Bullet Time

Le nuove frontiere degli effetti speciali al cinema sotto la lente dell’astrofilosofo Fabrizio Melodia (*)

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L’immagine di Neo, l’eroe della trilogia di «Matrix», che schiva agilmente i proiettili virtuali sparati dai pericolosi agenti della Rete ha affascinato migliaia di spettatori, proiettandoli in un futuro dove le nuove tecnologie digitali dettano estetiche, filosofie e stili di vita alternativi.
La scena sembra congelarsi sul soggetto ripreso, mentre la telecamera ruota intorno allo stesso in un effetto vortice assolutamente avvolgente.
Messo a punto dai tecnici degli effetti speciali digitali e ideato a quanto pare dal supervisore degli effetti speciali John Gaeta – che lo realizzò su precise direttive dei registi, i fratelli Wachoski – era già apparso nel primo capitolo della saga del cacciatore di vampiri «Blade» (anche se in forma diversa, usufruendo più del montaggio che della Computer Grafica). Il “bullet time” è in realtà lo sviluppo di una vecchia tecnica fotografica conosciuta come “time-slice” (fetta di tempo) nella quale un grande numero di fotocamere è disposto attorno a un oggetto e viene fatto scattare simultaneamente. Quando la sequenza degli scatti è vista come un filmato, per chi guarda le “fette” bidimensionali formano una scena tridimensionale, come se fossero tanti fotogrammi di un cartone animato.
Grandi appassionati di fantascienza e animazione giapponese, i fratelli Larry e Andy Wachowski hanno probabilmente mutuato l’idea del “bullet time” (letteralmente: alla velocità del proiettile) dalle sapienti inquadrature e dalle tecniche di ripresa usate dal regista di anime giapponese Yoshiaki Kawajiri nel lungometraggio «Demon City Shinjuku».
Lo stile introdotto da John Gaeta permetterebbe inoltre di non congelare totalmente la scena ma solo alcuni elementi, come lo sfondo, permettendo a soggetti in primo piano di muoversi a differente velocità; o al contrario, a bloccare lo sfondo e permettere arditi combattimenti di arti marziali, come nelle prime inquadrature dell’eroina Trinity.
Inoltre i tecnici della Manex Visual Effects hanno apportato notevoli migliorie, introducendo complessi sistemi di carrelli per lo spostamento dinamico della telecamera, imprementabili con interpolazioni variabili e scene costruite completamente in Computer Graphica 3D.
Nei videogames si possono trovare notevoli esempi di tale tecnica, dapprima nel primo rudimentale approccio del videogame «Hitman – Codename 47» e poi in modo molto evoluto nella serie di videogames con protagonista il duro e adrenalinico Max Payne, in cui il giocatore può congelare la scena per avere il tempo di prendere al meglio la mira e sgominare più avversari contemporaneamente.
Altri esempi sono il pregevole «Stranglehold», videogame sceneggiato dal celebre regista John Woo, i bellissimi «Timeshift» e «F.E.A.R», oltre che i pregevoli videogames realizzati in seguito al successo del primo capitolo di «Matrix», ovvero «Enter the Matrix» e «Matrix – Path of Neo», in cui si aggiungono scene e capitoli alla saga principale (come nei film d’animazione “Animatrix”) oltre a finali alternativi sorprendenti.
Nell’animazione è da manuale la bellissima parodia del “bullet time” nel cartone animato «Shrek», in cui la bella principessa Fiona salva l’orco Shrek con l’abile utilizzo delle sue inusuali arti marziali e in una scena atterra due avversari in un esilarante “bullet time” che cita a piene mani il calcio volante della bella Trinity.
Una nuova era si è aperta: dalla nascita del “rallentatore” – tecnica cinematografica inaugurata da Akira Kurosawa con il film «I sette samurai» e portata a virtuosismo dal regista Sam Pechimpah che lo utilizzò ampiamente per la scena finale del film «Il mucchio selvaggio» – si approda ora all’unione di antico e futuribile, dove le nozze tra la “slow motion” e l’animazione computerizzata arrivano a modellare una nuova realtà e un’estetica poetica diversa, in cui il reale e virtuale sono inscindibili dal dinamismo dell’azione.

(*) Per tutto agosto Fabrizio è in vacanza ma, per vostra fortuna, mi sono accorto che questo post (di giugno) si era perso in qualche meandro temporale.

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

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