Carceri italiane: disgrazia e ingiustizia

L’analisi di Mauro Palma e il racconto di Marcello Pesarini sulla visita di “Articolo 27” al carcere di Ancona.

 

Una nuova visione politica per cambiare le carceri

di Mauro Palma (*)

Proprio nella giornata di martedì, mentre numerose delegazioni entravano in carcere, su iniziativa promossa dalla neonata Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione (**), la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia. Una condanna per violazione dell’articolo 2 (tutela della vita) e dell’articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti o pene inumane o degradanti) nei confronti di un ragazzo di 28 anni, morto mentre era in detenzione nel carcere di Torino. La detenzione aveva determinato un progressivo calo del suo peso che però era stato considerato irrilevante, se non addirittura come risultato di una strategia manipolatoria.
Scrive la Corte (paragrafo 4): «Il 7 agosto 2019, il Garante nazionale dei diritti e delle persone private della libertà personale ha segnalato all’ amministrazione penitenziaria la perdita di peso di A.R. Le autorità hanno risposto il 20 agosto 2019, escludendo la possibilità che la perdita di peso fosse dovuta a gravi problemi di salute e respingendo la richiesta del Garante nazionale di un ulteriore supporto psicologico esterno, adducendo il rischio di sovrapposizione con i servizi già esistenti».
Più avanti (paragrafo 8): «Il 19 novembre 2019, in risposta a una nuova richiesta del Garante nazionale, le autorità carcerarie hanno dichiarato che la perdita di peso di A.R. doveva essere considerata “una strategia manipolativa volta a ottenere benefici secondari”».
Questo, quindi, il livello di non considerazione della preoccupazione evidenziata e degli allarmi lanciati e, come sempre, il retropensiero della simulazione, forse di chi è fin troppo abituato a carte truccate per coprire qualche episodio grave. Perché nel frattempo il Garante nazionale aveva visitato l’Istituto e incontrato il giovane,insieme alla brava e combattiva Garante comunale, riscontrando la grave compromissione
fisica di peggioramento di quanto già segnalato.
Aveva così nuovamente riportato all’amministrazione penitenziaria, sia territoriale
sia nazionale, la gravità delle condizioni di salute del giovane: le sue condizioni erano precarissime ed erano state comunicate ufficialmente. Per questo,come riporta ancora la sentenza (paragrafo 15) all’indomani del suo decesso «il Garante nazionale ha presentato una denuncia penale, chiedendo un’indagine sulle circostanze della morte di A.R». Da qui, un inutile percorso all’interno delle vie di rimedio offerte dal diritto
del nostro Paese, giacché la denuncia è stata archiviata sulla base del suo diniego all’ospedalizzazione ai primi di dicembre.
Un diniego che, come il Garante nazionale aveva segnalato alle autorità, era stato
determinato dalla «reclusione in un locale vuoto, privo di ogni arredo e di televisore, oltre che della possibilità di usufruire del passaggio all’aria aperta, in definitiva di afflittività insostenibile, anche in considerazione del suo delicato stato psico-fisico».
Dalla lettura di questa sentenza emerge la constatazione – che forse è ora un ricordo – di quanto possa essere incisiva l’azione di un’autorità indipendente di garanzia attraverso le sue visite, condotte in modo scrupoloso, cooperativo ma intrusivo, perché solo con tale analitico approccio possono essere utili alle autorità nazionali e sovranazionali a cui spetta il compito di giudicare e sanzionare.
Accanto, la constatazione rinnovata, positiva ma amara, dell’esistenza di un luogo in Alsazia dove sia possibile l’affermazione pubblica, esplicita, che quanto subìto da una persona ristretta è stata un’offesa alla sua dignità e al suo diritto a un trattamento non contrario al senso di umanità che la prima parte del sempre citato terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione pone come invalicabile argine alla potestà del punire. Così come lo pone all’articolo 3 della Convenzione europea per la tutela dei diritti umani.
Proprio tale argine sono andate a vedere martedì (14 luglio) le molte persone entrate nei diversi Istituti di pena del nostro Paese. Ben conoscendo l’ inaccettabilità delle condizioni che avrebbero visto, l’affollamento, la tensione, la centralità della chiusura e la mancanza di un’idea complessiva di come portare la realtà difficile della detenzione il più vicina possibile alla visione costituzionale
delle pene, senza relegare questa al ruolo di mera teorica speranza.
Sappiamo bene che i provvedimenti via via annunciati come risolutivi in nulla hanno influito per una diminuzione di sofferenza di chi è ristretto e di chi lavora in quei luoghi nelle attuali condizioni. Molto hanno prodotto invece i provvedimenti di progressiva penalizzazione, che hanno portato nel periodo dell’attuale legislatura
a quasi novemila persone detenute in più e a un invariato numero di posti regolamentari.
Tuttavia, anche dopo queste visite che hanno ribadito quanto è ormai ben noto, è
tempo di mutare registro affinché non si permanga in un limbo consolatorio o in una
stanca ripetizione di ipotesi che poco si riflettono in una realtà sociale divenuta più
complessa, dove le sacche di emarginazione prima del carcere, dentro il carcere e ancor più una volta usciti dal carcere si ripropongono in modo sempre più consistente.
Occorrono parole nuove e ipotesi progettuali che diano voce a tali mutamenti, senza
sperare che possa essere l’autorità giudiziaria, nazionale o sovranazionale, l’attore di tale voce perché deve esserlo la politica, ritrovando la capacità di leggere il sociale e di intervenire per suo positivo evolversi: perché è il suo compito. La parte descrittiva delle condizioni attuali di detenzione deve considerarsi conclusa e quello che conta è, nell’immediato, la riduzione del dolore di chi è impigliato nell’attuale insensato e inaccettabile sistema detentivo, perché ristretto o perché vi lavora, con un provvedimento di natura eccezionale. In parallelo però serve la ricerca di parole diverse per comprendere cosa chiedere nell’attuale contesto sociale e culturale, all’esecuzione penale, come riconfigurare la sua funzione e il sistema della sua attuazione che deve essere prioritariamente di connessione sociale. Servono scelte
progettuali da costruire anche sul piano delle sensibilità culturali: ciò che non serve è il cedimento al facile consenso, ai diversi populismi, talvolta anche di segno opposto: da un lato il castigo meritato e falsamente rassicurante, dall’altro il limitarsi alla mera reiterata, quantunque giusta, denuncia.
La complessità non si affronta mai con parole o concetti forzatamente facili.

(*) uscito sul quotidiano «il manifesto».

(**) cfr Il 14 luglio decine di visite nelle carceri italiane e Visita nelle carceri padovane: sovraffollamento, caldo e… Più in generale: la “bottega” segue, con grande attenzione, quel che accade nelle carceri. Segnaliamo le analisi critiche di Vito Totire sui rapporti semestrali della Ausl sulle carceri bolognesi o i rapporti di Antigone: con i TAG trovate gli articoli e i dossier via via pubblicati.

Ancona. 14 luglio 2026, giornata di mobilitazione nazionale di «Articolo 27»

di Marcello Pesarini (***)

All’appello nazionale lanciato da Antigone Marche, Cnca, Cgil, Arci, Confcooperative, Garanti nazionali, Volontariato Giustizia, si uniscono Caritas, Acu Gulliver, Amnesty, Teatro in carcere nazionale, Collettivo Sciame di Fano, Maria Assunta attiva in carcere con lo UISP, i consiglieri regionali Andrea Nobili di AVS e Antonio Mastrovincenzo del PD. Giovanna Fanci di Antigone modera, introduce e controlla i collegamenti con Monia e famiglia.

Giulia Torbidoni presidente di Antigone Marche ha subito definito illegale il sovraffollamento carcerario in Italia, arrivato al 140%. Illegale perché in queste condizioni non si può assolutamente parlare di applicazione dell’articolo 27. La presidente ha poi rivolto un appello a tutte le associazioni presenti perché si superi il frazionamento che negli ultimi anni ha attanagliato tutto il movimento. 

Il Garante Giulianelli prevede un consiglio comunale di Ancona nel carcere di Montacuto, apprezza l’iniziativa aperta alla cittadinanza. Ricorda i corsi per OSS per detenuti, che assicureranno l’assunzione dei partecipanti. Loredana Longhin della CGIL progetta con il sindacato un mondo in cui i servizi, l’istruzione, la salute, facilitino l’inclusione di quelle fasce a rischio di impoverimento, per una società non più competitiva ma includente.

Giorgio Magnanelli presidente della CRVG fa i conti in tasca all’Amministrazione Penitenziaria: se in Italia la pena regolata dall’articolo 27 non è afflittiva ma rieducativa, togliendo le spese amministrative, quelle per il personale, gli immobili, al detenuto come trattamento resta il 4%. Ci sono la sussidiarietà e la cassa delle ammende.

Vito Minoia presidente dei teatri carcerari insiste sulla cultura, forma di salute mentale molto importante, oltre che formativa. Tutte le attività espressive, dalla scrittura al teatro allo danza allo sport sono anche scuola di vita e disciplina.

Monia Caroti, CNCA, parla dei provvedimenti come la repressione indiscriminata dell’uso di droghe senza istruzione, il decreto Caivano che non risolve la dispersione scolastica ma in un anno ha accresciuto del 50% la presenza negli istituti minorili. Le comunità rischiano oltre all’impoverimento da parte dello Stato di essere un prolungamento di pena.

Marcello Pesarini di Antigone descrive il suo impegno prima nell’Osservatorio sulle carceri, nato nel 2001, ora con lo sportello per parenti di detenuti Morire di carcere, dopo il suicidio di Matteo Concetti nel 2024. La sanità deve monitorata e migliorabile informando periodicamente i cittadini. Valorizza l’impegno delle donne nei confronti dei parenti detenuti.

Stefania Zepponi dell’ARCI, esemplifica la sensazione di interagire con la danza con i detenuti, e di essere invece considerata dall’istituzione come un peso, qualcosa di non compreso. Ma non rinuncerà. Pignocchi di Amnesty ricorda le battaglie e le conquiste nel riconoscimento del reato di tortura, legato alle dimensioni ridottissime delle celle. Lavorare per chi sta dentro è come lavorare per chi sta fuori.

Anche Mattia degli studenti del Gulliver individua nelle politiche repressive del governo un doppio binario: criminalizzare il dissenso, il pensiero, appiattire il senso dell’istruzione. Se si sceglie di non insegnare si agisce per togliere agli studenti il diritto al futuro. Andrea Nobili di AVS, già garante, si unisce alla denuncia delle condizioni di salute sulle quali ha presentato un’interrogazione e punta il dito sulla scarsa considerazione verso la salute mentale nelle Marche, fuori e dentro gli istituti. Antonio Mastrovincenzo del PD ricorda le interrogazioni dopo il suicidio di Concetti e si conferma disponibile per mantenersi collegato in una battaglia sacrosanta. Le ragazze del Collettivo Sciame di Fano hanno usato un episodio di bullismo maschilista avvenuto nelle scuole per richiedere educazione sentimentale invece di condanne e punizioni. La giustizia riparativa anche nella libertà. Si ringraziano tutti i presenti e ci diamo appuntamento a presto.

(***) ripreso da «Ristretti Orizzonti», 17 luglio 2026.

 

LE IMMAGINI – stavolta ne abbiamo rubate due a Vauro – SONO SCELTE DALLA REDAZIONE DELLA “BOTTEGA”

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Un commento

  • Forse è necessario abbandonare il “occorre … bisogna … ecc.” La congiuntura attuale è forse la peggiore del 2° dopoguerra … siamo al fascismo “democratico” che imita anche il dispotismo di Trump e Netanyahu … un governo che mira a cancellare lo stato di diritto democratico …
    E’ ora di pensare a RESISTENZE ATTIVE DENTRO E FUROI LE CARCERI, DENTRO E FURORI DAI TRIBUNALI E IL RILANCIO DI UNA MOBILITAZIONE PERMANENTE visto anche il nuovo DDL di Piantedosi

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