Dio c’è: ha l’aquilone, è un bambino

Dal Congo-1

Casomai non lo sapeste, il Congo per risorse naturali è il luogo più ricco del mondo: per questo qualcuno vi porta sempre la guerra e per questo noi gente qualsiasi non dobbiamo sapere chi rapina, chi porta le armi, chi stupra, chi uccide, chi nasconde la verità…

di Donata Frigerio (da Goma, Congo)   

Mercoledì 7 agosto

Siamo a Goma, Nord Kivu, parrocchia San Francesco Saverio, nel periferico quartiere di Ndosho.

Suor Giovanna, parmigiana in Congo da più di 30 anni, insiste per accompagnarci a visitare un campo di rifugiati, quello di Buhimba, l’ultimo in ordine di apparizione, nato a causa degli attacchi di dicembre 2012 e cresciuto in estensione e numero di rifugiati dopo gli attacchi alla città dello scorso mese di giugno. Vi sono “ospitate” alcune migliaia di persone e Giovanna ritiene sia necessario per noi vedere con i nostri occhi che i poveri sono trattati come carne da macello. Questo campo è seguito da poche ong, ancora non c’è acqua a disposizione e le donne, all’alba, partono con i loro bidoni per riempirli con l’acqua del lago, a qualche kilometro dal campo.

Giovanna denuncia, con la forza di chi ritiene che i “ricoverati” nel campo siano fratelli, l’abbandono di migliaia di persone nei campi, prive dei servizi essenziali e con quasi nulle prospettive per il futuro.

Ci racconta di quando, in giugno, a causa degli scontri armati nei quartieri popolari della città, 2500 persone in poche ore hanno trovato rifugio nella spianata della parrocchia. Una mamma, arrivata stremata, ha partorito un bel bimbo sotto un albero, accanto alla chiesa. Suor Georgette, la consorella infermiera, ha inventato una sala maternità nei locali dell’oratorio, e ha assistito, nella settimana in cui i profughi sono rimasti a Ndosho, a un altro parto. Le suore, con il saveriano Roberto, hanno distribuito ogni giorno il cibo che riuscivano a trovare e quello donato dal PAM (Programma Alimentare Mondiale). Molte ong e altri organismi internazionali venivano per prendere dati e osservare la situazione ma nessuno di loro ha aiutato in alcun modo.

Finalmente, dopo diversi giorni, un delegato dell’Unione Europea ha fatto in modo che arrivassero loro alcune cisterne con acqua potabile. I profughi hanno utilizzato i pochi bagni dell’oratorio e bevuto per giorni l’acqua del lago. Non ci sono state epidemie. Infine l’UNHCR (Alto Commissariato Rifugiati, dell’ONU) ha spostato, dopo circa una settimana, i rifugiati a Buhimba.

Nel campo erano state preparate strutture in canna per i ricoveri e ogni famiglia che ne prendeva possesso si è arrangiata a sistemare “la casa”, ricoprendola con l’aiuto delle tele in plastica donate da UNHCR; ma non erano in numero sufficiente, per cui alcuni ricoveri sono tuttora in foglie e paglia.

Torniamo al campo come è ora.

Fuori città di qualche kilometro, il campo si presenta – al nostro arrivo a piedi (abbiamo lasciato l’auto sul bordo della strada poco distante) – come una distesa di pseudocapanne coperte da bianche tende, numerate in modo evidente… quindi registrate da UNHCR. Il dettaglio della registrazione ha la sua importanza, significa che gli organismi internazionali predisposti conoscono l’esistenza della tenda e dei suoi abitanti; cosa grave, visto che molti non ricevono comunque adeguata assistenza.

Incontriamo i primi ospiti, chiediamo come va, secondo la tradizione, e rispondono che stanno bene!

Stanno bene???? Le cuccie dei nostri cani sono più confortevoli. Lo spazio nelle tende è ridotto: le più grandi misurano circa 3×2 metri, non ci si può stare in piedi ma, se le condizioni permettono, è diviso in due, zona notte e zona cucina. Ci “abita” in media una famiglia, da 5 a 10 e più persone.

Mi aggiro, stordita, a volte piangente, sui sentierini fra le tende. Non è permesso visitare i campi e la gente non vede di buon occhio i bianchi, che solitamente curiosano, ma siamo insieme a Giovanna, che è molto amata, quindi siamo accolti benevolmente.

Nella spianata del campo ci accoglie un folto gruppo di bimbi che, con l’aiuto dei giovani animatori volontari della parrocchia di Ndosho, cantano e giocano. Fra tutti spicca ai miei occhi una bimba di circa 4 anni, vestita di stracci, che porta sulla schiena un minuscolo fratellino. Canta, batte le mani, ride. I più fortunati hanno mangiato la sera prima, ci dice Giovanna.

Incontriamo un vecchio con elefantiasi a un piede: è solo, i vicini di “casa” lo accudiscono e gli portano da mangiare ogni giorno, se ne hanno. Ringrazia per la visita.

Vediamo qualche pentola in cui cucinano il boulli, una pappetta di farina.

Ci sono pochi adulti in giro. Le mamme sono ancora al lago e molti uomini sono usciti per raggiungere la città e cercare qualche lavoro provvisorio che dia un minimo di risorse. Da questi campi, contrariamente ad altri, la gente può uscire a piacimento: questo le permette di arrangiarsi almeno un poco, in un luogo dove non sarebbero comunque mantenuti dalla comunità internazionale. In verità vediamo una sala in muratura, UNICEF, in cui svolgono attività ricreative e sanitarie per i bimbi.

Il campo mi interroga, mi grida, mi denuncia…

Nonostante l’estrema miseria qualcuno sorride, i bimbi giocano e ci seguono curiosi. Uno in particolare ci colpisce, un bimbetto di forse 10 anni, che fa volare un aquilone che si è costruito con la plastica di un sacchetto e alcuni bastoncini.

Un aquilone in un campo profughi.

Salutiamo e usciamo verso l’auto. Il bimbo con l’aquilone ci segue. Gli chiedo come si chiama. Risponde che il suo nome è Mungu Ico. «Mungu Ico?». Sì. Mungu Ico in italiano si traduce con «Dio c’è».

Il bimbo con l’aquilone, serio ma amichevole, si chiama Dio c’è.

Un bimbo profugo mi ricorda che Dio è qui, forse più che nelle nostre cattedrali, profugo, lui che lo è stato davvero da bimbo.

Post scriptum: forse scriverò ancora sul perché ci sono i campi profughi e sugli avvenimenti degli ultimi tempi a Goma. Se volete maggiori spiegazioni, chiedetemi.

Post scriptum fotografico: non so fotografare e non sono mai stata una reporter, sono riuscita a scattare solo poche foto e solo all’uscita dal campo; prima la sofferenza e la rabbia per la situazione me lo hanno impedito. Ringrazio Andrea e Massimo che hanno condiviso con me le foto che son riusciti a scattare.

Post post scriptum (di db): qui in blog di Congo si è parlato molto (mai abbastanza però). Dunque se volete saperne di più vi consiglio di partire da  Una speranza per il Congo?  – a firma Gianni Boccardelli e datato 1 agosto 2006 – e poi di cercare altri post sul vecchio e nuovo «cuore di tenebra» dell’Africa.

Redazione
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