Defilippi, Lansdale, Manzini, Marklund, Nesbo, il duo Manchette-Bastid più Autori Vari

7 recensioni giallo-noir di Valerio Calzolaio

Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri

«Viaggiare in giallo»

traduzioni di Maria Nicola (dallo spagnolo)

Sellerio

306 pagine, 14 euro

Italia, Corsica, Praga, Girona, girate con vari mezzi. La scusa per evitare la festa del 161° della polizia ad Aosta, è la convocazione per la riunione condominiale a Roma; il vicequestore Rocco Schiavone parte in treno e sul Frecciarossa si verifica un furto con la vittima colpita da infarto; non è il primo ma sarà l’ultimo per quella banda. Caterina propone al figlio Enrico, detto il Cipolla, anni 5, interista, seconda Materna, una vacanza in Corsica con il compagno Carlo; è così che il bimbo scopre trasporti innovativi (il Frecciarossa con insolito insoluto delitto a bordo, traghetto, elicottero, motoscafo); verifica soprattutto che il 65enne nonno pensionato Amedeo Consonni forse non è morto anche se ora lo chiamano Alberto Scevola, residente nell’isola (genovese) di San Pietro in Sardegna. Anche il matematico barista Massimo Viviani è costretto a fare una settimana di crociera verso le Canarie per scoprire crimini e segreti connessi a furti a Pisa e Pineta; oltre che per amore del vicequestore Alice Martelli, che lo usa a distanza, il cervello di lui ovviamente; partono tutti i 29 adepti della Loggia del Cinghiale compresi i 4 vecchietti del BarLume, arrivano a capire come e chi ruba nelle case dei vacanzieri. Peppe Piccionello e Saverio Lamanna al centro commerciale di Castelvetrano (80 km da Màkari), come milionesimi clienti vincono un viaggio in aereo dalla Sicilia a Praga; la mitica Suleima li raggiunge là da Milano, ma scopre subito che in aereo si è fatta avanti con Saverio la bella intrigante Larisa, stile spy story, lasciando recapiti e chiavetta usb; d’altro canto Peppe ha pure appuntamento con Santo il Monaco per cercare le spoglie di San Vito. Poi Carlo Monterossi assiste Oscar nel cercare in Brianza il delizioso cane Killer e il collare (da 180.000 euro) che ha al collo. E infine Petra & Fermín devono prendere la corriera verso casa dell’autrice per capire chi è l’ucciso (e tagliato a pezzi) nella valigia di una brava ragazza.

Insomma già li conoscete tutti. Qui ci raccontano viaggi; per caso o piacere, premio o dovere, in vacanza o a trovare qualcuno. Ognuno a suo modo (Saverio e Petra in prima persona) nel contesto di tempo e di spazio fra il precedente romanzo di grande successo e il successivo (speriamo prossimo) con personaggi ormai amici di tanti di noi. Gli autori di casa Sellerio ci hanno abituato a queste deliziose raccolte a tema, affiatate e tempestive: uno stesso filo, in un analogo rapporto con tecniche e obiettivi degli autori seriali. Direi anzi che c’è quasi una contaminazione reciproca fra gli italiani, che si citano a vicenda (Savatteri in uno scoppiettio di colleghi di tutti i tipi e pure altri editori) e in qualche modo reimpastano anche parallele ironie e giochi letterari. Manzini “Senza fermate intermedie”, Recami “Il testimone”, Malvaldi “In crociera col Cinghiale”, Savatteri “La segreta alchimia” (il più lungo), Robecchi “Killer (La gita in Brianza)”, Alicia Giménez-Bartlett “Un vero e proprio viaggio” (il più breve, nonostante le soste degustative) offrono un volume unitario, serialmente di squadra; insieme composito, utile a meglio inquadrare l’evoluzione di ogni singola serie. E al bar si lavora, non si gioca a Diabetik, per nessuna ragione.

 

Antonio Manzini

«La giostra dei criceti»

Sellerio (prima edizione: Einaudi 2007)

Roma. Febbraio 2004. Renato Massa detto René nacque nella capitale il 7 ottobre 1963. Capelli rossi come il fuoco e occhi grigi, gran lettore (anche dopo il liceo, passione per la filosofia del diritto), è un delinquente e sta fuori con la condizionale. Partecipa a una rapina a mano armata, l’autista prende in pieno la campana dei rifiuti e va storto qualcos’altro; 40 anni compiuti da poco si ritrova in gattabuia, o almeno crede. Era già stato dentro quattro volte, è un duro, pur se da tempo aspirerebbe ad altra vita. Ha un amore segreto, la giovane magnifica Alessia (anche lei profondamente innamorata), setosi capelli neri e intensi occhi verdi, figlia di un barista malavitoso e fidanzata ufficiale del possente complice del padre (una macchina omicida di un metro e novantacinque di muscoli). Ha un fratello minore segreto (orfani fin da bimbi), il pavido abitudinario Diego, capelli rossi e lentiggini sugli zigomi, una vecchia nonna sulle spalle, impiegato Inps senza qualità, che non lo sopporta e non vede da più di quattro anni. Proprio mentre René capisce che a tenerlo prigioniero sono i falsi poliziotti che hanno inscenato il fallimento della rapina, Diego recupera casualmente una bella cifra che sa di bottino rubato, 175.000 euro. Deve però gestire un’emergenza in cui l’hanno coinvolto: il suo capo si aggrega al piano ordito dall’amico ministro, da un generale dei carabinieri, dal direttore generale e da un influente sottosegretario per eliminare pensionati soli, molto anziani e improduttivi, target precisi (ancora da individuare) per l’Operazione Anno Zero. Ed è tutto un tourbillon d’intrecci: tradimenti, ricatti, bugie, botte, un’arruffata giostra di fuochi d’artificio, un misto di casi ineluttabili in cui è proprio difficile restare vivi.

Son dieci anni che l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) si e ci diletta anche con ottime scritture. Iniziò con una pièce per il teatro, “Sangue Marcio”, cui seguì questo testo, pubblicato da Stile Libero, terza persona sui vari connessi protagonisti (spesso a loro insaputa). Aveva già all’attivo pure vari racconti e sceneggiature quando è arrivato il primo romanzo (2013) della serie di Rocco Schiavone, con un successo crescente e travolgente. Così gli esordi tornano ora in libreria illuminati da nuova luce. Manzini spiega che, considerando la successiva esperienza, voleva “ritoccarlo” ma poi “sarebbe diventato un altro libro” e ha “lasciato perdere”, il percorso letterario si capisce meglio, “un pezzo delle fondamenta” di casa sua. Si potrebbe dire che scrisse un “hard-boiled de’ noantri”, bello e artigianale. È significativa la dedica d’ascendenza a Frederic Brown (1906-1972), l’ottimo autore americano di fantascienza e gialli dallo stile secco e crudo; Manzini intinge quell’umorismo e quel cinismo a Roma, facendosi tristi beffe delle piccole ambizioni e delle illusioni solitarie, della criminalità disorganizzata e della potente protervia, messe in oggettivo ridicolo, mondi e stile non forbiti. Fra i personaggi mancano investigatori e poliziotti questurini. Segnalo che l’ingegnere e il ministro sono cresciuti a Macerata, dove avevano diviso tutto: biglie, figurine, seghe, medie e liceo e dove poi Iacobazzi si era candidato ed era stato eletto. E che la banca rapinata è la Cassa Rurale delle Marche, pura coincidenza. Nella villa del boss si beve Fiano di Avellino.

 

Jo Nesbø

«Sete»

traduzione di Eva Kampmann

640 pagine, 22 euro

Einaudi

Oslo. Già in altre occasioni avevamo lasciato Harry Hole a serio mortale rischio di terribili killer, sembrava essere giunta l’ultima volta per il leggendario poliziotto, alto 1 e 93, magro e largo di spalle, biondo con iridi azzurre, pallido esausto sincero altezzoso individualista, enorme cicatrice fra bocca a orecchio, medio della sinistra troncato. Ora, dopo lo spettro di fine 2010, ha cambiato vita, insegna alla scuola di polizia, prende meno soldi ma non è in prima fila, ha qualche incubo ma con migliori risvegli (anche soddisfatti di felicità), mantiene una voce profonda e calma, lineamenti duri con tante rughe, folti capelli a spazzola con spruzzata laterale di grigio, occhi senza più reticolo rosso. Finalmente è a dieta sana e in astinenza dall’alcol, proprio innamorato di Rakel (sposata tre anni prima, mettendo la pistola in un cassetto e una fede all’anulare), mite giurista presso il Ministero degli esteri, occhi castani capelli bruni zigomi alti, e del figlio di lei, Oleg, intelligente serio ex tossicodipendente, ormai suo “allievo” quasi 22enne, alto 1 e 90 con un ciuffo nero (del padre russo). Non amano la stessa musica ma odiano la stessa. Li ritroviamo a novembre 2015. Rakel ha scoperto di avere una rara malattia del sangue, proprio quando qualcuno ha iniziato a uccidere donne trovate via Tinder e morse con una dentatura di ferro, bevendone poi il sangue, forse è proprio un vampirista. Non sono vittime a caso, lentamente Harry lo capisce, viene coinvolto nell’indagine, suo malgrado, insieme a uno psicologo il quale da anni, deriso, sostiene che da secoli esistano davvero i vampiristi. Quando Penelope viene lasciata in vita e in coma, Harry intuisce che chi ha ordito la trama ha anche lui nel mirino. E finisce per comprare un bar, in pieno uragano Emilia.

Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre) ha scritto dal 1997 ottimi lunghi romanzi della serie Hole, grandissimo successo mondiale, questo è l’undicesimo, ormai siamo tutti holeomani, malinconici. L’autore narra ancora in terza varia e mossa al passato, talora sull’assassinio seriale. L’affinata terza persona gli consente garbati espedienti letterari, invertendo spesso a sorpresa (e ad arte) l’attribuzione della suspense sulla scena. Sono testi noir con pessime torture, cupi e violenti, l’ultimo capace di virare più sul giallo che sull’orrido. Butta là indizi sul coinvolgimento di più di un possibile colpevole. E, mesi dopo, la storia sembra ricominciare. Anche nell’egualitaria Norvegia tanti hanno scheletri nell’armadio e segreti che li coinvolgono, vicende intrecciate o di contorno, poliziotti giornalisti medici, una selva di personaggi di sicuro interesse, nemici o amici, egocentrici o generosi, strumentali e ostili, come al solito. Significativo il disturbo bipolare della bella intelligente agente investigativa speciale Katrine Bratt, giovane capo della sezione Crimini violenti, maniaco depressiva, borderline, da poco tornata single, rimorchiatrice di maschi proprio via Tinder (appuntamento online), per principio gelosa di Rakel, ancora incuriosita dal noioso perfetto innamorato ex compagno (bravo tecnico della Scientifica). Ottime aggiornate scelte musicali, per il cattivo vanno sempre bene i Pink Floyd. La sete (del titolo) non viene appagata solo da globuli rossi e crudeltà: appare spesso il vino (non per il gusto di Harry), pur senza specificazioni. Il regalo tardivo è un amaro d’erbe arancione, proprio quando “il Fidanzato” esce di prigione, vecchio e pronto a vendicarsi. Non finisce lì.

 

Joe R. Lansdale

«Io sono Dot»

traduzione di Luca Briasco

252 pagine per 17,50 euro

Einaudi

Texas. Ai nostri giorni. “Io sono Dot” è un Joe R. Lansdale che non ti aspetti. Dorothy Dot Sherman è una ragazza di 17 anni. Vive in una roulotte con nonna, madre Alma, fratello minore Frank (tutti a vario modo buoni a nulla), il padre li ha abbandonati d’improvviso cinque anni prima. La sorella (di altro padre) l’ha resa già zia (con vari compagni, l’ultimo ubriacone violento) ed è una collega. Lavorano sei ore al giorno come cameriere sui pattini (lei arriva con l’auto) in un drive-in sempre aperto, il Dairy Bob, colonna sonora anni Cinquanta e Sessanta, ottimi hamburger e patatine scadenti. Bob chiama tutte le ragazze col nomignolo “Fender Lizards” (è il titolo originale). Una tarda sera arriva il vecchiarello fratello del padre con uno scalcagnato Dodge verde. E qualche giorno dopo lei vendica la sorella malmenata. È l’inizio di una progressiva svolta, avvincente e in parte sentimentale, abbastanza diversa dai noir cui ci aveva abituato. Una storia vera?

 

Liza Marklund

«Ferro e sangue»

traduzione di Laura Cangemi

374 pagine per 18,50 euro 18,50

Marsilio

Stoccolma. Giugno 2015. La dura e curiosa 43enne Annika Bengtzon, esile snella scura spigolosa, separata e ora felicemente accompagnata con Jimmy (due figli a testa), è molto preoccupata e ne ha ben donde. Si è accasciata a terra ed è svenuta all’improvviso per un attacco di panico, è costretta ad andare dalla psicologa e faticosamente racconta i propri incubi; il dedito direttore del quotidiano dove lavora le rivela segretamente che presto chiuderanno l’edizione cartacea, per lei come per ogni giornalista (non solo di nera) è un trauma (ormai quasi universale); la madre la chiama a sorpresa perché pare sia sparita la sorella minore Birgitta, con entrambe non andava affatto d’accordo. E riappaiono alla necessità di cronaca pure due vecchi casi terribili: la sua prima firma sul giornale 15 anni prima riguardava l’omicidio di una spogliarellista 19enne, il certo colpevole si era garantito un alibi tramite false testimonianze degli amici, i lettori hanno chiesto di leggere ancora su quella vicenda senza condanna, avvenuta quando non c’erano efficaci esami dell’eventuale Dna; sta per aprirsi il processo al Carpentiere ed erano stati proprio i suoi articoli che avevano portato alla cattura del serial killer, una brava collega segue le testimonianze e la tiene al corrente, tanto più che torture e delitti sono avvenuti per decenni in vari paesi, simili, insoluti e ancora in corso. Investiga con acume come al solito, sia sui propri affetti e passioni che su delitti e crimini, si trova a girare molto con la Volvo e a correre svariati rischi.

La scrittrice e giornalista svedese Liza Marklund (Pålmark, vicino al Circolo Polare Artico, 1962) in 17 anni (1998-2015) ha pubblicato 11 romanzi della serie Annika Bengtzon, con grande successo in tutt’Europa come negli Stati Uniti e varie riduzione cinematografiche. La protagonista è sempre tormentata, parafulmine di immensi guai che accompagnano le sedute dalla psicologa e i pensieri personali di ogni storia (per quanto la narrazione sia in terza varia al passato): la tragedia del padre ubriacatosi e morto per assideramento quando aveva 17 anni, la condanna per l’omicidio colposo del fidanzato che la perseguitava con violenza, i continui fastidi causati dal rancore sordo e cattivo del marito che la tradiva, il frequente coinvolgimento professionale (e non solo) in fatti di cronaca estremi. Leggiamo di una persona “al limite” e ciò finisce per rendere ogni romanzo intenso e interessante, quasi un’avvincente monotonia. Il ferro e il sangue del titolo richiamano anche la fonderia dove lavorava il padre del fidanzato ucciso, lo va a incontrare e lui non le dà torto. Molto utili e attuali le riflessioni su nazioni e mondo privi di quotidiani, i cambiamenti nell’immagine urbana (le edicole, le locandine, la raccolta dei rifiuti, le attività durante i trasporti collettivi), nell’apprendimento rispetto a formato e contenuto (come si legge, quanto si ricorda), nella quantità e qualità della domanda e offerta di lavoro “giornalistico”. Tutti, comunque, usano il “tu” e si tolgono le scarpe quando entrano in un appartamento. Vino di qualità, da sudafricani Merlot e Shiraz alla Rioja del 2004.

 

Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid

«Che i cadaveri si abbronzino»

traduzione di Roberto Marro

192 pagine, 13 euro

Edizioni del Capricorno (originale 1971)

Dipartimento del Gard. 16-17 luglio 1970. Luce, ricchissima cinquantenne alcolizzata pittrice e scultrice, da un decennio possiede un villaggio abbandonato in rovina (senza elettricità, acqua corrente, telefono), di norma ci trascorre l’estate, usandolo come scenografia e ospitando chi capita. Tre bei tipi torvi le danno false generalità e una mattina, andando in paese a fare spesa per tutti, bloccano un furgone portavalori, uccidono le guardie, rubano 250 chili d’oro. Ciò sconvolge un poco vite e morti nelle successive venti ore. “Che i cadaveri si abbronzino” è lo straordinario esordio nella Série Noire degli amici Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid, che diverranno famosi, soprattutto il primo (1942-1995), vero innovatore dell’intero genere noir in Europa, per la prima volta in italiano come titolo inaugurale di una nuova bella collana di notevole valore letterario.

 

Alessandro Defilippi

«Donne col rossetto nero»

266 pagine per 17,50 euro

Einaudi

Genova. Gennaio 1953. Il 50enne colonnello (partigiano) Enrico Anglesio, carabinieri Legione Liguria, moro con corto pizzo grigio, sempre in borghese e mattiniero amante della Lambretta, trova insopportabile il fumo di sigaretta e ha spesso un Toscano in bocca, si trova alle prese con il probabile inconsueto assassinio di giovani donne, Gemma, Marisa, forse altre prima, forse altre minacciate ancora. I polsi presentano segni di legatura e, dopo morte, vengono pesantemente truccate come maschere: tanta cipria scura, ombretto di vari colori in dense pennellate, linea rossa in fronte, labbra coperte di rossetto nero. Il fatto è che pure il lucido Anglesio ha i suoi problemi, sogni, incubi, insieme turbato dal rapporto con Letizia e affollato dall’incombenza di Laura. La fidanzata Letizia, capelli biondi tendenti al rosso, brava laureata poliglotta in Ingegneria navale, è magnifica e lo ama nonostante abbia la metà degli anni; ora però il ricchissimo padre Amilcare, armatore con i cantieri Schelher nel mirino dell’Ansaldo, ha subito minacce e rischi, deve chiederle di andare in Brasile per sei mesi. L’ex moglie malata (di mente) Laura, già ricoverata (con elettroshock) in vari manicomi, era scomparsa senza che mai se ne ritrovasse il corpo, volata dritta in mare su una curva dell’Aurelia a soli 33 anni, da quasi otto è un’annegata presunta; ora gli arriva un biglietto con la sua firma e aleggia in varie stanze della casa. L’indagine è complicata; anche un anziano ex camallo, che poteva indirizzarla meglio, viene ucciso con un violento colpo di sbarra in una galleria; il filo sembra essere una serie di astucci d’argento con vasetti di trucco, ora anche Letizia ne ha ricevuto uno. E in città si smercia oppio, altri crimini incombono; amici e collaboratori aiutano ma non sarà facile.

Il medico e psicoterapeuta junghiano Alessandro Defilippi (Torino, 1956) ha già all’attivo vari romanzi e racconti; considera (giustamente) Genova borgo marinaro di Torino e vi ambienta la serie del colonnello Anglesio. Narra in terza varia, qualche volta in corsivo la personalità misogina del cattivo. In realtà è ben presto evidente l’intestazione seriale del killer, ciò non rovina in niente la trama. Scrittura attenta, lettura gradevole: il tono è talora un po’ ripetitivo, allusivo, incompiuto. Il paffuto riccioluto rossastro (con l’aureola) maresciallo Medardo Vercesi e il magro baffuto pericoloso (per la forza) brigadiere Mattia Ferrari sono fedeli e fidati, riconoscendo le qualità umane e intuendo la follia latente del colonnello. E tutti apprezzano l’intelligente amica maîtresse zia Rina, tratti fini e netti, occhi acuti e ironici, capelli brizzolati e mani curate, corpo sottile e giovanile: sa ben curare, massaggiare, gustare, consigliare, anche per il notevole archivio. La vita sociale e alcolica del protagonista ruota intorno alla Lanterna e soprattutto alla piccola spiaggetta di Boccadasse, all’osteria del mitico nostalgico 52enne ex scassinatore Cicin, focaccia trofie triglie pansòti prescinsôea buridda e frisceu, comunque abbinati al Pigato, a ogni ora del giorno e della notte. Il raro rosso è un Nebbiolo. La grappa peraltro fa una sessantina di gradi. Quando cucina, Anglesio mette in sottofondo la tromba di Armstrong, Satchmo Serenades o la vecchia Billie Holiday Sings. Poi, aspettando, legge Simenon, un Maigret. E la porta resta socchiusa: Laura o Letizia? Chi può dirlo?

Redazione
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