Divari & Stradivari – di Mark Adin

Giochereste a tennis con uno Stradivari, usandolo come racchetta? Non credo: forse l’avreste già messo su E-Bay o affidato a una casa d’aste (so che fra i followers di questo blog ci sono quanti ci risolverebbero il problema della pensione) e sicuramente tutti ne saprebbero stimare il valore, riconoscendo che la fragilità dello strumento richiederebbe mille cure e attenzioni.

Per gli umani questo non vale, no, ma guarda che stranezza.crozza

Chi ha assistito all’esibizione di Crozza a San Remo, accidentata dal rumoroso becero berciare di un baffuto sicario berlusconiano, sarà rimasto colpito dal blocco psicologico che ha quasi portato alla paralisi il comico gentile, uomo di spettacolo (e quindi doverosamente soggetto ai rischi delle dirette), capace di gustose imitazioni, la cui meticolosità rasenta la perfezione.

Crozza è un artista tutt’altro che comune, è uno dalla preziosità del tocco, ma nell’occasione, se adottassimo un linguaggio da cronaca di bordo ring, si potrebbe dire che è stato “toccato duro”, ed è rimasto per lunghi istanti sui colpi, salvato dall’intervento dell’arbitro (Fazio), lasciando intendere di essere in procinto di gettare la spugna, salvo poi riprendersi e ritrovare faticosamente la concentrazione per terminare il pezzo.

I suoi momenti di smarrimento, la secchezza delle fauci, la schiena al pubblico, il cenno di resa, la bottiglietta d’acqua, le esitazioni, sono stati segnali interpretati da molti come debolezza, frutto di immaturità artistica: imperdonabile.

Hanno sempre affascinato tutti le cosiddette imitazioni, forse perché esse rappresentano una magia particolare o, se le vogliamo chiamare in altro modo, un furto di personalità: uno dei fatti più diabolici e, allo stesso tempo, sublimi, in altre parole gesti di vera arte. Rubare l’anima occupa, nell’immaginario collettivo, lo spossessamento della identità vitale, tipico del grande mago, nel caso in questione del grande Attore. Maurizio Crozza, infatti, non è un guitto qualsiasi, uno di quei mediocri raccontatori di barzellette, facezie, che talvolta imitano, pardon, scimmiottano, questo o quello, con l’ausilio del trucco e del parrucco degno di una festicciola di carnevale tra amici, animali da Bagaglino.

Crozza è un perfezionista di talento: un attore vero e un uomo mite, che non può che subire la cafonaggine violenta quando espressa da uno spettatore che, anche nel nome, porta il segno del suo destino: Letterio Munafò, un nome la cui sonorità, nella sua ampollosità roboante, ovviamente involontaria, è più che sufficiente a definirlo. Naturalmente, ogni manifestazione di apprezzamento o di dissenso a uno spettacolo è ammissibile e fa parte del gioco: sempre, anche in questo caso. Chi pratica tavole di palcoscenico ne deve accettare il rischio, non è questo il punto.

Il fatto è che la distanza tra un cabarettista e un vero attore, ovvero tra i tanti gladiatori di Zelig e Crozza, è così ampia da non costituire un semplice divario, bensì uno stra–divario. E a simili Stradivari si può ben perdonare un po’ di fragilità: il loro valore, nel tempo, non può che incrementarsi. Meglio averne la massima cura, proteggerli dalla polvere della banalità, non darli, ad esempio, in mano agli incivili.

Se invece si preferiscono i doppi sensi e la comicità triviale, le battute pecorecce del tipo “quante volte vieni” e la barzelletta della mela che sa di sesso femminile, allora è un’altra storia: l’imitato surclasserà sempre l’imitatore, almeno nella fattispecie, e ci sarà pure chi lo applaude.

Infatti c’è chi l’anima la ruba, come Maurizio Crozza, e c’è chi l’anima la compra.

Mark Adin

 

 

 

Redazione
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Un commento

  • Ben detto Fratello!!!! Come ben sappiamo tutti la mamma degli imbecilli è senpre incinta… e i parti sono plurigemellari.

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