A modo mio: san Valentino d’amore e…
…. senza le merci intorno
di Mauro Antonio Miglieruolo
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Di una canzone popolare della mia regione (perdonate, non rammento il titolo) un verso è sopravvissuto per anni e continua a sopravvivere nella mia pericolante memoria. Una frase che è il riconoscimento del valore, del significato, delle necessità che guida l’uomo verso la donna.
Eccolo:
Amaru sugnu e riccu tu mi fai. Sono un poveretto e tu mi rendi ricco. Cioè grande, felice: uomo.
L’uomo è tale non in conseguenza dei suoi attributi virili; o in ragione della prepotenza, della smania di dominare, delle ricchezze accumulate; ma per la qualità del rapporto (umano, da uomo) che stabilisce con le donne. In particolare con la sua donna (intendo compagna di vita).
La frase sottintende quel che ognuno dovrebbe capire, senza bisogno di esplicitare: che la donna – e solo la donna – non il denaro, il potere, la fama – possono fornire senso alla vita; possono accendere in noi la fiamma dell’amore. Fiamma che bruciando la personalità, alleggerisce i pesi che ognuno porta sulle spalle (provare per credere). E apre la strada attraverso la giungla degli equivoci e condizionamenti sociali, al cammino particolare che porta diritto alla felicità (provare per credere).
L’uomo è felice quando ama una donna; e viceversa. Con la differenza che è nella natura della donna amare, mentre l’uomo ama attraverso l’ispirazione del femminile.
Uomo felice? Lo stesso che dire: sereno, generoso, entusiasta. Indulgente, allegro, incapace di sottomettersi alla paura (provare per credere).
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Queste poche righe potrebbe essere lette come una filippica contro il masochismo maschile, che spesso va in direzione contraria a quello che sarebbe il proprio interesse. Che indulge volentieri in pratiche che finiscono con il lasciargli l’amaro in bocca. Che accoglie tiepidamente, con svogliatezza l’amore, cioè il Paradiso in Terra. Quell’uomo che si accorge di essere stato felice dopo aver perso la felicità (ed essersi adoperato per perderla). Lo stesso uomo che si distrae volentieri quando gli accessori della femminilità (non solo inerenti la carne, ma persino ciò che la veste), gli vengono esposti e sottoposti; che sempre più volentieri le donne sfoggiano (beati i contemporanei).
Corpi sempre giovani, ormai attraenti anche in età “avanzata” (perdonate il mio linguaggio da ottantenne minacciato dalla sclerosi). Che continuiamo a guardare… ahimé siamo fatti in questo modo! … anche dopo averne visto mille e uno e diecimila volte lo stesso.
In realtà queste parole ambiscono di essere un granello di sabbia aggiunto alla grande spiaggia, tenero golfo mistico, nel quale trovano rifugio donne e uomini: il riposo dello spirito. L’amore.
Sono il riconoscimento dell’interdipendenza dei sessi. All’interno della quale uno dei due, indovinate quale, svolge la funzione preminente di garantire la perpetuazione della specie.
Sono, se vogliamo, l’esortazione a non porsi, ancora una volta nella condizione di doverlo formulare quel gran pensiero (Amaru sugnu e riccu tu mia fai); in quanto si è riusciti ad approdare alla condizione di sempre-ricco, che non necessita di quelle parole (quasi di scusa, di invocazione all’indulgenza); ma ne ha altre, più significative da recitare.
Ognuno troverà le proprie, si farà Petrarca per trovarne di adatte. Suggerisco le mie segrete che, una volta accettate, dovrete comunque custodire nello scrigno del cuore.
Eccole:
Dio ha creato il tuo volto attingendo alle sue idee più belle; su di esso ho deposto i miei pensieri migliori.
Ma buon San valentino, fratelli.
Con una preghiera. Amateci donne, vi ameremo. Amateci, se lo meritiamo: ne abbiamo bisogno e sappiamo di averlo. Abbiamo bisogno di voi: maestre nostre, senso stesso della vita.
