Big 16, uno spettro (extracomunitario)

Due versioni – buone per «Omsizzar» (*) – di una stessa narrazione. La prima la lessi molti anni fa in «Spettri di New Orleans», edito da Nuova Accademia, ed era così.

Erano ancora i tempi della schiavitù quando Big Sixteen era già uomo. Lo chiamavano Big Sixteen, cioè Sedici il Grosso, perché 16 era il numero delle sue scarpe. Era grande, grosso, forte e il padrone gli faceva fare di tutto.

Un giorno il padrone dice: «Big Sixteen, dovresti trasportare qui le assi che ho fatto segare giù in palude».

«Sissignore, padrone».

Big Sixteen va in palude, prende su quelle assi di 12 piedi per 12, le porta a casa e le accatasta. Non s’era mai visto nessuno che potesse alzare assi di 12 per 12.

Un altro giorno il padrone dice a Big: «Va a prendere i muli, ché voglio dar loro un’occhiata».

Big Sixteen va giù al pascolo. Prende i muli per la briglia, ma quelli si impuntano e resistono. A forza di tirare Big fa a pezzi le briglie. Così si prende i muli uno sotto ogni braccio e li porta al padrone.

Il padrone gli dice: «Big Sixteen, se sei capace di portare sotto il braccio due muli imbizzarriti, puoi fare qualsiasi cosa, pure acchiappare il diavolo».

E lui risponde: «Sì che lo posso acchiappare, se mi date un martello grosso, una vanga e una pala».

Il padrone dà a Big Sixteen le cose che lui ha chiesto e gli dice di andare a prendere il Diavolo.

Big Sixteen comincia a scavare. Per quasi un mese scava prima di arrivare al punto giusto. Allora prende il martello e picchia alla porta dell’inferno.

Gli risponde il diavolo in persona: «chi è?».

«Sono Big Sixteen».

«Che vuoi?».

«Voglio dirti una parola».

Appena il diavolo fa capolino, Big Sixteen lo picchia sulla testa con il martello e lo tira su per portarlo al padrone.

Il padrone guarda il diavolo morto e grida: «Porta subito quella roba lontano da qui. Non credevo che davvero ce la facessi ad acchiappare il diavolo».

Big riprende il diavolo e lo butta un’altra volta nel buco che aveva scavato.

Dopo un po’ Big Sixteen muore e va in cielo. Ma San Pietro lo guarda e gli intima di andarsene. «Sei troppo forte» gli dice: «se fai qualcosa che non va, non c’è nessuno qui che possa tenerti a bada». Ma siccome da qualche parte deve andare, Big Sixteen scende all’inferno.

E’ appena arrivato al cancello quando i bambini del diavolo, che stanno giocando in cortile, lo vedono e corrono a casa gridando: «mamma, c’è l’uomo che ha ammazzato papà».

La moglie del diavolo lo fa entrare e chiude la porta. Gli dà un pezzetto di carbone e gli dice: «Non puoi venire qui, prendi questo carbone acceso e metti su un inferno per conto tuo».

Così, quando vi capita di vedere un fuoco fatuo, la notte, nei boschi, è Big Sixteen che cerca un posto deve andare.

Di recente ho sentito raccontare da un amico africano (da tempo in Italia) la stessa storia con l’ultima frase cambiata così.

Da allora Big Sixteen ha vagato con il suo carbone in cerca di un altro inferno. Se nell’Italia incontrate qualche leghista ed è notte però non vedete carboni accesi forse è perché Big Sixteen ha finalmente trovato un inferno per lui.

(*) «Omsizzar» era il titolo di una rubrica che per un paio d’anni ho tenuto sulla rivista «Cem mondialità» (e occasionalmente di letture che facevo in pubblico): questo pezzo, a esempio, era uscito nel febbraio 2009. Ah, se il titolo di questa rubrica vi suona misterioso provate a leggere Omsizzar al contrario…

I fedelissimi di Energu – folle immense, si sussurra – si chiederanno come mai oggi mi sono intromesso nello spazio solitamente riservato a «I gemelli siam(co-)esi»; è semplice, dopo 44 settimane puntuali, oggi Energu si riposa. Naturalmente è un suo diritto e io nulla ho potuto obiettare: anche perché, a proposito, pare (nessuno che io conosca lo hai mai visto) che Energu sia una specie di Big Sixteen ma più alto, bianchiccio tendente quasi all’iceberg, con i capelli rossi nonché ex campione europeo – sotto pseudonimo – di lancio del martello. (db)

 

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