Arrival – Denis Villeneuve

(visto da Francesco Masala)

inizia come District 9, alcune astronavi appaiono, senza nessun preavviso.
si scatena il panico, e ci sono le due opzioni, distruggerle o cercare un contatto; miracolosamente prevale la seconda, ma non per troppo tempo, il mondo decide di fargli la guerra, ma succede qualcosa di straordinario (che non dico, naturalmente).
Denis Villeneuve sembra cadere in citazionismo (penso a Malick, tra gli altri) ma è una paura infondata, è troppo bravo e capace per fare il suo cinema.
nella storia il tempo non è quello cronologico, riesce anche ad essere circolare, come comunicano gli alieni.
l’istinto è eliminare quello che non si capisce, o che è troppo diverso da noi, che potrebbe minare le certezze acquisite nel tempo.
la storiella del canguro è proprio un aneddoto sulla comunicazione.
per quanto il film potrebbe sembrarvi strano vi piacerà, non serve capire tutto e subito, contano le sensazioni che il film lascia, e certi momenti sono emozionanti ed entusiasmanti.
per questo non perdetevi questo film, non è fantascienza (lo dico per quelli che la fantascienza la aborriscono, e neanche sanno perché), è “solo” grande cinema, e basta.
e qui finisce la recensione, solo la prima parte però.
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è che mi torna in mente la fine di Enemy.
un essere enorme copre anche i palazzi, la città intera, un ragno pare, qualcosa di opprimente.
gli “alieni” del film mi sembrano “parenti” di quell’enorme ragno, ma al contrario, non per opprimere ma per liberare.
e se quegli “alieni” non fossero altro che una creazione dell’inconscio collettivo (nel senso di Jung, credo) di milioni di persone disperate, vinte, arrese, ma non del tutto.
e se gli “alieni” fossero lo strumento per ricominciare a vivere una vita che ne valga la pena?
e se Louise fosse il tramite fra la triste realtà e la possibilità di ricominciare?

http://markx7.blogspot.it/2017/01/arrival-denis-villeneuve.html

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

2 commenti

  • Fabrizio Melodia

    Andrò sicuramente a vederlo. Per quanto riguarda Jung, il grande psicologo svizzero ha influenzato direttamente la fantascienza, basti pensare a quanto determinante siano stati i suoi scritti proprio per Philip K. Dick, il quale ne attinse a piene mani e non ne fece mai mistero, tanto da consigliare la lettura di Jung a tutti gli aspiranti scrittori di SF.
    Jung, lettore onnivoro, forse non lesse mai alcunchè di fantascienza ma il suo processo d’individuazione, del passaggio dall’ Io isolato al Se dell’inconscio collettivo, si può tranquillamente ravvisare in tutta la letteratura fantascientifica. Gli alieni altro non sarebbero che l’ Ombra, raggiunta attraverso il contatto… lo scontro con gli alieni altro non sarebbe che lo scontro con l’ Ombra… la parte più oscura dell’umanità… lo andrò a vedere, come andrò a vedere il suo “Blade Runner 2049″…

  • Francesco Masala

    recupera anche “Enemy”, non ti dispiacerà, anzi…

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