Com’è verde Leiber, com’è…

matto Leiber, com’è breve-bravo Leiber

FritzLeiber

«Una volta, quando per un istante tutte le molecole del mondo e dell’inconscio collettivo diventarono molto scivolose, sicché…». Vi incuriosisce? Ci credo, anche perché il racconto si chiama «Rump-Titti-Titti-Tum-Ta-Ti» ed è all’altezza dell’inizio e di quella… frase musicale che fa da titolo (o forse da tritolo…).

Oppure sentite questa: «Il coraggio è come una palla, figliuolo. Uno può tenerlo in mano per un po’, poi deve lanciarlo a qualcun altro. Quando arriva da te, devi afferrarlo e stringerlo forte e sperare di avere qualcuno a cui rilanciarlo, quando ti sarai stancato di essere coraggioso». (Lo trovate in «Un secchio d’aria»)

Questo invece è l’inizio di «Che cosa sta facendo lì dentro?», un bel titolo per una storia più leggera di altre: «Il Professore si stava congratulando col primo visitatore di un altro pianeta per avere avuto la saggezza di incontrarsi con un antropologo culturale prima di mettersi in contatto con altri scienziati – o col governo, che il cielo non volesse! – e per avere…».

Sentite qua: «Da quando il viso e il corpo femminili sono stati banditi dai cartelloni americani, le lettere dell’alfabeto pubblicitario hanno cominciato a formicolare di sesso: la B maiuscola col ventre gonfio e i grandi seni, la lasciva doppia O» (Siamo nel dolorosissimo quanto bello «Le maschere»).

Vado avanti? Potrei scrivere, cioè scopiazzare, per ore… O invece vi dico in che scrigno sono celate queste e altre meraviglie? Con la miseria di 7,50 euri andate in edicola e vi portate via le 450 pagine dell’Urania-Millemondi con la opportuna ristampa di 15 racconti (le traduzioni sono del grande Vittorio Curtoni) più un romanzo breve (tradotto da Delio Zinoni) di Fritz Leiber riuniti sotto il titolo di «Il libro dello spazio». Presto ci sarà un seguito, insomma un’anto-Leiber bis.

Il romanzo è un bel po’ sotto la media dei racconti: ha un inizio splendido ma poi si perde in un ripetitivo stile «i cattivi ci hanno preso ma noi scappiamo però loro ci ri-acchiappiano e allora noi fuggiamo di nuovo»; che in mezzo a questa noia ci siano battute splendide allenta il tedio ma dopo aver goduto per le meraviglie dei racconti ci si fa l’idea che Leiber non regga… la lunghezza. Questa almeno – che “l’amico Fritz” funzioni meglio nel breve – è la mia opinione, pur con un paio di eccezioni (recensite qui in bottega fra l’altro) a confermare la regola. Non sto dicendo che «Il verde millennio» sia brutto – se poi siete gattofile/i… è imperdibile – ma che il resto è assai meglio.

Che si avventurasse sulla fantascienza classica o inventasse un “altro” Egitto e/o scivolasse fra horror e fantasy, c’erano temi particolarmente cari a Leiber (morto nel 1992). La pazzia degli Usa a esempio, protagonista del primo racconto – «Sanità mentale» appunto – che reincontrate a pagina 296 in una perfida/geniale sintesi. C’è anche un colore, il verde, che Leiber amava visto che non solo il romanzo ma anche due racconti che trovate qui hanno questa parola nel titolo.

Influenzato dalla “saggia” pazzia di Leiber, pensavo – cioè deliravo – che almeno due fra i racconti di questa antologia potrebbero essere usati per qualche strana (ma necessaria) selezione. A esempio «Cercasi nemico» è perfetto per essere l’ultimo esame “teorico” per i militanti di Greenpeace o delle Peace Brigades prima di passare all’azione; o forse per essere “bocciati”. E l’altro… Ma no, l’altro ditemelo voi. Chi vuol giocare con me? In premio un libro in tema. Vi aspetto allora?

Concludo (ma attenzione al PS) parafrasando inevitabilmente Leiber: «Non avete ancora capito – ci dicono – in che mondo vivete? E noi rispondiamo: Oh sì che lo abbiamo capito ma è il mondo che non lo ha capito».

PS: l’eccellente notizia è a pagina 10, fra le righe dell’introduzione: Giuseppe Lippi annuncia che nelle uraniane ristampe “Millemondi” con i migliori racconti brevi toccherà dopo Fredric Brown e Robert Sheckley (già uscite) e appunto Leiber, to-to-toh-toccherà – arpe, trombe, sax, tamburi, violini si scatenino – ad Arthur Clarke, ad Alfred Bester e a James Tiptree jr, beffardo pseudonimo di Alice Sheldon. Con tutto il rispetto per Clarke e gli altri, mi sembra che la notizia più festeggiabile sia la ristampa delle storie ormai introvabili (ci saranno anche un po’ di inediti?) di Tiptree-Sheldon. Lo dico con il sopracciglio alzato perché già varie volte Urania ha annunciato che avremmo avuto tutti i racconti di Theodore Sturgeon… e siamo ancora qui come in quel testo di Samuel Beckett ad aspettare un Godot, anzi una goduria, che non arriva.

 

 

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Daniele Barbieri

    Dimenticavo questa (a pagina 283):
    «Nessuno di noi muore dalla voglia di lavorare […] Quando usiamo il motto “per aspera ad astra” sostituiamo “asparagus” ad “aspera”…»
    E fra le tante, sul versante psik, questa (pag 219) addirittura incorniciata:
    «La noia della sicurezza e il peso morto della perfezione favoriscono le aberrazioni anche più del disordine e della paura».
    D’accordo, mi fermo.

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