Covid-19: liberarsi dall’immaginario capitalista?

Intervista con Isabelle Stengers di Naïm Kharraz (*)

Isabelle Stengers, filosofa che studia la produzione del sapere, in questa intervista rilasciata all’Atelier des Droits Sociaux [sotto il testo originale, in francese] sviluppa il modo in cui l’immaginario capitalista mette in pericolo scienze, democrazia e ambiente. Spiega come quest’immaginario abbia potuto provocare risposte nate nel panico più assoluto durante la pandemia del Covid 19. E ci ricorda che è essenziale continuare a sviluppare la nostra capacità di immaginario solidale per contrastare ciò che provoca le catastrofi, oggi la pandemia e disastri ecologici futuri.

Durante il confinamento, tutta una serie di persone è stata dimenticata. Possiamo citare i-le lavoratori-trici del sesso, i senzatetto, i-le migranti… Questa dimenticanza é volontaria? È il risultato di un’ideologia? O questa dimenticanza è inevitabile in tutte le società organizzate come la nostra?

«Non credo affatto che sia un problema legato ad una società che possa rendere inevitabile qualcosa. Ci sono molti modi di costruire una società. Quello che è stato fatto ai nostri anziani per esempio, con il pretesto che erano vulnerabili, sarebbe del tutto inconcepibile in società più tradizionali, dove si rispettano gli anziani. E rispettarli non significa rinchiuderli. Ma in ogni caso penso che la parola “dimenticare” sia quella giusta perché questo confinamento deve essere capito partendo da una reazione di panico. E quando c’è panico, si dimenticano molte cose! Si reagisce sotto l’influenza di un’emergenza che impedisce di pensare. Questo panico che ci ha preso ci ha guidato in una situazione che ha ovviamente accentuato tutte le disuguaglianze sociali, tutti i rapporti di forza… In fondo, credo che abbiamo notato un’indifferenza per tutto ciò che non era correlato al mantenimento dell’ordine pubblico. E abbiamo capito che l’ordine pubblico sarebbe stato devastato se l’intero sistema sanitario fosse stato sopraffatto. Quindi i vulnerabili erano soprattutto coloro che minacciavano di creare lo scandalo del sistema sanitario – orgoglio di un Paese sviluppato – che crolla. Che questo avvenisse non si è voluto. Il resto sono conseguenze. E penso anche che non dovremmo parlare troppo di scelta deliberata, sarebbe far troppo onore a ciò che è stata questa situazione».

In termini di intenzioni, sia per ragioni politiche, e forse elettorali, alcune categorie di popolazione sono screditate, poco prese in considerazione? Abbiamo citato i senzatetto o le persone praticamente inesistenti per la politica.

«Faceva parte delle disuguaglianze sociali. Ci sono persone che farebbero meglio a non esistere… O anche persone che non dovrebbero esistere: si potrebbe quindi parlare dei moltissimi lavoratori al nero che sono stati totalmente mollati a loro stessi. La nostra società è molto dura. Tutti coloro che non sono registrati come dipendenti, come aventi uno statuto, cadono attraverso le maglie e attraverso delle maglie sempre più larghe. Quindi, in effetti, potremmo parlare di un calcolo, ma è una logica. Logica che, in fondo, fa prevalere una qualità amministrativa su dei diritti umani o dei diritti sociali».

Per tornare a questo confinamento, abbiamo anche visto che è stata una prova per molte persone. C’è stata molta violenza (specialmente all’interno della famiglia), disturbi mentali e isolamento anche per molte persone. Cosa rivela questa situazione sulle nostre società?

«Qualcuno potrebbe essere tentato di dire che l’isolamento accresce, intensifica alcune delle caratteristiche della natura umana: la violenza per esempio, i rapporti disuguali tra uomini e donne … Ma non ne sono così sicura . Secondo me, parla più dello stato sociale violento che stiamo già vivendo.

Per quanto riguarda la natura umana, va ricordato che gli esseri umani non sarebbero mai sopravvissuti per decine di migliaia di anni se non avessero una capacità altamente sviluppata di aiuto reciproco, solidarietà e cooperazione. Gli esseri umani sono nati sociali. Ed essere sociale significa essere sensibile alle reciproche esigenze, e non determinato da una competizione dove vince il migliore. Il migliore sarebbe rapidamente morto se avesse vinto contro gli altri. Quindi, sono piuttosto le nostre società che fanno prevalere questa logica di competizione tra individui. E credo profondamente che ciò si realizzi in una violenza contro la natura umana con un’intero marchingegno sociale volto ad insegnare alle persone ad essere egoiste e a pensare solo ai propri interessi.

Quindi ho l’impressione che se qualcosa mi parla della natura umana, sono soprattutto queste persone che in gruppo o individualmente si sono organizzate all’interno del confinamento per aiutare gli altri, per rassicurarli, per portare loro del cibo, per mettersi a cucire maschere che distribuivano a chi ne aveva bisogno … Qui, come per altro in tanti disastri, si è creata una capacità di organizzarsi in maniera solidale e per la solidarietà sotto il naso delle autorità pubbliche, che non si sono opposte ma che non hanno aiutato veramente.

La natura umana non mi parla di queste violenze sistematiche dei forti contro i deboli. Mi parla della violenza che costituisce l’isolamento, e non solo l’isolamento del confinamento, ma l’isolamento che mette l’individuo in condizione di dover riuscire per sé stesso, e guai ai vinti».

Notiamo che la pandemia ha generato una messa in dubbio crescente dei processi decisionali politici e scientifici. Cosa ti ispira questa sfiducia?

«Credo sia più che giustificata. Ma parlare di “processi decisionali”, scientifici o politici, è già far loro un complimento! Perché un processo è qualcosa che è pianificato, che si ramifica, che si sviluppa ecc. Credo che il confinamento – e forse anche il deconfinamento – possano essere messi sotto il segno di un certo panico. Quello che colpisce è che si sapeva cosa stava succedendo in Cina, si iniziava a sapere cosa stava succedendo in Italia. E per un po ‘ci siamo comportati come se se nulla stesse succedendo. Si ha ancora il ricordo dei passeggeri in arrivo a Zaventem, tutti sorpresi di non essere sottoposti ad alcun controllo sanitario. Ma si ricorda anche il momento in cui i politici hanno scoperto improvvisamente di non avere l’ attrezzatura e i materiali necessari come le mascherine per esempio!

Non parlerei di impreparazione, come se fosse contingente, come se fosse stata una sorpresa. Perché no, non è stata una sorpresa: l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva avvertito che le epidemie che diventano pandemie, erano il nostro futuro. Si tratta piuttosto di un’incapacità di pensare veramente con questa possibilità che qualcosa venisse ad arrestare la normalità delle cose, la routine della crescita … Ciò a cui abbiamo effettivamente assistito, sono le conseguenze di un idealismo. Quella del rifiuto di prendere sul serio ciò che avrebbe potuto mettere in discussione l’onnipotenza di cio’ che è considerata l’unica legittima fonte di azione e di pensiero, in questo caso, per i nostri leader, la logica del mercato e della crescita. Per cui, quando l’idealismo si trova improvvisamente di fronte a qualcosa da cui non può più sfuggire, è il panico! Si trattava quindi piuttosto di un crollo del pensiero dello Stato, del pensiero di chi ci governa. Con tutta la brutalità del “non sappiamo piu’ cosa fare, quindi fermiamo tutto!”. Con tutte le dimenticanze e le crudeltà di cui abbiamo parlato. Ma anche con la totale mancanza di fantasia. In effetti, l’idealismo dei nostri governanti, è un immaginario che fa la realtà, è il loro orizzonte, è la loro realtà. Questo immaginario è quindi diverso dall‘immaginazione che è la capacità di prevenire le difficoltà, ad anticipare, a sapere che cio’ che è normale oggi potrebbe, improvvisamente, non esserlo più domani – e di pensarlo seriamente. Quindi l’immaginario è un’anestesia dell’immaginazione. Ed è proprio di questo che soffriamo.

E per quanto riguarda le scienze, il punto che mi ha veramente ferito è sentir dire – soprattutto dai medici – ” la scienza”. E di vedere i politici riprendere questo termine, dire ad esempio: “noi ascoltiamo la scienza ” perché gli conveniva. All’improvviso, in un nuovo riflesso di panico, la politica è stata dimenticata ed è “la scienza” che ha cominciato a guidarci. Ma è sempre una pessima idea di chiedere a “la scienza” cosa fare, perché non è per niente il suo lavoro. Il suo compito è cercare di porre domande pertinenti. Perché non appena diciamo “la scienza”, si dimentica la pertinenza delle domande. Si fa come se ci fosse un metodo scientifico unico che risponda a tutto in modo obiettivo. È anche un modo per mettere a tacere tutti, poiché si sa che le persone sono incapaci di comprendere la “scienza”. Mi ha molto colpito che la pluralità delle scienze sia esplosa con questo nome unificante di “la scienza”. Questa pluralità dipende proprio da quello con cui le scienze hanno a che fare, delle domande che si sollevano e a cui ciascuna scienza può rispondere in modo pertinente. Perché quando si è arrivati alla domanda “chi è questo virus?” – cioè in termini biologici “qual è il suo materiale genetico” – la risposta è arrivata in un modo del tutto sicuro. Tant’è che ora possiamo seguire l’epidemia del virus, i percorsi epidemici, secondo le mutazioni di questo materiale, che in fondo ha una storia. Quindi si sa praticamente tutto ciò che si deve sapere sul virus in quanto tale. Ma il virus in quanto tale non è granché al di là di cio’che è la sua ragion d’essere, per non dire la sua ragione di vivere perché prende vita quando trova un ospite che lo accoglie. E questo incontro, questo passaggio alla vita, non ha nulla a che fare con le questioni dello stesso tipo di quelle legate alla conoscenza del materiale genetico del virus: é tutto il corpo dell’ospite che si mette in movimento e che è messo in gioco. E qui, tutta la conoscenza che si ha sul virus diventa quasi inutile… Allora, i medici parlano de «la scienza » come se fosse soltanto un insieme di specializzazioni. L’epidemiologia, altro esempio, è una scienza assolutamente interessante ma crea dei modelli. E questi modelli possono informare il politico ma non dicono nulla a proposito delle conseguenze sociali delle misure da prendere per diminuire il tasso di trasmissione.

Quando si attiva “la scienza” per sostituirsi a un processo di pensiero collettivo con le persone, si perde i tre quarti dell’intelligenza e la si sostituisce con una buona dose di stupidità, di soddisfazione e di finzione. Ad esempio quando si sente che non è dimostrato che la maschera protegga. Per cui, se non è provato, allora non esiste. Adesso si sa che è uno scherzo, ma ovviamente era qualcosa che rassicurava i politici che potevano così dire “certo, non abbiamo maschere, ma non importa”. È stato anche detto che le maschere indossate dai Cinesi, dai Giapponesi ecc. erano della cultura, la loro cultura, ma che le maschere in realtà non servivano a nulla. Quindi, quando gli fa comodo, i politici si appropriano del “non è dimostrato” avanzato da alcuni, mentre gli altri tacciono perché non sta bene di ricordare che non si è cercato di provare. E questi politici non ascolteranno questi altri scienziati che sono gli psicologi che avrebbero potuto testimoniare dei danni causati ai bambini quando perdono la loro vita sociale. Era un problema che ovviamente è sorto dall’inizio ma che è diventato improvvisamente trattabile ed espresso quando si è iniziato a pensare al deconfinamento.

La scienza era quindi di fatto soggetta alla non-decisione politica. È un processo profondamente vizioso. E quello che è grave è che a causa di cio’ si puo’ facilmente perdere fiducia in delle  scienze che potrebbero avere qualcosa da dirci ed essere interessanti di fronte a questa pandemia. Ma quando si trattano le persone come degli idioti e che si chiede loro di fidarsi di ciò che è inaffidabile, generalmente ci si ritrova di fronte a degli scettici. E questa è una catastrofe culturale».

Si conosce il ruolo che gli esseri umani svolgono nelle modificazioni del loro ambiente, nel modo in cui queste modificazioni lo influenzano, in particolare su questo tema della pandemia. Si può sperare che quanto è successo metta in discussione e modifichi il nostro rapporto con l’ambiente?

«Si potrebbe sperarlo, soprattutto perché ci si può attendere un susseguirsi di pandemie. Questa è la prima che funziona meravigliosamente per il virus, ma che sicuramente non sarà l’ultima. I virus sono delle macchine da inventare. Parlo apposta di macchine e non di esseri viventi, perché la loro unica ragione d’essere è incontrare un ospite che li accoglie e gli dia ospitalità. A volte questo viene a scapito di quell’ospite, ma questo di per sé non è il progetto del virus. Il virus prende vita solo se incontra questo ospite, quindi i virus mutano velocissimi, innovano in tutte le direzioni per massimizzare le loro possibilità di incontrare l’ospite benedetto che gli permetterà di far parte della vita. Si potrebbe anche dire che è un esule dalla vita che cerca di trovare una terra di accoglienza! E a volte funziona. Quindi, molte cose che ci costituiscono in quanto mammiferi, lo dobbiamo a dei virus che hanno saputo esistere con e nelle cellule e permettere a dei tessuti cellulari di innovare. La placenta per esempio, che caratterizza i mammiferi, è un’invenzione virale. Il nostro genoma è pieno di resti di virus che sono riusciti ad acclimatarsi nel tempo!

Ovviamente, nel nostro mondo, le probabilità di incontri e le possibilità di fare un’innovazione fruttuosa per i virus sono moltiplicate per il fatto che tutti gli ambienti sono devastati e invasi dall’uomo, per non parlare degli allevamenti intensivi che sono meravigliosi incubatori di innovazione per i virus. Per cui il modo in cui maltrattiamo la natura, in cui maltrattiamo i nostri ambienti, proprio come maltrattiamo gli ambienti umani, è pieno di opportunità d’oro per i virus. E una volta che sono riusciti ad infettare un essere umano, scoprono un mondo, il mondo globalizzato dove tutto circola, un mondo che è quasi fatto perché possano diffondersi. Prima, potevano volerci anni prima che un’epidemia potesse attraversare un continente e passare da un continente all’altro. Qui ci é voluto qualche settimana grazie ai trasporti, all’aereo…Siamo dunque di un’imprudenza folle per quanto riguarda questa natura e il modo in cui puo’ diventare minacciosa.

Ma c’è di peggio. Una pandemia è una crisi. Non si sa ancora se finirà con centinaia di migliaia di morti o, come l’influenza spagnola, in milioni di morti, ma per definizione, una crisi alla fine passa. Questa crisi si installa, con la devastazione della natura, nell’insieme delle pratiche umane di sfruttamento, d’estrazione e di combustione che ci porta al mutamento climatico. Tuttavia, il mutamento climatico, lui, non è una crisi: non passerà. I nostri discendenti e i discendenti dei nostri discendenti dovranno ancora affrontarlo per secoli e secoli nella migliore delle ipotesi … cioè, se sopravvivono. E d’altra parte, questo mutamento climatico attiva ciò che gli umani stessi hanno messo in moto, vale a dire la sesta estinzione che ci minaccia non solo noi, umani, ma anche la maggior parte degli animali … I virus non sono esseri viventi ma i loro ospiti principali, che sono i batteri, loro, non moriranno: ci sarà vita sulla terra. Ma la vita della nostra era potrebbe benissimo estinguersi come si è estinta la vita all’epoca dei dinosauri».

Come capire che c’è questo mantenimento di un rapporto con l’ambiente che lo oggettivizza, che lo rende semplicemente inerte, come se si potessere usare a nostro piacimento senza conseguenze?

«Questa idea si tiene perché fa parte di questo regime chiamato capitalismo, capitalismo socialista incluso. Si sfrutta ciò che può essere sfruttato, si estrae ciò che può essere estratto e il resto sono rifiuti. Fa parte della storia in cui siamo stati imbarcati e in cui abbiamo imbarcato il resto del mondo con la colonizzazione. Abbiamo distrutto stili di vita attenti alla natura. Abbiamo infranto ogni possibilità di prestare attenzione, ogni preoccupazione per le conseguenze. Questa idea che sia nostro ruolo dominare la natura fa qui encora parte dell’immaginario. Proprio quello che ci dice: “quelli che hanno paura sono quelli che rifiutano il progresso”.  La immaginazione, lei, ci parlerebbe dei rischi … Ciò che colpisce quando si parla dell’insieme dei disastri climatici che sono già iniziati è che si tratta dell’idealismo di cui ho parlato sulla pandemia, ma questa volta su tempi più lunghi: ben sappiamo che succederà, ma continueremo a comportarci come se nulla stesse per accadere, come se un miracolo stesse per salvarci … È una reazione tipicamente idealistica non fare altro che rispondere con una retorica rassicurante.

Capisco gli attivisti quando dicono: “Noi non difendiamo la natura, siamo la natura che difende sé stessa”. Perché questa capacità idealistica di non fare nulla, questa anestesia dell’immaginazione, si è imposta là dove tutte le interdipendenze, tutte le solidarietà sono state, e sono sempre, minate e ridotte all’impotenza. O ancora, ridotte a una sorta di sacrificio “altruistico”: ciò va bene ai santi che si sacrificano per gli altri, ma l’uomo normale veglia sui suoi interessi da buon egoista nativo quale sarebbe… Ebbene se la natura fosse stata popolata di egoisti non ci sarebbe più natura. Sappiamo ormai che la natura esiste attraverso interdipendenze multiple e intricate, e che la devastazione della natura, è precisamente la distruzione di mondi, o d’ecosistemi, tenuti insieme dall’interdipendenza tra gli esseri viventi che vi coesistono. Quindi distruggere le interdipendenze che si tessono nel suolo significa uccidere la sua fertilità, significa avere solo raccolti che vivranno solo di input, cioè i fertilizzanti e i pesticidi che ci avvelenano. Sono le monocolture che sono vulnerabili alle epidemie ormai quanto lo siamo noi».

Sottolinei chiaramente il pericolo del mutamento climatico e la mancanza di risposte ad esso. Si vede che a ciò si accompagna anche il pericolo sui diritti sociali, se segue la tendenza iniziata negli ultimi anni, si può temere il peggio per il futuro. Si deve anche temere il peggio sulle questioni della democrazia e della convivenza che dovrebbero essere le fondamenta delle nostre società?

«La democrazia può assumere molte forme, può seguire due estremi. Da un lato, ridursi all’arte di condurre un gregge senza che si rivolti, rendendolo docile con tutti i mezzi. D’altra parte, tendere verso l’esigenza costantemente rinnovata e costantemente approfondita che le persone pensino insieme. Ci può essere tensione e conflitto, ma le persone pensano insieme e cercano di dare un senso in comune al futuro che sarebbe possibile per loro. È quindi una forma di interdipendenza: si pensa con gli altri e grazie agli altri. Questa forma di democrazia per la quale l’interdipendenza e la crescente consapevolezza delle interdipendenze (e quindi l’arricchimento a cui danno luogo) è effettivamente minata da tutte le parti si chiama democrazia sociale. E’stata portata dai movimenti operai. I diritti sociali, o meglio la solidarietà sociale, non sono stati creati dallo Stato, ma lo Stato li ha ripresi in mano. E adesso può dire a coloro che ora sono chiamati beneficiari, che lui li ha assegnati e che lui può tagliarli e persino portarglieli via. Lo Stato può quindi effettivamente distruggere i diritti sociali man mano che la democrazia diventera’ sempre più l’arte di guidare le greggi.

Ad esempio indirizzando il gregge contro coloro a cui si dice che sono le pecore nere come i disoccupati, questi pigri, questi profittatori. I disoccupati sono diventati i sospetti contro i quali si ribellano le persone oneste che lavorano e che chiedono di essere protette. Quindi non è più solo “guai ai vinti” ma “guai a tutti”! Perché tutti imparano a pensare come parte di un branco dove ognuno si contrappone all’altro, dove ognuno accusa docilmente gli altri di essere responsabile della propria situazione. Ci vuole fantasia per resistere alla tentazione del “il disoccupato deve solo trovarsi un lavoro”. Un’immaginazione solidale. Sono entrata ai Diritti dell’Uomo e all’atelier dei diritti sociali, in particolare a causa della sorte del disoccupato. Al momento in cui si installava la crisi dell’impiego, sono state imposte misure contro i disoccupati sotto sorveglianza. Poi delle misure per motivare i disoccupati, ovvero per forzarli a vivere nell’immaginario di trovare un lavoro, ad agire come se ci credessero: è tutto quello che chiediamo loro ma devono farlo. Lì mi sono detta che ci forzavano a pensare contro la realtà. Questa non è più una democrazia, non direi nemmeno che è una democrazia in pericolo, è una democrazia in putrefazione». 

Il confinamento potrebbe essere stato un momento di accresciuta consapevolezza per molti che si sono trovati in questa situazione eccezionale. E allo stesso tempo c’è questo ritornello che ci dice: “non è che una parentesi, si deve continuare come prima”. Quali sono giustamente le prospettive per coloro che ora dicono che è ora di cambiare rotta?

«Prima di tutto, credo che non dovremmo farci troppo l’idea che la sfiducia nei confronti di chi ci governa ci renderà liberi e che il “prossimo mondo” sarà diverso perché avremo capito quello che noi dobbiamo alle infermiere, ai netturbini, agli autisti di autobus… Perché la sfiducia può anche produrre disprezzo, risentimento, xenofobia. Naturalmente, non dobbiamo lasciare passare nulla, essere recalcitranti, non ammettere alcun argomento senza sapere che racchiude una trappola. Ma soprattutto sapere che non faranno un po’ diversamente se non li si costringe a farlo. Non bisogna credere che loro abbiano imparato la lezione. Ad esempio, dobbiamo ricordare che dopo la crisi finanziaria, ci è stato detto che tutto sarebbe cambiato e abbiamo avuto l’austerità … Dobbiamo conservare ricordi e storie, dobbiamo raccontare come succederà prima che accada. Dobbiamo crearci delle immunità contro ciò . E senza dubbio stringere le alleanze che sono assolutamente necessarie. In azione, gli attivisti anti-capitalisti e i sindacalisti possono intendersi e fare causa comune di fronte a ciò che sta accadendo. Credo sia giunto il momento di scavare in queste storie di solidarietà improvvisate perché ci saranno ricatti sul lavoro, perché diranno “noi, noi difendiamo chi vuole davvero lavorare” etc. Ci sarà un mucchio di manovre di divisione, è già in preparazione. Quindi c’è da aspettarselo. Occorre riuscire a fare che ciò che ha potuto nascere come immaginazione e come rifiuto si difenda contro tutti i veleni che verranno somministrati. Siamo in un momento in cui non possiamo sperare, perché non lasceranno andare nulla e perché sono molto forti. D’altra parte, è un momento in cui non si ha il diritto di disperare. Perché tutto ciò che impareremo per resistere saranno cose che permetteranno ai nostri discendenti di aiutarsi a vicenda e di sfuggire alla barbarie del ciascuno per sé».

Se ci fosse una cosa da dire su ciò che il nuovo coronavirus ha avuto o avrà di positivo a cosa penseresti?

«Non ho voglia di rispondere a questa domanda perché fa troppa distinzione fra le persone. Ce ne sono stati troppi per i quali è stato un calvario. Durante il confinamento io non ero infelice. Non la smettevo di stare all’erta, cercando di vedere cosa stava succedendo, insomma ero curiosa ed è stato straordinariamente interessante notare le piccole cose in rapporto a quelle grandi. Quindi ho imparato molto. Ma non posso dire che sia stato un felice apprendimento. È stato semplicemente un momento intenso dal punto di vista della questione “cos’è un mondo che vive quando le risposte ovvie si sono dissolte?”, del “Cos’è un mondo che cerca la sua strada nell’incertezza?”. E trovare a volte le parole per dirlo, per farlo capire, per celebrare l’importanza di questo momento e le molteplici risonanze che ha avuto. E’ stata un’attività che in definitiva era molto filosofica anche se era il tempo stesso ad essere filosofico, vale a dire che poneva il problema stesso di “che cos’è questa vita?”».

https://www.agirparlaculture.be/entretien-avec-isabelle-stengers-se-liberer-de-limaginaire-capitaliste/

traduzione di Tiziana Saccani

ENTRETIEN AVEC ISABELLE STENGERS

[Covid-19] : Se libérer de l’imaginaire capitaliste ?

Propos recueillis par Naïm Kharraz

Isabelle Stengers, philosophe qui étudie la production des savoirs, revient dans cet entretien accordé à l’atelier des droits sociaux, que nous reproduisons ici par écrit, sur la manière dont l’imaginaire capitaliste met en danger les sciences, la démocratie et l’environnement. Elle explique comment cet imaginaire a pu susciter des réponses prises dans la plus grande panique face à la pandémie de Covid 19. Et nous rappelle qu’il est tout à fait essentiel de continuer à développer notre capacité d’imagination solidaire pour contrer ce qui provoque les catastrophes, pandémie aujourd’hui, et désastres climatiques à venir.

Durant le confinement, toute une série de personnes ont été oubliées. On peut citer les travailleurs-euses du sexe, les SDF, les migrant·es… Est-ce que cet oubli est volontaire ? Est-il le fruit d’une idéologie ? Ou bien est-ce que cet oubli est inévitable dans toutes sociétés organisées comme les nôtres ?

Je ne crois pas du tout que ce soit une question liée à une société qui rendrait quoi que ce soit inévitable. Il y a beaucoup de manières de faire société. Ce qu’on a fait à nos vieux par exemple, sous prétexte qu’ils étaient vulnérables, serait totalement inconcevable dans des sociétés plus traditionnelles, où on respecte les vieux. Et les respecter ce n’est pas les enfermer. Mais je pense en tout cas que le mot « oubli » est le bon parce que ce confinement doit être compris à partir d’une réaction de panique. Et quand il y a panique, on oublie plein de choses ! On réagit sous le coup d’une urgence qui empêche de penser. Cette panique qui nous a pris nous a guidés dans une situation, qui a évidemment accentué toutes les inégalités sociales, tous les rapports de force… Au fond, je crois qu’on a vu une indifférence à tout ce qui n’était pas lié au maintien de l’ordre public. Et l’ordre public, on a su qu’il allait être dévasté si tout le système sanitaire était débordé. Donc les vulnérables, c’était avant tout ceux qui menaçaient de fabriquer le scandale d’un système sanitaire — fierté d’un pays développé — qui craque. On n’a pas voulu ça. Le reste, ce sont des conséquences. Et je pense par ailleurs qu’il ne faut pas trop parler de choix délibéré, c’est faire trop d’honneurs à ce qu’a été cette situation.

En termes d’intentionnalité, est-ce que pour des raisons politiques, et peut-être électorales, certaines catégories de la population sont déconsidérées, ont été peu prises en compte ? On citait les SDF ou des gens qui n’existent pour ainsi dire pas pour le politique.

Ça faisait partie des inégalités sociales. Il y a des gens qui feraient mieux de ne pas exister… Ou même des gens qui ne sont pas censés exister : on pourrait ainsi parler des très nombreux travailleurs au noir qui ont été totalement livrés à eux-mêmes. Notre société est très dure. Tous ceux qui ne sont pas répertoriés comme salariés, comme ayant un statut, tous ceux-là tombent à travers les mailles, et à travers des mailles de plus en plus larges. Donc effectivement, on pourrait parler d’un calcul, mais c’est une logique. Logique qui fait qu’au fond, une qualité administrative prévaut sur des droits humains ou des droits sociaux.

Pour revenir sur ce confinement, on a vu également que ça a été une épreuve pour beaucoup de monde. On a constaté beaucoup de violences (notamment intrafamiliales), de troubles psychiques, et l’isolement aussi pour bon nombre de gens. Qu’est-ce que cette situation révèle de nos sociétés ?

L’isolement, certains pourraient être tentés de dire que ça grossit, que ça intensifie des traits de la nature humaine : la violence par exemple, les rapports inégalitaires entre homme et femme… Mais je n’en suis pas si sûre. Selon moi, ça parle plutôt de l’état social violent que nous vivons déjà.

Pour ce qui est de la nature humaine, il faut rappeler que les humains n’auraient jamais survécu depuis des dizaines de milliers d’années s’ils n’avaient pas de capacité très développée d’entraide, de solidarité et de coopération. Les humains sont nés sociaux. Et être social, ça veut dire être sensible aux besoins des uns et des autres, et non pas déterminé par une compétition où le meilleur gagne. Le meilleur serait très vite mort s’il avait gagné contre les autres. Donc, ce sont plutôt nos sociétés qui font prévaloir cette logique de compétition entre individus. Et je crois profondément que ça se réalise dans une violence contre la nature humaine avec toute une ingénierie sociale visant à apprendre aux gens à être égoïstes et à ne penser qu’à leurs intérêts.

J’ai donc l’impression que si quelque chose me parle de la nature humaine, ce sont avant tout ces gens qui se sont mis en groupe ou individuellement et qui se sont arrangés à travers le confinement pour aider les autres, pour les rassurer, pour leur apporter de la nourriture, pour se mettre à coudre des masques qu’ils distribuaient à qui en avait besoin… Là, comme dans beaucoup de catastrophes d’ailleurs, une capacité de s’organiser de manière solidaire et pour la solidarité s’est faite jour sous les nez des pouvoirs publics, qui ne s’y opposaient pas mais qui n’ont pas véritablement aidé.

La nature humaine ne me parle pas de ces violences systématiques des forts contre les faibles. Elle me parle de la violence que constitue l’isolement, et pas seulement l’isolement du confinement, mais l’isolement qui place l’individu comme devant réussir pour lui-même, et malheur au vaincu.

On constate que la pandémie a généré une remise en cause croissante des processus décisionnels politiques et scientifiques. Qu’est-ce que cette défiance vous inspire ?

Je crois qu’elle est plus que justifiée. Mais parler de « processus décisionnels », qu’ils soient scientifiques ou politiques, c’est déjà leur faire un compliment ! Parce qu’un processus, c’est quelque chose qui est prévu, qui s’embranche, qui se développe etc. Je crois que le confinement — et peut-être même le déconfinement — peuvent être mis sous le signe d’une certaine panique. Ce qui est frappant, c’est qu’on savait ce qu’il se passait en Chine, on a commencé à savoir ce qui se passait en Italie. Et pendant tout un temps, on a fait comme si de rien n’était. On a encore en mémoire ces passagers arrivant à Zaventem, tous surpris de ne subir aucun contrôle sanitaire. Mais on se rappelle aussi du moment où les politiques découvraient tout d’un coup qu’ils n’avaient pas les équipements et les matériaux nécessaires comme les masques par exemple !

Je ne parlerais pas à ce sujet d’impréparation, comme si elle était contingente, comme si ça avait été une surprise. Car non, ce n’était pas une surprise : l’Organisation mondiale de la Santé avait averti que les épidémies devenant pandémies, c’était notre avenir. Il s’agit en fait plutôt d’une incapacité de penser vraiment avec cette possibilité que quelque chose vienne enrayer la normalité des choses, la routine de la croissance… Ce à quoi on a en réalité assisté, c’est aux conséquences d’un idéalisme. Celui du refus de prendre au sérieux ce qui pourrait mettre en question la toute-puissance de ce qui est jugé seule source légitime d’action et de pensée, en l’occurrence, pour nos gouvernants, la logique du marché et de la croissance. Or, quand l’idéalisme est tout à coup confronté à quelque chose auquel il ne peut plus échapper, c’est la panique ! On a donc plutôt eu affaire à un effondrement de la pensée de l’État, de la pensée de ceux qui nous gouvernent. Avec toute la brutalité d’un « on ne sait plus quoi faire, alors on arrête tout ! », avec tous les oublis et les cruautés dont on a parlé. Mais aussi avec les manques totaux d’imagination. En effet, l’idéalisme de nos gouvernants, c’est un imaginaire qui fait réalité, c’est leur horizon, c’est leur réalité. Cet imaginaire se différencie donc de l’imagination qui est la capacité à prévoir les difficultés, à anticiper, à savoir que ce qui est normal aujourd’hui pourrait tout à coup ne plus l’être demain — et à le penser sérieusement. Donc l’imaginaire, c’est une anesthésie de l’imagination. Et c’est bien de ça que nous souffrons.

Et en ce qui concerne les sciences, le point qui m’a vraiment fait mal c’est d’entendre dire — notamment par des médecins — « la science ». Et de voir les politiques reprendre ce terme, dire par exemple : « nous écoutons la science » parce que ça les arrangeait bien. Soudainement, dans un nouveau réflexe de panique, on a oublié la politique et c’est « la science » qui s’est mise à nous guider. Or, c’est toujours une très mauvaise idée de demander à « la science » ce qu’il faut faire, parce que ce n’est pas du tout son boulot. Son travail, c’est de chercher à poser des questions pertinentes. Car dès qu’on dit « la science », on oublie la pertinence des questions. On fait comme s’il y avait une méthode scientifique tout terrain qui allait répondre à tout de manière objective. C’est aussi une manière de faire taire les gens, puisqu’on sait bien que les gens sont incapables de comprendre « la science ». Ça m’a beaucoup frappé que la pluralité des sciences ait explosé avec cette appellation unifiante de « la science ». Cette pluralité dépend justement de ce à quoi les sciences ont affaire, des questions que cela suscite et face auxquelles chaque science peut répondre d’une manière qui lui est propre. Parce que quand il s’agissait de la question « qui est ce virus ? » — c’est-à-dire en termes biologiques « quel est son matériel génétique » — la réponse est venue de manière très assurée. À tel point que maintenant on peut suivre l’épidémie du virus, les trajets épidémiques, selon les mutations de ce matériel, qui au fond a une histoire. Donc on sait à peu près tout ce qu’on doit savoir du virus en tant que tel. Mais le virus en tant que tel n’est pas grand-chose indépendamment de ce qui est sa raison d’être, pour ne pas dire sa raison de vivre parce qu’il devient en vie quand il trouve un hôte accueillant. Et cette rencontre-là, ce passage à la vie, ne relève pas du tout du même type de question que celles liées à la connaissance du matériel génétique du virus : c’est tout le corps de l’hôte qui se met en branle et qui est mis en jeu. Et là, tout le savoir qu’on a sur le virus devient à peu près inutile… Or, les médecins parlent de « la science » comme si c’était simplement un ensemble de spécialités. L’épidémiologie, autre exemple, c’est une science tout à fait intéressante mais elle fait des modèles. Et ces modèles peuvent informer le politique mais pas du tout au sujet des conséquences sociales des mesures à prendre pour diminuer le taux de transmission.

Quand on mobilise « la science » pour se substituer à un processus de pensée collectif avec les gens, on perd les trois quarts de l’intelligence et on le remplace par une bonne dose de bêtise, de satisfaction et de faire semblant. Par exemple lorsqu’on entend dire qu’il n’est pas prouvé que le masque protège. Or, si ce n’est pas prouvé, alors ça n’existe pas. Depuis on sait que c’est de la blague, mais c’était évidemment quelque chose qui rassurait les politiques qui pouvaient ainsi dire « certes, on n’a pas de masque, mais ce n’est pas grave ». On a même dit que les masques portés par les Chinois, les Japonais etc. c’était de la culture, leur culture, mais que les masques en fait cela ne servait à rien. Donc, quand cela les arrange, les politiques s’emparent du « ce n’est pas prouvé » avancé par certains, alors que les autres se taisent parce que cela ne se fait pas de rappeler qu’on n’a pas essayé de prouver. Et ces politiques n’écouteront pas ces autres scientifiques que sont les psychologues qui pouvaient témoigner du dégât que ça pouvait faire sur les enfants que de perdre leur vie sociale. C’était un problème qui se posait évidemment dès le départ mais qui est devenu tout à coup posable et exprimé quand on pouvait commencer à penser déconfinement.

La science était donc en fait soumise à la non-décision politique. C’est un processus profondément vicieux. Et ce qui est grave c’est qu’à cause de cela, on peut facilement perdre confiance en des sciences qui pourraient avoir quelque chose à nous dire et être intéressantes face à cette pandémie. Mais quand on traite les gens comme des idiots et qu’on leur demande d’avoir confiance dans ce qui n’est pas fiable, on se retrouve devant des sceptiques généraux. Et ça c’est une catastrophe culturelle.

On sait le rôle que jouent les humains dans les modifications dans leur environnement, dans la manière dont ces modifications l’impactent, notamment sur cette question de la pandémie. Est-ce qu’on peut espérer que ce qui s’est produit va questionner et modifier notre rapport à l’environnement ?

On devrait pouvoir l’espérer, d’autant plus qu’on peut s’attendre à une succession de pandémies. Celle-ci est la première qui réussit merveilleusement pour le virus, mais ça ne sera sans doute pas la dernière. Les virus sont des machines à inventer. Je parle à dessein de machines et pas d’êtres vivants, parce que leur seule raison d’être, c’est de rencontrer un hôte qui l’accueille et qui lui donne l’hospitalité. Parfois ça se fait au détriment de cet hôte, mais ce n’est pas en soi le projet du virus. Le virus ne devient vivant, que s’il rencontre cet hôte-là, donc les virus mutent à toute vitesse, ils innovent dans tous les sens pour maximiser ses chances de rencontrer l’hôte béni qui lui permettra de faire partie de la vie. On pourrait même dire que c’est un exilé de la vie qui essaie de trouver une terre d’accueil ! Et parfois ça se passe bien. Ainsi, beaucoup de choses qui nous constituent en tant que mammifères, nous le devons à des virus qui ont su exister avec et dans les cellules, et permettre à des tissus cellulaires d’innover. Le placenta par exemple, qui caractérise les mammifères, est une invention virale. Notre génome est plein de restes de virus qui ont réussi à s’acclimater au fil du temps !

Évidemment, dans notre monde, les chances de rencontres et de possibilités de faire une innovation fructueuse pour les virus sont démultipliées par le fait que tous les milieux sont dévastés et envahis par les humains, sans parler des élevages industriels qui sont de merveilleux incubateurs d’innovation pour les virus. Donc, la manière dont nous maltraitons la nature, dont nous maltraitons nos milieux, comme nous maltraitons d’ailleurs les milieux humains, est pleine d’occasions en or pour les virus. Et une fois qu’ils ont réussi à infecter un humain, ils découvrent un monde, le monde globalisé où tout circule, un monde qui est presque fait pour qu’ils puissent se propager. Avant, ça pouvait prendre des années avant qu’une épidémie puisse traverser un continent et aller d’un continent à l’autre. Ici, ça a pris quelques semaines grâce aux transports, à l’avion… Nous sommes donc d’une imprudence forcenée en ce qui concerne cette nature et la manière dont elle peut devenir menaçante.

Mais il y a pire. Une pandémie, c’est une crise. On ne sait pas encore si ça soldera par des centaines de milliers de morts ou, comme la grippe espagnole, par des millions de morts, mais par définition, une crise finit par passer. Cette crise prend place, avec le ravage de la nature, dans l’ensemble des pratiques humaines d’exploitation, d’extraction et de combustion qui nous amènent au désordre climatique. Or, le désordre climatique, lui, n’est pas une crise : il ne passera pas. Nos descendants et les descendants de nos descendants y auront encore affaire sur des siècles et des siècles dans le meilleur des cas… c’est-à-dire s’ils survivent. Et d’autre part, ce désordre climatique active ce que les humains ont eux-mêmes mis en route, c’est-à-dire la sixième extinction qui nous menace non seulement nous, humains, mais aussi la plupart des animaux… Les virus ne sont pas des vivants mais leurs hôtes principaux que sont les bactéries, elles, ne s’éteindront pas : il y aura la vie sur terre. Mais la vie de notre ère, elle, pourrait bien s’éteindre comme la vie à l’époque des dinosaures s’est éteinte.

Comment comprendre qu’il y ait ce maintien d’un rapport à l’environnement qui le chosifie, qui le rend tout simplement inerte, comme si on pouvait l’utiliser à notre guise sans qu’il y ait des conséquences ?

Cette idée se maintient parce qu’elle fait partie de ce régime qu’on appelle capitalisme, y compris pour le capitalisme socialiste. On exploite ce qui peut être exploité, on extrait ce qui peut être extrait, et le reste est déchet. Ça fait partie de l’histoire dans laquelle nous avons été embarqués et dans laquelle nous avons embarqué le reste du monde par colonisation interposée. Nous avons détruit des manières de vivre qui étaient prudentes à l’égard de la nature. Nous avons fait voler en éclat toute possibilité de faire attention, tout souci des conséquences. Cette idée que c’est notre rôle de dominer la nature fait là encore partie de l’imaginaire. Celui-là même qui nous dit : « ceux qui ont peur, ce sont ceux qui refusent le progrès ». L’imagination, elle, nous parlerait des risques…

Du coup, ce qui est frappant quand on parle de l’ensemble des catastrophes climatiques qui ont déjà commencé, c’est qu’on a affaire à l’idéalisme que j’évoquais au sujet de la pandémie, mais cette fois-ci sur des temps plus longs : on sait bien que ça va arriver, mais on va quand même faire comme si rien n’allait se passer, comme si un miracle allait nous sauver… C’est une réaction typiquement idéaliste de ne rien faire à part répondre par des rhétoriques rassurantes.

Je comprends les activistes quand ils disent : « Nous ne défendons pas la nature, nous sommes la nature qui se défend ». Parce que cette capacité idéaliste de ne rien faire, cette anesthésie de l’imagination, elle s’est imposée là où toutes les interdépendances, toutes les solidarités ont été, et sont toujours, sapées et réduites à l’impuissance. Ou encore, réduites à une espèce de sacrifice « altruiste » : ça c’est bon pour les saints qui se sacrifient pour les autres, mais l’homme normal, lui, veille à ses intérêts et ne veille qu’à ses intérêts en bon égoïste natif qu’il serait… Eh bien si la nature avait été peuplée d’égoïstes, il n’y aurait plus de nature. Nous savons désormais que la nature existe à travers des interdépendances multiples et enchevêtrées, et que le ravage de la nature, c’est précisément la destruction de mondes, ou d’écosystèmes, qui tiennent par l’interdépendance entre les vivants qui y coexistent. Ainsi, détruire les interdépendances qui se tissent dans le sol, c’est tuer sa fécondité, c’est ne plus avoir que des cultures qui vivront seulement par les intrants c’est-à-dire les engrais et les pesticides qui nous empoisonnent. Ce sont les monocultures qui sont aussi vulnérables aux épidémies que nous le sommes désormais.

Vous mettez bien l’accent sur le danger des changements climatiques et de l’absence de réponses face à cela. On voit que ça s’accompagne aussi de danger sur les droits sociaux, si cela suit la tendance amorcée durant ces dernières années, on peut craindre le pire pour l’avenir. Doit-on également craindre le pire sur les questions de démocratie et de vivre ensemble qui sont censées être le socle de nos sociétés ?

La démocratie peut prendre plusieurs formes, elle peut suivre deux extrêmes. D’une part, se réduire à l’art de diriger un troupeau sans qu’il se révolte, en le rendant donc docile par tous les moyens. D’autre part, tendre vers l’exigence sans cesse reconduite et sans cesse approfondie que les gens pensent ensemble. Ça peut se faire en tension et en conflit mais ils pensent ensemble et ils essaient de faire sens en commun quant à l’avenir qui serait possible pour eux. C’est donc une forme d’interdépendance : on pense avec les autres et grâce aux autres. Cette forme de démocratie pour qui l’interdépendance et la croissance de la conscience des interdépendances (et donc de l’enrichissement qu’elles suscitent), est effectivement sapée de tous côtés, c’est ce qu’on appelle la démocratie sociale. Elle a été portée par les mouvements ouvriers. Les droits sociaux, ou plutôt la solidarité sociale, n’ont pas été créés par l’État, mais l’État les ont repris en main. Et il peut à présent dire à ceux qui s’appellent désormais des bénéficiaires, qu’il les a attribués et qu’il peut les rogner et même vous les ôter. L’État peut donc effectivement détruire les droits sociaux à mesure que la démocratie sera de plus en plus l’art de mener les troupeaux.

Par exemple en dressant le troupeau contre ceux dont on lui dit qu’ils sont les brebis galeuses comme les chômeurs, ces paresseux, ces profiteurs. Les chômeurs sont devenus des suspects contre lesquels les honnêtes gens qui ont du travail se révoltent et demandent qu’on les protège. Donc ce n’est plus seulement « malheur au vaincu » mais : « malheur à tout le monde » ! Parce que tout le monde apprend à penser comme partie d’un troupeau où chacun est dressé contre les autres, où chacun accuse docilement les autres d’être responsables de leur situation. Il faut alors de l’imagination pour résister à la tentation du « le chômeur, il n’a qu’à trouver un travail ». Une imagination solidaire. Je suis rentrée aux Droits de l’Homme et à l’atelier des droits sociaux notamment à cause du destin fait au chômeur. Au moment où la crise de l’emploi s’installait, se sont imposées des mesures contre les chômeurs mis sous surveillance. Puis des mesures pour motiver les chômeurs c’est-à-dire pour les forcer à vivre dans l’imaginaire de trouver un travail, à faire les gestes comme s’ils y croyaient : c’est tout ce qu’on leur demande mais ils doivent le faire. Là, je me suis dit qu’on nous forçait à penser contre la réalité. Ceci n’est plus une démocratie, je ne dirais même pas que c’est une démocratie en danger, c’est une démocratie en pourriture.

Le confinement a peut-être été un moment où la conscience s’est aiguisée pour beaucoup de gens qui se sont retrouvés dans cette situation exceptionnelle. Et en même temps, il y a cette petite musique qui nous dit : « ce n’est qu’une parenthèse, il faut continuer comme avant ». Quelles perspectives justement pour celles et ceux qui disent maintenant qu’il est temps de changer de chemin ?

Je crois d’abord qu’il ne faut pas trop camper sur l’idée que la méfiance envers ceux qui nous gouvernent va faire nous libérer, et que le « monde d’après » va être différent parce que nous aurons compris ce que nous devons aux infirmières, aux éboueurs, aux conducteurs de bus… Parce que la méfiance ça peut aussi produire du mépris, du ressentiment, de la xénophobie. Bien sûr, il faut ne rien laisser passer, être récalcitrant, n’admettre aucun argument sans savoir qu’il est piégé. Mais surtout savoir qu’ils ne feront un peu autrement que si on les y contraint. Il ne faut pas croire que eux ont appris la leçon. Il faut par exemple se souvenir qu’après la crise financière, on nous avait dit que tout allait changer et on a eu l’austérité… Il faut conserver les mémoires et les récits, il faut raconter comment ça va se passer avant que ça ne se passe. Il faut se fabriquer des immunités contre cela. Et sans doute fabriquer les alliances qui sont tout à fait nécessaires. Dans l’action, les activistes anticapitalistes et les syndicalistes peuvent s’entendre et faire cause commune face à ce qui est en train d’arriver. Je crois qu’il est temps de creuser ces histoires de solidarité improvisées parce qu’il y aura du chantage à l’emploi, parce qu’ils diront « nous, nous défendons ceux qui veulent vraiment du travail » etc. Il y aura de tas de manœuvres de division, c’est déjà en préparation. Il faut donc s’attendre à ça. Il faut réussir à faire que ce qui a pu naître comme imagination et comme refus, se défende contre tous les poisons qui vont être administrés. On est dans un moment où on ne peut pas espérer, parce qu’ils ne lâcheront rien et qu’ils sont très forts. Par contre, c’est un moment où on n’a pas le droit de désespérer. Parce que tout ce qu’on apprendra pour leur résister, c’est autant de choses qui permettront à nos descendants de s’entraider et d’échapper à la barbarie du chacun pour soi.

S’il fallait dire une chose sur ce que le nouveau coronavirus a eu ou aura de positif, à quoi vous penseriez ?

Je n’ai pas envie de répondre à cette question parce qu’elle distingue trop les gens. Il y en a eu trop pour qui cela a été un calvaire. Durant le confinement, moi je n’étais pas malheureuse. Je ne cessais de guetter, d’essayer de voir ce qui était en train de se passer, donc j’étais aux écoutes et c’était extraordinaire intéressant de voir les petites choses par rapport aux grosses choses. J’ai donc beaucoup appris. Mais je ne peux pas dire que c’était un apprentissage heureux. Ça a été simplement une période intense du point de vue de la question « qu’est-ce que c’est qu’un monde qui vit alors que les réponses qui s’imposaient comme évidentes se sont évaporées ? », du « Qu’est-ce que c’est qu’un monde qui cherche son chemin dans l’incertitude ? » Et trouver parfois les mots pour dire ça, pour faire passer ça, pour célébrer l’importance de ce moment et les multiples résonances que ça avait. Ça a été une activité qui finalement était très philosophique même si c’était l’époque elle-même qui était philosophique, c’est-à-dire qu’elle posait le problème même du « qu’est-ce que c’est cette vie ? »

 

La Bottega del Barbieri

4 commenti

  • Francesco Masala

    poche domande, mille risposte, davvero interessante

  • antonella Selva

    Bello!
    aggiungerei i giovani come altra categoria vittima di questo immaginario-gabbia

  • Giuliano Spagnul

    “L’immaginario è un’anestesia dell’immaginazione”, direi che alla gran parte dei frequentatori di questa Bottega (che credo affiliata alla bottega della pecora di Alice) interessati al fantastico e alla fantascienza questa affermazione dovrebbe porre alcuni problemi, e anche grossi… Isabelle Stengers, come la sua amica Donna Haraway, è scienziata senza puzza sotto il naso nei riguardi della SF, però ci avverte che tutto questo immaginario che ci circonda e di cui vorremmo pensare di poterne approfittare prendendone un po’ di questo e un po’ di quello dai vari scaffali su cui è esposto, in realtà è una chimera che prosciuga il nostro stesso immaginario, la nostra capacità di immaginare. Dopo tutto l’immaginario catastrofico con cui abbiamo discettato dalla nascita della SF a oggi ci scopriamo del tutto impreparati ad affrontare mentalmente quanto ci sta oggi accadendo. Retrocediamo alla logica del non è vero niente o dobbiamo sottometterci a tutto. E la Scienza la fa da padrona, sia quella ufficiale che parla di metodo e protocolli, sia quella alternativa che resta nell’alveo della prova scientifica e della ricerca della verità, quella vera! Isabelle Stengers (non sono in tanti come lei, ma comunque non è la sola) ci aiuta a vedere le cose in modo diverso per cercare di far fronte alla “catastrofe culturale” che sembra ci stia irrimediabilmente travolgendo.

  • Gian Marco Martignoni

    Grazie per la traduzione di questa bellissima intervista, che è più di una piattaforma di lavoro. Attivisti anticapitalisti e sindacalisti che possono fare molte cose in comune , a partire dal contrasto dell’immaginario capitalista, ecco un’ottima idea !

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