Ancora su «Il tempo dalla mia parte» di Mohamed Ba

di Antonella Fucecchi (*)

Ci sono libri scritti solo con l’inchiostro e fatti di carta e ci sono libri fatti di carne che hanno occhi, mani, braccia e un cuore: «Il tempo dalla mia parte» è uno di questi. Si tratta di un romanzo non da leggere ma da ascoltare perché l’autore è un narratore nato e sa far parlare le pagine destinate alla lettura. Il libro si tramuta in un oggetto vivente, dotato di una sua autonomia.

Prima di iniziare ed entrare nel vivo occorrono alcune considerazioni preliminari, relative al titolo e alla dedica. Il titolo è autorevole e assertivo, esprime una piena e matura consapevolezza, l’aggettivo possessivo non è narcisistico, ma alla luce del testo sintetizza il processo di costruzione e ricostruzione identitaria che il protagonista-autore ha affrontato. Il “mio” esprime una pluralità di passaggi dolorosi che caricano l’aggettivo possessivo di fierezza e dignità.

La dedica, invece, contiene una nota di profondo dolore perché il libro è offerto alla memoria della madre che l’autore non ha potuto più rivedere. Inevitabile l’associazione con il film di Radu Milaneanu, «Vai e vivrai», nella scena finale, quando il figlio dopo un numero incalcolabile di anni ritorna al villaggio e ritrova la madre oramai anziana che, riconoscendolo, emette un grido di dolore e di amore interminabile. Questo libro, inoltre ha il pregio di stimolare e suscitare una serie di associazioni che lo rendono particolarmente prezioso.

Il romanzo è costruito con cura e il tipo di scrittura è sobrio e asciutto, non c’è vittimismo, non presenta ripiegamenti né proteste o denunce, almeno non in modo diretto. La lingua è posseduta con piena padronanza ed è impiegata con efficacia, specie in alcune soluzioni particolarmente riuscite.

Il primo capitolo si apre con la scena del congedo dal nonno e dal Paese di origine, il Senegal, un momento particolarmente incisivo per il rifiuto del nonno di presentare la carta di identità al controllo, dal momento che è per lui assurdo sintetizzare una questione così complessa su un documento di carta. Quando avverrà la separazione, Ba non si volterà a guardare il mondo culturale e affettivo che sta lasciando, perché quel mondo non è dietro, ma dentro. Lo porterà per sempre con sé. L’autore sa scandire bene della narrazione, educato come è al senso del tempo: c’è un tempo per narrare ed uno per ascoltare.

La decisione di partire matura all’interno di una tragedia, la siccità, che impone alla società di Jolof di far migrare uno dei suoi figli, Biran, destinato prima della nascita a salvare il villaggio recuperando il tamburo magico rubato e trafugato in Occidente, in Europa. La scena assume in sapore epico che ricorda per certi aspetti l’epopea mandingo di Sundiata, per l’atmosfera di attesa di salvezza affidata a un bambino scelto dal fato per essere principe e riscatto della comunità.

Ma Biran non è poi mai più tornato, di lui si è persa ogni notizia: pertanto, anni dopo, occorre una nuova partenza e questa volta sarà il protagonista a mettersi sulle tracce del giovane scomparso, inghiottito dal continente europeo. Il primo approdo sarà la Francia ove Ba si ritrova clandestino e, privo di documenti, viene fermato dalla polizia e condotto dal giudice al quale rivolge un discorso indimenticabile sulle responsabilità coloniali francesi e sul suo diritto, in qualche modo, di risiedere in Francia, legalmente e a pieno titolo. E’ un affondo diretto, un attacco alla rimozione delle responsabilità che ricorda da vicino il film «Niente da nascondere», sull’ipocrisia e sulla volontà di occultare verità amare e scomode.

Per il protagonista inizia un cammino di sofferenza e di emarginazione descritto con sobrietà e dignità che lo induce a entrare in Italia da Nizza, nascosto in un bagagliaio come un oggetto pericoloso e ingombrante. Approda a Milano ove sperimenta il razzismo strisciante della persona perbene i cui sguardi sprezzanti e frettolosi liquidano il nuove venuto con frasi taglienti come coltelli: siete troppi. Ba sperimenta le atrocità della burocrazia, la trappola di leggi impossibili controverse e contraddittorie, viene registrato all’anagrafe con il nome di Bax , altrimenti il computer avrebbe rifiutato la sua iscrizione. Il suo sguardo sulla nostra società è prezioso perché mette in luce in modo diretto aspetti nascosti e volutamente ignorati, offrendoci al tempo stesso la possibilità di rinnovare un immaginario narrativo pericolosamente stagnante.

A questo punto avviene la svolta: l’autore decide di percorrere tutta la penisola puntando a Sud e di raggiungere Lampedusa, l’anticamera dell’inferno. La sua trasformazione in narratore e mediatore lo rende un testimone insostituibile e il portavoce degli scomparsi in mare, deceduti per fame e sete sui barconi che i Caronti allestiscono per traghettare migliaia di disperati sull’altra sponda del Mediterraneo che non è il mare nostrum, ma il cimitero nostro. Ba sente la responsabilità di raccogliere le voci e i sussurri di coloro che non ce l’hanno fatta, chinandosi sulle acque del mare per ascoltare le loro storie e sottrarle al silenzio e all’oblio. Nella descrizione delle folle di migranti che vengono dal deserto il tono della narrazione diviene spontaneamente tragico, mantenendo asciuttezza e sobrietà. Il libro è, allora, la storia di una ricerca incessante della verità non solo su Biran e il tamburo magico, una verità non astratta ma incarnata in una continua mediazione e negoziazione fra valori simbolici e culturali diversi che Ba riesce a maturare in sé. A differenza di altri compatrioti chiusi nella loro comunità di emigrati, l’autore esce allo scoperto e compie la grande trasformazione: il tamburo da cercare si identifica con il cuore che inizia a battere con un ritmo nuovo, percussioni dell’anima che richiamano in vita spiriti induriti (come nel film «L’ospite inatteso»).

A conclusione di questo viaggio di formazione e di ricostruzione identitaria, Ba colloca una straordinaria rilettura del decalogo, lui musulmano, chiamando Dio Padre: stila i dieci comandamenti dell’interculturalità, una delle intuizioni più felici di tutto il testo, una sorta di inno che ha una autonomia concettuale rispetto al romanzo. Alla luce di questa metamorfosi, allora, il titolo del testo prende vita e si illumina di significato: potremo allora dire che non solo il tempo ma la Storia è dalla sua parte.   

(*) Ringrazio Antonella per avermi consentito di riprendere la sua presentazione (al convegno del Cem, Centro educazione alla mondialità, il 23 agosto a Trevi). Come ho già scritto in blog ritengo anche io che «Il tempo dalla mia parte» sia un libro assolutamente da leggere e da riprendere nelle scuole o in attività formative anche per la leggerezza e la dolcezza con la quale sa affrontare le questioni più difficili, dolorose, profonde. In un ideale approfondimento o affiancherei a «Gli specchi sbagliati» di Brhan Tesfay, un romanzo – completamente diverso per stile e contesto – che io definisco «contro i fanatici e contro i buonisti» (trovate la mia recensione qui: 8950 volte la stessa domanda) e si colloca al centro delle cosiddette «seconde generazioni».

Gli altri due film citati sopra da Antonella sono rispettivamente di Michael Haneke e di Thomas McCarthy; il secondo per fortuna (o per passapatola) ha avuto un discreto successo di pubblico anche in Italia. Cosa che invece non è accaduta a un altro film importante, del 2007, che si muove sul tema del pregiudizio e dell’informazione: «La giusta distanza» di Carlo Mazzacurati è ambientato nella provincia veneta ma la storia che racconta vale, con le necessarie diverse, per ogni luogo; se io fossi docente di giornalismo lo proietterei in apertura di corso. (db)

 

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