Due o tre cose che so su Philip Dick

Con un misto di ironia e serietà molti suoi fans sussurrano che a uccidere (a neanche 55 anni) Philip Dick non fu la vita sregolata ma… Ridley Scott. Leggenda vuole che «Blade runner», tratto dal suo romanzo «Gli androidi sognano pecore elettriche?», fosse atteso con grande ansia da Dick: vederlo così scialbo gli avrebbe dato l’ultimo colpo. Dicerie? Forse: il film di Scott è buono, fra i migliori del genere (ci vuol poco se il termine di paragone è «Guerre stellari») ma chi ha letto Dick, anche a casaccio, sa che aspetta ancora il suo regista, visionario con le immagini come lui lo fu con le parole.

Dopo essere stato ignorato o maltrattato dalla cultura che si pretende alta, oggi P. K. (sta per Kindred) Dick è vezzeggiato da quasi tutte/i quelle/i che si sono sempre vantate/i di non leggere un rigo di fantascienza (perché «1984» cos’è?). Sembra destino per i grandi della letteratura popolare trovare prima o poi un certo numero di accademici che spiegano con tante – ma proprio taaaaaante – frasi astruse quello che loro (autori e autrici) riuscivano a dire in un’idea buttala lì con semplicità, in uno scambio di battute, talora in un rigo appena.

Proviamo?

«Ti sarà chiesto di sbagliare in qualsiasi luogo tu vada» («Gli androidi sognano…»).

«Di quale Terra si tratta? E quante Terre esistono?» chiede un personaggio in «Vedere un altro orizzonte» e quando Tupin gli obietta «Credevo ne esistesse una sola» la saggia risposta è: «E una volta credevano fosse piatta».

Nell’anno 2112 di «Redenzione immorale» i tribunali sono riunioni settimanali di fabbricato basate su denunce anonime, pettegolezzi o le trappole tese da micro-robot spioni che si infiltrano dappertutto.

«Dio è morto. Abbiamo trovato la sua carcassa nel 2019, galleggiava nello spazio» spiega Nick in «I nostri amici di Frolix 8».

«Siamo tutti pazzi criminali. E per un periodo lungo siamo stati rinchiusi» è il drammatico dilemma dei non-eroi di «Labirinto di morte»: forse «un esperimento su un pianeta distante milioni di chilometri dalla Terra».

Tecnici di fabbrica controllati dai piccioni o robot creditori che inseguono ovunque gli indebitati li incontriamo in «Utopia, andata e ritorno».

In «L’ora dei grandi vermi», scritto a 4 mani (con Ray Nelson), un taxi spiega: «da quando è finita la guerra, un meccanismo omeostatico di prima classe può legalmente possedere uno schiavo negro».

Nel racconto «Sindrome regressiva» c’è un inseguimento mozza-fiato perché, lamenta un personaggio, «pensavo che guidando abbastanza veloce avrei potuto raggiungere qualche posto dove le cose siano solide».

Quando in «Guaritore galattico» si svolge un’importante riunione, «con organismi senzienti di 40 specie… Joe si rese conto che sulla Terra si era cibato di alcune di esse».

Nelle macerie delle «Cronache del dopobomba» c’è invece un topo domestico che suona «un flauto asiatico da naso, come hanno in India».

«Su Beta 12 c’è una divinità simile» argomenta Willis in «Giù nella cattedrale» e poi: «Ha imparato a morire ogni volta che un’altra creatura muore. Non può morire al posto della creatura ma può morire con la creatura. E alla nascita di ogni creatura rinasce. In questo modo è passata attraverso innumerevoli morti e rinascite, se la paragoniamo a Cristo che morì una sola volta».

L’entità che dà il titolo a «Ubik» è  un nuovo caffè o una divinità, è un olio o il tutto, è un’aspirina o un’occulta dittatura? E’ un rasoio, un sonnifero, un deodorante, un’invasione aliena oppure è tutto ciò insieme?

La straordinaria capacità inventiva di Dick si è esercitata a quel grande crocevia fra reale e immaginario che gli iper-realisti o i fuori di testa secchi non vedono. L’idea che il nazismo per certi versi abbia trionfato (nel romanzo che viene pubblicato come «La svastica sul sole» o come «L’uomo nell’alto castello»). L’autismo di massa che pervade le pagine del suo libro più sperimentale come scrittura («Noi marziani»). Frullati di religioni nuove e vecchie, un relativismo assoluto (non piangere B-16 andrà così e tu non puoi farci nulla anche se sei un papa): in «Divina invasione», in «Deus Irae» e molti altri. La crescente tirannia degli oggetti. Le sempre più incerte definizioni di esseri umani e di creature artificiali ma soprattutto la loro crescente commistione. Droghe così potenti da costruire o distruggere universi («Scrutare nel buio» o «Le tre stimmate di Palmer Eldritch»). Economie basate soprattutto su inganno e morte. Costruzione di false memorie. Le trasformazioni del corpo e il sogno-incubo di un’empatia collettiva. Freaks. Le inquietudini derivanti da telepatia e/o precognizione. Inseguendo sempre «La penultima verità», come si intitola uno dei suoi romanzi più attuali: capiamoci bene p-e-n-u-l-t-i-m-a perché la verità ultima non abita da nessuna parte.

Gli “schemi” abituali della fantascienza – viaggi del tempo, guerre atomiche, super-poteri – sono, nelle trame dickiane, rovesciati e re-inventati 100 volte. Se sullo sfondo c’è una dittatura, può essere estrema conseguenza della presidenza Nixon ma pure l’imprevista alleanza fra il peggio del Vaticano e il socialismo in versione formicaio con due capi di Stato come nell’antica Grecia. Gli umani possono essere divisi in classi o… per differenti forme di pazzia («Follia per 7 clan»). I «fluttuanti» sono alieni che «atterrano ovunque, 10 qua, 20 là, a orde, tutti identici» e già – in «Il mondo che Jones creò» – c’è chi teme «siederanno sugli autobus vicino a noi. Poi pretenderanno di sposare le nostre figlie». La metafora è così chiara che quasi la capirebbe un … Calderolo o due.

Tanti scrittori e scrittrici azzeccano due o tre testi in una vita; c’è chi passa alla storia per un solo titolo. Dick ne ha forse sbagliati un paio su una quarantina di romanzi (trenta di pura fantascienza) e su centinaia di racconti. Chi ama la scrittura cesellata avrà, con qualche ragione, da borbottare per alcune pagine tirate via, quasi sgrammaticate (Dick scriveva in fretta, talvolta non rileggeva anche perché era spesso con i creditori alla gola) ma le trame e i personaggi invece lasciano sempre a bocca aperta. Persino i manoscritti non pubblicati, un paio di sceneggiature, gli appunti per progetti non  concretizzati, i testi delle conferenze hanno – a esser severi – almeno un buon sapore. Verificatelo con la raccolta di inediti «Mutazioni», curata da Lawrence Smith, nel ’97 per Feltrinelli. Se invece vi piacciono le biografie ce n’è una particolarmente visionaria (dunque in linea con il personaggio) di Emmanuel Carrère : «Io sono vivo, voi siete morti. Un viaggio nella mente di Philip K. Dick» pubblicato (e ristampato) da Hobby & Work.

Convegni sbrodoloni, ristampe patinate, litigi accademici, Dick santo (quasi) subito. «Avrebbe potuto essere uno scrittore di serie A e invece è finito nel pulp, in edicola»…  Il rischio è che la cultura “alta” lo ammetta nel Pantheon per condannare ancora una volta la fantascienza e/o la letteratura popolare. Qualcuno alza il sopracciglio perché in Dick c’è la grande filosofia (Sartre, Tertulliano, Spinoza) però le storie sono avventurose o con protagonisti anonimi, mai tragici o eroici. Vien detto con tono insultante o perplesso, senza accorgersi che si sta cantando la grandezza di uno scrittore e della migliore fantascienza. Dick è vivo, loro sono sempre stati morti.

PICCOLA NOTA

Con questo ricordo di Philip Dick inauguro un appuntamento fisso con la fantascienza (e dintorni): ogni martedì recensioni di libri soprattutto nuovi, ritratti, percorsi tematici e boh si vedrà.

Mi impegno a rispettare quasi sempre l’appuntamento. Ogni martedì, cascasse un pero (o un fico) sul mondo, frase che – mi pare – sia la versione toscana (e laica) di Insciallah.

Perchè martedì? Così, tanto per contraddire il vecchio (ma resistente) detto secondo cui “di Venere e di Marte non si sposa e non si parte”. Invece verso quei due pianeti (presi come metafora del fantastico) si parte, almeno qui, proprio nei due giorni che gli antichi dedicarono loro. Segue scenataccia di gelosia di Giove, della pallida Luna e di Mercurio mentre sabato e domenica si astengono.

Dunque la rubrica si chiamerà “di Marte si parte, si parte“. E naturalmente sarà partigiana o, se cercate la facile rima, di parte… (db)

Redazione
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9 commenti

  • Daniele grazie. Quest’estate ho letto blade runner che come sai mi mancava. sono d’accordissimo con la faccenda delle frasi astruse degli accademici:sarebbero incomprensibili anche a PKD! Grazie anche per aver messo le citazioni. Alcune non le ricordavo. Romanticamente ho nostalgia di quando giravamo nelle librerie di seconda mano per trovare qualche libro di dick come un tesoro…erano introvabili.
    Fondamentale che tu tenga fisso un appuntamento con la fantascienza.a presto

  • Dal libro delle illuminazioni di pkdick-san
    Egli posò la mano sulla spalla di Emmanuel Carrère e gli mormorò dolcemente “Scrivi, scrivi, scrivi”.
    E fu così che Emmanuel diede alle stampe “La moustache”.
    Ma poco dopo Emmanuel, sentendosi in preda all’irrequietezza, chiese “Perchè, Maestro, perché?”
    E il Maestro dolcemente gli sussurrò “Narra, narra, narra”.
    Ed Emmanuel trasmise il verbo, assieme a sostantivi ed aggettivi e financo qualche subordinata, attraverso il fluire delle immagini de “L’amore sospetto”.
    Solo allora sentì di avere adempiuto a quanto gli aveva chiesto il Maestro. Ma altre prove avrebbe voluto affrontare, solo che gli fosse stato richiesto. Da allora restò in attesa. Vigile.
    Sempre sia lodato l’intelletto (umano?)

  • Bella iniziativa, per di più proprio in queste sera al tramonto si possono vedere anche a occhio nudo brillare in cielo sia Venere (mooolto luminoso l’astro) e Marte (decisamente meno, ma c’è se si guarda bene). Partiamo, partiamo! Grazie dibbì, Andrea

  • En passant, a proposito di Venere e di Marte, su un altro versante: http://tinyurl.com/3899tfh

    • maledizione al computer (o alla mia insipienza): sto provando a programare il pezzo del prossimo martedì sotto la voce “di Marte, si parte si parte” e il jiin (genio) occulto del blog me lo corregge in un vacanziero “si parte”.
      Hanno preso il potere – loro, cioè le macchine e/o i jiin — come del resto sospettava persino la cattiva fantascienza. (db)

  • Bellissimo articolo.
    Felice della rubrica del martedì.
    Attendo con allegria la prossima puntata.
    Mi è anche spuntata una stimmata, nell’attesa.
    zzz

  • Bellissimo articolo su un autore straordinario, dalla cui vicenda (non solo le opere) molti scrittori (e critici) avrebbero solo da imparare.
    Recentemente ho riletto “Le tre stimmate di Palmer Eldritch”, e sono rimasto di nuovo folgorato. Dick non era solo “più avanti” quarant’anni fa, è “più avanti” ancora oggi. Un romanzo che contiene un’idea nuova ad ogni riga, e che pure riesce ad essere compatto.
    Grande Dick, e grazie Daniele.

  • lambertibocconi

    Che bell’articolo, complimenti! Io sono una che ama Dick a livello nervoso; purtroppo mi dà fastidio che oggi se ne riempiano la bocca tutti. E’ snobismo rimpiangere i tempi in cui non se lo filava nessuno? Sì, ho questo atteggiamento che proprio non mi piace. Ma lo confesso e pertanto chiedo l’attenuante.
    Un punto di forza di Dick è davvero la stoffa anonima dei personaggi, che pure non sono affatto fiacchi. Penso che, grazie alla bravura di Dick, la loro psicologia non si formi dal libro, ma da filamenti della psiche del lettore. Per me funziona così. La scrittura insieme mirabolante e tirata via di Dick mi ricapta la sertralina. Ciao al bravo e sconosciuto Daniele beccato per caso in una notte insonne.

    • lo sconosciuto (a volte anche a se stesso… dickianamente) Daniele ringrazia e aggiunge: quando mi chiedono se morto Dick non vi sia più niente di bello da leggere mi arrabbio quasi come il vulcano Krakatoa nel 1883; se però mi domandano “ma c’è in giro qualcuna/o alla sua altezza?” esito e poi timidamente, a bassa voce, dico “hai provato con Robert Sawyer? lui mi pare sulla strada giusta….”. (db)

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