Cop 25: la lobby del nucleare…

nel gioco della transizione energetica

di Giorgio Ferrari (*)

La via fin qui tracciata dalle conferenze sul clima in 25 anni, somiglia molto a quelle dell’inferno che, secondo il vecchio adagio, sono lastricate di buone intenzioni. Per questo nessuno si aspetta novità significative dalla COP 25 in corso a Madrid, tant’è che l’attenzione dei media (e non solo) è più rivolta a cosa dirà Greta Thunberg che ai risultati della conferenza. Tuttavia non escluderei che le cose possano andare diversamente, ma in peggio: che nella fattispecie vuol dire rielaborare le contraddizioni poste dai cambiamenti climatici in chiave sviluppista.

Non c’è dubbio che se oggi si discute del futuro del mondo è per merito di quella miriade di giovani che si stanno mobilitando dappertutto, ma l’aver sposato acriticamente le conclusioni del IPCC, e cioè che il nemico principale è l’emissione di gas in atmosfera, può divenire preda di rinnovati interessi speculativi, primo fra tutti quello della lobby nucleare.

L’obiettivo di azzerare le emissioni nel 2050 dovrebbe tradursi in pratica nella realizzazione su scala globale del “modello tutto elettrico” (così lo definimmo 40 anni fa); ovvero fare in modo che gli usi finali dell’energia (trasporti, riscaldamento, etc) siano quasi esclusivamente di tipo elettrico e con l’elettricità prodotta senza combustibili fossili.

Ciò necessita di una enorme crescita della potenza elettrica disponibile che implica il rilancio dell’energia nucleare . D’altra parte il modello “tutto elettrico” presuppone la realizzazione di una rete elettrica capillare in grado di sostituire per funzione e diffusione quella che, per esempio, è la rete dei combustibili nel settore trasporti. Il che significa cablare città e reti autostradali con costi elevatissimi che solo una parte del mondo sviluppato può affrontare.

Strategicamente il “modello tutto elettrico” ingloba anche le esigenze prospettate dalla IV rivoluzione industriale basata sull’ automazione (e quindi elettrificazione) di settori importanti della produzione e distribuzione di merci e della erogazione di servizi, su cui sta investendo una parte del capitale finanziario internazionale e numerose multinazionali.

Così, sull’onda delle sacrosante preoccupazioni per gli effetti dei cambiamenti climatici, la WNA (World nuclear association) ritiene necessario che nel 2050 l’apporto del nucleare salga al 25% del totale elettrico (1000 Gwe, cioè 1000 centrali da 1000Mwe ciascuna) facendo leva su queste considerazioni:

– l’energia nucleare si assume tutti i costi del ciclo produttivo (decommissioning e trattamento rifiuti) mentre ciò non è richiesto ad altre fonti che usano l’atmosfera come discarica, ma nemmeno alle rinnovabili cui non è imposto di smaltire gli impianti a fine vita:

– l’energia nucleare previene molte migliaia di morti causate ogni anno dall’inquinamento dell’aria da fonti fossili che per di più godono di sovvenzioni che l’energia nucleare non ha;

– l’energia nucleare è svantaggiata rispetto ad altre fonti a causa delle diverse normative nazionali che la regolano. Ci vuole quindi una licenza standard valida internazionalmente.

A parte il tenore propagandistico, queste argomentazioni rischiano di fare breccia se la questione del “futuro” che ci aspetta è circoscritta alle sole emissioni in atmosfera. Tanto è vero che nei giorni scorsi il parlamento europeo, proprio in vista della conferenza di Madrid, ha approvato due risoluzioni: una contiene la dichiarazione di stato di emergenza climatica e ambientale (come richiesto dai movimenti) e l’altra “ ritiene che l’energia nucleare possa contribuire al conseguimento degli obiettivi in materia di clima in quanto non produce gas a effetto serra e che possa altresì assicurare una quota consistente della produzione di energia elettrica in Europa”. Da sottolineare che in una precedente votazione sulla stessa risoluzione era stato bocciato un pronunciamento della commissione ambiente che chiedeva l’abbandono del nucleare.

Forse c’era da aspettarselo visto che ne gli scienziati né i movimenti (salvo qualche eccezione), si sono pronunciati contro il nucleare e questo è accaduto perché tutta l’attenzione è stata posta sugli effetti ultimi dell’inquinamento (riscaldamento) e non sulle sue cause originarie, postulando così una “transizione energetica” dentro lo stesso modello di sviluppo.

Il rischio è che la fusione del concetto di sviluppo sostenibile con le idee liberiste si presenti, da un lato, come il tentativo di una parte del capitale di uscire dalla crisi rilanciando un ciclo di “accumulazione sostenibile” e dall’altro come possibile incorporazione dei movimenti sociali e ambientali in un nuovo blocco egemonico.

Se nel secolo scorso si ragionava dei limiti dello sviluppo (Il club di Roma, 1972) e delle disuguaglianze che quello sviluppo aveva creato (Rapporto Brandt, 1980) oggi non si va oltre l’esposizione di fenomeni sintomatici che affliggono il pianeta, senza troppo curarsi dell’umanità che lo abita. Si parla molto di giustizia climatica e assai meno di giustizia sociale; alla centralità della politica si preferisce la centralità della scienza, ma poi si finisce per dare ancora credito all’inveterato ossimoro dello sviluppo sostenibile.

Vero è che la politica ha deluso anche le più tiepide aspettative e che i politici sono risultati falsi e bugiardi come gli antichi dei, ma attenzione a fare degli scienziati i custodi del nostro futuro perché anche loro hanno contribuito a renderlo incerto in nome del progresso e della ragione, che però si è rivelata una ragione che non pensa, al pari della scienza di cui è figlia.

07.12.2019

(*) ripreso anche sul quotidiano “il manifesto” del 7 dicembre

LA “BOTTEGA” VI CONSIGLIA L’ultimo rapporto sul futuro (di Giorgio Ferrari) con 30 slides che mostrano i diversi approcci fatti – negli ultimi 50 anni – sul futuro del mondo

 

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