«Gli Stati Uniti d’Africa» e…

il poverissimo Occidente: il paradiso e il serpente messi sotto-sopra da un geniale Waberi (*)

Gli appassionati di motori tremeranno al rombo delle Malcom X super-soniche. Ma anche i cinefili saranno lieti di incrociare King Kong dalla cui manona emerge la bella Miriam Makeba. Chi ama la storia sociale troverà di suo gusto i riferimenti ai ribelli canadesi che intonano «Freedom Now» mentre chiunque abbia sussultato sulle pagine di Kafka, Faulkner e Borges adesso saprà qualcosa in più sul loro soggiorno all’università Amadou Hampatè Ba di Saragozza, «prima di morire in esilio».

Perplessi? Magari avete già capito che si parla di una qualche ucronia o di un universo parallelo dove le vicende storiche del pianeta Terra hanno avuto sviluppi un bel po’ diversi. Forse più semplicemente l’autore di «Gli Stati Uniti d’Africa» ha avuto la possibilità di assaporare in anteprima «la macchina per fabbricare i sogni e consegnarveli durante il sonno» messa a punto dai neurologi dell’istituto Frantz Fanon. Così in un sogno lungo 160 pagine ecco la storia sottosopra con l’Africa ricca e potente minacciata da un Occidente poverissimo [o forse impoverito, rapinato, suicida per troppe guerre intestine … non è chiaro e in fondo poco importa, almeno in questo contesto]. Bello choc aprire un romanzo e subito incontrare «un caucasico di etnia svizzera», un poveraccio «nato in una favela insalubre di Zurigo» e che ora stremato sopravvive «nel centro d’accoglienza per immigrati» della felice Asmara. Ma tecniche o intelligenti provocazioni da sole non garantiscono il risultato: occorrono una scrittura scintillante e i fili giusti per incrociare le storie ai personaggi. Abdourahman Waberi – nato a Gibuti ma in Francia da un ventennio – riesce nell’impresa. Se un anno fa il suo libro ha avuto grande successo tra i francesi non è solo per lo scandalo; ma perché nelle pagine «il rumore e la turbolenza del mondo si mescolano all’oro della sabbia». Difficile che in Italia “sfondi” perché viene pubblicato da un piccolo [pur se accorto e intelligente] editore: ciò significa esser strangolato dai distributori, oscurato nelle vetrine, ignorato dai recensori. Eppure, anche in un Paese che rischia l’analfabetismo di ritorno e il primo posto nella gara di con-clo [conformismo e cloroformio] come l’Italia, a volte il passa-parole fa miracoli: il libro di Waberi è uno di quelli che lettori e lettrici… non vogliono tenere per sé. Dunque speriamo in quel bellissimo nuovo «noi» che la protagonista svela e porta con sé: «un movimento di identificazione, di proiezione e di compassione: l’esatto contrario dell’identità inquieta e inquietante così diffusa».

Un salto fra le pagine, per meglio capire e – spero – farvi appassionare. Ha perduto persino il suo nome «il pidocchioso falegname svizzero […] uno strano uomo dal berretto sporco […] l’uomo senza ombra un giorno o l’altro tornerà all’interno di se stesso, nel rovescio del suo corpo»: una figura tragica e indimenticabile. Resta ancor più scolpito nella memoria l’altro personaggio-chiave: l’anti-razzista eritrea Malaika detta Maya, coraggiosa al punto di imbarcarsi per l’Absurdistan [che perfido e azzeccato soprannome per l’Europa] dopo un colpo di scena che la quarta di copertina sbaglia ad anticipare e che comunque, a metà del libro, ci costringerà a vederla con altri occhi. Ma scavano una nicchia dentro di noi anche i personaggi minori o quelli appena sfiorati: gli astronauti del Mali, le African Queens, persino i nomi dei negozi , il Neguscafè o gli afro-razzisti alla Bossi. Galleria di vite e luoghi talvolta veri e ora del tutto inventati ma soprattutto “imbrogliati” cioè messi nel posto o nel tempo che oggi diremmo sbagliato, un libro di storia scritto da Marx però Groucho. Dopo un po’ si entra nel gioco a pieno titolo: se l’autore di sfuggita nomina il sorriso di Mouna Sylla intendiamo la battuta mentre la vera ragione – ironica e affettuosa – per cui «il furfantello originario della Polonia» si chiami Ryszard magari sfuggirà ai meno africo-fili. Libro tenero persino quando ci getta in mezzo alle orde dei disperati [qui gli occidentali]. Anche nelle peggiori situazioni troviamo «le mille e una maniera di essere un umano tra altri umani». Forse «il resto verrà più tardi […] il mondo si rifiuterà di rigirarsi nel fango»; anzi nel finale si dà per certo che ci sarà un miracolo.

«Ogni paradiso possiede il suo serpente» ci ricorda Waberi ma potrebbe trattarsi di un «paradiso delle lontananze» e di un «serpente del reale». In ogni caso siamo «tutti uniti nella danza, uno stesso passo, un unico sudore». Ballate con lui, ne vale la pena. E se questo primo giro vi cattura fatevi invitare da lui a un’altra danza, altrettanto affascinante ma completamente diversa: è il suo romanzo precedente, «Transit», sempre tradotto da Morellini: cinque voci indimenticabili nell’aeroporto che ha addirittura due nomi, «Roissy e Charles-de-Gaulle» come spiega un personaggio «stockato, no voglio dire scotchato, all’ultima fila del Boeing 747 dove i poliziotti legano ben stretti gli espulsi quando l’aereo riparte per l’Africa». Uno dei libri più belli usciti nel 2005 in Italia ma quasi nessuno se n’è accorto.

Abourahman A. Waberi

«Gli Stati Uniti d’Africa»

Morellini

pp. 166; euri 14,90

o il povero gorilla… suona anti-femminista o si capisce l’ironia?».

(*) care e cari

la piccola redazione del blog si è riposata un pochino: dal 23 dicembre al 6 gennaio (date forse un po’ banali) non avete trovato i soliti tre “pezzi” al giorno … anche se poi, alla fine, qualcuna/o ha comunque postato qualcosa. Intanto, per non lasciare troppo bianco in blog, ho recuperato dall’archivio una quindicina di miei articoli (del 2006-7-8) che non mi sembrano troppo invecchiati per postarli, uno al giorno senza un particolare ordine di data o di argomento. Questo per esempio è uscito nel giugno 2007 sul sito dell’allora settimanale «Carta». Da allora il libro di Waberi è stato ristampato (evviva evviva) nell’universale della feltrinelli w q ualche altra/o lo ha letto.

Tornando al blog, da dopodomani si torna allo schema abituale. Restano gli appuntamenti fissi: il lunedì Mark Adin (ore 12); martedì fantascienza (io e Fabrizio Melodia); il mercoledì appaltato a Miglieruolo; il giovedì le finestre di David; venerdì Rom Vunner, in possibile alternanza con Maia Cosmica; sabato «narrativa e dintorni» con un racconto o una poesia, le vigne(-tte) di Energu e altro; domenica la neuro-poesia di Pabuda ma anche Alexik. Tutti i giorni molto altro, a partire dalla (da noi amatissima) Maria G. Di Rienzo, dagli imprevisti e dalle urgenze.

C’è una novità nella quale vorremmo coinvolgere… chi se la sente. L’idea è di partire dall’11 gennaio con una «scor-data» al giorno; speriamo di farcela. Se siete da poco nel blog e non sapete cosa sono le «scor-date»… fate prima a leggerne qualcuna che io a spiegarlo. Oppure leggete un libro meraviglioso come pochi: «I figli dei giorni» di Eduardo Galeano, tradotto da Sperling & Kuperf pochi mesi fa (e recensito in blog). Ovviamente una «scor-data» al giorno (e ben fatta) è davvero un impegno gravoso. Perciò cercheremo di dividerci i post fra la redazione e un po’ di esterne/esterni. Se qualcuna/o si candida ad aiutarci e/o ha proposte GRAZIE in anticipo e si faccia sentire (su pkdick@fastmail.it) così ne parliamo.

Mi fermo qui e ripeto: abrazos y rebeldia per un 2013 di intelligenza, dignità e sovversione. (db)

 

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