Scor-data: 25 giugno 1900

Muore Friedrich Nietzsche

di Fabrizio Melodia (*)  

«Vi scongiuro, fratelli, restate fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Essi sono avvelenatori, che lo sappiano o no. Sono spregiatori della vita, moribondi ed essi stessi avvelenati, dei quali la terra è stanca: se ne vadano pure»: è Friedrich W. Nietzsche in «Cosi parlò Zarathustra» (proemio, paragrafo 3, traduzione di Mazzino Montinari, Adelphi, 1976).

Questa fu la frase che mi fece decidere all’acquisto del libro «Cosi parlò Zarathustra. un libro per tutti e per nessuno» (in edizioni BUR) completo del contributo critico di un insigne studioso che saltai a piè pari, immergendomi direttamente nell’atmosfera mistica e allucinata dello scritto.

Mi affascinò subito la figura di Zarathustra, questo profeta che, dopo un ritiro spirituale durato moltissimo tempo, aveva deciso di tornare fra la gente, nel mercato, per donare loro i frutti della nuova conoscenza spirituale e filosofica.

Ero agli inizi del mio cammino nella filosofia, cercavo all’epoca qualcosa da leggere per l’estate, avevo già dato fondo ai romanzi di fantascienza e a «Il signore degli anelli»; adesso volevo seguire i consigli della mia professoressa di greco e latino, che tempo prima mi aveva avvicinato alla lettura del «Dizionario filosofico» di Voltaire.

Rimasto impressionato del proemio, andai a dare una letta alla cronologia della vita del suo autore, Friedrich Wilhem Nietzsche.

La sua morte mi colpì immediatamente, forse per la mia particolare predisposizione alla letture giallistiche che in quel periodo imperversavano a fianco delle fantascientifiche.

Ricoverato dall’amico Franz Camille Overbeck, un teologo protestante e suo ex insegnante, a causa del suo stato alterato (passava da momenti di esaltazione a tristezza profonda) prima in una clinica psichiatrica a Basilea in cura dal dottor Wille, viene trasferito poi a Naumburg (in Assia, Germania) per esser assistito dalla madre, fino alla morte di lei, e in seguito dalla sorella Elisabeth Förster Nietzsche.

Nietzsche trascorse il suo tempo in un mutismo quasi totale, passeggiando con amici o suonando il pianoforte, fino all’aggravarsi delle condizioni fisiche: numerose paralisi, forse accentuate dalle eccessive dosi di farmaci per tenere sotto controllo gli attacchi di follia.

Trasferitosi quindi nel 1897 nella casa di Weimar (Turingia, Germania) – dove la sorella fondò successivamente il Nietzsche-Archiv – vi morì di polmonite, appunto il 25 agosto 1900.

Riguardo alle cause della sua follia, s’ipotizzava una malattia venerea contratta in un incontro con una prostituta, per la precisione sifilide allo stadio terziario (neuro-sifilide) e per lungo tempo fu la teoria più accreditata a causa dei danni neurologici causati, fino a uno stato simile alla paralisi progressiva; tuttavia il medico Leonard Sax si discostò da quest’ultima ipotesi poiché notò l’assenza dei sintomi tipici della malattia, contestando inoltre la lunga sopravvivenza.

La follia potrebbe comunque essere attribuita a un disturbo bipolare – di cui era affetto fin dalla gioventù e assai frequente nella sua famiglia – che sarebbe infine degenerato in pazzia.

Inoltre tale degenerazione poteva essere stata indotta da un non voluto avvelenamento da farmaci, tra cui il mercurio (usato anche per il trattamento della sifilide) che è neurotossico e altri farmaci per l’emicrania, somministrati in manicomio o assunti da lui stesso precedentemente.

Sempre secondo Leonard Sax, Nietzsche aveva «quasi sicuramente» un meningioma, cioè un tumore benigno, oggigiorno facilmente asportabile, posizionato sul nervo ottico, che gli aveva provocato le emicranie, lo spostamento del bulbo oculare e la cecità dall’occhio destro, le paralisi e i disturbi mentali (ricordando che il padre di Nietzsche era morto proprio per un tumore cerebrale).

Oppure, più semplicemente, il filosofo era affetto da demenza frontotemporale precoce.

Friedrich Nietzsche, secondo alcuni suoi studiosi, avrebbe dato egli stesso una probabile spiegazione della sua follia, attribuendo la sua stanchezza e la sua emicrania frequente allo stress cerebrale e creativo cui si era sottoposto negli ultimi anni.

Vidi che aveva scritto una quantità spropositata di libri: all’epoca io non avevo dubbi, gli era fuso il cervello.

Per una persona dal cervello in pappa scriveva però dannatamente bene, tanto che mi innamorai perdutamente del suo modo di scrivere e delle sue opere, che lentamente divorai con passione, affiancondole poi alla mia conoscenza di Platone.

Venni a sapere che fu un iconoclasta, un rivoluzionario, un uomo che non voleva inchinarsi all’autorità, una persona che conduceva una vita regolare quanto coltivava in se stessa un caos abbacinante, quasi quanto il murmure che scorreva nelle sue pagine.

«Essi si vantano di non mentire: ma l’impotenza a mentire è ben lungi dall’amore per la verità. Guardatevi da loro! […] Chi non sa mentire non sa che cos’è la verità. Non vogliate nulla al di là della vostra capacità: hanno una falsità odiosa quelli che vogliono al di là delle proprie capacità. Soprattutto quando vogliono cose grandi! Poiché suscitano diffidenza verso le cose grandi, questi raffinati falsari e commedianti: – finché diventano falsi con se stessi, strabici, pieni di vermi e riverniciati, ammantati di parole forti, di virtù da esposizione, di opere splendenti e false. Se volete arrivare in alto, usate le vostre gambe! Non lasciatevi trasportare in alto, non sedetevi su dorsi e teste altrui»: ancora «Cosi parlò Zarathustra» (IV, «Dell’uomo superiore»).

Fu un uomo abituato ad andare controcorrente, a non cedere mai alle lusinghe di una società ipocrita, perbenista e fasulla, tutta dedita ai salamelecchi e a una vuota nobiltà, proprio quando il mondo stava cambiando e la filosofia con esso.

Vidi che aveva viaggiato molto in Italia, amava Torino e Venezia: nella mia città, in una casa alle Fondamenta Nuove, scrisse «Aurora».

«Da non dimenticare. – Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare»: scrisse proprio in «Aurora» (574, Adelphi, 2006; traduzione di Ferruccio Masini).

La scoperta di Nietzsche fu molto importante per me, mi fece capire quanto filosofia, letteratura, poesia e musica fossero intrinsecamente connessiea doppio filo, quanto decisamente sbagliato e arbitrario separarli.

Fu una scoperta di come l’essere umano non debba giustificare la propria esistenza inchinandosi dinanzi a un principio trascendente, alieno, ma che la libertà e la responsabilità di agire e cambiare le cose erano tutte nelle nostre mani.

Tanto matto non doveva essere, ma sicuramente frainteso.

Divenne “profeta” del nazismo, secondo una sciagurata interpretazione di Martin Heidegger, fomentato dalla risistemazione fraudolenta della sorella, la buona e devota Elisabeth, che era fervente antisemita e cattolicissima, che voleva conservare appieno la memoria dello sfortunato fratello… senza capirlo.

Passò poi di mano in mano, fino ad approdare ai giorni nostri.

Come a sancire quello che aveva scritto: «L’intero apparato della coscienza è un apparato per astrarre e semplificare – non orientato verso la conoscenza, ma verso il dominio delle cose».

E come tale, un simile rivoluzionario, doveva per forza essere dominato.

Ma non si domina ciò che è per sua natura indomabile.

«Io vi insegno l’oltreuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo? Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l’uomo per l’oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna».

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. Varie le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

 

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