possono corrompere i giudici, possono fare tutto ciò che vogliono ai poveri. La terra era la cosa più importante. Uomini ricchi e potenti, signori della guerra e funzionari governativi potevano impadronirsi, rubare o imbrogliare per ottenere il controllo della terra dei piccoli agricoltori, oppure opprimere i mezzadri ancora più poveri. Ma i giudici talebani, tutti lo sapevano, erano davvero giusti.

L’odio verso la corruzione, la disuguaglianza e l’occupazione divennero un tutt’uno.

20 anni dopo

Sono passati oramai vent’anni da quando i Talebani sono stati sostituiti dall’occupante USA dopo l’11 settembre. I movimenti politici di massa subiscono enormi cambiamenti in vent’anni di guerra e di crisi. I Talebani hanno imparato la lezione e sono cambiati. Come potrebbe essere altrimenti ! Molti Afghani, e molti esperti stranieri, lo hanno capito. Giustozzi ha coniato l’espressione utile di neotalebani. [2]

Questo cambiamento, così come appare, ha varie sfaccettature. I Talebani si sono resi conto che lo sciovinismo pashtun era un elemento di grande debolezza. Ora sottolineano il loro essere musulmani, fratelli di tutti gli altri musulmani, e affermano di desiderare e godere dell’appoggio dei musulmani di molti diversi gruppi etnici.

Ma negli ultimi anni c’è stata un’amara spaccatura nelle forze talebane. Una minoranza di combattenti e sostenitori talebani si è alleata con lo Stato islamico. La differenza è che lo Stato islamico lancia attacchi terroristici contro Sciiti, Sikh e Cristiani. I Talebani in Pakistan fanno lo stesso, e così fa la piccola rete Haqqani sponsorizzata dall’intelligence pakistana. Ma la maggioranza talebana è stata affidabile nel condannare tutti questi attacchi.

Torneremo su questa divisione in seguito, poiché è gravida di molte conseguenze.

I nuovi Talebani hanno anche sottolineato la loro sensibilità ai diritti delle donne. Dicono che accettano musica e video e hanno moderato i lati più feroci e puritani del loro precedente governo. E ora stanno dicendo più e più volte che vogliono governare in pace, senza vendette contro gli esponenti del vecchio ordine.

Quanto di tutto questo sia propaganda e quanto sia verità, è difficile da dire. Inoltre, ciò che accadrà in seguito dipenderà profondamente da ciò che accade all’economia e da cosa faranno le potenze straniere. Di questo, più tardi. Il nostro punto qui è che gli Afghani avevano delle ragioni per scegliere i Talebani rispetto agli Statunitensi, i signori della guerra e il governo di Ashraf Ghani.

Che ne è del salvataggio delle donne afghane?

Molti lettori ora penseranno, insistentemente, ma che dire delle donne afghane? La risposta non è semplice.

Per cominciare, occorre tornare agli anni 1970. In tutto il mondo, specifiche forme di disuguaglianza di genere sono intrecciate a specifiche forme di disuguaglianza di classe. L’Afghanistan non faceva accezione.

Nancy ha svolto ricerche antropologiche sul campo con donne e uomini Pashtun nel nord del paese nei primi anni 1970. Vivevano di pastorizia e dell’allevamento di animali. Il libro che Nancy ha poi scritto, Bartered Brides: Politics and Marriage in a Tribal Society, spiega le connessioni tra classe, genere e divisioni etniche in quel momento. E se volete sapere cosa pensavano quelle donne della loro vita, dei loro problemi e delle loro gioie, Nancy e il suo ex compagno Richard Tapper hanno recentemente pubblicato Afghan Village Voices , una traduzione di molte delle registrazioni fatte sul campo con donne e uomini.

Quella realtà era complessa, amara, opprimente e piena di amore. In questo senso profondo, non era diversa dalle complessità del sessismo e della gerarchia di classe negli Stati Uniti. Ma la tragedia che sarebbe sopravvenuta nel successivo mezzo secolo avrebbe cambiato molte cose. Quella lunga sofferenza ha prodotto il particolare sessismo dei Talebani, che non è un prodotto automatico della tradizione afghana.

 

La storia di questa nuova svolta inizia nel 1978. Poi ci fu la guerra civile tra il governo comunista e la resistenza mujahedin islamista. Gli Islamisti stavano vincendo, quindi l’Unione Sovietica invase il paese alla fine del 1979 per sostenere il governo comunista. Seguirono sette anni di guerra brutale tra Sovietici e Mujahedin. Nel 1987 le truppe sovietiche partirono, sconfitte.

 

Quando vivevamo in Afghanistan, all’inizio degli anni 1970, i Comunisti erano tra le persone migliori. Erano guidati da tre passioni. Volevano sviluppare il paese. Volevano spezzare il potere dei grandi proprietari terrieri e dividere la terra. E volevano l’uguaglianza per le donne.

Ma nel 1978 i Comunisti avevano preso il potere con un colpo di Stato militare, guidato da ufficiali progressisti. Non avevano ottenuto il sostegno politico della maggioranza degli abitanti dei villaggi, in un paese a schiacciante maggioranza rurale. Alla fine, l’unico modo che avevano per spezzare la resistenza islamista rurale erano gli arresti, le torture e i bombardamenti. Più l’esercito guidato dai Comunisti commetteva tali crudeltà, più la rivolta cresceva.

Poi l’Unione Sovietica invase il paese per sostenere i Comunisti. La loro arma principale era il bombardamento aereo, e gran parte del paese divenne una zona di fuoco libero. Furono uccisi tra mezzo milione e un milione di Afghani. Almeno un altro milione è rimasto mutilato a vita. Tra i sei e gli otto milioni sono stati esiliati in Iran e Pakistan, e altri milioni sono diventati rifugiati interni. Tutto questo in un Paese di soli venticinque milioni di persone.

Quando sono saliti al potere, la prima cosa che i Comunisti hanno cercato di fare è stata la riforma agraria e la legislazione per i diritti delle donne. Quando i Sovietici invasero, la maggioranza dei Comunisti si schierò con loro. Molti di quei Comunisti erano donne. Il risultato è stato quello di confondere i valori del femminismo con il sostegno alla tortura e al massacro.

Immaginate che gli Stati Uniti fossero stati invasi da una potenza straniera e che questa avesse ucciso tra i dodici e i ventiquattro milioni di cittadini, torturato persone in ogni città e portato all’esilio 100 milioni di Statunitensi. Immaginate anche che quasi tutte le Femministe degli Stati Uniti avessero appoggiato gli invasori. Dopo quell’esperienza, cosa immaginate che penserebbe la maggior parte degli Statunitensi del femminismo?

Quale sentimento pensate nutrano la maggior parte delle donne afghane nei confronti di un’altra invasione, questa volta statunitense, anch’essa giustificata dalla necessità di salvare le donne afghane? Badate che quelle statistiche di morti, mutilati e rifugiati sotto l’occupazione sovietica non sono numeri astratti. Sono donne vive, e sono i loro figli e figlie, mariti, fratelli e sorelle, madri e padri.

 

Così, quando l’Unione Sovietica se ne andò, sconfitta, la maggior parte delle persone tirò un sospiro di sollievo. Ma poi i capi locali della resistenza dei Mujahedin ai Comunisti e agli invasori divennero signori della guerra locali e si combatterono l’un l’altro per il bottino della vittoria. La maggioranza degli Afghani aveva sostenuto i Mujahedin, ma ora erano disgustati dall’avidità, dalla corruzione e dalla guerra infinita e inutile.

 

La classe sociale e l’esperienza da rifugiati dei Talebani

 

Nell’autunno del 1994 i Talebani arrivarono a Kandahar, una città a maggioranza pashtun e la più grande dell’Afghanistan meridionale. I Talebani non assomigliavano a niente di tutto quanto si era visto prima nella storia dell’Afghanistan. Erano il prodotto di due innovazioni tipiche del ventesimo secolo: i bombardamenti aerei e i campi profughi in Pakistan. Appartenevano a una classe sociale diversa dalle élite che avevano governato l’Afghanistan.

I Comunisti erano stati i figli e le figlie delle classi medie urbane e dei contadini di livello medio delle campagne con abbastanza terra da poter chiamare propria. Erano stati guidati da persone che frequentavano l’unica università del paese a Kabul. Volevano spezzare il potere dei grandi latifondisti e modernizzare il paese.

Gli Islamisti che combattevano i Comunisti erano stati uomini di classi sociali simili, e per lo più ex studenti della stessa università. Anche loro volevano modernizzare il Paese, ma in modo diverso. E hanno guardato alle idee dei Fratelli Musulmani e dell’Università Al-Alzhar del Cairo.

La parola “Talebani” significa studenti di una scuola islamica, non di una scuola statale o di un’università. I combattenti talebani che sono entrati a Kandahar nel 1994 erano giovani che avevano studiato nelle scuole islamiche libere dei campi profughi in Pakistan. Erano stati bambini poveri e privi di tutto.

I capi talebani erano mullah di villaggio. Non avevano le connessioni d’élite di molti imam delle moschee cittadine. I mullah di villaggio sapevano leggere e in qualche modo erano tenuti in considerazione dagli altri abitanti del villaggio. Ma il loro status sociale era ben al di sotto di quello di un padrone di casa o di un diplomato impiegato in qualche ufficio governativo.

I Talebani erano guidati da un comitato di dodici uomini. Tutti e dodici avevano perso una mano, un piede o un occhio a causa delle bombe sovietiche durante la guerra. I Talebani erano, tra le altre cose, il partito degli abitanti poveri e di classe media dei villaggi Pashtun. [3]

Vent’anni di guerra avevano lasciato Kandahar senza legge e in balia delle milizie in guerra. La svolta è arrivata quando i Talebani hanno giustiziato un comandante locale che aveva violentato un ragazzo e due (forse tre) donne. I Talebani lo hanno catturato e impiccato. Ciò che ha reso sorprendente il loro intervento non è stata solo la loro determinazione a porre fine alla lotta omicida e ripristinare la dignità e la sicurezza delle persone, ma il loro disgusto per l’ipocrisia degli altri islamisti.

Fin dall’inizio i Talebani sono stati finanziati dai Sauditi, dagli USA e dai militari pakistani. Washington voleva un paese pacifico che potesse ospitare gli oleodotti e i gasdotti dall’Asia centrale. I Talebani si sono distinti perché non ammettevano eccezioni alle loro regole e alla severità con cui le applicavano.

Molti Afghani erano loro grati per il ritorno dell’ordine e di un minimo di sicurezza, ma i Talebani erano settari e incapaci di controllare il paese e, nel 1996, gli USA ritirarono il loro sostegno. Questo capovolgimento di alleanze fece sì che si scatenasse una nuova, e mortale, versione dell’islamofobia, questa volta contro i Talebani.

Quasi da un giorno all’altro, le donne afghane cominciarono ad essere considerate indifese e oppresse, mentre gli uomini afghani – alias i Talebani – venivano esecrati come selvaggi fanatici, pedofili e sadici patriarchi, quasi privi di caratteri umani.

Per quattro anni prima dell’11 settembre, i Talebani sono stati nel mirino degli USA, mentre Femministe e altri chiedevano a gran voce la protezione delle donne afghane. Quando sono iniziati i bombardamenti USA, oramai era diventato un ritornello universale quello delle donne afghane che avevano bisogno di aiuto. Il giochetto pareva fatto.

L’11 settembre e la guerra statunitense

I bombardamenti sono iniziati il 7 ottobre. In pochi giorni i Talebani sono stati costretti a nascondersi – o sono stati letteralmente castrati – come inneggiava una fotografia sulla prima pagina del Daily Mail. Le immagini pubblicate della guerra erano davvero scioccanti per la violenza e il sadismo che mostravano. Molte persone in Europa sono rimaste sconvolte dalla portata dei bombardamenti e dall’assoluta indifferenza verso le vite afghane. [4]

Eppure negli Stati Uniti, in quell’autunno, il bisogno di vendetta e il fanatismo patriottico avevano spento e reso impercettibili le voci di dissenso. Chiedetevi, come fece all’epoca Saba Mahmood, “perché le condizioni di guerra (migrazione, militarizzazione) e di fame (sotto i Mujaheddin) erano considerate meno dannose per le donne della mancanza di istruzione, occupazione e, soprattutto, stando alle campagne mediatiche, degli stili di abbigliamento occidentali (sotto i Talebani)?’ [5]

Poi domandatevi ancora più ferocemente: come si può pensare di “salvare le donne afghane” bombardando una popolazione civile che includeva, insieme alle donne stesse, i loro figli, i loro mariti, padri e fratelli? Avrebbe dovuto essere la domanda che poneva fine alla discussione, ma nessuno se l’è posta.

L’espressione più eclatante dell’islamofobia femminista è arrivata a poco più di un mese dall’inizio della guerra. Una guerra di vendetta tanto asimmetrica non suscita molta simpatia, occorreva quindi fare qualcosa che sembrasse virtuoso. In previsione della festa del Ringraziamento, il 17 novembre 2001, Laura Bush, la moglie del Presidente, deplorò a gran voce la condizione delle donne afghane velate. Cherie Blair, la moglie del primo ministro britannico, le fece eco pochi giorni dopo. Queste ricche mogli di guerrafondai stavano usando tutto il peso del paradigma orientalista per incolpare le vittime e giustificare una guerra contro alcune delle persone più povere della terra. E “Salvare le donne afghane” è diventato il grido persistente di molte Femministe liberal per giustificare la guerra imperialista statunitense. [6]

Con l’elezione di Obama nel 2008, il coro dell’islamofobia è diventato egemonico tra i liberal statunitensi. Quell’anno i movimenti statunitensi contro la guerra praticamente si dissolsero per dare una mano alla campagna elettorale di Obama. I Democratici e le Femministe che appoggiavano il segretario di Stato falco della guerra di Obama, Hillary Clinton, non potevano accettare la verità che l’Afghanistan e l’Iraq erano entrambe guerre per il petrolio. [7]

C’era solo un modo per giustificare le infinite guerre per il petrolio: le sofferenze delle donne afghane. Lo slogan femminista era uno stratagemma intelligente. Evitava ogni paragone tra l’indubbio sessismo dei Talebani e quello imperante negli Stati Uniti. Ben più scioccante il fatto che la giustificazione femminista abbia occultato e mistificato le brutte verità su una guerra grossolanamente iniqua. E separava quelle presunte “donne da salvare” dalle decine di migliaia di donne afghane reali, e uomini e bambini uccisi, feriti, orfani o privati della casa e affamati dalle bombe USA.

Molti dei nostri amici e familiari negli USA sono femministe che hanno creduto con cuore onesto a gran parte di questa propaganda. Ma a loro veniva chiesto di sostenere una rete di bugie, una perversione del femminismo. Era il femminismo dell’invasore e dell’élite governativa corrotta. Era il femminismo dei torturatori e dei droni.

Crediamo che un altro femminismo sia possibile.

Ma resta vero che i Talebani sono profondamente sessisti. La misoginia ha vinto in Afghanistan. Ma non doveva essere così.

I Comunisti che si erano schierati con le crudeltà degli invasori sovietici hanno screditato il femminismo in Afghanistan per almeno una generazione. Ma poi gli Stati Uniti hanno invaso e una nuova generazione di donne professioniste afghane si è schierata con i nuovi invasori per cercare di conquistare i diritti delle donne. Anche il loro sogno è finito in collaborazione, vergogna e sangue. Alcune erano solo carrieriste, ovviamente, e parlavano per luoghi comuni in cambio di finanziamenti. Ma molte altre erano motivate da un sogno onesto e disinteressato. Il loro fallimento è tragico.

Stereotipi e confusioni

Fuori dall’Afghanistan c’è molta confusione e prevalgono gli stereotipi sui Talebani elaborati negli ultimi venticinque anni. Ma non vi fidate degli stereotipi che li dipingono come feudali, brutali e primitivi. Sono persone con laptop, che hanno negoziato con gli Statunitensi in Qatar negli ultimi quattordici anni.

I Talebani non sono un residuo medioevale. Sono il prodotto di alcuni dei periodi peggiori della fine del ventesimo secolo e dell’inizio del ventunesimo secolo. Se guardano indietro, in qualche modo, a un tempo immaginato migliore, non deve sorprendere. Ma sono stati plasmati dalla vita sotto i bombardamenti aerei, i campi profughi, il comunismo, la guerra al terrore, gli interrogatori violenti, il cambiamento climatico, la politica di Internet e la spirale di disuguaglianza del neoliberismo. Vivono, come tutti gli altri, in questi tempi.

Anche le loro radici in una società tribale possono confondere. Ma come ha sostenuto Richard Tapper, le tribù non sono istituzioni ataviche. Sono il modo in cui i contadini in questa parte del mondo organizzano il loro rapporto con lo Stato. E la storia dell’Afghanistan non è mai stata semplicemente una questione di gruppi etnici in competizione, ma piuttosto di complesse alleanze tra gruppi, e divisioni all’interno dei gruppi. [8]

C’è una serie di pregiudizi a sinistra che spinge alcune persone a chiedersi come i Talebani potrebbero stare dalla parte dei poveri ed essere antimperialisti se non sono “progressisti”. Lasciamo da parte per il momento il fatto che la parola progressista significa poco. Naturalmente i Talebani sono ostili al socialismo e al comunismo. Loro stessi, o i loro genitori o nonni, furono uccisi e torturati da socialisti e comunisti. Quanto all’antimperialismo, qualsiasi movimento che abbia combattuto una guerriglia ventennale e sconfitto un grande impero è antimperialista, oppure le parole non hanno significato.

La realtà è che i Talebani sono un movimento di contadini poveri, organizzatosi contro un’occupazione imperiale, profondamente misogini ma sostenuti da molte donne, a volte razzisti e settari, a volte no. È un fascio di contraddizioni prodotto dalla storia.

Altra fonte di confusione è la politica di classe dei Talebani. Come possono stare dalla parte dei poveri, come ovviamente sono, ed essere così aspramente contrari al socialismo? La risposta è che l’esperienza dell’occupazione russa ha eliminato la possibilità di declinare la lotta di classe in termini di socialismo. Ma non ha cambiato la realtà della classe. Nessuno ha mai costruito un movimento di massa tra i contadini poveri senza essere dalla parte dei poveri.

I Talebani parlano non nel linguaggio della classe, ma nel linguaggio della giustizia e della corruzione. Ma non c’è molta differenza.

Niente di tutto ciò significa che i Talebani governeranno poi davvero nell’interesse dei poveri. Abbiamo visto abbastanza rivolte contadine salire al potere nel secolo scorso e oltre, solo per trasformarsi poi in governi delle élite urbane. E resta comunque il fatto che i Talebani non sono certamente democratici.

Un cambiamento storico negli USA

La caduta di Kabul segna una sconfitta decisiva per la potenza USA nel mondo. Ma segna anche, o rende chiaro, una profonda disaffezione dei cittadini statunitensi verso l’Impero.

Prova di ciò sono i sondaggi di opinione. Nel 2001, subito dopo l’11 settembre, tra l’85% e il 90% degli Statunitensi approvava l’invasione dell’Afghanistan. I numeri sono diminuiti costantemente. Il mese scorso, il 62% degli Statunitensi approvava il piano di Biden per il ritiro totale e il 29% era contrario.

Questo rifiuto della guerra è comune sia a destra che a sinistra. La base operaia del Partito Repubblicano e di Trump è contro le guerre all’estero. Molti soldati e famiglie di militari provengono dalle zone rurali e dal sud dove Trump è forte. Sono contro ogni altra guerra, perché è tra loro che vi sono stati i morti e i feriti.

Il patriottismo di destra in USA adesso è pro-militare, ma questo significa pro-soldato, non pro-guerra. Quando dicono “Rendi l’America grande di nuovo”, intendono dire che gli USA attualmente non sono più “grandi” per gli Statunitensi, non che gli Stati Uniti dovrebbero essere più impegnati nel mondo.

Anche tra i Democratici la base operaia è contro le guerre.

Ci sono persone che sostengono un ulteriore intervento militare. Sono i democratici Obama, i repubblicani Romney, i generali, molti professionisti liberal e conservatori, e quasi tutti appartenenti all’élite di Washington. Ma il popolo nel suo insieme, e in particolare la classe operaia, nera, marrone e bianca, si è ribellata all’idea di Impero.

Dopo la caduta di Saigon, il governo USA non fu in grado di avviare importanti interventi militari per i successivi quindici anni. Potrebbe durare più lungo dopo la caduta di Kabul.

Le conseguenze internazionali

Dal 1918, 103 anni fa, gli Stati Uniti sono la nazione più potente del mondo. Ci sono state potenze in competizione: prima la Germania, poi l’Unione Sovietica e ora la Cina. Ma gli Stati Uniti sono stati dominanti. Quel “secolo americano” sta volgendo al termine.

La ragione, a lungo termine, è l’ascesa economica della Cina e il relativo declino economico degli Stati Uniti. Ma la pandemia di covid e la sconfitta afghana hanno fatto degli ultimi due anni una svolta.

La pandemia di covid ha rivelato l’incompetenza istituzionale della classe dirigente, e del governo, degli Stati Uniti. Il sistema non è riuscito a proteggere le persone. Questo fallimento caotico e vergognoso è apparso chiaro a chiunque nel mondo.

Poi c’è l’Afghanistan. A giudicare dall’impegno economico e dall’hardware, gli Stati Uniti sono in modo schiacciante la potenza militare dominante a livello globale. Eppure sono stati sconfitti da gente povera che porta i sandali, in un piccolo paese che non possiede altra risorsa se non la resistenza e il coraggio.

La vittoria dei Talebani incoraggerà gli Islamisti anche in Siria, Yemen, Somalia, Pakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Mali. Ma sarà anche peggio.

Sia il fallimento del covid che la sconfitta dell’Afghanistan ridurranno il soft power degli Stati Uniti. Ma l’Afghanistan è anche una sconfitta per l’hard power. La forza dell’impero informale degli Stati Uniti poggia da un secolo su tre diversi pilastri. Il primo è costituito dal fatto che si tratta della più grande economia del mondo che ha il dominio del sistema finanziario globale. Il secondo poggia su una reputazione di democrazia, competenza e leadership culturale. Il terzo sulla previsione che, quando fallisce il soft power, gli Stati Uniti dispongono della potenza militare per invadere e punire i nemici.

Quel potere militare sembra svanito. Nessun governo crederà che gli Stati Uniti possano salvarlo da un invasore straniero o dalla loro stessa gente. Le uccisioni dei droni continueranno e causeranno grandi sofferenze. Ma da nessuna parte i droni da soli saranno militarmente decisivi.

Questo è l’inizio della fine del secolo americano.

Che succede ora?

Nessuno sa cosa accadrà in Afghanistan nei prossimi anni. Ma possiamo individuare alcune tendenze.

La prima, e il più promettente, è il profondo desiderio di pace nei cuori degli Afghani. Hanno vissuto quarantatré anni di guerra. Pensate a come solo cinque o dieci anni di guerra civile e invasione hanno segnato così tanti paesi. Immaginate quarantatré anni.

Kabul, Kandahar e Mazar, le tre città più importanti, sono cadute tutte senza opporre resistenza. Questo perché i Talebani continuano a dire di volere la pace e di ripudiare la vendetta. Ma anche perché le persone che non sostengono, e addirittura odiano i Talebani, hanno scelto di non combattere.

I leader talebani sono chiaramente consapevoli di dover portare la pace.

Per questo è anche essenziale che i Talebani continuino a garantire una giustizia equa. Il loro record è buono. Ma le responsabilità e le tentazioni del governo hanno già corrotto molti movimenti sociali in molti paesi prima di loro.

È anche possibile un completo collasso economico. L’Afghanistan è un paese povero e arido, dove meno del 5% della terra è coltivabile. Negli ultimi vent’anni le città si sono gonfiate immensamente. Questa crescita è dipesa dal flusso di denaro proveniente dall’occupazione e, in misura minore, dal denaro proveniente dalla coltivazione dell’oppio. Senza un aiuto estero molto consistente da qualche parte, il collasso economico è una minaccia seria.

Poiché i Talebani lo sanno, hanno offerto esplicitamente un accordo agli Stati Uniti. Gli Statunitensi dovrebbero fornire aiuti e, in cambio, i Talebani non daranno ospitalità a terroristi che potrebbero lanciare attacchi come quello dell’11 settembre. Entrambe le amministrazioni Trump e Biden hanno accettato questo accordo. Ma non è affatto chiaro se gli Stati Uniti manterranno la promessa.

In effetti, è possibile che avvenga il peggio. Le precedenti amministrazioni statunitensi hanno punito Iraq, Iran, Cuba e Vietnam, imponendo sanzioni economiche distruttive e di lunga durata. Molte voci si leveranno negli Stati Uniti a favore di sanzioni, che affamino i bambini afghani in nome dei diritti umani.

Poi c’è la minaccia di un’ingerenza internazionale, di poteri diversi che supportano diverse forze politiche o etniche all’interno dell’Afghanistan. Gli Stati Uniti, l’India, il Pakistan, l’Arabia Saudita, l’Iran, la Cina, la Russia e l’Uzbekistan saranno tutti tentati di intervenire. È già successo in passato e, in una situazione di collasso economico, potrebbe provocare guerre per procura.

Per il momento, però, i governi di Iran, Russia e Pakistan vogliono chiaramente la pace in Afghanistan.

I Talebani hanno anche promesso di non governare con crudeltà. È più facile a dirsi che a farsi. Di fronte a famiglie che hanno accumulato grandi fortune attraverso la corruzione e la criminalità, cosa pensateche vorranno fare i poveri soldati dei villaggi?

E poi c’è il clima. Nel 1971 una siccità e una carestia nel nord e nel centro hanno devastato greggi, raccolti e vite. È stato il primo segnale degli effetti del cambiamento climatico sulla regione, che ha portato ulteriori siccità negli ultimi cinquant’anni. A medio e lungo termine, l’agricoltura e l’allevamento diventeranno più precari. [9]

Tutti questi pericoli sono reali. Ma l’esperto in sicurezza tante volte perspicace Antonio Giustozzi conosce sia il pensiero dei Talebani che dei governi stranieri. Il suo articolo su The Guardian del 16 agosto era pieno di speranza. Così ha concluso:

Poiché la maggior parte dei paesi vicini vuole stabilità in Afghanistan, è improbabile che, almeno per il momento, eventuali crepe nel nuovo governo di coalizione vengano sfruttate da attori esterni per creare spaccature. Allo stesso modo, i perdenti del 2021 faranno fatica a trovare qualcuno disposto o in grado di sostenerli nell’iniziare una sorta di resistenza. Se il nuovo governo di coalizione includerà alleati chiave dei suoi vicini, questo sarà l’inizio di una nuova fase nella storia dell’Afghanistan. [10]

Cosa si può fare? Benvenuti ai rifugiati 

Molte persone in Occidente ora si chiedono: “Cosa possiamo fare per aiutare le donne afghane?” A volte questa domanda presuppone che la maggior parte delle donne afghane si opponga ai Talebani e che la maggior parte degli uomini afghani li sostenga. Questo non ha senso. È quasi impossibile immaginare un tipo di società del genere.

Ma qui c’è una domanda più specifica. Che cosa si può fare per aiutare le Femministe afghane?

Questa è una domanda valida e pertinente. La risposta è: organizzarsi per comprare loro i biglietti aerei e dare loro rifugio in Europa e Nord America.

Ma non saranno solo le Femministe ad aver bisogno di asilo. Decine di migliaia di persone che hanno lavorato per gli occupanti sono alla disperata ricerca di asilo, con le loro famiglie. Lo stesso vale per un numero maggiore di persone che hanno lavorato per il governo afghano.

Alcune di queste persone sono ammirevoli, altre sono mostri corrotti, molte si trovano nel mezzo e molte sono solo bambini. Ma qui c’è un imperativo morale. Gli Stati Uniti e i paesi della Nato hanno creato sofferenze immense per vent’anni. Il minimo, il minimo che possano fare è di salvare le persone le cui vite hanno distrutto.

C’è anche un altro problema morale. Quello che molti Afghani hanno imparato negli ultimi quarant’anni è apparso chiaro anche nell’ultimo decennio del tormento siriano. È fin troppo facile capire gli antefatti e i percorsi di storia personale che portano le persone a fare le cose che fanno. L’umiltà ci costringe a guardare la giovane donna comunista, la femminista istruita che lavora per una ONG, l’attentatore suicida, il marine statunitense, il mullah del villaggio, il combattente talebano, la madre in lutto di un bambino ucciso dalle bombe USA, il cambiavalute sikh, il poliziotto, il povero contadino che coltiva oppio, e dire: solo per caso non è capitato a me.

Il fallimento dei governi USA e britannico nel salvare le persone che hanno lavorato per loro è stato vergognoso e rivelatore. Non è proprio un fallimento, ma una scelta. Il razzismo contro l’immigrazione ha pesato più fortemente su Johnson e Biden dei doveri umanitari.

Le campagne per accogliere gli Afghani sono ancora possibili. Naturalmente un argomento morale così forte si scontrerà sempre col razzismo e l’islamofobia. Ma nell’ultima settimana i governi di Germania e Paesi Bassi hanno entrambi sospeso qualsiasi deportazione di Afghani.

A ogni politico, ovunque, che parli a sostegno delle donne afghane deve essere chiesto, ancora e ancora, di aprire le frontiere a tutti gli Afghani.

E poi c’è quello che potrebbe succedere agli Hazara. Come abbiamo detto, i Talebani hanno smesso di essere semplicemente un movimento pashtun e sono diventati nazionali, reclutando molti Tagiki e Uzbeki. E anche, dicono, alcuni Hazara. Ma non molti.

Gli Hazara sono le persone che tradizionalmente vivevano nelle montagne centrali. Molti sono anche emigrati in città come Mazar e Kabul, dove hanno lavorato come facchini o svolgendo altri lavori a bassa retribuzione. Sono circa il 15% della popolazione afghana. Le radici dell’inimicizia tra Pashtun e Hazara risiedono in parte in dispute di lunga data sulla terra e sui diritti di pascolo.

Ma più recentemente è diventato anche molto importante che gli Hazara siano sciiti, e quasi tutti gli altri Afghani siano sunniti.

Gli aspri conflitti tra Sunniti e Sciiti in Iraq hanno portato a una spaccatura nella tradizione militante islamista. Questa divisione è complicata, ma importante, e necessita di un po’ di spiegazione.

Sia in Iraq che in Siria lo Stato Islamico ha compiuto stragi contro gli Sciiti, così come le milizie sciite hanno massacrato i Sunniti in entrambi i Paesi.

Le reti più tradizionali di Al Qaeda sono rimaste fermamente contrarie all’attacco agli Sciiti e hanno sostenuto la solidarietà tra i musulmani. Viene spesso ricordato che la madre di Osama Bin Laden era lei stessa una sciita, in realtà un’alawita dalla Siria. Il rapporto con gli Sciiti è stata la ragione principale della spaccatura tra Al Qaeda e lo Stato Islamico.

In Afghanistan, anche i Talebani hanno sostenuto con forza l’unità islamica. Lo sfruttamento sessuale delle donne realizzato dallo Stato Islamico è apparso anch’esso ripugnante ai Talebani, che sono profondamente sessisti ma puritani e modesti. Per molti anni i Talebani afghani sono stati coerenti nella loro condanna pubblica di tutti gli attacchi terroristici contro Sciiti, Cristiani e Sikh.

Eppure attacchi del genere si verificano. Le idee dello Stato Islamico hanno avuto una particolare influenza sui Talebani pakistani. I Talebani afghani sono un’organizzazione. I Talebani pakistani sono una rete più flessibile, non controllata dagli Afghani. Hanno effettuato ripetuti bombardamenti contro Sciiti e Cristiani in Pakistan.

Sono lo Stato islamico e la rete Haqqani ad aver compiuto i recenti attentati terroristici razzisti contro Hazara e Sikh a Kabul. La leadership talebana ha condannato tutti quegli attacchi.

Ma la situazione è in movimento. Lo Stato Islamico in Afghanistan è una minoranza che si oppone ai Talebani, in gran parte basata nella provincia di Ningrahar, a est. Sono spietatamente anti-sciiti. Così come la rete Haqqani, un gruppo di mujahedin di vecchia data in gran parte controllato dall’intelligence militare pakistana. Eppure, nel mix attuale, la rete Haqqani è stata integrata nell’organizzazione talebana e il loro leader è uno dei leader dei Talebani.

Ma nessuno può essere sicuro di cosa riservi il futuro. Nel 1995 una rivolta dei lavoratori hazara a Mazar impedì ai Talebani di prendere il controllo del nord. Ma le tradizioni di resistenza degli Hazara sono molto più profonde e più antiche.

Anche i rifugiati hazara nei paesi vicini potrebbero essere in pericolo ora. Il governo iraniano si sta alleando con i Talebani e li implora di mantenersi pacifici. Il problema di Teheran è che ci sono già circa tre milioni di rifugiati afghani in Iran. La maggior parte di loro è lì da anni, sono lavoratori urbani poveri e le loro famiglie, in maggioranza hazara. Recentemente il governo iraniano, in disperata crisi economica, ha iniziato a respingere gli Afghani in Afghanistan.

Ci sono circa un milione di rifugiati hazara anche in Pakistan. Nella regione intorno a Quetta più di 5.000 di loro sono stati uccisi in omicidi e massacri settari negli ultimi anni. La polizia e l’esercito pakistani non fanno nulla. Dato il lungo sostegno dell’esercito e dei servizi segreti pakistani ai Talebani afghani, quelle persone saranno maggiormente a rischio in questo momento.

Cosa può fare chi si trova fuori dall’Afghanistan? Come la maggior parte degli Afghani, occorre pregare per la pace. E unirsi alle proteste per le frontiere aperte.

Lasceremo l’ultima parola a Graham Knight. Suo figlio, il sergente Ben Knight della British Royal Air Force, è stato ucciso in Afghanistan nel 2006. Questa settimana Graham Knight ha detto alla Press Association che il governo del Regno Unito deve agire rapidamente per salvare i civili:

“Non siamo sorpresi che i Talebani abbiano preso il sopravvento perché non appena Statunitensi e Britannici hanno detto che se ne sarebbero andati, sapevamo che sarebbe successo. I Talebani hanno detto chiaramente cosa intendevano fare, appena ce ne saremmo andati, loro sarebbero tornati a Kabul.

Per quanto riguarda il fatto che le vite delle persone siano state perse a causa di una guerra che non potevamo vincere, penso che il problema fosse che stavamo combattendo contro persone originarie di quel paese. Non stavamo combattendo i terroristi, stavamo combattendo contro le persone che vivevano lì e non avevano piacere che noi fossimo lì”. [11]

RIFERIMENTI

Fluri, Jennifer L. and Rachel Lehr. 2017. The Carpetbaggers of Kabul and Other American-Afghan Entanglements. Athens OH: University of Georgia Press.

Giustozzi, Antonio. 2007. Koran, Kalashnikov and Laptop: The Neo-Taliban Insurgency in Afghanistan. London: Hurst.

—, ed. 2009. Decoding the New Taliban: Insights from the Afghan Field. London: Hurst.

—, 2021. ‘The Taliban have retaken Afghanistan – this time, how will they rule it?’ The Guardian, 16 agosto.

Gregory, Thomas. 2011. ‘Rescuing the Women of Afghanistan: Gender, Agency and the Politics of Intelligibility’ Università di Manchester, Tesi di dottorato.

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Lindisfarne, Nancy and Jonathan Neale, 2015. ‘Oil Empires and Resistance in Afghanistan, Iraq and Syria.’ Anne Bonny Pirate.

—. 2019. ‘Oil, Heat and Climate Jobs in the MENA Region.’ In Environmental Challenges in the MENA Region: The Long Road from Conflict to Cooperation, edited by Hamid Pouran and Hassan Hakimian, 72-94. London: Ginko.

Manchanda, Nivi. 2020. Imagining Afghanistan: The History and Politics of Imperial Knowledge. Cambridge: Cambridge University Press.

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Zilizer, Barbie. 2005. ‘Death in Wartime: Photographs and the ‘Other War’ in Afghanistan.’ The Harvard International Journal of Press/Politics, 10(3): 26-55.

Note:

[1] Vedi soprattutto: Nancy Tapper (Lindisfarne), 1991; Lindisfarne, 2002a, 2002b e 2012; Lindisfarne e Neale, 2015; Neale, 1981, 1988, 2002 and 2008; Richard Tapper con Lindisfarne, 2020.

[2] Giustozzi, 2007 e 2009 sono particolarmente utili.

[3] Sulle origini di classe dei Talebani, vedi Lindisfarne, 2012, e molti capitoli di differenti autori in Marsden e Hopkins, 2012. E vedi Moussavi, 1998; Nojumi, 2002; Giustozzi, 2008 e 2009; Zareef, 2010.

[4] Zilizer, 2005.

[5] C’è un’ampia letteratura sul salvataggio delle donne afghane. Vedi Gregory, 2011; Lindisfarne, 2002a; Hirschkind e Mahmood, 2002; Kolhatkar e Ingalls, 2006; Jalalzai e Jefferess,2011; Fluri e Lehr, 2017; Manchanda, 2020.

[6] Ward, 2001.

[7] Lindisfarne e Neale, 2015

[8] Richard Tapper, 1983.

[9] Per la siccità del 1971, vedi Tapper e Lindisfarne, 2020. Per i più recenti cambiamenti climatici, vedi Lindisfarne e Neale, 2019.

[10] Giustozzi, 2021.

[11] The Guardian, 2021.

da qui

 

 

“I POLITICI AFGHANI CI HANNO TRADITO, MA LA RESISTENZA DELLE DONNE CI RESTITUISCE SPERANZA”

Intervista di Joshua Evangelista al regista Amin Wahidi

Amin Wahidi è un giornalista e regista nato a Kabul. Dopo aver lavorato per la rete televisiva nazionale ATN (Ariana Television Network) creando e presentando contenuti televisivi educativi, nel 2007 ha subito minacce di morte durante le riprese de Le chiavi per il paradiso, un film a cui stava lavorando e che parla degli attentatori suicidi in Afghanistan. Oggi vive in Italia, dove ha realizzato cortometraggi come l’Ospite, vincitore del Premio Città di Venezia 2014, il lungomentraggio La Cena Persiana e il documentario Behind Venice Luxury, vincitore del premio Città di Venezia 2017. Oggi Amin è attivamente impegnato come mediattivista nel far conoscere quello che sta succedendo in Afghanistan. Lo sentiamo quasi contemporaneamente all’annuncio ufficiale della formazione del nuovo governo talebano. Accetta volentieri di darci il suo punto di vista sull’Afghanistan di oggi ma chiede di non parlare della sua vicenda personale. “Sono passati tanti anni e in una situazione del genere non mi sembra giusto distogliere l’attenzione da quanto sta succedendo in Afghanistan. Ogni personalismo crea solo distrazione”.

Amin, la presa di potere da parte dei talebani poteva essere evitata?

Senza dubbio. Ci sono diversi fattori da analizzare. Il primo riguarda il modo in cui la comunità internazionale abbia lasciato tutto il potere nelle mani un gruppo di poche persone, con doppia cittadinanza. Persone senza radici popolari, che non hanno fatto alcun investimento effettivo sulla società civile. Fino alla presa di potere dei talebani, tutto era controllato da tre persone: il presidente Ashraf Ghani (cittadino statunitense), il responsabile dello staff governativo Fazal Mahmood Fazli (cittadino svedese) e l’adviser sulla sicurezza nazionale Hamdallah Moheb (cittadino britannico). Come loro diversi altri dirigenti erano arrivati in Afghanistan senza avere nessun rapporto diretto con il popolo. Ad esempio Ajmal Ahmady, governatore della Banca di Afghanistan, è un cittadino libanese spacciato per afghano che non parla bene né dari né pashto a cui è stata data quella posizione di potere solo per rapporti personali con la moglie di Ghani, a sua volta libanese. Queste persone, tra l’altro, sono state accusate di essere scappate con milioni di dollari.

E qual è stato il ruolo della società civile?

Anche l’atteggiamento del popolo afghano è stato discutibile. Se le proteste che vedo in questi giorni ci fossero state tempo fa non saremmo arrivati a questa situazione. La gente si aspetta che qualcuno venga da fuori a fare qualcosa per loro, e questo è sbagliato. Ma ora non hanno scelta: se non vogliono questa egemonia religiosa ed etnica non possono fare altro che scendere in piazza e lottare per il proprio destino, con la sola forza del credere nella libertà.

Come siamo arrivati a questa situazione?

Questa caduta era stata di fatto preparata nel 2014. Mentre gli altri leader etnici, hazara, uzbeki, tajiki, avevano creduto nelle parole di unità nazionale, il presidente ha smantellato il Paese. Lo ha fatto in due modi: in primis disarmando le altre forze di resistenza ai talebani non pashtun e mettendosi al centro di ogni decisione militare, creando così immobilismo. Inoltre è stato a capo del comitato che ha trasferito nel 2014 il potere militare dalle forze NATO a quelle afghane. Si parla della debolezza dell’esercito, in realtà era Ghani che non voleva che venissero colpiti i talebani: avrebbe significato spargere sangue pashtun, la sua etnia. Ultimamente la Reuters ha pubblicato in esclusiva la famosa conversazione tra lui e Biden precedente al collasso. Il presidente americano chiedeva un piano difensivo, ma Ghani non gliel’ha consegnato. Perché aveva da tempo in mente un piano di evacuazione.

Qual è il ruolo del Pakistan, in quest’ottica?

Anche qui, ci sono due aspetti diversi da analizzare. Pochi giorni prima della fuga di Ghani, alcuni leader afghani non pashtun sono andati in Pakistan per spiegare alla leadership locale che le minoranze etniche afghane non andavano trattate come nemiche del Pakistan; anzi, chiedevano supporto per la costruzione di un nuovo governo che tenesse conto di tutte le comunità etniche presenti nel territorio. Quello che questi delegati non sapevano, è che Ghani aveva già incontrato il comando dell’esercito del Pakistan, per tre volte. Aveva deciso di consegnare il potere al Pakistan in cambio del mantenimento di una leadership pashtun. C’è stata una svendita del Paese, una competizione a chi lo vendeva prima e a buon mercato. Il primo ministro pakistano, Imran Khan, un ex giocatore di cricket, è anche lui un pashtun e non gli dispiace che il potere afghano rimanga nelle stesse mani.

Inoltre, se il Paese è nelle mani dei talebani, tutti i movimenti fondamentalisti che creano problemi in Waziristan potranno essere mandati in Afghanistan. Ma, soprattutto, il Pakistan potrà partecipare alla gestione delle risorse afghane e a quella degli aiuti che arriveranno da Occidente. In pratica sta giocando lo stesso ruolo che svolgeva durante la Guerra fredda. Ad esempio, sta aiutando nell’evacuazione degli stranieri ancora rimasti a Kabul. Tutto questo viene fatto in cambio di un cospicuo sostegno economico. E per gli Stati Uniti è meno costoso finanziare i pakistani rispetto al rimanere in Afghanistan.

Il tema dell’etnocentrismo è ricorrente nella descrizione che gli afghani fanno dei talebani. Eppure in Occidente ci si sofferma solo sul fondamentalismo religioso. Secondo te perché?

Da una parte tutti i media tendono a seguire quanto dice un grande giornale senza approfondire. Negli Stati Uniti si segue spesso l’opinione di Zalmay Khalilzad, afghano-americano già ambasciatore in Afghanistan e in Iraq e ultimamente, sotto Trump e Biden, rappresentante statunitense per la riconciliazione con talebani. Ora, Khalilzad e Ghani si conoscono da una vita, hanno studiato insieme in Libano e perseguono la stessa strategia. Non parlano mai di pashtun. Sempre sfruttano la parola “afghani”, anche se per loro è sinonimo di pashtun. Tornando ai media, c’è ignoranza e si affidano a lobby di intellettuali pashtun per spiegare la politica afghana. Ad esempio, troppo poco si è parlato delle resistenze nel Panjshir e a Behsud. Mi sono fatto un’idea: per essere rilevante per i media internazionali o devi avere il potere di minacciare l’Occidente o il potere per garantirne gli interessi. I pashtun hanno entrambi questi poteri.

Hai accennato alla resistenta in Behsud, di cui non si parla mai. Com’è la situazione?

Si tratta di una resistenza popolare nata per caso. Dai tempi dei massacri storici, quando sotto l’emiro Abdur Rahman Khan tutti i pashtun erano stati riuniti per uccidere gli hazara, le tribù nomadi erano state invitate a prendere le terre degli hazara. Da allora fino a oggi le tribù kochi, che sono pashtun, hanno invaso i villaggi hazara uccidendo i locali, senza alcuna resistenza dal governo. Così alcuni giovani hazara hanno iniziato a difendere i propri territori. Oggi questa resistenza combatte i talebani da sola, dopo che tra gennaio e marzo di quest’anno il presidente Ghani aveva provato a distruggerla. In quell’occasione l’esercito ha ucciso 11 civili e bruciato le case. Va detto che anche il presidente Ghani ha origine kochi e suo fratello Hashmat Ghani Ahmadzai è leader del Gran consiglio dei kochi e ha recentemente giurato fedeltà ai talebani. La resistenza hazara oggi è formata da partigiani che si nascondono e provano ad attaccare i terroristi, guidati da Abdul Ghani Alipur.

Che differenza c’è rispetto alla resistenza, più nota, del Panjshir?

La resistenza hazara è una resistenza povera, fatta di contadini che condividono il pane tra loro. Quella del Panjshir è sostenuta dal Tajikistan, che considera i combattenti dei fratelli, dall’India e forse ora da Uzbekistan e Francia, vista la grande popolarità che ha Aḥmad Shāh Masood in Francia. Inoltre hanno le armi del vecchio esercito afghano. Gli hazara, non avendo sostegni, vanno avanti solo con coraggio e determinazione, conoscendo le loro zone. Ma non hanno armi.

Che idea di sei fatto della gestione dell’evacuazione del Paese da parte del governo di Biden?

Questa ritirata prima o poi sarebbe dovuta avvenire. Ghani ha giocato di furbizia, fingendo che l’esercito avrebbe potuto resistere altri sei mesi. Però, guardando questa nuova resistenza, penso che Biden abbia fatto la scelta giusta. Noi riteniamo che un bambino, arrivati i 18 anni, debba organizzarsi la vita da solo. Eppure in Afghanistan, grazie a 20 anni di aiuti internazionali, molte persone si erano adagiate a una vita fatta di sostegno esterno, in una eterna attesa che qualche straniero facesse qualcosa. Al contrario, credo che se si vuole salvare il Paese si debba prendere delle responsabilità, fare sacrifici, rischiare la vita per ottenere la libertà. Non ci sono angeli che ci salvano: o cambiamo la situazione noi oppure non lo fa nessuno. Tutte le rivoluzioni sono nate così. Oggi, quando vedo sui social i video che raccontano il coraggio delle donne di Kabul divento ottimista. Non me l’aspettavo, sono sincero.

Può essere la risposta alla repressione?

Sono davvero ottimista. Queste donne sono istruite, aperte, vivono in città. Ghani è scappato e ha venduto il Paese, ma le cose possono cambiare. Prevedo che possa esserci nel lungo termine una scissione tra nord e sud, o una soluzione federalista. Non è improbabile. Biden diceva che gli Stati Uniti non sono andati in Afghanistan per costruire una nazione, questa scelta spetta agli afghani, da secoli divisi e in guerra. E secondo me ha ragione, dipende da quello che vogliono fare i gruppi etnici: o vogliono vivere civilmente, con una democrazia e una relativa libertà. O vogliono stare sotto il giogo dei terroristi. Quello che vedo con le donne e con i giornalisti coraggiosi mi fa pensare che la resistenza può proseguire.

A tal proposito, quali figure stanno emergendo oggi in Afghanistan per coraggio e dissenso?

Tra le donne sicuramente Leila Haidari, che è rimasta lì e nel “sottosuolo” fa cose incredibili. Ma anche i leader Masood e Alipur possono ispirare coraggio e speranza agli altri. Al contrario, i vecchi leader della resistenza sono scappati all’estero. E poi ci sono i giornalisti come Fahim Dashti, che hanno ucciso, e Zaki Daryabi, direttore del quotidiano investigativo Etilaatroz, che coraggiosamente rimane in Afghanistan e ci informa.

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Gli Stati Uniti non hanno mai capito l’AfghanistanShadi Hamid

Gli Stati Uniti non hanno mai capito l’Afghanistan. I pianificatori di Washington pensavano di sapere di cosa avesse bisogno il paese, ma non era la stessa cosa che voleva la sua gente. La politica degli Stati Uniti era animata da diverse pie illusioni. La principale era l’idea che i taliban potessero essere eliminati e che, nel farlo, potesse essere trasformata un’intera cultura.

In un mondo ideale i taliban non esisterebbero. Ma esistono, ed esisteranno in futuro. Gli osservatori occidentali fanno sempre fatica a capire come gruppi così spietati ottengano legittimità e sostegno popolare. Sicuramente gli afgani ricordano il terrore del dominio taliban negli anni novanta, quando le donne venivano frustate se si avventuravano fuori di casa senza burqa e le persone adultere erano lapidate a morte negli stadi di calcio. Come si possono dimenticare quei giorni cupi?

Gli Stati Uniti consideravano malvagi i taliban. Ritenere un gruppo malvagio significa gettarlo fuori dal tempo e dalla storia. Ma si tratta di una visione da privilegiati. Vivere in una democrazia con una sicurezza di base permette ai cittadini di puntare più in alto. Saranno delusi anche da un governo relativamente buono proprio perché si aspettano di più. Negli stati falliti e nel mezzo di una guerra civile, tuttavia, le questioni fondamentali sono quelle dell’ordine e del disordine, e come avere più del primo e meno del secondo.

 

Cecità e pregiudizi di Washington
I taliban lo sapevano. Dopo aver perso il potere nel 2001, il gruppo era debole, e doveva riprendersi dai devastanti attacchi aerei contro i suoi dirigenti. Ma negli ultimi anni ha ripreso terreno e messo radici più profonde nelle comunità locali. I taliban sono stati brutali. Allo stesso tempo hanno spesso garantito un’amministrazione migliore del lontano e corrotto governo centrale afgano. Fare poco è servito a molto.

Il governo dell’Afghanistan, sostenuto dagli Stati Uniti, non è fallito solo a causa dei taliban. È stato ostacolato fin dall’inizio dalle cecità e dai pregiudizi di Washington. Gli Stati Uniti hanno visto in un’autorità forte e centralizzata la risposta ai problemi del paese, e hanno sostenuto una costituzione che ha dato al capo dello stato ampi poteri. Questo, insieme a un sistema elettorale bizzarro e confuso, ha minato lo sviluppo dei partiti politici e del parlamento. Uno stato forte richiedeva istituzioni legali formali e gli Stati Uniti hanno debitamente sostenuto tribunali, giudici e altri orpelli del genere. Nel frattempo alimentavano il risentimento promuovendo programmi che dovevano ridisegnare la cultura afgana e le relazioni di genere.

Tutte queste scelte erano un riflesso dell’arroganza delle potenze occidentali, che consideravano le tradizioni afgane come un ostacolo da superare quando, a quanto pare, erano la linfa vitale della cultura politica del paese. Alla fine pochi afgani hanno creduto in un governo centrale che non hanno mai sentito vicino, o si sono presi la briga di navigare tra le sue lungaggini burocratiche. Hanno continuato a risolvere le loro controversie tramite autorità informali e comunitarie, rivolgendosi a figure locali di cui si fidavano. E questo ha aperto la strada al progressivo ritorno dei taliban.

L’Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar) ha supervisionato il modo in cui gli Stati Uniti hanno erogato i fondi per la ricostruzione e valutato la loro efficacia. Lo scorso anno sono uscite due deprimenti valutazioni del Sigar.

Una, pomposamente intitolata What we need to learn: lessons from twenty years of Afghanistan reconstruction (Cosa dobbiamo imparare: lezioni da vent’anni di ricostruzione dell’Afghanistan), fa notare che gli Stati Uniti hanno speso circa novecento milioni di dollari per aiutare gli afgani a sviluppare un sistema legale. Sfortunatamente la cosa non sembra avere impressionato gli stessi afgani.

Una delle prime cose che fanno gruppi armati come i taliban quando entrano in un nuovo territorio è fornire una soluzione delle controversie “sbrigativa e rapida”. Spesso sono più rapidi del sistema giudiziario locale. Come abbiamo notato io, Vanda Felbab-Brown e Harold Trinkunas nel nostro libro del 2017 sulle capacità di governo dei gruppi ribelli, “gli afgani mostrano un alto grado di soddisfazione per i verdetti dei taliban, a differenza di quelli del sistema giudiziario ufficiale, dove chi chiede giustizia deve spesso pagare considerevoli tangenti”.

Questa è una delle ragioni principali per cui la religione, in particolare l’islam, è importante. Fornisce un quadro organizzativo per una giustizia sbrigativa e una giustificazione per la sua attuazione, e ha più probabilità di essere percepita come legittima dalle comunità locali. I gruppi e i governi laici fanno, semplicemente, più fatica a fornire questo tipo di giustizia. Il governo afgano non era necessariamente laico, ma aveva ricevuto decine di miliardi di dollari da governi che certamente lo erano. Un sistema informale di risoluzione delle controversie, basato sulla sharia, sarebbe quasi certamente disapprovato da quei finanziatori occidentali. Quanto era probabile che un governo afgano guidato da un tecnocrate con un diploma di un’università della Ivy League potesse battere i taliban al loro stesso gioco?

Come ha notato il rapporto Sigar, “gli Stati Uniti hanno giudicato male quel che avrebbe costituito un sistema giudiziario accettabile dal punto di vista di molti afgani, il che in ultima istanza ha permesso ai taliban di esercitare la loro influenza”. O, per dirla con un ex funzionario dell’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid): “Abbiamo scartato il sistema di giustizia tradizionale perché pensavamo che non avesse alcuna rilevanza rispetto a ciò che volevamo vedere nell’Afghanistan di oggi”.

 

Un sistema sbilanciato
Ma cosa volevano, per l’appunto, vedere gli Stati Uniti nell’Afghanistan di oggi?

Quando l’amministrazione Bush ha contribuito a formare il governo afgano post-taliban, sosteneva ancora di essere poco interessata alla costruzione dello stato. Prendere a prestito dalle costituzioni passate dell’Afghanistan era più facile che proporre qualcosa di più appropriato a quello che era diventato un paese molto diverso. La nuova costituzione ha creato un sistema sbilanciato che ha dato al presidente “quasi gli stessi poteri di quelli esercitati dai re afgani”, come ha scritto Jennifer Brick Murtazashvili, un’importante studiosa dell’Afghanistan.

I sistemi presidenziali forti sono allettanti perché offrono la prospettiva di un’azione decisa. Ma la concentrazione di potere allontana inevitabilmente altre parti interessate, in particolare al livello locale e regionale.

Fin dall’inizio il parlamento afgano ha sofferto di un deficit di legittimità. L’Afghanistan ha usato un sistema elettorale cosiddetto a voto unico non trasferibile (sntv), uno dei più rari al mondo. Ci sono varie ragioni per cui l’sntv è talvolta usato nelle elezioni locali ma quasi mai al livello nazionale: tra le altre, perché assegna i voti in un modo che ostacola lo sviluppo dei partiti politici. Se c’è un qualcosa di cui l’Afghanistan ha bisogno, sono partiti politici – e un parlamento – che possano controbilanciare i poteri del presidente.

I rischi di un sistema presidenziale crescono nelle società divise, e l’Afghanistan è diviso lungo linee etniche, religiose, tribali, linguistiche e ideologiche, quasi in ogni modo possibile. Questo aumenta la posta in gioco della competizione politica, perché ciò che conta di più è chi finisce al vertice.

Il sistema, infine, funziona solo se il presidente è competente. Il presidente ormai in esilio, Ashraf Ghani, era riuscito a essere onnipotente in teoria, ma decisamente inetto in pratica. Nonostante sia stato il presidente dell’Istituto per l’efficenza dello stato, la sua inefficienza – che si riflette nel suo stile volubile e nella sua propensione alla microgestione – ha infettato l’intero sistema politico, e poco si è potuto fare per invertire la tendenza finché è rimasto in carica.

 

Valori non condivisi
Oltre a creare nuove istituzioni politiche, gli Stati Uniti credevano di poter trasformare la cultura del paese. Naturalmente la maggior parte dei politici, delle organizzazioni non governative e dei donatori statunitensi pensavano che le cose funzionanti nelle democrazie avanzate avrebbero fatto lo stesso in quelle incompiute e fragili. I valori liberali erano universali. E dal momento che erano universali sarebbero stati, se non adottati, almeno apprezzati.

È stato speso quasi un miliardo di dollari per promuovere l’uguaglianza di genere. Ma una simile attenzione è stata troppo spesso simile a una forma d’ingegneria sociale e culturale in un paese conservatore, che stava ancora lottando per stabilire una sicurezza di base. La politica di Usaid sull’uguaglianza di genere e la promozione e il rafforzamento della presenza femminile indicava tra i suoi obiettivi, piuttosto ambiziosi, quello di “lavorare con uomini e ragazzi, donne e ragazze per apportare cambiamenti di atteggiamento, comportamento, ruoli e responsabilità”. Si tratta di un obiettivo degno, ma l’approccio statunitense ha avuto mano pesante ed è stato a volte controproducente.

Come ha concluso il secondo rapporto Sigar, intitolato Support for gender equality: lessons from the U.S. experience in Afghanistan (Sostegno all’uguaglianza di genere: lezioni dall’esperienza degli Stati Uniti in Afghanistan), ai funzionari statunitensi serve “una comprensione più sfumata dei ruoli e delle relazioni di genere nel contesto culturale afgano” e di “come sostenere donne e ragazze senza provocare contraccolpi che potrebbero metterle in pericolo o bloccare il progresso”.

Questi sforzi erano ben intenzionati, ma si basavano su ipotesi sull’arco del progresso e sulla convinzione che gli Stati Uniti avrebbero reso possibile tale progresso nonostante gli afgani stessi fossero meno ottimisti.

 

Avere voce in capitolo
Se gli Stati Uniti avessero fatto altre scelte, il risultato sarebbe stato diverso? Non lo so. Gli statunitensi credono in certe cose. Sospendere queste convinzioni in nome della comprensione di un’altra società può facilmente degenerare in un relativismo morale e culturale che molti, se non la maggior parte, degli statunitensi rigetterebbero. Un repubblicano – ma, in realtà, anche un progressista che diffidi del ruolo della religione nella vita pubblica – si sarebbe sentito a suo agio nel sostenere in Afghanistan programmi che prevedevano l’attuazione di una certa versione della sharia, anche se diversa da quella dei taliban?

In una transizione, tuttavia, l’ordine e la sequenza contano. Oggi è chiaro che abbiamo sbagliato la sequenza in Afghanistan, specialmente considerando che i diritti delle donne sono stati a lungo una delle questioni più divisive del paese. Come hanno avvertito le esperte Rina Amiri, Swanee Hunt e Jennifer Sova nel 2004, quando i taliban sembravano una reliquia del passato, “nonostante la situazione sia notevolmente migliorata dai tempi del regime taliban, è ancora propizia a una lotta fra tradizionalisti e modernisti; e ancora una volta il ruolo delle donne e la religione sono centrali in questo conflitto”.

 

Era compito dell’America cambiare una cultura? Qualcuno si aspettava davvero che il governo degli Stati Uniti sarebbe stato capace di farlo? Se esiste un cambiamento che dovrebbe venire dall’interno, si tratta probabilmente di un cambiamento culturale. Ma se esiste qualcosa di universale – e che trascende la cultura e la religione – è il desiderio di avere voce in capitolo nel proprio governo. Invece di dire agli afgani come vivere, avremmo potuto dargli lo spazio necessario a decidere chi volevano essere.

Con un parlamento debole, in parte a causa di questo bizzarro sistema elettorale, tutta l’attenzione è stata dirottata sulle competizioni presidenziali, invariabilmente piene di risentimento. Il risultato è stato un sistema del “chi vince prende tutto” in un paese dove i vincitori hanno a lungo sottomesso, o peggio, gli sconfitti. Non è una sorpresa, quindi, che “ogni elezione presidenziale afgana sia stata mediata da diplomatici statunitensi”, come ha detto Jarrett Blanc, uno di questi diplomatici. È questa la democrazia che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno cercato, per anni, di costruire.

Molte delle istituzioni politiche che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare sono state spazzate via. È quasi come se non fossero mai esistite. Insistendo sul primato della cultura sulla politica, gli Stati Uniti pensavano di poter migliorare entrambi. L’Afghanistan sarebbe stato comunque condannato? Può darsi. Ormai è troppo tardi per saperlo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su The Atlantic.

da qui

 

 

UNIAMOCI ALLA RESISTENZA DELLE DONNE AFGHANE!

“Noi alzeremo la nostra voce ancora più forte e continueremo la nostra resistenza e la nostra lotta per la democrazia e i diritti delle donne!”

RAWA

L’invasione dell’Afghanistan da parte degli USA e dei paesi NATO, fatta con il pretesto di sconfiggere il terrorismo e liberare le donne, è stata un gigantesco fallimento.

La guerra ha prodotto 241.000 vittime (https://watson.brown.edu/costsofwar/costs/human/civilians/afghan) e oltre 3,5 milioni di sfollati (https://news.un.org/en/story/2021/07/1095782).Oggi l’Afghanistan produce il 90% dell’eroina mondiale, la corruzione all’interno delle cosiddette istituzioni afghane ha raggiunto livelli spaventosi (l’Afghanistan è al 165o posto su 180 paesi nelle statistiche di Transparency International) e il paese ha pochissime e gravemente carenti infrastrutture, scuole, ospedali.

In questi 20 anni di occupazione militare gli USA hanno speso 2.300 miliardi di dollari, la Germania 19 miliardi di euro e l’Italia 8,7 miliardi di euro.

La “liberazione delle donne” non è stata garantita: l’87% delle donne afghane è ancora analfabeta; le donne che hanno avuto la possibilità di studiare e lavorare costituiscono un’esigua minoranza, usata dall’Occidente per dimostrare il successo dell’occupazione.

Quanto al terrorismo, oggi in Afghanistan è più che mai rampante; il paese è stato regalato ai talebani, dal 2015 è attiva la violentissima cellula ISIS Khorasan e i signori della guerra a cui nel 2001 la coalizione di potenze occidentali ha dato il potere sono pronti a rialzare la testa nel caso in cui i talebani non assicurino loro una fetta della torta.

Chiediamo che i governi e le istituzioni dei paesi dell’Unione Europea:

  • non forniscano nessun riconoscimento al regime dei talebani;
  • avviino azioni di supporto alle forze laiche e democratiche afghane come RAWA (RevolutionaryAssociation of the Women of Afghanistan, http://www.rawa.org/index.php) e Hambastagi (Solidarity Party of Afghanistan, http://hambastagi.org/new/en/);
  • dicano “basta” a imperialismo, militarismo, fascismo e fondamentalismo religioso e smettano di usare i diritti delle donne per altri interessi;
  • cessino la politica di contenimento delle migrazioni fondata sull’esternalizzazione e la militarizzazione delle frontiere e cancellino qualsiasi pratica di respingimento e detenzione;
  • organizzino corridoi umanitari e ponti aerei per l’evacuazione immediata di coloro che sono in pericolo;
  • blocchino, anche attraverso il disinvestimento nell’industria degli armamenti, il ciclo perverso delle “guerre infinite” che imprigiona l’Afghanistan e buona parte delle popolazioni del Medioriente;
  • istituiscano un osservatorio speciale per il monitoraggio delle violazioni dei diritti delle donne e dei diritti umani in Afghanistan;
  • cessino di ubbidire in silenzio ai diktat degli Stati Uniti e di partecipare alle loro guerre, che portano solo più fondamentalismo, più emigrazione, più povertà; rendano conto del loro operato in questi lunghi 20 anni di guerra in Afghanistan.

COSTRUIAMO INSIEME UNA RETE MONDIALE DI DONNE RESISTENTI

da qui

 

 

Per i profughi afgani i problemi non sono ancora finiti – Annalisa Camilli

Aveva deciso di tornare in Afghanistan nel 2016, dopo sette anni in Italia e la laurea in economia e gestione aziendale all’università di Trento: M. A. era sicura che avrebbe potuto mettere a frutto gli studi nel suo paese di origine e mai avrebbe pensato di essere costretta a fuggire di notte con i due figli, il marito e il fratello, dopo aver distrutto tutti i documenti che riguardavano il suo lavoro come dirigente al ministero delle finanze afgano. “Il mio sogno di avere una vita in Afghanistan rimarrà tale, ero tornata perché volevo essere utile al mio paese, ma non è stato possibile”, afferma.

Ha 32 anni ed è originaria della provincia di Ghazni, la incontro i primi giorni di settembre, nella tendopoli di Avezzano, in Abruzzo, gestita dalla Croce rossa e dalla Protezione civile, prima che sia trasferita in un centro di accoglienza in Campania. È arrivata in Italia cinque giorni prima del nostro incontro grazie al ponte aereo che da Kabul ha portato in Italia più di cinquemila persone quando i taliban hanno preso il potere nel paese. Ora si sente finalmente al sicuro dopo settimane passate a nascondersi in casa, senza viveri, con il terrore di essere uccisa per la sua collaborazione con i governi occidentali e con l’esecutivo di Ashraf Ghani.

 

Non ha portato niente con sé, né ricordi né documenti: ha preso giusto qualche vestito per cambiare i bambini, ma non sono serviti, perché per raggiungere l’aeroporto di Kabul ha dovuto attraversare un fiume ed è arrivata dall’altra parte completamente inzuppata. Solo parecchie ore dopo essere arrivata nella tendopoli di Avezzano ha potuto mettere dei vestiti puliti ai suoi figli, che hanno rispettivamente quattro anni e un anno.

  1. A. ha dovuto affrontare molti ostacoli nella sua vita e ora spera che il suo perfetto italiano la aiuti a trovare un lavoro da interprete o da mediatrice e che i suoi figli possano studiare nel paese che l’ha già accolta quando aveva diciannove anni e le ha permesso di andare all’università con una borsa di studio. Il primo ostacolo che A. si è trovata di fronte è stato quello di affrontare un percorso scolastico in un paese in cui il tasso di analfabetismo femminile si aggira ancora tra l’84 e l’87 per cento.

In seguito, convincere i suoi a farla partire per l’Italia non è stato facile: “Nei sette anni in cui sono stata in Italia da sola, la mia famiglia ha subìto migliaia di domande da amici e conoscenti, chiedevano cosa facessi da sola in Italia. La mia famiglia si è fidata di me, mi ha lasciato partire a 19 anni, visto che io fin da piccola avevo il desiderio di studiare”, racconta. Il giorno che i taliban sono entrati a Kabul ha ricevuto una telefonata: dal suo ufficio le hanno detto di distruggere tutti i documenti in suo possesso, di cancellare tutte le informazioni, perché era in pericolo di vita per il semplice fatto di lavorare per il governo afgano.

“Non avrei mai pensato che sarebbero arrivati al potere così velocemente: avevamo una bella vita, un bel lavoro, una casa, non pensavamo di dover ricominciare tutto da zero all’improvviso. E invece…”. Invece sono stati rinchiusi per giorni nella loro casa di Kabul finché, grazie a due amiche italiane, hanno avuto il lasciapassare per raggiungere l’aeroporto.

“I militari italiani ci hanno detto di raggiungere un certo posto, dovevamo distruggere tutti i messaggi WhatsApp subito dopo averli letti, ma quando siamo arrivati in quel posto, c’erano centinaia di persone ad aspettare”, racconta A. “Abbiamo sventolato una cartellina blu come eravamo rimasti d’accordo e questo ci ha salvato”, ricorda.

La felicità di salire sull’aereo che li ha portati prima in Qatar e poi in Italia è stata grande, pari alla preoccupazione per quelli che sono rimasti indietro. “Siamo in contatto con loro, ci scriviamo, la situazione è terribile”. A. ha fiducia nel futuro: il suo sogno è di potere iscriversi al dottorato o a un master. “Ho sempre sognato di proseguire gli studi”. Ma quando ci sentiamo qualche giorno dopo il nostro incontro mi dice che è stata trasferita a Napoli in una struttura per i malati di covid, l’ospedale del Mare, insieme ad altri 112 profughi. Si trova in quella struttura per essere sottoposta a quarantena, ma teme di prendere il covid e di non essere trasferita a Trento, dove ha degli amici che la potrebbero aiutare.

Un’altra che è preoccupata del suo futuro è S. H., un’attivista per i diritti delle donne, che dalla tendopoli di Avezzano è stata trasferita in un centro di accoglienza a Irsina, un comune di 4.500 abitanti in Basilicata. “Siamo arrivati venerdì e per tre giorni non ci hanno detto niente, il centro di accoglienza è sporco, le lenzuola rovinate e non ci stanno dicendo nulla sul futuro, neppure spiegando come possiamo fare per studiare l’italiano”, mi scrive qualche giorno dopo il nostro incontro in Abruzzo.

  1. è dovuta scappare da sola, lasciando nel suo paese il padre e i fratelli. La situazione per lei che si era occupata in particolare della condizione femminile era molto pericolosa. “Non sarei voluta partire, ma tutti mi hanno spinto a farlo, perché mi hanno convinto che posso essere più utile al mio paese se sono viva e se sono in Europa”. Anche H. ha dovuto distruggere tutti i documenti legati al suo lavoro di attivista e di insegnante, è riuscita a portare con sé solo il suo computer e dei piccoli orecchini d’argento con una pietra azzurra che sono un ricordo di sua madre, morta per una malattia due mesi prima della presa di potere da parte dei taliban. Anche per lei studiare è stata un’impresa: “Dovevo camminare quattro ore per raggiungere la scuola, ma volevo andarci a tutti i costi”.

Lavorare come attivista per i diritti delle donne nel suo paese negli ultimi sette anni è stato in ogni caso pericoloso: “Ricevevamo minacce e non potevamo andare in certe aree del paese, perché era rischioso”. H. è ancora scioccata dalla presa di Kabul da parte dei taliban, anche lei non se l’aspettava. Racconta di essere entrata subito in clandestinità e di essersi rifugiata per tre giorni a casa di un’amica, senza uscire. “I taliban ci hanno cercato casa per casa, hanno fatto irruzione nell’appartamento di una collega e dopo questo episodio abbiamo capito che non c’era altro da fare che lasciare il paese”.

Dopo nove giorni è riuscita a mettersi in contatto con i soldati italiani attraverso l’aiuto di un’amica. “Sono andata all’aeroporto di Kabul di notte, mi avevano dato una parola d’ordine da comunicare ai soldati per farmi passare, ma l’aeroporto era pieno di gente, ho aspettato dieci ore”, racconta. Ora la sua preoccupazione è imparare l’italiano, ottenere i documenti e provare a portare in salvo anche la sua famiglia, che ha dovuto lasciare in Afghanistan.

L’Italia è stato il paese europeo che ha accolto più afgani dall’inizio della crisi ad agosto, ma le associazioni del Tavolo asilo sono preoccupate che non sia riservato loro un trattamento adeguato. Il centro della Croce rossa di Avezzano ha ospitato fino al 3 settembre una parte dei profughi arrivati con il ponte aereo: in tutto 1.320 persone di cui il 50 per cento donne, 220 nuclei familiari, 324 minori sotto i dodici anni. “Il campo di Avezzano è stato allestito per una prima accoglienza dignitosa a chi è arrivato con il ponte aereo ed è stato organizzato in modo da fare cominciare la quarantena a seconda dell’ordine di arrivo, le tende sono state suddivise per unità familiare”, dice Francesca Basile, responsabile immigrazione della Croce rossa che ha lanciato una raccolta fondi. Ai profughi è stata fornita assistenza sanitaria, vestiti e pasti caldi, infine sono stati vaccinati e sottoposti a tampone.

Mentre alcuni sono in fila per salire sugli autobus militari che li porteranno a destinazione e altri aspettano di sottoporsi al test per il coronavirus, incontro A. B., una ragazza hazara. È la figlia di uno dei leader del gruppo e in Afghanistan era una ciclista e una lottatrice di taekwondo. Ora vorrebbe continuare a fare sport, perché “è tutta la sua vita”. Mi mostra dei video sul telefono con le gare a cui aveva partecipato nel suo paese. “Potrò ancora allenarmi?”, chiede.

Chi invece è preoccupata per la sua famiglia che è rimasta in Afghanistan è F. S., che incontro all’interno di una tenda azzurra, seduta su una branda. Faceva la giornalista radiofonica nel suo paese e aveva lavorato anche con il contingente italiano a Herat. Sono stati proprio i militari italiani a contattarla dopo l’arrivo dei taliban per aiutarla a scappare dal paese: è riuscita a portare con sé suo marito, i suoi due figli e sua suocera, ma ha lasciato suo fratello che ora non ha speranza di uscire.

Le uniche cose che ha portato con sé sono delle foto: ci sono matrimoni, ragazzini in posa di fronte a palazzi storici, tutta la vita della famiglia in quegli scatti. “Mio fratello ha lavorato per gli americani, si aspettava di essere portato in salvo da loro, ma non ha ricevuto in tempo il visto e le indicazioni per uscire”, mi guarda con occhi stanchi. “Non mi darò pace finché saprò che è ancora lì”.

Alla fine di agosto sono arrivati in Italia circa cinquemila profughi dall’Afghanistan con un ponte aereo da Kabul: alcuni sono stati ospitati dall’hub di Avezzano nei primi giorni, altri in strutture del ministero della difesa e delle regioni, prima di essere trasferiti in diverse regioni italiane, ma secondo gli esperti non ci sono abbastanza posti nel sistema di accoglienza ordinario (Sai, ex Sprar), che dovrebbe accoglierli a causa dei tagli subiti dal settore a partire dal 2018. I posti nel Sai nell’ultimo anno sono diminuiti del 5 per cento. “Se bastano poche migliaia di persone per fare andare in tilt il sistema, è un problema”, afferma Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). “Il sistema dovrebbe essere subito allargato, sperando che i comuni offrano la loro disponibilità a collaborare, perché sappiamo che il Sai è un sistema a cui si aderisce su base volontaria”, conclude Schiavone. Intanto il Tavolo asilo, il coordinamento che riunisce tutte le organizzazioni italiane che si occupano di rifugiati, ha convocato una conferenza stampa l’8 settembre per chiedere al governo italiano di farsi promotore in Europa di un programma di reinsediamenti di profughi afgani, offrendo loro la protezione temporanea e pari trattamenti all’interno dell’Unione europea.

da qui

 

Per sostenere il RAWA 

(Revolutionary Association of Women from Afghanistan) offriamo un’azione artistica condivisa:

Alberto Masala, col libro Taliban (a questo link la sua storia), introduzione di Jack Hirschman e copertina di Fabiola Ledda, in quattro versioni (Italiano, Inglese, Francese, Spagnolo).

Marco Colonna,che ha composto l’opera L’ombra dei suoi passi, da lui eseguita al clarinetto con Giulia Cianca (voce), Mario Cianca (contrabbasso), Ivo Cavallo (percussioni).

Come per l’edizione di vent’anni fa, niente andrà a noi. Voi scaricate l’opera, libro e disco insieme, noi versiamo il ricavato al RAWA

scaricate qui
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In Afghanistan è riapparso il terrore. Si torna indietro. Una volta aboliti i modesti progressi compiuti negli ultimi vent’anni, ancora una volta le donne vivranno nella paura, recluse, prede di stupri, lapidate, uccise. I talebani hanno già le liste di quelle da eliminare o vendere come schiave del sesso. Le bambine non torneranno più a scuola per paura di essere intimorite o perfino uccise, e, quelle che cresceranno, lo faranno senza libri, cinema, televisione, musica, destinate ad essere rinchiuse dentro il buio di un burqa, la loro definitiva tomba dove si potrà solo immaginarle vive. Brutalmente sottomesse al mehram (padre, fratello, marito)che ne scandirà il passo di tutta la loro esistenza.

Quel dominio maschile sarà totalitario. Avrà una marca omosessuale. E non mi si fraintenda: sto parlando dell’atroce deformazione patriarcale di un’omosessualità assolutista e omofoba, propria dei sistemi politico-religiosi che anche in Islam ha comunque tratto radici dalla nostra cultura cristiano-giudaica: feroce, maniacale, furiosamente oppressiva e violentemente escludente per le donne. La stessa delirante patologia che origina i femminicidi anche in Occidente. Talmente dolorosa per l’umanità da non meritare spazio per la comprensione né per alcuna giustificazione, e che si situa nello stesso orribile luogo del genocidio.

Non ha un centro la tenebra: difficile trovare parole capaci di raccontarla.

Già vent’anni fa l’ho fatto con voce e parola di donna. Ancora una volta affermo che, quando scrivo, trasvivo oltre me stesso per trasformarmi in ciò che sto scrivendo. Importa il risultato.
Impressionato dalla follia del sistema talebano, scrissi questi testi nell’aprile del 2001 con l’obiettivo di ricavare fondi per il RAWA,l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan attiva fin dal 1978, che clandestinamente ha assistito e sostenuto le donne con libri, medicine e aiuti di ogni genere. Eroicamente, a rischio delle loro vite.

Negli anni niente è cambiato.

Le parole di allora sono drammaticamente attuali, cambia solo lo scenario. Mentre scrivo, termina una guerra. Come ogni guerra mi ha visto distante dalle sue assurde motivazioni. Si preparano anni di dolore. Continueranno a cadere vittime innocenti. E follie religiose o idee di supremazia etnica ancora percorrono il mondo. Con gli stessi criminali che hanno consumato la terra, estirpato le foreste, contaminato i mari. Dietro queste idee si occulta il denaro del mercato dell’oppio, un oleodotto, i traffici delle mafie multinazionali, lo sfruttamento di un capitalismo assassino senza scrupoli. Questo è il potere del patriarcato.

Ma attenzione: non sono folli. Stanno soltanto freddamente difendendo il loro profitto.

Io non combatterò per loro.

 

Alberto Masala – 2021.

da qui

L’IMMAGINE E’ DI GIANLUCA COSTANTINI

La Bottega del Barbieri

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