Berlino: Theatertreffen 2019

Un esempio di esperienza collettiva e uno sguardo “moderno” sul contemporaneo

di Camilla Violante Scheller

In primavera – ogni anno dal 1964 ad oggi – a Berlino si tiene il Theatertreffen: uno dei festival di teatro più rinomati in lingua tedesca. Promosso inizialmente dal ministero della Cultura, negli ultimi quindici anni è supportato e organizzato dal Berliner Festspiele, uno dei più importanti promotori di eventi culturali.

Ogni anno una giuria di critici indipendenti seleziona dieci produzioni teatrali, degne di nota, in lingua tedesca. E’ giusto sottolineare che prima della selezione finale i giurati hanno assistito a più di novanta produzioni ciascuno, per un totale di 418. Alla fine sono arrivati a 39 spettacoli di cui 10 – gli ultimi selezionati – hanno avuto la possibilità di essere presentati al festival. Questi numeri ci raccontano la fervida produttività – sostenuta e finanziata dallo Stato – in campo teatrale che caratterizza i Paesi europei di lingua tedesca (Germania, Svizzera, Austria).

Le selezioni sono state molto discusse, come sempre accade laddove a prevalere è il giudizio soggettivo, ma alla fine i giurati hanno fatto convergere i propri voti sulle grosse produzioni considerate di carattere più innovativo, che è giusto e doveroso elencare: “Hotel Strindberg” di August Strindberg per la regia di Simone Stone; “Divertimento infinito” (*) dal romanzo di David Foster Wallace, regia di Thorsten Lensing; “Girl from the Fog Machine Factory” testo e regia di Thom Luz; “Persona” di Ingmar Bergman, regia di Anna Bergman; “Oratorium” ideazione e progetto del collettivo teatrale indipendente She She Pop; “Umiliati e offesi” (*) dal romanzo di Fjodor M. Dostojewski per la regia di Sebastian Hartmann; “Tartufo o il maiale dei saggi” riscrittura del Tartufo di Molière ad opera di PeterLicht, regia di Claudia Bauer; “Il grande quaderno” dalla Trilogia della città di K. di Agota Kristoff (*) per la regia di Ulrich Rasche; “Das Internat” di Ersan Mondtag, testo di Alexander Kerlin e Matthias Seier e infine “Dyonisos Stadt” (la Città di Dioniso), progetto e regia di Christopher Ruping. Quest’ultimo spettacolo merita un approfondimento: prodotto dal Muncher Kammerspiele, Teatro della città di Monaco è un’operazione di dieci ore di performance che vede protagoniste tra le più famose tragedie greche quali Il Prometeo Incatenato di Eschilo assieme a Le Troiane e L’Orestea di Euripide. La regia è assegnata a un giovane talento, già al suo terzo anno di Theatertreffen, Christopher Ruping, il quale dirige con sorprendente forza e intensità di interpretazione parte dell’Ensemble del teatro di Monaco. Diversi sono gli elementi che colpiscono. Il fatto di assistere a uno spettacolo teatrale di dieci ore, che pone al centro l’essere umano e le sue debolezze, è un’esperienza collettiva esorcizzante e necessaria, soprattutto in un periodo storico come il nostro, dove sono i bisogni individuali a prevalere su quelli collettivi e dove la cultura viene generalmente percepita come distaccata dalla vita di tutti giorni, privilegio di pochi oppure semplicemente inutile perché estranea alle logiche di mercato. Fra una pausa e l’altra di questo spettacolo, in pieno stile berlinese, si parla, si mangia, si beve, e soprattutto si balla! Al pubblico è permesso, a periodi alterni, definiti da un semaforo, di fumare sul palco o, per esempio, di assistere, sempre su palco, al matrimonio di Elettra e Pilade, nel pieno rispetto della prestazione attoriale. L’età media degli artisti è di 30 anni, il progetto è ambizioso e al di sopra delle aspettative: la componente giovanile si fa sentire. In campo attori dall’energia febbricitante, vitale e un musicista altrettanto giovane attraversano, a partire dal tracotante Prometeo fino a un campo da calcio vero e proprio nell’ultimo atto, dove viene inscenato un estratto da La Malinconia di Zidane di Jean-Philippe Toussaint, le peripezie dell’uomo nel suo percorso di civilizzazione. Il finale è un po’ azzardato ma lascia dichiaratamente una finestra aperta sul contemporaneo: quale immagine più evocativa e attuale di un uomo, in questo caso Zinedine Zidane, impersonato da ciascun attore, che nel mezzo del cataclisma di un agone moderno (Berlino: mondiali Italia-Francia 2006) alza lo sguardo al cielo? («Zidane guardava il cielo di Berlino senza pensare a nulla, un cielo bianco, sfumato di nuvole grigie dai riflessi bluastri» da La Malinconia di Zidane). Questa l’immagine finale della maratona: a ritmo di musica si erge sugli attori e sul pubblico un enorme sole, che simboleggia il tramonto dell’uomo tragico e l’insorgere di quello moderno.

I problemi dell’uomo contemporaneo, al Theatertreffen non vengono citati solo negli spettacoli ma ampiamente dibattuti nel corso di diverse conferenze dal titolo “burning issues” ossia temi scottanti. Esemplare il weekend di incontri e dibattiti sulla questione dell’identità di genere, e su quella femminile: non per forza in senso lato ma circoscritta all’ambiente teatrale. Si sa che nelle posizioni di potere, quali per esempio quelle dei registi, è la componente maschile a prevalere, mentre le donne faticano ad affermarsi. Per questo motivo a partire dalla prossima edizione, la giuria del Theatertreffen si adopererà affinché tra i dieci spettacoli selezionati vi siano almeno il 50% delle registe donne. E’ un’istanza che penalizza i registi uomini? Non è questo l’importante: da qualche parte bisognerà pur cominciare…

Altro elemento di modernità e apertura all’interno del festival è il cosiddetto International Forum: ogni anno viene data una borsa di studio – compresa di spettacoli, partecipazione ai workshop, vitto e alloggio, a titolo gratuito – a trentacinque fra attori, registi, autori, performer under35 che provengono da tutto il mondo. Per candidarsi è necessario avere una minima conoscenza del tedesco, ottima invece per l’inglese e soprattutto avere la necessità comune di parlare attraverso il teatro di progresso e problemi politico-sociali. A questo proposito, per non risultare generica, citerò l’incontro che ho avuto con alcuni di questi ragazzi.

Mateja Meded , attrice e giornalista, è una ragazza di origine croata che da qualche anno vive a Berlino, figlia del periodo della guerra nei Balcani: si oppone fermamente a tutti i confini territoriali e quindi mentali, è sostenitrice della libera circolazione degli esseri umani e per l’abbattimento di tutte le barriere.

Olga Dimitrijevic, di Belgrado, regista e drammaturga la quale fa del teatro politico la sua missione: è piuttosto conosciuta in Serbia per la centralità del ruolo della donna nei suoi testi, come soggetto discriminato.

E ancora Ja Hye Khoo, regista sudcoreana; Léon Haase, performer e regista tedesco; Léonard Bertholet attore svizzero e molti altri.

Purtroppo nessun artista italiano all’appello. Nemmeno nelle edizioni precedenti. Eppure non manchiamo di talenti né tanto meno di cose da raccontare. L’argomento presupporrebbe un articolo a parte ma in conclusione mi limito a quest’ultima riflessione. Una cosa ho capito da quest’esperienza tedesca: mentre noi giovani, in Italia, per affermarci, in qualsiasi campo dobbiamo ancora chiedere scusa ai Padri se esistiamo; in Germania, a un certo punto sono i Padri a ritirarsi per dar spazio ai figli: ed è uno spazio che, con un po’ di sana arroganza e naïveté, ma soprattutto con la piena fiducia e il sostegno economico dello Stato, questi ultimi dimostrano di meritarsi più che mai.

 

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