Barbagli arancio

racconto di Luigi Tuveri

L’immenso multiverso divorava la luce delle stelle includendola in un buio denso, cupo, solo a tratti rischiarato da barbagli arancio, tremolanti al passaggio dell’astronave Clyra9. Primo Neville, beato, distolse lo sguardo e si mosse dal punto analisi. Fu come risvegliarsi da un sogno. Si girò verso gli altri e disse: «Tra poco apparirà».

«Eccolo» disse la professoressa Masia Lùdoy «il sole».

Il capitano Jay Ics si avvicinò al cristallo della sala comando e annuì: «Quanti minuti al punto di osservazione?»

«Diciotto» rispose il tenente Fiori: «Giove e Nettuno» aggiunse, «là e là», indicò la mappa sullo schermo che replicava lo spazio che l’astronave stava attraversando.

Gli occhi di Masia brillavano e tratteneva a fatica, dietro un’innata compostezza da carnivora della scienza, lo scompiglio che la incendiava. Primo Neville le si avvicinò stringendo i pugni in segno di vittoria. Attorno alla rotta di Clyra9 sfilava il sistema solare studiato e immaginato. Gli anelli di Saturno aprirono un varco verso Venere e Clyra9 ci scivolò di fianco come un fagiolo sul fiume. La luce del sole pulsò più forte e l’ingegner Hol ridusse a base3 la velocità. Jay Ics ripensò ai libri nella cassapanca della vecchia casa di Vireca, su Elidoro. Il sogno si era avverato: capitano di una nave spaziale in rotta verso la Terra. Si unì all’abbraccio di Primo e Masia e insieme attesero di vederla apparire. Clyra9 sgusciò dal fumo della via lattea dirigendosi al punto d’ispezione stabilito dalla missione, si ancorò alla gravità di Marte iniziando a orbitarci attorno. La madre terra era lì davanti e inviava nel multiverso un grido fioco, Primo Neville lo paragonò al canto di una balena ferita.

«Il tipo di riverbero» disse poi a cena «avvalora l’ipotesi che sulla Terra ci sia vita». Posò il bicchiere e aggiunse «intendo umana, non crede professoressa?»

Masia annuì; Valerio Hol restò zitto e l’AutomA-Ris, invitato dal capitano, servì la prima cena normale da quando, 3360 ore astrali indietro, erano partiti da Elidoro. Festeggiarono bevendo succo d’uviola e riferendo ciò che sapevano della Terra dai racconti tramandati o dagli studi fatti o dai libri letti da bambini. Jay Ics si assentò un istante e tornò con un libro, uno di quelli trovati nella cassapanca a Elidoro. Lo scartò dalla plalluminia e lo sfogliò con delicatezza. Le pagine erano state fissate con cera d’api nere: «Vergognarsi della propria casa è una cosa tristissima» prese a leggere il capitano: «può darsi che ci sia della nera ingratitudine, in questo, e può darsi che la punizione sia ben meritata; ma che sia una cosa triste, posso testimoniarlo».

Tutti avevano fatto silenzio e posato i bicchieri colmi di uviola sul tavolo: «È la nostra casa» disse Masia indicando la Terra, «non dobbiamo vergognarcene. Mai più».

Valerio Hol non volle contestare la professoressa, si limitò a dire che sarebbe stato meglio attendere l’esito della missione: «Non è detto che da Elidoro ci diano l’okay per andare in questa nostra casa».

«L’okay arriverà» disse Primo Neville: «anch’io credo che l’esaltazione sia prematura. Non trascuro però il fatto che sia una reazione naturale e giusta».

«Abbiamo delle direttive e le seguiremo» disse Jay Ics: «ciò non lenisce la grande emozione di vedere da vicino la madre terra». Si alzò. La nave girava lenta attorno a Marte e l’orbita, a tratti, nascondeva la Terra e ne confondeva il canto; mise un dito sul cristallo, chiuse gli occhi e domandò a Hol quanti anni avesse: «Ricordo che è molto giovane».

«Ventisette» rispose il capo sala motori.

Il capitano Jay Ics, lasciando il dito sul cristallo, iniziò a contare a occhi chiusi: «Uno, due, tre…», il ritmo era scandito dal tempo che la sua voce impiegava a enunciare i numeri: «…venticinque, ventisei, ventisette», aprì gli occhi e guardò. Il dito mirava la Terra. Poi l’orbita mutò l’ellisse di curvatura e il pianeta fuggì di lato fino a scomparire.

«Non significa niente» fece Valerio Hol, «è un gioco».

«Sì, lo è» disse il capitano tornandosi a sedere: «è solo un gioco». Alzò il bicchiere per un nuovo brindisi, «credo però sia quello che sento».

Brindarono.

«Naturalmente seguiremo il capitolato della missione» disse Masia: «siamo emozionati, è certo, ma ci sono le cose che dobbiamo fare per il bene comune».

«Naturalmente» dissero in coro Jay, Valerio e Primo.

«Ris», il capitano chiamò l’automa: «sii gentile, prendi le sigarette». Sorrise, «vogliamo festeggiare fino in fondo».

«Subito» disse Ris tornando verso la sala gastronomia.

«Chi è l’autore delle parole che ci ha letto?» domandò Masia: «Ce ne legga un altro pezzo, capitano».

«Dickens» rispose Jay Ics: «Charles Dickens, un inglese nato sulla Terra del milleottocento».

«Grandi speranze» Masia lesse il titolo: «legga, Jay, legga».

«Hol, un numero?» fece il capitano: «Per il capitolo».

«Cinquantaquattro».

«Bene». Jay sfogliò lento le pagine evitando movimenti incauti: «ventisette per due, cinquantaquattro» constatò giungendo al capitolo esatto. Respirò deciso, avvicinò il libro e riprese a leggere: «Era una di quelle giornate di marzo in cui il sole brilla caldo e il vento soffia freddo, quando è estate alla luce e inverno all’ombra. Avevamo con noi i nostri cappotti pesanti e io presi una borsa. Di tutto ciò che possedevo su questa terra non presi più dello stretto necessario che riempiva la borsa».

«Le sigarette» disse il cyborg posando un vassoio al centro del tavolo: «Serve altro o posso riordinare?»

«A posto così» rispose il capitano.

«È molto romantico» disse Primo Neville, «questo suo Dickens».

«Malinconico» aggiunse Valerio Hol.

Masia allungò una mano verso il vassoio e con due dita sfiorò le sigarette: «Lei ci vizia, capitano» disse. «Trovo che Dickens» aggiunse poi «sia suggestivo. Ci coinvolge in qualcosa lontano nel tempo e nello spazio».

«Ineluttabile» disse Jay, «credo sia il termine corretto. Ho trovato questa parola leggendo alcune critiche letterarie terrestri. Il lettore viene intrattenuto, dicevano, all’interno di eventi ineluttabili, e ciò crea partecipazione».

«Un romanzo racconta la vita meglio della vita stessa» disse Masia: «Sì, sono d’accordo».

«Che discorsi complicati» disse l’ingegner Valerio Hol.

«Passerei alle sigarette» fece Primo Neville.

Il cyborg aveva lasciato sul vassoio l’intera collezione del capitano Jay Ics. Era un regalo che Dinred, sciaman-dù di Elidoro, aveva fatto personalmente a lui.

«Sono di gusto diverso» spiegò Jay: «occorre identificare il colore del posa labbra o il profumo». Indicò un piccolo foro di fianco al filtro di aspirazione. «Così» e inspirò socchiudendo gli occhi: «questa è alla cannella».

Le sigarette erano dei cilindri snelli, bianchi e finemente zigrinati. I posa labbra avevano colori tenui: ocra quello alla cannella; rosato per i frutti di bosco; crema per l’aroma alla mandorla. Masia ne prese una, avvicinò le narici al foro sopra la camera di atomizzazione e sorrise.

«Menta» disse «ottimo. Per me va bene questa». Il posa labbra era verde acerbo: «Come la accendo?» domandò.

«Aspira» disse Jay Ics: «è pronta per funzionare» spiegò. «Il vassoio è magnetotermico, mantiene cariche le batterie» si alzò e prese una sigaretta: «qua, fra la punta e il vaporizzatore c’è una micro pila al trilitio», aprì uno sportellino sul fianco del vassoio ed estrasse una scatolina. Conteneva alcune fiale. I liquidi erano colorati: «Si può caricare la cartuccia, mescolare gli aromi. È un piacere che mi concedo nei viaggi».

La punta della sigaretta aspirata da Masia luccicò e un delicato vapore alla menta fumò attorno a lei circondandole il viso: «Sono tutte così buone?» aspirò un altro tiro.

«Non c’è che da scegliere» disse Jay: «menta, cannella, rosmarino, zenzero, curry, eucalipto. Il tank può ospitare le più svariate essenze. Ciò che non deve mai mancare sono glicerolo e glicole propilenico» illustrò: «è per l’effetto fumo».

«È molto informato, capitano» fece Hol «e orgoglioso del dono dello sciaman-dù».

«Ho sempre desiderato essere capitano di un’aeronave» disse Jay «ma non nascondo che durante le ore di viaggio, spesso in solitudine, o dopo settimane di ibernazione pianificata, questo kit m’ha dato e mi dà soddisfazioni».

«È gentile da parte sua dividerlo con noi» disse Primo: «un dono dello sciaman-dù pochi possono vantarlo».

«Prendete» porse il vassoio. «Masia è avanti come sempre» sorrise «ma servitevi, approfittatene anche voi altri».

«Provo la cannella» fece Primo.

Hol ci pensò un istante: «Liquerizia» disse poi.

«Ora tocca lei, capitano» fece Masia.

Jay Ics prese la sigaretta con il posa labbra di colore blu cobalto e staccò la cartuccia dal resto del cilindro: «Questo archetto è l’atomizzatore» disse prendendo due fiale dalla scatola «è lui a creare il vapore».

«Non funziona» lo interruppe Hol «la mia non si accende».

«Tiri più forte, ingegnere» si affrettò a chiarire Jay: «il sensore è regolato da un chip. Se non fa una bella tirata, soprattutto all’inizio, non si accende niente».

«Forza, ingegnere!» rise Neville osservando la luce di fuoco sulla punta della sua sigaretta «un po’ di energia».

Il capitano estrasse il tank dalla cartuccia, lo svuotò in un angolo del vassoio e lo ricaricò con qualche goccia presa dalle due fiale: «Tabacco e cedro» disse.

«Ma per l’effetto fumo?» domandò Neville.

«I gliceni sono nella cartuccia» disse Jay Ics. «Quando la sigaretta non fuma più, si cambia il refill». Ripose il tank nel cilindro e fece scorrere il filtro chiudendo il rocchetto. Osservò che le parti fossero assemblate bene e fece il primo tiro. Lungo, deciso, fino a sentire l’hit alla base della gola e il sapore agro e amaro del composto sul fondo della lingua.

«Se si collegano da Elidoro» sorrise Masia «penseranno che l’aeronave stia andando a fuoco».

Sopra le teste degli internauti e attorno, gravitavano piccole nuvole grigio chiaro che fluttuando combaciavano, si dissolvevano o s’inspessivano quando uno dei quattro soffiava i resti di un nuovo tiro.

«Partirà l’antincendio» disse Hol.

«Ingegnere, stia tranquillo, in questa sala Ris lo ha momentaneamente disattivato» sfiorò il manico del vassoio e dai lati eruppero dei supporti arrotondati: «Per comodità potete posarle e provarne altre, come desiderate».

Comando di Elidoro in comunicazione – si mise a ripetere la voce dell’elaboratore di bordo – trecento secondi astrali al primo contatto, comando di Elidoro in comunicazione -.

«Direi che possiamo recarci in sala comando» propose il capitano «saremo comodi e usufruiremo del video a parete».

«Un ultimo tiro» disse Neville: «era da tempo che non mi rilassavo così. Il consiglio ci attenderà».

Hol posò la sua sigaretta sul cannello del vassoio.

«Quanta fretta, ingegnere» lo rimproverò Masia «si goda ancora qualche momento di pace».

«Non fa per me» fece Hol «mi rilasso diversamente».

«Non mi dica come» sorrise Masia «converrà che il capitano è stato gentile a condividere il suo dono segreto».

«Convengo».

«Hol» disse Neville aspirando forte e accendendo d’un arancio vivo la punta: «Si lasci andare una buona volta».

«Il consiglio superiore attende» replicò Hol.

«Al diavolo» fece Neville «andiamo!»

Giunsero in sala comando e si schierarono davanti al video a parete. Il capitano confermò il contatto: «Sono con me» specificò «l’ingegner Hol, la professoressa Lùdoy e il dottor Neville. Presenti con noi il tenente Fiori e il sottotenente Klab al controllo navigazione».

Perfetto – la voce del calcolatore di bordo risuonò nella sala trasducendo in parole i segnali provenienti da ElidoroIl viaggio è andato bene, capitano?

«Sì, come da capitolato spazio tempo della missione».

Il simulatore video compose sullo schermo il duplicato della sala del consiglio superiore di Elidoro. I membri erano icone di scacchi. La voce tradotta era quella del presidente. Gli scacchi si muovevano lentamente, come subacquei, seguendo traiettorie indefinite.

Il consiglio ha approvato la fase due. Domani scenderete in ricognizione sulla Terra -.

Partì un applauso, smembrato dalla richiesta di silenzio del capitano: «Ne siamo lieti» disse.

Lo immagino, un viaggio lungo e faticoso per poi restare a guardare la Terra? Invece sarete i fortunati elidoriani che prenderanno contatto con i terrestri. Dai segnali audio che ci avete inviato, abbiamo riscontrato una presenza di vita attiva nelle zone 13 e 22. Abbiamo scelto come primo punto di discesa ricognitiva la zona 13. Andrete lì. Stabilisca lei la squadra e le modalità -.

«Certo, presidente. Sono e siamo onorati per le sue parole».

Gli studi fatti, avvalorati anche dalle indagini antropologiche di Lùdoy e Neville, ci portano a pensare che, dopo il virus che nel 2164 uccise il novanta per cento della popolazione terrestre e il conseguente esodo migratorio, i sopravvissuti rimasti sulla madre terra abbiano subito mutazioni genetiche e regressioni. Prudenza, capitano, prudenza. Gli esseri che troverete laggiù, dopo altri duemila anni, potrebbero non corrispondere più a ciò che noi classifichiamo come umano -.

«Certo, presidente» disse Jay: «punto primo della fase due del capitolato della missione: la cautela».

Sulla madre terra, a oggi, la data riconosciuta valida dai ritorni dei flussi transitori è 28 luglio 4163. Spero sia tempo, come dicevamo su Elidoro, che noi non ci si debba più vergognare di chi ci ha generato. Attendo un rapporto dettagliato tra 336 ore astrali -.

«Sarà fatto».

Potete continuare a fumare adesso – il presidente si lasciò andare a una battuta distensiva – neppure a me lo sciaman-dù ha fatto un regalo così -.

Jay tenne il gioco: «Festeggeremo con sigarette agli aromi della madre terra» disse.

Lo spero, capitano, lo spero -.

La capsula di esplorazione, 336 ore astrali dopo, rientrò dalla Terra accolta dal boccaporto di poppa già sganciato. Scivolò nei flutti dello spazio celeste raggiungendo il punto d’attracco e gemellandosi all’argano di fissaggio. Il sistema automatico, visionato dal tenente Fiori, depressurizzò l’ambiente e una luce verde consentì il ritorno a bordo dell’equipaggio. Jay, Masia e Valerio Hol, seguiti dal cyborg ricognitore, si diressero verso la sala comando. Erano silenziosi. Camminavano a passi moderati: il tempo stava scadendo e tutto era pronto per il collegamento con Elidoro. Superarono la porta d’ingresso e iniziarono a sciogliersi; era come se i loro corpi fossero ricoperti di un gelato cremoso caduto dal freezer in un forno. Il cyborg che li seguiva esplose disperdendo vapore. Neville e l’equipaggio addetto alla manovra non ebbero modo di fare nulla. Klab segnalò l’emergenza di attacco interno. Fiori comunicò a Elidoro il pericolo e tolse la comunicazione audio video. Il vapore, in pochi secondi, si diradò: il cyborg era accasciato in un angolo, immobile e percorso da scariche violacee. Fiori, Klab e Neville, da subito, notarono solo che sul pavimento, vicino alla soglia d’ingresso, era rimasta una schiuma incolore e informe. Si levarono dalle postazioni per guardare meglio e fu allora che videro i tre omiciattoli. Malfatti e minuscoli, parlottavano fra loro inviando nell’intorno riverberi acuti e stonati.

«Dove sono finiti il capitano, Masia e l’ingegnere?» fece il sottotenente Klab: «Sono sbarcati loro dalla capsula, vero?»

«Sembravano loro» disse Neville: «ma è certo che questi tre omuncoli non lo sono più».

«Si sono sciolti, dio mio» disse Fiori «perché?»

«Proviamo a chiederlo a quei tre» fece Neville «per cominciare è l’unica mossa plausibile».

Gli ometti erano davvero orribili. Avevano la pelle color argilla ricoperta di bitorzoli ed eritema, le manine a tre dita e le pance, a dispetto di una fisionomia triste e magra, erano gonfie. Neville comandò la lente biorètina sopra di loro e li osservò meglio. Tremavano, come avessero la febbre, e al contempo erano sudaticci. I piedi erano arcuati e le unghie sporgenti, gli occhi incavati dentro un groviglio di escrescenze e porri che tumefacevano i loro esili volti.

«Cosa sono?» sospirò ora pieno di sgomento Neville.

Fiori azionò il traslatore, modulò il volume: «Sembra stiano parlando» disse «forse vogliono dirci qualcosa».

«Ecco» disse Klab: «il traduttore ha recepito il segnale».

Siamo-noi-Jay-Masia-Valerio-aiutateci-siamo-le-nostre-malattie-future”. Ulcerazioni virulente ricoprivano i tre corpicini malsani.

«Che dicono?» Neville si avvicinò ai comandi del traduttore e programmò un controllo verità: «non possono essere davvero loro, non possono».

Uno dei tre omiciattoli si staccò dagli altri e avanzò a fatica, trascinandosi come un malato.

Sono-ciò-che-resta-di-me-stesso” farfugliò: “sulla-terra-siamo-stati-attaccati-da-esseri-non-umani”. Smise di parlare, era spossato. Gocce di pus gli colavano dalla bocca.

Continuò un altro: “Ci-hanno-morso-iniettato-veleno-e-da-subito-ci-siamo-sentiti-male-poi-sono-iniziate-le-mutazioni-la-pelle-le-ossa-il-sangue-siamo-tumori-che-camminano”. Anche il secondo ometto, fiacco, si zittì.

«È terribile» mormorò Neville. Era sconsolato.

Fiori e Klab non riuscivano a parlare. Arrivarono in sala comando due cyborg addetti alla sicurezza, seguiti da Scott della sala motori e da Emma Lavios dell’ibernazione.

Il terzo omiciattolo era in realtà ciò che restava di Masia: “Siamo-condannati-a-morte-non-è-ancora-tempo-per-non-vergognarsi-della-terra-madre” disse amplificata dal traslatore, poi aggiunse: “Ho-un-ultimo-desiderio”.

Il vapore riempì la stanza iperbarica. Li lasciarono soli: cannella, cardamomo, coriandolo, cumino, sesamo, senape. Primo Neville si preoccupò di mescolare le essenze nei tank delle tre e-cigarette per un garam masala da fumare. Davanti ai tre ometti, oltre il cristallo di Clyra9, l’immenso multiverso divorava la luce delle stelle e i barbagli arancio del sole, a tratti, tingevano il silenzio delle tenebre cosmiche. Aiutati dall’energia che le matrici della camera posavano su di loro, gli esserini, seduti davanti a tre sigarette elettroniche grandi come loro, avvicinarono la bocca al posa labbra e con tutta la forza che possedevano tirarono forte. Scott, Fiori e Klab portarono fuori dall’orbita di Marte l’aeronave e impostarono la rotta oltre il sistema solare. Primo Neville si ritirò nella sua cabina, era di cattivo umore e disse all’automa di ibernarlo. Si sarebbe risvegliato qualche ora prima dell’arrivo a Elidoro. Non riusciva a togliersi dalla testa l’idea che i terrestri sopravvissuti al virus si fossero trasformati in vampiri. Il liquido refrigerante allagò i condotti del feretro d’ibernazione. Ripensò alle parole del libro che il capitano aveva letto la sera prima di scendere sulla Terra. Andarsene, duemila anni prima, era stata l’unica scelta per l’uomo e si convinse che altri duemila anni sarebbero trascorsi prima che il consiglio di Elidoro approvasse una nuova missione. Vergogna: restava solo quella. La vergogna della propria casa, della propria terra madre. La temperatura della cassa scese di colpo a -200 gradi, azoto e ossigeno divennero liquidi, vetrificandolo. Un istante prima di raggiungere il sonno della crio-conservazione gli parve di vedere davanti a sé, sorridenti e integri, Jay, Masia e Hol. Lo salutavano, fumando soddisfatti le sigarette donate dallo sciaman-dù al capitano. Non erano più gli omuncoli delle malattie future: tre barbagli arancio sfavillavano davanti ai loro visi. Fu l’ultima cosa che Primo Neville scorse prima che il freddo dell’ibernazione lo accompagnasse in viaggio, lontano da sé e dalla Terra.

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