Consumatori lavorati – Lavoratori consumati

Steve Jobs è morto prima di diventare troppo vecchio e andare, per natura, contro un modello di modernità e nuovo che tanto affascina. È morto nel mito del vecchio hippy che in gioventù si è strafatto di acidi e, con la maturità, ha realizzato le sue visioni. È entrato nel mito della nuova economia, fatta di idee brillanti, beni relazionali molto leggeri e dal design sofisticato.

Il sogno del nuovo mondo, liberato dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, un mondo dove chi ha fantasia e coraggio ce la farà. Per mantenere questo mito si sbragano giornali e tv, tanto da convincerci che non sia nemmeno più necessario andare in pensione viste le nuove e ottimali condizioni di lavoro. E ci spiegano anche che fare lo stesso lavoro è un po’ monotono, se la Apple lancia ogni anno un prodotto di successo perché un comune mortale non può cambiare semplicemente lavoro ogni anno?

È strano ma il capitale riesce a fare suo qualsiasi prodotto della controcultura che pare fruttuoso. Gli acidi avevano già trasformato le pubblicità, i video musicali, anche l’immaginario cinematografico. Il loro sogno era stato ben presto commercializzato nel marketing, nelle forme della comunicazione di massa, o della propaganda se vogliamo recuperare un termine gramsciano. Le immagini caleidoscopiche, i colori brillanti e le musiche distorte non si trovano più nei concerti underground ma in tutte le pubblicità, anche nelle sigle dei tg.

Anche i rituali di gruppo, stile balletti nel parco nel film Hair, a quanto pare sono stati ripresi e riveduti. Così nel megastore della Apple di Roma, poco più di una settimana fa, i commessi, tutti giovani come i prodotti che vendono, si sono prodigati in un balletto di gruppo per accogliere i clienti. Un trattamento stile crociera o villaggio turistico, quei luoghi che riproducono come fotocopie comportamenti che servono a far sentire unici i clienti. I posti tanto romantici e particolari in cui i turisti si fanno fotografare su suggerimento degli inservienti, quel particolare gioco, l’operatore che si era proprio affezionato a noi. Insomma tutta una serie di prodotti uguali identici ma che riescono a farci sentire unici. Così anche il balletto dei commessi e delle commesse alla Apple. Un balletto per far entrare i primi clienti con un’accoglienza personalizzata, farli sentire unici, altrimenti come riuscire a fargli credere che sono unici facendogli acquistare un prodotto di massa, riprodotto in milioni e milioni di copie identiche che contengono gli stessi identici software e che, se considerassimo il loro reale valore, costerebbero un 20€?

In questi negozi si incontrano due particolari categorie: i consumatori lavorati e i lavoratori consumati. I consumatori lavorati dalla propaganda pronta a vendere miti a prezzi quasi abbordabili, a farceli passare con servizi giornalistici e documentaristici sempre più simili a format pubblicitari. Un consumatore che viene identificato come target, termine guerriero che indica il nemico da annientare, qui il pollo da spennare ad ogni costo. Dall’altra il lavoratore consumato, il lavoratore che deve essere propositivo all’interno dell’azienda, se non ha nuove idee meglio che se ne vada perché si sta annoiando. Il lavoratore che deve sentirsi parte del brand dell’azienda, deve rispettarne l’immagine pubblica e venerarla come fosse la sua famiglia, anzi di più. Il lavoratore che non deve chiedere ai sindacati perché nessuno meglio dei suoi superiori, ops amici, sa cosa sia meglio per lui, se va dai sindacati è perché non ha fiducia e se uno non ha fiducia è meglio che se ne vada. Quel lavoratore che deve essere abbastanza giovane da poter essere assunto con i contratti più strani e i costi più bassi, flessibile a 90° in entrata, e pronto ad essere licenziato appena viene a costicchiare un po’ di più, flessibile a 90° in uscita. Quel lavoratore che deve dire addio alla pensione perché si è sempre giovani.

Ovviamente chi decide tutto ciò è un genio e quindi è naturale, lo diceva anche Darwin, che guadagni almeno un 400 volte più del lavoratore. È naturale che ci governi e ci dica che sacrifici dobbiamo fare. È naturale che ci costringa ad allenarci per fare balletti di gruppo oltre l’orario di lavoro e ci licenzi il giorno dopo il balletto per ridimensionare il personale vista la nuova situazione, giusta causa ragazzi, non incazzatevi, sicuramente è stata un’esperienza che vi servirà e non dimenticherete.

Così anche la droga, le porte della percezione, divengono una questione di classe: chi se la fa buona in festini protetti dalle forze dell’ordine e chi se la fa cattiva, per sopportare, prima di entrare a fare un lavoro di merda rischiando di farsi ritirare la patente e di finire in galera. Finito il lavoro, poi, si trasforma in consumatore lavorato e va a cercare il suo negozio aperto, magari la festa che è più comodo, per acquistare anche lui un pezzetto di un mondo da sogno in cui chi si fa gli acidi non finisce in galera ma sulla prima pagina del Times. La solita vecchia storia della vittima che si riconosce nel carnefice, quello stesso processo che funzionava nei campi di sterminio per tenere buone milioni di persone prima di gasarle, il solito vecchio giochetto, la solita vecchia merda servita con un design accattivante.

Rom Vunner

2 commenti

  • Una delle sintesi più belle che ho potuto leggere in questi giorni. Null’altro da aggiungere se non che “ci prendono prima per fame e poi per fessi”. E non solo la Apple…

  • concordo con il commento di Fabio qui sopra: un’eccellente analisi, cupissima purtroppo ma vera.
    Sullo specifico punto delle droghe passate da “paradisi artificiali” a efficace aiuto alla produzione regna un silenzio agghiacciante: rimando a una bella inchiesta di Loris Campetti su “il manifesto” (nel 2008, se la memoria non mi tradisce) e a un libro di Francesca Coin che trovate recensito qui in blog con il titolo “lavoro da pazzi, droghe a go-go” (db)

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