Due pezzi natalizi (o anti-natalizi?)

Kossi Komla-Ebri e Di Vittorio cantato dai Fabularasa

UNO

Invece di scervellarmi su frasi geniali tipo «buon riposo e preparatevi alla lotta» oppure «augurissimi laicissimi» faccio gli auguri (un po’ sarcastici) con una paginetta (sarcastica) di Kossi Komla-Ebri e con una canzone (serissima) che si ispira a una lettera di Giuseppe Di Vittorio.

Il protagonista del racconto (che si intitola «Rap hip-hop») di Kossi Komla-Ebri e si trova in «Vita e sogni: racconti in concerto» è un anziano africano che ripensa all’infanzia; il resto non ve lo posso dire se no siete capaci di NON comprare il libro, pezzenton*.

«Avevo sempre sognato la vecchiaia come uno scopo, una conquista (…) certamente avevo mal scelto dove invecchiare… Peggio ancora dove nascere. Ho vissuto la mia infanzia sotto il peso dei sacchi d’acqua e dei carichi di legno, contorcendo il collo, a piedi nudi sulla sabbia calda, una scatola di Nestlè come pallone di cuoio perché certamente BABBO NATALE aveva perso la bussola superando il Mar Mediterraneo e il suo carro trascinato da renne si era insabbiato nelle dune del Tènèrè. O più semplicemente nel sorvolare le nostre terre bruciate della savana, il bob del vegliardo dalla barba bianca era tornato indietro perché all’orizzonte non aveva visto camini eccetto una spiacevole svista con i termitai giganti. Le sue renne, sudaticce, puzzolenti e depresse dal calore e dall’umidità dei luoghi avevano indetto uno sciopero illimitato che aveva messo in minoranza papà Natale alla tavola di negoziazione del conflitto sindacale; le loro rivendicazioni gettavano in crisi la stabilità monetaria, facendo precipitare il PIL da Scilla a Cariddi. In poche parole non avevamo mai visto la sua PELURIA BIANCA spuntare all’orizzonte dei nostri teneri desideri (…)».

Ripreso da «Vita e sogni: racconti in concerto», Edizioni Dell’arco (2007). Medico, scrittore, mediatore culturale, Kossi Komla-Ebri trova pure il tempo di fare politica. C’è chi lo considera «un genio» per avere scoperto (inventato?) la categoria degli “imbarazzismi” che ha colmato un spazio vuoto nella nostra sociologia: infatti il neologismo «imbarazzismo» – imbarazzo più razzismo – fa rima con ignoranza (e forse con buonismo) anziché con xenofobia ma i danni che produce sono uguali o peggiori. Se non sapete cosa sono gli «imbarazzismi» comprate uno dei due libretti (meglio il primo) nel quale Komla-Ebri raccoglie un po’ di storie capitate a lui e ad altri migranti: si sorride molto ma “verde” cioè con amarezza. Se non li trovate in libreria o biblioteca ma abitate in una grande città… andate in cerca di quegli immigrati (di solito senegalesi) che li vendono per strada e compratevi anche questo «Vita e sogni»: 8 racconti di cui almeno 6 sono splendidi.

DUE

Così ha scritto, tempo fa, Michele Cecere (che ovviamente ringrazio): «Il 3 novembre 1957 se ne andava Giuseppe Di Vittorio, sindacalista e politico, ma prima di tutto un bracciante. In tempi grigi come quelli che stiamo vivendo, dove parole come sindacalista e politico sembrano quasi parolacce, non sembri vano ricordare un uomo che aveva fatto della dignità e della coerenza i valori fondamentali della sua vita. Credo che questi valori siano anche la base di una vera cultura. Quella che segue è una canzone dei Fabularasa, liberamente ispirata alla lettera che Di Vittorio scrisse al suo datore di lavoro, il conte Pavoncelli, il 24 dicembre 1920».

Il Regalo

Gentile principale, stamattina
Mi hanno portato a casa il suo regalo:
Un cesto pieno d’ogni ben di Dio,
Mandorle dolci, vino, frutta di stagione.

Ora, non pensi che non colga al sommo grado
la gentilezza d’un sì nobile pensiero,
la cortesia che certamente lo ha ispirato
e la ringrazio, ma devo rifiutare.

Lo so che non l’ha fatto in malafede
E che non pensa di comprare il mio favore,
Ma i miei compagni che non hanno da mangiare
Lo potrebbero pensare …

Arriva l’alba sulla piazza desolata
e piano si radunano le squadre:
cento sbadigli, cinque tocchi di campane,
una colonna (lenta) dietro il caporale.

Che non si dica che maneggio col padrone
Quando trattiamo il prezzo del lavoro,
I miei compagni che non hanno da mangiare
Lo potrebbero pensare.

Non è soltanto una questione di coscienza,
di diffidenza, di tutela del buon nome:
la politica è una pratica d’onore,
lei mi capisce, non uso altre parole.
Distintamente la saluto

A mezzogiorno picchia il sole sulla nuca,
il soprastante viene al campo a sorvegliare,
i contadini asciugano la fronte,
stringono i denti, abbassano la schiena

In questo purgatorio di sudore …
Viene il tramonto sopra i cumuli di grano,
arrivo io con gli scarponi da lavoro,
i contadini asciugano la fronte,
mi guardano negli occhi,
mi stringono la mano …

 

Redazione
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