Dal vostro corrispondente in Padania

di Mark Adin

Mi rassegno a parlare di un triste fatto di cronaca riguardante una piccola città triste. La giornata di pioggia fine ma insistente, l’assenza di confine tra nuvole nebbia e fumo, ne esprime lo spirito. E’ domenica, giorno di riposo e di riflessione, dalla mia finestra vedo il vecchio quartiere operaio – quello che un tempo era il cuore pulsante della economia manifatturiera: enormi spazi abbandonati. In lontananza una centrale termoelettrica in riva al Ticino, il fiume azzurro.

Penso ai miei fratellini che non hanno dove andare. Penso agli amici che vengono quotidianamente sloggiati entro le otto del mattino e che attendono pazienti fino alle otto di sera per tornare a casa. Penso ai cittadini senza una dimora che, fortunati tra i più sfigati, sono ospiti – la maggior parte sine die – del dormitorio pubblico comunale situato in zona centrale: una ventina di posti letto su una popolazione che supera le centomila persone. Un letto ogni cinquemila. E’ una vecchia struttura che ospitava il mattatoio, e sottolinearlo rileva. Questo è quanto una città ricca concede a coloro che non lo sono. La storia è vecchia: chi non ha reddito, chi non produce, resti fuori.

Ieri, passando davanti al vecchio macello, ho notato un assembramento e mi sono incuriosito. L’edificio è vecchio, a manutenzione zero. La copertura, in eternit, è precaria. La cosa, fatta presente all’autorità sanitaria competente, ha provocato una pacata reazione da parte dell’ente proprietario e perciò responsabile: il Comune. E’ stato deciso non la rimozione dell’insalubre rivestimento – dovuta peraltro dalla legge – del famigerato cancerogeno eternit, bensì lo sgombero del pubblico dormitorio. In alternativa alla vecchia struttura, si dispone che gli ospiti siano ricoverati presso gli inutilizzati acquartieramenti abbandonati – pardon, regalati alla città – dai cantieri dell’Alta Velocità.. Trattasi di casupole in legno, evoluzione più dignitosa delle baracche che la vicina Svizzera offriva ai nostri emigranti, costruite in una zona periferica priva di collegamenti pubblici e lontana dai servizi di pubblica utilità. Come diceva il caro Endrigo: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Si immagini la scomodità e, viste le condizioni di salute, la precaria condizione di alcuni, costretti a fare lunghe camminate per raggiungere, ad esempio, una farmacia o l’ospedale, o l’ufficio dell’assistente sociale, o la Caritas. Chilometri.

La rimozione è ormai la strategia del governo leghista. Togliere alla vista il bubbone, la sporcizia, il fastidio. Da noi se un cittadino “al lavura mia, el laùra no”, cortesemente prego rapidamente si enuclei. Raus! “Foeura di ball, fora d’i cuiòn”, a seconda della inflessione di est o ovest Ticino. Chioso al solo scopo di arricchire culturalmente e declino la traduzione.

Qui gli inverni sono piuttosto rigidi, il Monte Rosa ce lo dice spesso, e per un senza-tetto che viene sorpreso dal ghiaccio della notte può essere molto pericoloso, specie se si riscalda bevendo dal tetrapack la sua razione di bumba, il salvifico Jesus blood, come lo chiamano gli homeless di oltreoceano. La sensazione di caldo provocata dall’alcool li rende ancora più vulnerabili. Allego il link per ascoltare, su segnalazione dell’amico Paolo Pizzimenti, una splendida interpretazione di un autentico hobo in duo con Tom Waits. Vi prego, ascoltatela.

Nel freddo acuto di gennaio, due persone senza fissa dimora hanno perso la vita, qualche tempo fa, in pieno centro-città. Morti stecchiti dal freddo nel ventunesimo secolo in una delle zone più agiate d’Italia.

Un altro è stato ammazzato a bastonate da un suo compagno di difficoltà, un quarto è “accidentalmente” caduto a capofitto da un bastione dei giardini pubblici, preda forse di un “malore attivo”, come avrebbe detto qualcuno, un quinto è stato assassinato con una pistolettata alla nuca. Voglio ricordare in particolare quest’ultimo, Eugenio Gallina, uomo singolarmente dotato di carisma personale e vivissima intelligenza. Corporatura massiccia, alto, barba lunga e fluente come i capelli, piedi nudi in ogni stagione e con qualsiasi tempo, aveva un efficacissimo modo di mendicare: stava a uno stop o un semaforo e non chiedeva, non porgeva la mano. Sorrideva, mandava luce. Difficile resistere. Una volta ricevuta l’offerta, un accenno di inchino degno di un diplomatico, un invariabile commento per tutte e tutti: “Troppo, troppo”, ritirando la dazione senza neppure verificarne la quantità. Perfetto.

Lo hanno trovato a terra, riverso, e hanno derubricato sveltamente la morte causa il fatale cedimento di un uomo ormai provato da insana e deprecabile vita sregolata, compilando certificato in tal senso. Solo più tardi si sono accorti di un forellino in zona occipitale, piiiiiccolo, e per questo sfuggito all’attentiiiiiissimo esame dell’espertiiiiiissimo medico legale. Naturalmente, trattandosi di barbone, le indagini sono state, per così dire, piuttosto formali, e non hanno dato alcun esito. Caso chiuso, processo breve.

La logica del privilegiare chi sta nei ranghi, chi produce, si è pervertita a tal punto dal considerare un essere umano in difficoltà non da proteggere proprio perché parte più debole e soccombente, ma da allontanare o nascondere come polvere sotto il tappeto, o ignorare perché portatore di indegnità, ladro di pubblico decoro.

E l’altra ratio, per la quale il bene comune è appannaggio dei propri elettori e della maggioranza, e non di tutti i cittadini come dovrebbe essere – intendo tutti fino all’ultima persona – è andata avvitandosi fino a spremere tutto il suo incredibile cinismo in una grottesca vicenda che davvero ha dell’incredibile, dal feroce sapore beckettiano di “Aspettando Godot”. Ma siccome me ne ha parlato una “giovane promessa” del giornalismo, prima che ascenda alla scala valoriale dell’italico pennivendolismo, intendo quella inventata da un professionista  – “giovane promessa, emerito stronzo, venerabile maestro” – mi piacerebbe ve ne parlasse lui su questo blog, che mi pare un posto ancora ospitale. O forse faremo insieme un’incursione, vedremo. Adesso no, mi riservo di raccontare tutto alla prossima puntata.

Mark Adin, comunque, sappiate che vuole vuotare il sacco. Per fare ciò, apre con il presente contributo una sottorubrichetta come Corrispondente dalla Padania, col dichiarato intento di riferire di scenari e scemari, accoccolato con il portatile sulle ginocchia come fosse una gloriosa Olivetti lettera 22, ben sapendo che questo ulteriore impegno non comporterà aumenti del mio già cospicuo emolumento in qualità di columnist di questo blog.

Perché, a voi Daniele non vi paga? Ebbè, fatevi sentire, a me mi paga pure bbene… Ma guarda un po’ questo Barbieri che sòla, ahò, questo ve sta a fregà! D’altronde è romano: razza ladrona.

Mark Adin

http://marcoperessi.it/Pagine/LibriContenuti/Panfle.html

Redazione
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2 commenti

  • Marco Pacifici

    …hobo DB…hobo MP…hobo pure tu MA? Mejo hob(b)i(t) che servi. Quanto me piacete… Pure io so’ romano(25 aprile 1953 a Roma,nun vorei(co’una ere sò!()la) insiste’…) Nun te invidio,MA Mark Adin,anche perchè i forellini padani … mica stamo ad avetrana,i ros se ne fottono…

  • nemmeno io te invidio caro mark……voglio comunque evitare commenti al fatto di cronaca e per alleggerire la tensione una domanda fuori luogo ma quel cazzone li che si vede in tv….come si chiama..cota si quello e´novarese?ma non se ne puo´ piu no no io rinnego non sono piu di novara sono di napoli anzi no sono di bari si ma non di bari vecchia come cassano io sono di bari centro si si baricentro basso cosi mi reggo meglio in piedi e a pieni polmoni posso gridare forza mark(potrebbe essere uno slogan)vuotalo si il sacco…. a presto manik d´la madona

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