Bussi, Crovi, Pastor, Welsh, Wu Ming con…

con il duo Malvaldi-Bruzzone e Autori Vari

7 recensioni giallo-noir di Valerio Calzolaio

«Delitti di lago 6. Antologia di racconti gialli»

a cura di Ambretta Sampietro

Morellini editore

446 pagine per 19,90 euro

(i diritti d’autore vengono donati all’associazione La Gemma Rara di Varese)

Laghi italiani e stranieri, in vari tempi storici (molto ora). La sesta antologia intitolata ai «Delitti di lago» raccoglie ventuno racconti di storie oscure (gialle e noir) avvenute sulle sponde o sulle acque di laghi, molti italiani (soprattutto alpini) e questa volta anche non italiani (quelli svizzero di Lugano, sloveno di Bled, boliviano di Titicaca). Gli otto autori e le tredici autrici sono di varie origine, biografia e attuale residenza: Francesca Battistella, Angela Borghi, Mercedes Bresso, Catalano, Emilia Covini, Federica Cunego, Patrizia Fanchini Pasteris, Fossati, Galimberti, Erica Gibogini, Landini, Manuela Lozza, Maimone, Chicca Maralfa, Fiammetta Murino Rossi, Pizzi, Roic, Sabatini, Paola Varalli, Laura Veroni, Sibyl von der Schulenburg; accomunati dalla cura per la scrittura (in prima e terza persona, più al passato che al presente) e dalla curiosità per la vita (movimentata) di lago. I diritti d’autore sono devoluti a un’associazione che si occupa di malattie rare.

 

Wu Ming

«Ufo 78»

Einaudi

512 pagine, 21 euro

Monte Quarzerone, prima e dopo l’agosto 1976. Forse esiste davvero quel massiccio incastrato tra l’Appennino tosco-emiliano e le Apuane, la cima non acuta però vasto, con numerose grotte e balze scure, pareti a strapiombo, crepacci e rocce friabili, cunicoli naturali e artificiali, sentieri solo accennati e spesso bloccati, non lontano da Aulla e Fivizzano, cuore della Lunigiana in provincia di Massa Carrara, sedimenti rocciosi e strati di leggende (sibille, fate, eremiti, briganti, partigiani, ribelli, demoni, un cinghiale bianco, creature di galassia lontane), un alto Pian del Cielo (ideale per il campeggio) subito fuori del grande bosco. Alla fine di agosto 1976 vi scomparvero due quindicenni partecipanti al campo scout, Jacopo e Margherita, capisquadra che si erano segretamente messi insieme al termine dell’anno scolastico e si erano appartati un’ora nel bosco. In tanti batterono la montagna palmo a palmo, facendo base nel piccolo borgo più vicino, Forravalle, senza trovarli né capire cosa potesse essere accaduto. Famiglie, amici e amiche d’avventura e di scuola, esperti e guide del paese, tutti furono segnati dalla vicenda, non l’unico mistero della zona: le statue stele, la nave senza equipaggio con l’ampolla del sangue di Cristo, la piccola Stonehenge di Camporaghena, il castello di Fosdinovo, i faciòn di pietra di Cervara, i simboli sui capitelli della pieve di Codiponte, fra gli altri. Dopo due anni, fra marzo e maggio 1978 (nei mesi cruciali del sequestro e dell’omicidio Moro), accade qualcosa che può gettare qualche luce sulla vicenda. A Roma il paleocosmonauta Martin Zanka (celebre pseudonimo del 54enne Gianmaria Zanchini) sta scrivendo un libro su quei posti, Astronavi su Luni, e scopre che il figlio ex tossico si è rifugiato lì presso la comunità Thanur a Villa Malaspina. A Torino la 26enne antropologa Milena Cravero sta facendo una ricerca sull’ambiente ufologico e presto dovrà andare proprio lì, soprattutto quando gli Ufo aggrediscono uno. Aiuteranno a scavare il passato recente.

Come noto, Wu Ming è un bravissimo collettivo di scrittori attivo ormai da quasi un trentennio. Lo spunto del romanzo è la vita straordinaria del “fantarcheologo” Peter Kolosimo (Modena, 1922 – Milano, 1984), il personaggio di Zanka è costruito per raccontarla con cura ed empatia. La narrazione è in terza varia al passato, congegnata come un’inchiesta contemporanea (insieme scientifica e noir) in quattro movimenti cronologici, su alcuni avvenimenti dei primi mesi del 1978 che coinvolgono Zanka e Milena nel caso dei due ragazzi, spesso alla luce dei libri, dei racconti, delle testimonianze loro e degli altri personaggi (immaginari come i luoghi), raccolti retrospettivamente, alla luce delle conoscenze approfondite (reali) sul contesto geografico, storico e culturale (in fondo trovate pure l’ottima bibliografia selezionata conseguente, frutto della fervida coerente immaginazione). Gli autori pensarono di scriverne già nel 2006 (anche con Giuseppe Genna), accumularono materiali cambiando intreccio molte volte, inframezzarono altri testi sugli stessi argomenti, la prima stesura risale all’estate 2021, tagliando poi altre scene e sottotrame fino al corposo tomo uscito quasi alla vigilia del centenario della nascita della personalità che li ha in parte ispirati (15 dicembre 1922). Riprendono giudizi noti sulla gestione del sequestro di Moro e sui partiti in quegli anni, pur se l’attenzione resta concentrata sulla grande ondata Ufo nel 1978 (da cui il titolo): duemila avvistamenti nei cieli d’Italia e relativa invasione di notizie su ogni mezzo d’informazione, saggi convegni interviste feste studi. Il romanzo si apre così con un convegno che avrebbe dovuto tenersi a Roma iniziando proprio il 16 marzo mattina, poi tutto scorre con stile lentamente coinvolgente, con la dovuta attenzione per le dinamiche relazionali sociali e interpersonali dell’epoca (i differenti e contrapposti gruppi di ufologi, le comuni, gli estremismi, le famiglie, la droga, la meditazione, l’autocoscienza, il sesso), fino alla fine dell’indagine con le trame nere pervasive in quel periodo e i titoli finali circa le sorti dei personaggi. Narrazione colta e avvincente, abbastanza riuscita. Segnalo i diffusi campi magnetici mitologici, a pag. 162. In quell’ecosistema a Thanur (1974-1994) si ascolta anche Battiato e Battiato andrà al funerale dell’ufofilo Giacomo “Jimmy” Fruzzetti ad agosto 2002. Molta altra notevole discografia, specie inglese e tedesca (s’inizia coi Popol Vuh), vino in bottiglia o sanamente sfuso (a Thanur si produceva).

 

Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone

«Chi si ferma è perduto»

Sellerio

346 pagine , 15 euro

Ponte San Giacomo, Pisa. Un’intensa settimana, di recente. La 45enne Serena Martini ora non viene retribuita per il lavoro che fa, ha due figli in piena dipendente età scolastica, da accudire nutrire accompagnare, Pietro (quasi tredici anni, studia violoncello) e Martino (dieci, si allena con lo judo), e il pur ottimo marito (da più di venti anni) Virgilio insegna all’Università, ordinario di Intelligenza Artificiale a Informatica. Si era laureata e aveva un po’ lavorato in quanto bravissima esperta di chimica sopramolecolare dei metalli (inorganica), aveva da sempre uno straordinario olfatto (organico) ancor più evidente da quando era divenuta sommelier (talora con collaborazioni retribuite in ristoranti), continua a domandarsi se cercare o accettare lavori a tempo pieno. Quella domenica mattina scopre per caso un cadavere. Durante la tradizionale camminata con le amiche Giulia e Debora le sono cadute le chiavi ed è rimasta fuori casa (i congiunti sono sulla spiaggia a giocare con il drone), torna sullo stradone del percorso, deve fare pipì, s’inoltra appena nel boschetto, vede il corpo senza più vita e sente almeno due odori (da polvere da sparo e da acidemia isovalerica), farà tardi al pranzo dalla suocera (ex sua arcigna docente di matematica del liceo). Qualcuno ha sparato al 54enne Luigi Caroselli, professore pro tempore di musica presso la scuola privata Della Casa di Procura Missionaria, solitario appartato e senza familiari, ecologista cacciatore, colto apprezzato clavicembalista e insegnante, abbastanza rompicoglioni a detta di molti. La scuola dell’obbligo è l’unica del posto, la discutibile gestione è delle suore, ci vanno tutti in paese, compresi i figli di Serena e delle sue amiche. La sovrintendente Ana Corinna Stelea indaga con buon piglio e rigore giuridico, è alta un metro e novantuno, capelli biondi e occhi grigi orlati di verde, bellissima e intelligente, non sposata né fidanzata, senza figli. Serena e Corinna s’intenderanno, dopo qualche sana diffidenza.

La chimica scrittrice Samantha Bruzzone (Genova, 1974) e il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) sono incidentalmente sposati da una ventina d’anni, da sempre appassionati di gialli per deformazione professionale. Nel loro primo bel romanzo a quattro mani fanno di continuo riferimento alle differenze fra fiction e no fiction, fra letteratura o cinema e realtà, scherzano. Malvaldi è divenuto un apprezzato originale vendutissimo giallista dal 2007 con l’inizio della celebrata divertente serie del BarLume. Nel 2011 iniziò a intervallare le avventure matematiche dei vecchietti di Pineta con altri romanzi di genere e con saggi di natura scientifica. Le divagazioni sono via via divenute prevalenti, per il gusto nostro e di lettori curiosi che cercano intrattenimento e divulgazione. Il giallo (umoristico) di coppia non è una divagazione. La moglie era sempre ringraziata dal marito per il contributo preventivo alle stesure dei testi, così questa volta la narrazione è in prima persona al femminile su Serena, intervallando ogni tanto un capitolo in terza su Corinna, con l’obiettivo (abbastanza riuscito) della “fusione di un punto di vista maschile e uno femminile”. Le acrobatiche digressioni sul lato comico o paradossale o assurdo o triste della vita sono continue e simpatiche e ruotano intorno all’indiscutibile fatto che “non sempre i genitori sono in grado di parlare con i figli”, fatto salvo che l’intreccio resta giallo e il dipanarsi della vicenda un’indagine su un crimine per scoprirne il o la colpevole (il o la?). Le pillole scientifiche sono salutari e benvenute (talora condite di polemiche contemporanee), si rintracciano anche qualche ricetta di pasticceria e spiegazioni sulla conservazione in frigo. Il paesino è minuscolo e inventato, il contesto quello pisano di San Giuliano Terme. Alla cena finale degustano Vorberg 2019 (Pinot bianco) per la pasta alla bottarga e San Leonardo 2016 (Merlot) per il pecorino al forno, poi rum. Molto gettonato Fabrizio De André.

 

Irvine Welsh

«I lunghi coltelli»

traduzione di Massimo Bocchiola

Guanda

380 pagine per 19,80 euro

Edimburgo. Autunno. Lo hanno bloccato su una sedia di plastica in un grosso magazzino vuoto a Leith (sobborgo portuale), polsi e caviglie legati, con addosso solo le mutande rosse a strisce e il cappuccio di cuoio marrone calato sulla testa. Vogliono fargliela pagare cara al deputato conservatore Ritchie Gulliver, predatore sessuale (contro persone vulnerabili, anche bambini), che viveva tra Londra e Oxford. Un uomo osserva, una donna prende la valigetta degli attrezzi e la apre, si avvicinano, lo toccano. Il primo coltello non colpisce bene i genitali, il secondo (a seghetta) li recide, il nemico sta per morire dissanguato e urla un nome familiare ai due assassini, “Lennox”. Ray Lennox ormai si è trasferito dalla vecchia casa a Leith nel nuovo appartamento trilocale metropolitano a Viewforth. Lo chiama il sedentario capo Bob Toal, vicino alla pensione, vuole passare a prenderlo per andare insieme sul luogo del delitto, tutti sanno che ce l’aveva con il bastardo castrato, può essere addirittura sospettato. Hanno ricevuto una telefonata anonima con le indicazioni precise, si muove tutta la strana congrega dell’Anticrimine, la vittima era piena di alcol e droga, la ferita più grave gli era stata inferta con un mazzuolo, modus operandi del famigerato Rab Dudgeon, detto il Falegname Pazzo, chiuso nel carcere di Saughton. Era stato Lennox a rivelare tempo addietro la relazione omosessuale clandestina di Gulliver, allora indiziato dell’omicidio di una ragazzina, commesso in realtà da Gareth Horsburgh, detto il Mister Pasticciere, pluriomicida di bambine, ora in carcere. Lennox lo va a trovare (e pestare) per farsi rivelare dove siano i quaderni con tutti i nomi e i luoghi dei delitti e capisce che è in qualche modo collegato pure a chi sta prendendo di mira (anche a Londra) pessimi potenti come Gulliver. Chi sono? Forse li conosce? Furono abusati? Fanno bene? E poi rapiscono pure il fluido nipote Fraser!

Il grande scrittore scozzese Irvine Welsh (Leith, 1958 probabilmente) nel all’esordio letterario 1993 pubblicò Trainspotting, da cui il successo internazionale e il celebre film di Danny Boyle. Prima aveva fatto e provato di tutto, ex punk londinese ed ex tossico cosmopolita fra l’altro, la scrittura come riabilitazione sociale. Dopo ha pubblicato molti altri bei romanzi, di vario genere, crudi e realisti; questo è un notevole noir, narrato in terza fissa (quasi) sul travagliato ipersensibile protagonista, già apparso nel 2008 in Crime (per la trasferta a Miami, qui spesso citata). Ray aveva un padre rancoroso dirigente sindacale (comunista?) e ha una sorella potente piacente penalista, laureato in Informatica e poi combattente per la giustizia e cacciatore di satiri mostri nei panni impropri di poliziotto, più di uno e ottanta per oltre ottanta, occhi indagatori e ossessionati, Alfa e Kickboxing, sempre attanagliato da paure giovanili e dipendenze da varie sostanze, spesso tenero e affettuoso ma anche un poco ritardato emotivo, ancora in procinto di convivere e forse sposarsi con la giovane bionda Trudi Lowe. Il titolo ha più risvolti: le armi sanguinolente dei delitti, la collezione di cinque coltelli arabi rubata al padre del nerboruto assassino maschio, la scimitarra con la quale gli avevano amputato una mano (ora di ferro), i vari usi metaforici della Notte di quelli lunghi (non solo dei serial killer). I personaggi vengono prima della trama, la vita è sempre un rischio. Il tema torna costante: “nel nostro paradigma postdemocratico di venerazione del potere, opporsi è diventato inutile”? Tanto più che il capitale globale è diventato un colonizzatore di privilegi locali e il potere viene rappresentato nel romanzo da influenti ricchi viziosi spendaccioni brutali bugiardi corrotti razzisti, un Regno Unito nel marcio, ovunque, anche in polizia. Segnalo che la non-deferenza cinica non favorisce le prospettive di carriera in un’istituzione chiusa (in Inghilterra e non solo), a pag. 95. Birre (Stella soprattutto), vini di ogni colore e qualità, puri malti (Macallan perlopiù), droghe pesanti e pesantissime, pasticche varie, di tutto e di più in una sola settimana di indagini. Dal jukebox esplodono belle canzoni.

 

Michel Bussi

«La mia bottiglia per l’oceano»

traduzione di Alberto Bracci Testasecca

Edizioni e/o

412 pagine, 18 euro

Un paio d’anni fa. Isola Hiva Oa (316 km², massimo 1.213 mslm), Arcipelago delle Marchesi, Polinesia francese; a più di quindicimila chilometri da Parigi e seimila dal continente più vicino; il comune associa i due villaggi di Atuona e Puamau (circa 2.300 abitanti complessivi). Meglio capire dove siamo: verso il 1800 quando noi europei “scoprimmo” le isole vi vivevano 100 mila marchesiani (sacerdoti, guerrieri, contadini, scultori, danzatori, e così via); dopo un secolo di colonizzazione francese erano ridotti a 2 mila, causa saccheggi, massacri, malattie e tanti divieti imposti; da un trentennio vi è una parziale rinascita meticcia, anche culturale; ora sono circa 10 mila in tutto l’arcipelago, cui spesso si aggiungono moltissimi turisti. Meglio sapere dove si va se non è per vacanza: un bel dì arrivano alla pensione “Au Soleil Redouté” le cinque vincitrici (talora accompagnate) di uno strano concorso della casa editrice Servane Astine (la proprietaria) per un laboratorio di scrittura di una settimana, condotto dal famosissimo vendutissimo donnaiolo Pierre-Yves François, dopo una selezione fra 32.859 partecipanti. Sono la graziosa 30enne Clemence Novelle, che si sente vocata; Martine Van Ghal (70 circa), blogger belga; Farèyne Mörssen (40), severa comandante di commissariato a Parigi, con il coetaneo marito Yann Moreau, capitano di gendarmeria in Normandia; Marie-Ambre Lantana (40), esuberante spendacciona alcolizzata, con la figlia 16enne Maïma; Eloïse Longo (30), bella osservatrice malinconica (ha lasciato i due figli). I primi esercizi loro assegnati sono di scrivere un romanzo-diario battezzato “La mia bottiglia per l’oceano” e il proprio testamento ovvero la replica al quesito “Prima di morire vorrei…”, con la regola di “non mentire mai”. Dopo poco Pierre-Yves scompare e Martine viene strangolata con accanto le personali risposte. Non finisce lì, inutile aggiungere altro.

Il magnifico scrittore Michel Bussi (Louviers, 1965), professore universitario di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese, ha pubblicato dal 2006 una quindicina di divertenti corpose avventure, tutte senza protagonisti seriali, ambientate in originali ecosistemi biodiversi, non solo della sua regione, e appartenenti al genere giallo o policier o noir. Ben oltre la metà dei romanzi ormai sono tradotti in italiano: dopo una sporadica apparizione nel 2014, dal 2016 le Edizioni e/o alternano la pubblicazione delle novità con la proposizione dei primi romanzi oppure di opere inedite. Au soleil redouté era proprio atteso; il titolo francese connesso sia alla chiusa isolata pensione d’ambientazione (dove tutti i clienti sono invitati a scrivere con un gessetto i propri desideri alla lavagna, come nel secondo esercizio) che al concreto timore del caldissimo sole equatoriale; il titolo italiano ai dattiloscritti dei cinque romanzi raccolti dallo scrittore (prima di scomparire) con la promessa di correggerli e divenuti poi con sofisticata maestria una delle opere effettivamente pubblicate dall’editrice (insieme ad altre due tuttavia, scoprirete quali e perché). La narrazione al presente è così prevalentemente in prima persona: cinque testimonianze, con i cinque diversi punti di vista su quanto sta accadendo, inframezzate dal diario in prima di Maïma e dalle azioni in terza di Yann, tutti e sette i principali protagonisti in scena fin dall’inizio (accanto a pochi significativi altri personaggi), un godibile scientifico ingranaggio “alla” aggiornata Agatha Christie (più volte citata). Bussi può non piacere (lo capisco), a me piace (come a milioni di lettori nel suo paese): sorprende (sempre meno e comunque non troppo, se avete letto altro di suo), intrattiene con ironia (e autoironia questa volta), manipola le regole del giallo (rispettandole ai giorni nostri), cura ciò di cui parla (argomenti e luoghi). Segnalo il nesso del metaforico doppio isolamento isola-carcere, a pag. 139, 185, 208. Ovviamente, in ogni angolo di quelle isole e di questa storia risaltano schizzi e note biografici di Paul Gauguin (transitato spesso in Polinesia, lì trasferitosi 53enne dal 1901 alla morte nel 1903) e Jacques Brel (lì vissuto per molti anni e sepolto accanto al pittore, dopo la morte nel 1978). Birra e rum, vino d’ananas, Piña Colada. Da visitare anche per mana e tiki, tatuaggi e perle, forse.

 

Luca Crovi

«Il Gigante e la Madonnina. Un suicidio inspiegabile all’ombra del Duomo»

Rizzoli

182 pagine, 16 euro

Milano, 1920. L’oste Giovanni Sagace e un ragazzo salgono per le scale del Duomo. Dopo poco il primo viene trovato morto, si è sparato in bocca con una rivoltella, non sarà l’ultimo a suicidarsi in quel tempio, ma a la Madunina ghe scapa nient. Nemmeno quando nel maggio 1932 (in pieno regime fascista) vorrebbero far perdere l’incontro sul ring di San Siro al gigantesco Primo Carnera (1906-1967), tanto più che interviene il mitico commissario De Vincenzi, poi protagonista dal 1935 di varie avventure del bravo giornalista antifascista Augusto De Angelis (1888-1944) e poi delle serie televisive Rai. Continua l’appassionato omaggio del critico creativo, conduttore radiofonico ed esuberante fumettologo (alla Sergio Bonelli Editore) Luca Crovi (Milano, 1968) alla sua città e a un suo grande cantore. Ecco il terzo romanzo della serie: «Il Gigante e la Madonnina», in terza varia, all’incrocio tra finzione e realtà; veri i tanti meneghini modi di dire, usi e costumi, ricette, musiche, ricordi.

 

Ben Pastor

«La Venere di Salò»

traduzione di Luigi Sanvito

Sellerio

2022 (prima edizione italiana 2006)

14 ottobre – 17 dicembre 1944. Salò e dintorni. Martin-Heinz Douglas Wilhelm Frederick von Bora, molto alto con capelli scuri e occhi verdi, nobile famiglia sassone, diplomatici militari proprietari terrieri, pure editori da un paio di secoli, genitori cugini di primo grado con una differenza d’età di trent’anni, padre direttore d’orchestra morto e madre anglo-scozzese risposatasi con un autorevole generale, sta per compiere 31 anni (l’11 novembre) ed è colonnello dell’Abwehr (servizio segreto militare) destinato a Brescia. Improvvisamente agenti della Gestapo lo prelevano in modo intimidatorio portandolo in auto a Salò, sulle rive del lago di Garda, con l’apparente ruolo di ufficiale di collegamento tra la Wehrmacht e la Repubblica Sociale Italiana. Il generale Sohl e il maggiore Lipsky gli affidano un ulteriore incarico: ritrovare un prezioso quadro di Tiziano, rubato dal palazzo ove avevano stabilito la loro sede. Sia la villa requisita che il quadro appartengono al ricco industriale Giovanni Pozzi, che come risarcimento ottiene l’esclusiva sulla fornitura di telerie all’esercito. Il traffico di opere d’arte appare ampio, inoltre Bora intuisce che una o più donne considerate suicide potrebbero essere vittime di omicidio, tutte in qualche modo legate a Pozzi. L’antiquario ebreo Mosé Conforti gli mostra la bella copia del quadro, Martin sempre più affascinato da Anna Maria, figlia di Pozzi, con la quale inizia una breve intensa relazione. Ma l’agente della Gestapo Jacob Mengs lo bracca completando il dossier a suo carico, materiale sufficiente all’arresto e all’incriminazione. Lui risolve i casi ma lo portano a Milano. Gli vengono imputati aiuti forniti a ebrei, traduzioni di opere straniere (di cui a Lipsia si occupa la casa editrice di famiglia), i rapporti diplomatici stabiliti con i russi, oltre ad altre note storie “segrete” e “doppie” del passato.

La bravissima docente universitaria americana Ben Pastor, di gioventù italiana (Maria Verbena Volpi, Roma 1950), pubblicò nel 1999 negli Stati Uniti il primo romanzo della splendida serie di Martin Bora. Bilingue, preferisce scrivere in inglese. Accanto a decine di altri romanzi storici e racconti gialli e a saggi di scienze sociali, da allora ne sono seguiti ben 11 della serie, questo come uscita è il sesto (2006) ma cronologicamente quello finora più vicino a noi e all’epilogo. La complicata biografia scelta per il ricco severo protagonista (si tratta di un soldato fedele, contrario ai “metodi” nazisti; ha perso la mano sinistra in un attacco dei partigiani l’anno prima, ora ha una protesi) consente all’autrice di andare avanti e indietro nei tempi e nei luoghi del secondo conflitto mondiale, dagli antefatti spagnoli all’evoluzione della Germania nazista, approfondendo con cura storica ecosistemi geografici distanti e contesti sociali differenti. Non a caso per Bora si è parzialmente ispirata all’identità di Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg (Jettingen-Scheppach, 15 novembre 1907 – Berlino, 21 luglio 1944), il militare tedesco autore dell’attentato del 20 luglio contro Adolf Hitler, la nota Operazione Valchiria (evocata e appena fallita in realtà rispetto ai tempi del romanzo). L’avvincente narrazione è in terza, alternando rivali e altri protagonisti; il protagonista talora anche in prima e corsivo, grazie agli appunti che qui ricomincia a scrivere sul diario in minuto corsivo gotico. Il titolo fa riferimento al sensuale quadro dell’investigazione “gialla”, si tratta comunque nell’insieme di una tragica vicenda noir sull’animo umano di alleati e nemici, ladri e onesti, capi e subalterni, donne e colleghi, all’interno di un dramma storico globale. All’inizio l’elenco dei personaggi, tedeschi e italiani; in fondo un breve glossario, i ringraziamenti e la cronologia delle “inchieste” di Bora.

 

Redazione
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