Consigli per attivisti digitali

di Maria G. Di Rienzo

(yeah, for dull crickets!)

1. La cornice. Aver terminato con successo le scuole elementari non è necessariamente indice di connivenza con la “casta”. Se qualcuno nota nei vostri commenti o post errori di grammatica, ortografia e sintassi aprite un dizionario o un testo scolastico e verificate, prima di rispondere con una valanga di insulti accoppiati a «Come osi calugnarmi?» e «Non permetto a chicche sia». Anche il più mite «Mi capita perché avvolte scrivo in fretta». è sconsigliato. (Nota: non mi sono inventata nulla, riporto la punta dell’iceberg di vaccate che ho accidentalmente letto.)

2. I contenuti. Quando qualcuno fa una domanda diretta su un argomento, se sapete rispondere fatelo stando sul merito, altrimenti andate a giocare a mahjong. Chi posta cinquantasei link con la dicitura snob: «Lo avevamo previsto» non sta sul merito. Chi intona la filastrocca «Ah ecco, siamo dei demoni, abbiamo le corna e puzziamo di zolfo, sì, continuate a buttare fango…» non sta sul merito. Chi attacca la persona che ha fatto la domanda (e risparmio alle lettrici/ai lettori le sconfinate volgarità e imbecillità delle aggressioni verbali) non sta sul merito. Perché dovreste farlo? Perché anche voi, quando chiedete a che ora parte il treno per Venezia, non volete sentirvi rispondere «Oggi le patate sono in offerta a cinquanta centesimi al chilo»-

3. Forse non tutti sanno che… dare del «letame», dello «zombi», della «faccia da culo» o della «puttana» a chiunque non la pensi come voi, sollevi un dubbio sulla santità del leader o faccia cose che non vi piacciono, non avrà l’effetto di convincere costoro della bontà delle vostre ragioni, ma vi etichetterà come perfetti ignoranti che ricorrono alla violenza verbale perché non hanno altre frecce al loro misero arco. La violenza, in tutte le sue forme, può costringere le persone a fare o dire cose in cui non credono affatto, ma non li converte automaticamente in neofiti compagni di chi quella violenza esercita. Altrimenti, la maggior parte di noi consisterebbe ancora di servi della gleba e ogni rivoluzione politica sarebbe morta prima di nascere.

4. Il caso F.S. Che ovviamente non è l’amica scomparsa di Guccini (anzi, a scanso di equivoci auguro lunga vita e felicità a ogni F.S. sul nostro pianeta). F.S., dopo aver preso in faccia una secchiata di insulti sessisti dal capo del suo “movimento”, si è accorta che il tal movimento si muove spesso come una setta (maschilista) e se n’è lamentata. Naturalmente le è arrivata addosso, a tambur battente, un’altra caterva di spazzatura e non solo dai suoi sodali: le è stato persino intimato, in tono sprezzante, di «non nascondersi sotto le gonnellone» (suppongo delle femministe) e di rendersi conto che quando «si aderisce ad un partito» e questo partito vieta i cotton fioc – la metafora non è mia, anche qui non sto inventando niente – allora si resta con le orecchie piene di cerume e si sta zitte. Voi sapete benissimo che non faccio nessuno sconto alle donne in quanto tali se agiscono in modi che io reputo indegni. Vedere qualcuna che si accorge di un problema solo quando ne è toccata di persona, anche se le avvisaglie erano presenti ben prima della sua vicenda, e che ancora non fa due più due (e cioè non richiama il suo gruppo di riferimento alla necessità di discutere sessismo, gender gap, violenza di genere ecc.), è in effetti irritante. Vorrei dire però qualcosa sul merito.

Innanzitutto, ho verificato nell’armadio e non ho “gonnellone”. Spero che questo non infici la mia identificazione come femminista. In secondo luogo, la giovane donna in questione non crede di aver aderito formalmente a un partito: il suo leader e gli altri nobili “attivisti” aborrono persino la parola in sé, e dichiarano l’intenzione di distruggere questa forma aggregativa della politica, ritenendo non che vi siano partiti “sbagliati” (per direzione, per attività, per scopi) ma che la forma in sé sia erronea e causi disastri. Perciò insistono a dire che loro sono un «movimento» e che il loro scopo è la «democrazia diretta»: nessuna di queste due condizioni imponeva a F.S. di seguire un rigido protocollo comportamentale, peraltro non indicato da alcun “non-statuto”. So che adesso il boss ha redatto le tavole delle legge, ma a rigor di logica non si applicano a posteriori. Nessuno è obbligato a offrire solidarietà che non prova, ma nessuno è neppure obbligato a raccogliere un cartoccio di ghiaia per aggiungere le sue pietruzze alla lapidazione. E alla scena dell’ostrakon, con i due fedelissimi al duce, pardon, al “portavoce” (di se stesso) che si allontanano da lei argomentando sul nulla, è difficile continuare a raccogliere ciottoli, perché la valenza dell’accaduto trascende quel che pensiamo della persona a cui è accaduto. Per quanto giudichiamo “piccoli” i personaggi coinvolti e banale il contesto, è comunque una scena da dittatura, ed è disturbante, violenta e preoccupante quanto le liste di proscrizione e i codici di condotta prodotti dallo stesso ambiente.

5 . Coerenza e congruenza. Democrazia diretta come ad Atene? Donne, schiavi e stranieri ad Atene non votavano neppure. Democrazia diretta elettronica? Ne restano fuori tutti/e quelli/e che non possono o non desiderano usare un pc, quindi un bel po’ di anziani, disabili, poveri. Democrazia diretta a partire da un leader maximo che detta le regole della democrazia diretta? Ascoltate, gente, non sono sicura che i dummies siano quelli che non vi capiscono.

BREVI NOTE

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011.

Aggiungo che il mahjong è un antico, complesso e appassionante gioco cinese che è diffuso in alcune zone d’Italia ma misteriosamente ignoto in molte altre. Magari se ne riparlerà.

Quanto a Beppe Grillo sollecito il mio fratellino, ex “attivista” che si allontanò quasi subito dalle “cinque stelle”, a vincere la pigrizia e raccontare (qui in blog) la sua esperienza dall’interno. Ah, per chi non sa l’inglese: dummies sta per “negati”; quanto all’iniziale “dull crickets” credo – non sono anglofono – indichi gli stupidi non sportivi. (db)

 

Redazione
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Un commento

  • Ecco le brutte figure che fa un non anglofono (io) a spiegare l’inglese. A parte che dummies viene tradotto più spesso come “deficienti” c’era invece un doppio senso bellino, che io non avevo capito, perchè crickets significa anche grilli: la pappardella proposta dal patron del “movimento” si chiamava “Grillo for dummies” e perciò Maria ha redatto i suoi consigli intitolandolo “for dull crickets” ovvero “per grilli ottusi” … oppure (giocando ancora e usando un toscanesimo) “per grilli grulli”. (db)

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