Cerca e distruggi

un racconto di Fabrizio «Astrofilosofo» Melodia (*) (**)

Le istruzioni operative arrivarono alle 2:30 del giorno stesso, mentre le case avevano tutte le luci spente come si conveniva a quell’ora tarda.

Padova giaceva addormentata e sonnacchiosa, apparentemente la crisi nera che attanagliava il Paese non avevo minimamente toccato la ricca e operosa città universitaria.

Sapeva bene che non era così, ma non aveva alcuna importanza, come non importavano minimamente le persone per la strada a quell’ora tarda, nemmeno le urla e le bastonate che fioccavano a meraviglia lungo la strada asfaltata.

Aveva una missione da compiere, gli era apparsa sul tablet di ultima generazione, non avrebbe mai mancato ai suoi obblighi, era nato per questo e solo per tale ragione viveva.

«Signor Occam, soggetto Gabriel, piazza Capitaniato ore 09:00. Riconoscimento dalla foto allegata. Non ammessi fallimenti. Baruch» riportava il laconico messaggio.

Il signor Occam sorrise tra sé, mancava ancora qualche ora, non avrebbe di certo fallito, anche se il soggetto presentava delle difficoltà davvero manifeste, nessuno finora era riuscito a prenderlo da quel maledetto incontro con gli altri, in quel maledetto giorno a Tunguska, nella taiga russa. Non erano riusciti a fermarli, non c’era stato nulla da fare, troppo poco preavviso e troppi fattori indeterminati, non erano davvero pronti a fronteggiare quella minaccia al di là di ogni immaginazione.

Ora il loro maledetto capo era stato individuato dal Consorzio, il sistema di “rintracciamento” aveva funzionato; erano arrivati ovunque, come un tempo, quando ancora la Terra era un posto dove si lasciava spazio alla immaginazione, come volevano chiamarla.

Ora non c’era altro da fare, doveva portare a termine la missione, a qualunque costo. Avrebbe ritrovato anche gli altri e li avrebbe uccisi, insieme ai suoi colleghi. Baruch era uno di loro, sotto l’efficace copertura di un negozio di ottica, in realtà aveva messo a punto un sistema efficace di rilevamento, una tipologia di occhiali davvero rivoluzionari per quel genere di ricerche; aveva già avuto il battesimo del fuoco durante l’affare Malik, risolto brillantemente grazie all’intervento di Akiva, il terzo Daimones.

Sì, doveva rimanere tranquillo, praticare la “suppositio simplex”, senza moltiplicare inutili questioni che non portavano a nulla.

Trasse dalla sua borsa in pelle un astuccio in cuoio, legato da una cordicella. La tirò con un gesto delicato, poi aprì la tasca e ne trasse fuori un rasoio di alabastro, finemente decorato con motivi floreali e allegorici sui riti della fertilità.

Ne trasse fuori la lunga lama affilata, iniziò a pulirla con un panno di daino, molto lentamente, gustando ogni attimo di quel bellissimo rito che si concedeva sempre, prima di ogni “ritiro”.

Lo ripose nell’astuccio, prese dal letto dell’albergo in cui si trovava il soprabito in pelle nera, lungo fino ai piedi, mise sulla testa un cappellaccio che gli scendeva con la tesa a coprire gli occhi, con gli occhiali di Baruch sul naso.

Scese lentamente le scale, uscendo poi davanti alla stazione ferroviaria. I treni avevano da tempo smesso le partenze, fra poco avrebbero ricominciato. S’incamminò lentamente verso il luogo convenuto, aveva voglia di gustarsi una buona brioche e un cappuccino caldo.

L’ora non avrebbe tardato ad arrivare e poteva essere anche l’ultimo istante della sua esistenza se non giocava bene le sue carte da perfetto assassino.

I Daeva avrebbero cessato di esistere, a qualunque costo.

***

Piazza Capitaniato, nella città di Padova, fiorente cittadina del Veneto Orientale italiano, era un brulicare di studenti di discipline umanistiche e psicologiche, avendo proprio al suo interno le facoltà di lettere, filosofia, storia, psicologia e scienze della formazione primaria.

Gli studenti si erano ammassati anche quella mattina davanti all’entrata della sede, costituivano un flusso multicolore continuo dentro e fuori ai luoghi di conoscenza.

Chi a fumare sigarette, chi a ripassare per un esame o con un compagno (disperato per non aver assimilato alcunchè di un corso che niente lo interessava ma che doveva seguire per forza), chi visitava l’edicola vicina e chi si recava presso la Torre dell’Orologio, in cui era presente un ufficio distaccato della Pubblica Amministrazione.

Tre ragazzi erano seduti proprio sui gradini nei pressi dell’ufficio comunale: una ragazza mora, formosa, con un seno troppo grande che cercava di dissimulare in ogni modo con un maglione ocra troppo grande per qualunque cosa: vicino a lei, un giovane alto e allampanato, magro come un chiodo, dalla folta chioma bionda fluente e dagli occhi da gatto sornione, che brandiva in malo modo una penna biro e un quadernone ripieno di appunti; mentre una seconda ragazza, minuta e alta come un soldo di cacio, imbacuccata nel suo cappotto invernale, era tutta intenta al suo Mac Book portatile, dal dorso traslucido, a cui era collegata tramite auricolari.

«Katia, cosa stai scaricando di bello invece di studiare per l’esame di citologia?» chiese la ragazza dal seno prosperoso.

«Sto scaricando l’ultimo successo di Robbie Williams, una figata. E lui è uno strafigo, Maida, guarda come gli si gonfia la patta dei pantaloni, quanto avrei voglia di averlo con me» rispose Katia, passandosi scherzosamente la lingua sulle labbra piene.

«Buongustaia, però se non ti metti d’impegno, ti segano anche alla prossima sessione d’esame e perdi tutta la borsa di studio, maledetta testona!» sentenziò Maida, tirandosi una ciocca di capelli dietro all’orecchio e strizzando uno dei suoi occhi azzurri in direzione dell’amica.

«Ragazze, ma come fate a parlare di quel fessacchiotto, quando qui con voi avete il miele degli dei?» interloquì il biondino dagli occhi di giada e dal naso aquilino.

«Manuel, quale miele degli dei? Non vedo vasetti qui intorno. Ah sì, è vero, è il nome del nuovo lassativo, non ti facevo cosi stitico, povero piccolo angioletto biondo» rispose Maida, accarezzando in modo vezzoso la guancia al suo amico.

«Attenta tu, prima o poi riuscirò a farti una foto mentre sei in topless in spiaggia, mia cara. Quel tuo seno è un inno alla parte mammona che dorme dentro di me e non vuole altro che essere coccolata dai tuoi davanzali» rispose Manuel, puntando minacciosamente il dito verso Maida.

«La volete smettere, voi due? Sto cercando di ascoltare questo meraviglioso video in santa pace. Purtroppo non riesco a scaricare la seconda parte, dovrò cercarlo meglio con un programma p2p. Che palle, la citologia. Dovevo studiare informatica, altroché. A chi cazzo gliene frega qualcosa in sto maledetto Paese di come è fatta una cellula umana?» rispose Katia Rizzo, calandosi dalla testa il cappuccio in pelo del suo cappotto pesante.

Una chioma azzurrina e spinata spuntò fuori come un fungo dopo un’acquazzone, le labbra di Katia, contornate da un rossetto nero pece traslucido, s’inarcarono in un’espressione di stizza, mentre armeggiava velocemente con la tastiera.

«Beh, se la metti su questo piano, cosa dovremmo dire noi ingegneri di questo millennio? Anche per noi i fondi scarseggiano e dovremo andare al soldo delle solite multinazionali, magari per una paga misera a favore dei dirigenti che non fanno una sega dalla mattina alla sera. Ah, sono sempre più convinto di trovarmi dei finanziatori e produrre alcune invenzioni che mi frullano in testa già da parecchio tempo» disse Manuel, scribacchiando qualcosa sul suo inseparabile quadernone.

Maida sorrise alle parole di entrambi: erano amici meravigliosi, l’avevano accolta nell’appartamento in affitto e l’aiutavano a pagarne una parte, visto che lei con il suo lavoro di promoter nei supermercati non riusciva ad arrivare alla fine del mese nemmeno compiendo sforzi sovrumani.

«E tu, Maida, che progetti hai per il futuro? Cosa sogna quella tua testolina balzana?» chiese Katia.

Maida ci pensò su, davvero non sapeva come avrebbe voluto la sua vita futura, preferiva non chiederselo ancora, sapeva solo che doveva finire gli studi e trovarsi un buon lavoro per fare progetti a lungo termine, forse trovare un ragazzo sarebbe stata una buona idea, magari avere un obiettivo certo da raggiungere.

«Beati voi che avete la testa piena di sogni, progetti, speranze. Io mi arrabatto, non sono mai stata una cima, sto facendo l’università per imposizione paterna e sinceramente studiare lingue è la sola cosa che m’interessa, quella che mi riesce meglio di tutto, ciò che mi rende speciale. Ecco, vorrei sentirmi un po’ speciale per me stessa, non perché ho questi meloni che vengono prima di me» rispose Maida, toccandosi i seni grossi e prosperosi, tenuti a malapena dal reggiseno.

«Ehi sappiamo gli sforzi che stai facendo e sappiamo pure che se non fosse che tua madre è in ospedale per una rara forma di schizofrenia e che tuo papà ti sta costringendo a fare economia invece di lingue, penso che saresti più felice e avresti già fatto da un pezzo progetti per il futuro» disse Katia.

«Non pensare nemmeno per un secondo di essere speciale solo per le tue tette da primato, sei tutta bella formosa, morbida da accarezzare, insomma, non sei mica come Katia, con lei ti fai male colpendo gli spigoli» aggiunse Manuel, beccandosi un bel pugno correttamente assestato da Katia, la quale fece un cenno da arrabbiata in direzione dell’amico.

«Ti ringrazio, Manuel, lo so che sei sincero anche se i tuoi occhi ti tradiscono, ma gli ultimi appuntamenti che ho avuto andavano tutti nella stessa direzione, i maschietti immediatamente mi mettono le mani sulle tette e pure senza chiedere. Ma cosa sono, un melone?» chiese Maida, osservando incuriosita la figura in soprabito nero e cappellaccio che si stava avvicinando a passo regolare.

«Ascolta me Maida, non ci fare caso e divertiti. Pensa a come li puoi tenere in pugno quei porcelloni. Glielo prendi là in mezzo e li fai venire come mai sono stati capaci loro stessi, nelle autogestioni erotiche. Poi con il lavoro di bocca, completi la cosa, ti assicuro che sentirti cosi potente nella gestione del gioco, li rende tutti docili e mansueti, veri agnellini. Il divertimento è assicurato» intercalò Katia, con un gesto eloquente delle mani sulle tette, che lei al contrario dell’amica, aveva piccole e sode.

L’uomo dal soprabito nero si fermò davanti a loro, lanciando uno sguardo da sotto la tesa del cappello, da cui spuntavano gli occhiali dalla montatura scura.

«Possiamo aiutarla?» domandò Manuel.

«Maida Rizzo?» chiese quello con voce stentorea.

«Si, sono io» rispose Maida alzandosi in piedi.

«Aspetta, Maida, non troppo in fretta. Cosa vorrebbe dalla nostra amica, signore intabarrato?» fece Manuel, guardando in cagnesco il nuovo arrivato.

Per tutta risposta, il nuovo arrivato menò di scatto un pugno diretto al mento del giovane, colpendolo dritto alla mascella, mandandolo disteso a terra dopo un breve volo a parabola discendente.

Katia non credeva ai propri occhi ma l’adrenalina fece il resto, unita a un carattere già iroso. Si scagliò contro l’uomo imponente come un gatto contro un rinoceronte, urlando e inveendo, mentre le unghie delle sue piccole mani graffiavano il viso del nuovo arrivato, il quale non fece altro che afferrare per la gola la ragazza minuta e alzarla da terra, come un fuscello.

«Deficiente, lascia stare la mia amica, hai capito? Prenditela con me, coglione! Cosa vuoi? Nemmeno ti conosco» proruppe Maida, colpendolo con un calcio alle parti intime.

L’uomo accusò il colpo ma scagliò lontano da sé Katia, la quale era diventata bluastra per la stretta poderosa alla gola perpetrata dall’individuo misterioso.

Massaggiandosi i testicoli, l’uomo afferrò con l’altra mano Maida, la quale cercò di strattonarsi via.

«Ehi cosa fa? Mi lasci, ha capito? Aiuto, aiutateci!» urlò Maida, attirando un nugolo di curiosi, i quali fecero quadrato intorno a loro.

L’individuo trasse dalle tasche una sfera grigiastra e la fece cadere a terra, producendo un’esplosione che stordì tutti i presenti, mentre afferrava per la vita l’urlante Maida.

Si allontanò correndo con il peso della ragazza caricato sulla spalla, inoltrandosi per le vie laterali alla piazza e arrivando di volata poco distante da dove si trovava.

Non ci avrebbe messo molto a finire il lavoro, gli imprevisti possono solo rallentare l’inevitabile, ora non poteva permettersi altri indugi: la ragazza aveva dato prova di grande presenza di spirito e non dubitava che fosse merito di Gabriel.

«Cosa mi sta facendo? La prego, non mi faccia del male» disse Maida, senza versare una lacrima.

«Taci, sarà solo questione di un minuto» disse l’uomo, tirando fuori dalla tasca un astuccio di cuoio marrone.

Il rasoio dal manico d’alabastro brillò nelle sue mani, la lama era circondata da un alone elettrico, quasi visibile a occhio nudo.

«No, la prego, cosa le ho fatto? Nemmeno la conosco, non ho fatto niente, la prego, no, non voglio, mi ha sentito, non voglio!». Maida iniziò a scalciare per allontanarlo, poi tentò di rialzarsi ma il suo peso non le permise di essere abbastanza agile.

L’uomo l’afferrò per la testa e avvicinò la lama alla gola, iniziando a praticare il taglio dall’orecchio destro. Presto avrebbe estratto quello che doveva, purtroppo la vita del corpo ospite era lo scotto più alto da pagare, ma sarebbe morta comunque nel giro di pochi minuti dopo l’estrazione, ricordava la prima che avevano recuperato grazie al dottor Majorana: era stato terribile e per poco non moriva anche il dottore, preso dalla tremenda forza psichica.

«Ehi, pezzo di merda, vuoi deciderti a lasciare la nostra amica?» urlà Manuel.

«Cosa?!» proferì l’uomo intabarrato.

Poi si mise le mani alle orecchie, il rasoio cadde di mano, mentre il suo corpo, preso da spasmi iniziò a fluttuare a mezz’aria, sempre più su, mentre le ossa del corpo si stavano dimenando sotto la pelle.

Maida era al culmine dell’orrore, non riusciva davvero a capire cosa stesse accadendo, fece per prendere il rasoio ma volò via da terra, finendo nelle mani di Katia.

Quella che vide non era la sua amica, aveva gli occhi completamente bianchi, un bianco tonalità panna.

Sorrideva ironicamente, guardando in alto lo spettacolo, mentre Manuel agitava in senso inverso la mano, come se stesse spremendo un agrume, ma in realtà stava contorcendo l’uomo intabarrato, cui in quel momento i vestiti volarono via, strappati da una forza invisibile ma tangibile.

«Manuel… Katia… cosa… state… facendo? Chi è quest’uomo?» chiese Maida, non riuscendo più a connettere normalmente.

«Glielo spiega lei, dottor Occam? Oppure preferisce che ci pensiamo noi mentre lei muore come un bauco?» disse Katia, mentre il dottor Occam perdeva sangue dalle orecchie, dal naso e dalla bocca, completamente nudo.

«Mi è parso di capire che dobbiamo pensarci noi, che ne dici Gabriel?» chiese Manuel rivolto a Katia.

«Mah, direi che si può fare, Dikarnossa,! Cerca di carpire a questo bauco incompetente alcuni dati sul Consorzio e poi fallo fuori, che sia da esempio per i suoi colleghi cacciatori» rispose Katia o Gabriel per la precisione.

Katia si avvicinò a Maida, mentre la ragazza era scossa da tremiti e si allontanò strisciando dall’amica che le si era avvicinata balbettando sconnessamente, in preda al trauma più evidente.

Nel frattempo, Manuel – o meglio Dikarnossa – aveva finito di leggere nella mente di Occam: fece un’espressione insoddisfatta e strinse la mano a pugno, come per stritolare qualcosa.

Occam urlò fino a quando il suono non divenne rauco e scomparve, le sue ossa fuoriuscirono dalla pelle, ridotte in una poltiglia indefinibile, il suo cranio si appallottolò, il sangue esplose fuori insieme a intestini e altri organi, che finirono schiacciati come in una pressa idraulica per autovetture.

«Trovato qualcosa, Dikarnossa?» domandò Gabriel.

«Niente, gli hanno creato un muro psichico interno, non sono riuscito a violarlo con nulla, cosi ho fatto capire loro che è inutile praticare simili giochetti, con noi non funzionano! Tu le hai spiegato qualcosa, Gabriel?» chiese Dikarnossa.

«Lo sto per fare, Dikarnossa» rispose Gabriel, avvicinandosi lentamente a una impietrita Maida, la quale piangeva e tremava dopo la visione sanguinosa cui aveva assistito.

La prese per la nuca e le avvicinò le labbra, baciandola con passione, dalla gola di Gabriel si fece strada un verme, che s’insinuò poi nella cavità nasale e poco dopo nel cervello, agganciandosi saldamente al cervelletto.

Maida Rizzo vide ciò che Katia e Manuel, un tempo suoi amici, ora Gabriel e Dikarnossa, volevano che vedesse.

Eventi, di molto tempo prima.

***

Erano lì davanti a lei, i dieci fondatori: stava guardando con gli occhi di uno di loro, cui si rivolgevano con il nome di Raziel. Erano in cinque, alla partenza, poteva vedere il loro mondo sull’orlo dell’autodistruzione a seguito di inquinamento, sfruttamento indiscriminato e guerre continue.

Gli abitanti di quel mondo fra loro si definivano “Daeva”, quelli del cielo: si erano da tempo ritirati nel sottosuolo, essendo impraticabile la via delle stelle, vivendo con il sostentamento delle macchine e sviluppando un sistema di ingegneria genetica che permettesse di potenziare al massimo le facoltà mentali, modificando sostanzialmente le loro cellule.

Ricordava l’ultimo concilio di Stato, quando di comune accordo tutti quanti avevano deciso di partire alla volta del loro mondo natio, dove un tempo erano felici e da cui erano stati costretti ad emigrare a causa della persecuzione di un popolo di scimmie che si stava evolvendo, muovendo guerra a tutte le razze concorrenti. I neanderthaliani subirono persecuzioni e genocidi fino allo sterminio totale, mentre loro si rifugiarono oltre gli oceani, in una terra diversa da cui l’ homo sapiens stava seguendo la sua naturale vicenda verso l’evoluzione civile.

Minati nelle fondamenta, forti della tecnologia a loro disposizione, “Quelli di prima”, gli Offanin, presero la via delle stelle, diretti, secondo i calcoli dei loro più potenti calcolatori, verso un nuovo mondo dove poter vivere in pace.

Ora purtroppo erano stati ripetuti gli stessi errori e la via del ritorno pareva la più praticabile, vista l’impossibilità di trovare un altro pianeta di classe “M” disabitato e pronto a ospitarli.

Avevano messo a punto un sistema di viaggio senza intoppi.

Clonarono i loro ceppi in un vettore parassitario simile a un verme, il quale sarebbe sopravvissuto all’immane esperimento che stavano per attuare.

Maida Rizzo vide attraverso gli occhi di Raziel il veicolo che li trasportò via dal loro mondo, una specie di vettore cronodimensionale, in grado di viaggiare nel tempo e nello spazio, utilizzando il salto iperspaziale. Unire i due punti deformando lo spaziotempo, come piegando un foglio a metà, i due vertici più distanti diventavano coincidenti: così fecero, fu l’apice della loro tecnologia, i vermi vennero infusi con i geni clonati e potenziati di cinque di loro.

Raziel, di cui ora lei deteneva la sostanza; Gabriel, il leader indiscusso dotato di capacità mentali superiori alla media; Dikarnossa, lo scienziato del gruppo; Akatriel, il biologo; e Sandalfon, il medico.

La navetta venne lanciata su un binario sotterraneo lungo alcuni chilometri, infondendo l’energia geotermica del sottosuolo, presente in abbondanza per tutte le esigenze.

Videro la realtà deformarsi durante il breve tragitto, le molecole decomporsi e in un lampo sparire.

Riapparvero in una zona innevata, producendo un impatto simile a una esplosione, incenerendo la vegetazione nelle vicinanze e spaventando gli animali.

Accorsero quasi subito alcuni umani, i quali tentarono di prestare i primi soccorsi.

Non sapevano che il contatto diretto con loro avrebbe aperto il diretto attecchimento invasivo del parassita da un altro mondo, seppure quello dei loro fratelli di molti secoli addietro.

I nuovi arrivati s’impadronirono degli umani, accorgendosi da subito della natura bellicosa e fraudolenta dell’uomo.

Fuggirono, passando di corpo e in corpo, memori di non avere molto tempo per mandare il segnale convenuto, che avrebbe dato origine all’esodo spaziotemporale di massa di tutta la loro stirpe.

Furono catturati da una spedizione scientifica, che stava svolgendo in quei luoghi un protocollo di ricerche.

Scoprirono i parassiti e vollero fare altri esperimenti: non potevano permetterlo, non erano cavie da laboratorio.

Infettarono alcuni e uccisero gli altri, mentre cercavano di trovare il sistema per produrre il segnale di cui avevano bisogno.

Fu allora che uno dei superstiti riusci a fuggire nel gelo della taiga: avrebbero saputo più tardi che si era messo in salvo, anche se c’era mancato un pelo per morire assiderato.

Non venne creduto ma, convinto della bontà delle proprie esperienze decise di fondare il Consorzio, un organismo paragovernativo in grado di occuparsi – secondo quello che Raziel era riuscito a capire – della minaccia aliena, eliminandola nel più breve tempo possibile.

Era il 1914, secondo il calendario del luogo.

Il livello tecnologico raggiunto non permetteva assolutamente di inviare il messaggio convenuto, ma i Daeva presero la solenne decisione di combattere il Consorzio e di tentare una reale e pacifica convivenza con i terrestri, loro lontani fratelli.

Ora il momento era arrivato, che al Consorzio piacesse o meno.

Presto i Daeva sarebbero ritornati sulla Terra.

Maida Rizzo, ora diventata Raziel, avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere per realizzare questo sogno, la discesa di una fratellanza aliena dalle terre bruciate dove brillavano due soli malati, prima che anche l’ultimo sopravvissuto del loro piano trovasse prematuramente la morte.

Nei pensieri di Raziel, vi era posto solo per l’ottimismo e la risolutezza, ci sarebbero riusciti a qualunque costo.

***

Nella stanza a vetri del palazzo delle Nazioni Unite, la donna in abiti eleganti si era assentata dal ricevimento indetto per la raccolta fondi per i Paesi cosiddetti in via di sviluppo.

Non fu sorpresa di trovare il signor Baruch ad attenderla, il quale provò un sincero tuffo al cuore vedendola in abito scuro lungo, con le spalle scoperte e il seno messo in evidenza da un’apertura maliziosa ma non volgare.

La donna si diresse al bar e prese due bicchieri di ottimo vino bianco frizzante, ne porse uno al nuovo ospite il quale lo degustò lentamente, mentre passava in rassegna le labbra carnose della donna, i capelli biondi tagliati alla maschile, che incorniciavano un viso da elfo davvero dolce ma risoluto.

«Abbiamo fallito, madame Kristeva. Ci hanno teso una trappola e a farne le spese è stato il dottor Occam. Ora siamo punto daccapo, dobbiamo ricominciare le ricerche e trovare gli alieni, ne abbiamo individuati due dei più forti, ma mancano all’appello gli altri tre».

«Bene, signor Baruch. Confido nella sua sapiente organizzazione. Dal canto mio, ho fatto mettere a punto un sistema di rilevazione satellitare avanzata, in orbita con l’ultimo vettore a disposizione. E’ costato una fortuna per i contribuenti, ma sono i soldi meglio spesi degli ultimi tempi. Ho fatto sincronizzare la visione con i vostri occhiali, potrete individuarli anche in mancanza di contatto visivo, in un’area molto ampia» rispose madame Kristeva, sorseggiando il suo vino e servendosi una tartina al burro e caviale, che trovò particolarmente di suo gusto.

«Bene, madame Kristeva. Allora diramo l’ordine di dare inizio all’operazione Falcon. Il momento è giunto finalmente, vorrei che Occam fosse qui per darci una mano, maledizione» imprecò in spagnolo il signor Baruch.

«Ma il signor Occam è proprio qui con noi, avevo preso delle precauzioni in caso che le vostre vite andassero incontro a una fine prematura» compose un numero con il suo cellulare che trasse fuori dalla sua pochette nera e brillanti.

Dalla porta apparve la figura imponente del dottor Occam. Il signor Baruch non riusciva a credere ai suoi occhi, era rimasto con la polizia e il medico legale, mentre cercavano di identificare i resti della persona vittima di un delitto efferato e inspiegabile.

«Ma come…?!» proferì Baruch.

«Le ricerche del dottor Tesla sulla robotica prima che si dedicasse anima e corpo all’attività di caccia del Consorzio sono all’avanguardia, nessuno ne sa ancora nulla e per il momento ho posto il top-secret a tutto il progetto. Le presento un androide di prima generazione, modellato secondo le fattezze del signor Occam e costruito con una nuova lega in polimero, che abbiamo chiamato Cavorite, alimentato dalla nuova energia microatomica, sicura al millesimo. Inoltre la mente di Occam, il quale si era sottoposto volontariamente al trattamento già tempo addietro, è stata digitalizzata e immessa nella memoria positronica del chip dell’androide. E’ lui, anche se, per un motivo o per l’altro, ci è stato impossibile per ora restituirgli le emozioni. Contiamo di raggiungere presto questo risultato» affermò madama Kristeva.

«Semplicemente stupefacente. Sono felicissimo di rivederti, Occam. Ero certo che non potessero averti fatto fuori cosi semplicemente, quei maledetti. Bentornato in squadra» disse il signor Baruch.

«Anche per me è un piacere rivederti, desolato di averti procurato tanti problemi, mi metto all’opera per dare inizio all’operazione Falcon, i tempi stringono ma seguiremo una tabella di marcia sistematica. Con il vostro permesso, mi ritiro per organizzare» disse con voce incolore il cyborg Occam.

«Vada pure, dottor Occam, io mi trattengo col signor Baruch, intanto dia inizio all’operazione e si assicuri che il satellite Elucidarium sia in orbita e sincronizzato con tutti i nostri sistemi di ricerca e individuazione entro quarantotto ore» ordinò madama Kristeva.

Il cyborg si congedò con un mezzo inchino, mentre madama Kristeva conduceva con un gesto delicato il signor Baruch nel proprio alloggio privato alle Nazioni Unite.

«E’ impressionante vedere una tale opera di ingegneria robotica, sono felice che lo abbiate salvato. E’ vero, le precauzioni non sono mai troppe, non per nulla il Consorzio usa solo nomi in codice per i membri, mutuandoli spesso dalla filosofia, dalla letteratura o dalla scienza. Una scelta azzeccata, a parere mio, nessuno lo aveva mai fatto prima di noi. Comunque ancora complimenti per l’ottimo progetto Falcon, ci permetterà finalmente di mettere la parola fine ai Daeva o come si chiamano e penso che anche l’uso di cyborg come il povero Occam saranno determinanti nella buona riuscita della nostra lotta serrata. Come lo avete programmato?».

«Risponde alla programmazione delle tre leggi della robotica, messe a punto algoritmicamente dal dottor Asimov ancora mezzo secolo fa; per ora non siamo riusciti ad elaborare la legge Zero, che lo renderebbe capace di provare emozioni ed empatia, ma ci stiamo lavorando. Ora la prego, le voglio offrire qualcosa nel mio alloggio» disse madama Kristeva.

Il suo alloggio era una camera di lusso, con letto e materasso ad acqua, lenzuola di seta, mobilebar accessoriato come una navetta spaziale, televisore a parete, un computer di ultima generazione, e un’immensa porta finestra.

«Bene, cosa mi doveva dire in privato, madama Kristeva?»: il signor Baruch non terminò la frase che si ritrovò buttato sul letto dalla spinta di madama Kristeva, la quale lo spogliò violentemente baciandolo prima sul collo forte e poi sul petto villoso, strappandogli gemiti e mugolii.

«Era da molto tempo che avevo notato un suo interesse per me e stasera non ho saputo più aspettare che si decidesse ad invitarmi a cena e poi nel suo letto, come credo avesse pensato. Spero di non averla ferita nel suo orgoglio maschile» disse madama Kristeva, mentre sbottonava i pantaloni del signor Baruch, togliendogli poi gli slip.

Fare sesso con la fondatrice non era nei suoi progetti, ma la stanchezza prese il sopravvento e si lasciò andare a tutto quando lei si tirò su il vestito, mettendo in mostra la sua intima nudità, non rasata come avrebbe potuto pensare, la quale avvolse il suo intimo come un guanto di velluto, iniziando un movimento di va e vieni che gli tolse il fiato e qualsiasi tentativo di protesta. Lei gli prese le mani e si fece strizzare le tette e i capezzoli, mentre conduceva questa giostra di sesso, alla quale lui si era abbandonato.

La bocca di Kristeva si agganciò alla sua, cercando la sua lingua in un gioco che gli fece perdere completamente qualsiasi connessione, riempendola poi di fuoco fino alla gola.

***

Madama Kristeva sorseggiava vino mentre completamente nuda osservava la città dall’alto del suo alloggio. Incurante che potessero vederla o meno, anzi eccitata da tale possibilità, sorrideva ripensando a tutta la vicenda.

Posò gli occhi sul suo meraviglioso amante di questa notte, avevano appena rifatto sesso e lui le aveva ancora donato il suo meraviglioso e nutriente seme, ancora ne sentiva il sapore sulle labbra carnose.

Massaggiandosi un poco il fondoschiena alto e sodo, reduce da una sessione altrettanto interessante portata a buon compimento, sorrise fra sè, soddisfatta di aver portato sulla buona strada il compimento della sua reale missione.

Immaginava adesso il parassita che aveva invaso le cellule corporee del signor Baruch, a sua totale insaputa.

Presto, avrebbe dovuto affrontare troppe questioni complesse, aveva bisogno di altri fedeli pronti alla causa.

Il suo compagno reale, Izrail, ormai si era impossessato di Baruch, avrebbe dormito dentro di lui, pronto a spiare ogni mossa e a riferirla soltanto a lei.

Perché anche dentro di lei dormiva il parassita, venuto fuori abilmente al momento giusto, quando aveva avuto le prime notizie del ritrovamento dei primi due Daeva maledetti.

Avevano ucciso la sua famiglia, sterminato la sua gente senza alcuna pietà, reso inabitabile il loro mondo con armi di distruzione di massa, realizzando una mutua distruzione assicurata. A nulla erano valse le proteste, gli scioperi, i sit-in non violenti, le proteste al Concilium. Gli eserciti si erano fronteggiati e la sua gente, gli Asura, avevano avuto decisamente la peggio, non potendo trovare nemmeno la possibilità di rifugiarsi sottoterra.

Rimasti davvero in pochi, covando rancore per tutto quello che avevano sopportato, trovarono il modo di entrare nel mondo sotterraneo dei Daeva, a costo della vita. Alcuni s’intrufolarono segretamente, riuscendo a carpire i segreti più grandi, come quello del trasferimento di alcuni di loro sulla Terra, il comune pianeta originario.

Una riunione dei pochi superstiti degli Asura decise in un millisecondo il fato di un’intera stirpe.

Utilizzando le stesse conoscenze degli odiati bastardi, i loro scienziati crearono in tempo i parassiti da inserire in segreto nell’arca cronodimensionale, costruita in ricordo della prima esperienza, prima di emigrare in altri mondi.

Uno di loro riuscì nel difficilissimo intento di inserire i parassiti Asura in modo che non potessero essere rilevati dai controlli di routine: ebbe successo e fu presente quando il capo Asya dei Daeva premette il pulsante rosso.

Quando arrivarono, non attecchirono al cervello umano, come per i parassiti Daeva, ma con il DNA mitocondriale; una scelta operata sapientemente dal genio asuriano Nakir, in modo che non ci fossero rischi per loro una volta giunti alla meta.

Attraverso mille spostamenti, controllando sapientemente e inconsciamente i loro ospiti, lei era giunta nel corpo del capo del Consorzio, prendendone possesso un poco alla volta.

«Rid-wan, hai fatto un ottimo lavoro» disse rivolta alla sua immagine riflessa nel vetro. «Mai e poi mai permetterò che i bellicosi Daeva trovino ospitalità e prosperità sulla Terra. Salverò gli abitanti dalla loro minaccia e in secondo luogo permetterò alla mia gente di salvarsi, mescolandosi insieme ai terrestri ma senza una colonizzazione massiccia, molto discretamente e senza colpo ferire. Gli esseri umani sono impreparati alle invasioni silenziose mentre i Daeva avevano annunciato anche troppo il loro arrivo. Se quel maledetto scienziato non fosse morto, ora ci sarebbero stati meno problemi. Ero certa che il Consorzio non sarebbe mai riuscito a fermare i Daeva me io e i miei compagni, dislocati in luoghi strategici e sotto totale copertura, sappiamo anche troppo bene come fare. Ce l’avremmo fatta. Per il popolo Asura sarebbe stato l’inizio di una nuova e felice esistenza nel tepore della madre Terra. Per i Daeva, no».

I rumori della strada salutarono il corpo nudo di Rid-wan, che un tempo era stata madame Kristeva, mentre sorseggiava soddisfatta il vino in attesa che arrivasse l’alba e il satellite fosse portato in orbita dal razzo vettore.

Era l’inizio dell’operazione Falcon.

(*) Il primo asterisco è una spiegazione. Il martedì in blog non è di solito dedicato ai racconti ma Melodia mi ha annunciato che il previsto saggio (saggetto? saggione? s’aggia-a-fà?) oggi non sarebbe arrivato: «ho portato il mio pc dal medico; sta parecchio male, il dottore pensa sia dovuto non tanto a un virus quanto all’età e all’uso promiscuo, oltre al fatto che ormai Windos Xp sta tirando gli ultimi in tutti i sensi. Consiglia di rottamarlo e se possibile passare a sistemi operativi open source più stabili e meno soggetti a usura, errori e quanto altro. Quindi ti mando per questo martedì un raccontino gagliardo che spero possa piacere».

(**) Il secondo asterisco è un alleluja. Finalmente è disponibile in e-book da GZ editore «Canto l’uomo d’acciaio», il libro del vostro «astrofilosofo» preferito (uno dei pochi in questo segmento di galassia?): costa poco, ha una magnifica copertina e un mucchio di qualità che martedì prossimo vi illustrerò. Intanto se volete acquistarlo o curiosare ecco il link su ultimabooks
http://www.ultimabooks.it/canto-l-uomo-d-acciaio
e su bookrepublic
http://www.bookrepublic.it/book/9788898376018-canto-luomo-dacciaio/

 

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