Aggirandosi nella cialtroneria

di Ignazio Sanna (*)

Venerdì 28 ottobre Raitre ha trasmesso «Boris – Il film» (2011) (http://www.youtube.com/watch?v=_x7ERlewURQ), prova inconfutabile che in Italia è ancora possibile fare film divertenti e intelligenti allo stesso tempo. Figlio della televisione, in quanto versione cinematografica del telefilm che prende il nome dal pesce rosso tanto amato dal protagonista, ne denuncia senza tentennamenti tutti i peggiori difetti. Va precisato subito che chi non conosce la serie tv non è penalizzato, il film si regge perfettamente da solo.

René Ferretti è un regista, onesto mestierante, che vive di fiction televisive ma che aspira a qualcosa di più. Lo interpreta al meglio Francesco Pannofino, a mio parere il miglior attore italiano in questi ultimi anni. Tanto è vero che riesce nell’impresa titanica di non far rimpiangere un interprete del livello di Tino Buazzelli, che dal 1969 al 1971 incarnò per la televisione italiana, allora ancora di buona qualità, lo scorbutico detective appassionato di orchidee creato dallo scrittore Rex Stout (http://www.youtube.com/watch?v=TR-2jrvIy5k). A fargli da spalla nel ruolo che fu di Paolo Ferrari – forse in Italia più noto per i fustini di detersivo, nonostante l’eccellente curriculum come attore – Pietro Sermonti (http://www.youtube.com/watch?v=ctsl6tJXIhw) che in «Boris» interpreta l’esaltato, a dir poco, Stanis La Rochelle, che qui discute con il regista dell’arma finale della tv berlusconiana, “le tettone”: http://www.youtube.com/watch?v=spbuu1k7w6k.

In un momento di crisi il produttore Sergio (Alberto Di Stasio) propone a Ferretti di girare un film tratto dal best seller «La casta» dei giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Nonostante voglia evitarlo, stante le aspirazioni verso un prodotto di qualità, si ritrova a dover lavorare con la vecchia troupe, un misto di peracottari, come Biascica (Paolo Calabresi, già noto per aver fatto parte della trasmissione televisiva «Le iene»), il quale ostenta una ‘ciccìa’, come la chiamiamo a Cagliari, dall’aulico motto ‘asshole’, e giovani di belle speranze, come Arianna (una bravissima Caterina Guzzanti) e Alessandro (Alessandro Tiberi). Eccellente nel ruolo del dirigente Rai Lopez, cinico, cialtrone e opportunista, Antonio Catania, una delle certezze del cinema italiano. Da menzionare anche il trio di sceneggiatori ai quali si rivolge Ferretti, che probabilmente alludono con autoironia agli sceneggiatori veri del film «Boris», Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo. Anche costoro costituiscono un ragguardevole esempio della cialtroneria italica berlusconiana, ancorché con tutta evidenza targati Pd. Indicativo in tal senso il loro inane dibattere sulla possibilità o meno di coniugare al congiuntivo il verbo ‘bisognare’, questione per la cui risoluzione si ripromettono di chiedere un intervento a Umberto Eco, nientemeno. Cattivissima, infine, la parodia dell’attrice Margherita Buy, dalla quale mi dissocio perché a me piace, sia come attrice che come donna.

Se proprio vogliamo trovare un difetto a un film così ben riuscito, si può dire che forse nel finale si calca un po’ troppo la mano in direzione di un’alienazione grottesca. Ma è anche vero che è la realtà stessa a essersi incamminata su questa china. Un esempio? Il travestimento da Mao Zedong sul letto di morte inscenato in modo realmente grottesco da quel Berlusconi, neanche volesse imitare l’Alighiero Noschese di un tempo ormai lontano, che ha voluto infliggere un ulteriore grave ferita alla credibilità della politica in Italia recitando in televisione – e dove se no? – un demenziale monologo propagandistico a seguito della condanna definitiva per frode fiscale. Il disastro culturale dell’Italia, passata nelle parole di tale personaggio da «il Paese che amo» – frase opportunamente citata nel film – a «Paese di merda» perché non gli concede l’impunità, è esemplificato nel migliore dei modi da tutta la vicenda di «Boris» e soprattutto dall’ambiente in cui si svolge. Il dirigente Lopez riassume molto bene la situazione quando spiega a Ferretti che non può sbagliare nel decidere se dare l’ok per la realizzazione del film tratto da «La casta», perché teme di essere declassato alla sezione “Cinema”, peggio della quale c’è solo quella “Radio” e dopo questa la morte. Lo conferma la canzone di Elio & Le Storie Tese che si ascolta sui titoli di coda.

(*) Nuovo appuntamento con la rubrica «L’isola del giovedì: cinemanonsolo» dove Ignazio Sanna racconta la scena sarda con un occhio agli altri universi. Settimanale o magari quattordicinale ma sempre di giovedì. Ovviamente gradite le segnalazioni, potete inviarle qui o direttamente a Ignazio.

 

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