Jacopone da Todi, ribelle

di Mauro Antonio Miglieruolo

Jacopone da Todi è il primo grande poeta volgare la cui fama sia sopravvissuta alla sua morte. Prima di lui altri (Guittone d’Arezzo a esempio) ha goduto di largo successo, che però si è mostrato effimero: i loro scritti oggi possono essere d’attrazione esclusivamente in ristretti ambiti specialistici. Come lui e più di lui nel Duecento volto al medioevo, solo Dante.


Motivo di interesse per chi non abbia particolare interesse nello studio delle antichità patrie è il ruolo che Jacopone ha svolto nelle vicende religiose (con i connessi inevitabili risvolti politici) del suo tempo: esempio non banale dell’impatto positivo sulla vita civile che a volte i sentimenti religiosi possono produrre (anche per tale motivo ho scelto di parlarne). Jacopone ai nostri occhi assume la dimensione positiva dell’intellettuale impegnato, del ribelle in conflitto inevitabile con le istituzioni, di colui che paga senza esitare il prezzo oneroso di chi sostiene valori invisi al potere.
Uguale al suo Maestro Francesco, Jacopone non nasce credente. Parte importante della sua storia personale si sviluppa fuori dalla chiesa. È di nobile famiglia, i Benedetti, conduce una vita sregolata (Francesco non è stato da meno), si sposa, ha figli. Alla morte della moglie, vittima di un crollo nel corso di una festa da ballo, trova sul corpo di lei un cilicio. La scoperta è sconvolgente, lo spinge verso la fede. Per dieci anni sarà bizzoco, cioè fedele errante dedito alla mendicità e all’ascesi. Infine, intorno al 1278, entra nell’Ordine dei Frati Minori, all’interno del quale si schiererà subito al fianco degli Spirituali, la frazione più estrema e coerente con l’insegnamento del grande di Assisi. Nel 1294 agli Spirituali viene meno la copertura papale. Vi è il gran rifiuto celestiniano e l’elezione a pontefice di un Caetani, ostile all’interpretazione della Regola francescana. Tutte le disposizioni favorevoli di Celestino V sono abolite. Ha inizio un contenzioso con il nuovo papa, che assume il nome di Bonifacio VIII (nome famigerato, che molti ricorderanno), che troverà il momento più alto nella ribellione dei Cardinali Iacopo e Pietro Colonna. I quali dichiarano illegittima l’elezione di Bonifacio e chiedono che il Concilio nomini un nuovo papa. Jacopone, di suo già impegnato in una polemica fortemente anticuriale, è al fianco dei Colonna. La ribellione però si dimostra senza sbocco. Il nuovo papa mette sotto assedio Palestrina e già nel 1298 la costringe alla resa.
La vendetta si abbatte inesorabile sui nemici di Bonifacio. Jacopone è condannato alla prigione perpetua e rinchiuso nelle segrete (sembra) del convento di San Fortunato (Todi), dove sopporta, per ben cinque anni, condizioni di detenzione orribili. Pare che la segreta fosse così angusta da impedirgli di allungare il corpo. Quando ne uscirà nel 1303, amnistiato dal nuovo papa (Benedetto XI), non riuscirà a assumere la postura eretta.
Crudeltà dei papi e dissidio religioso potrebbero essere indicati quali temi di questa vicenda. Sotto questa specie in essa appaiono. Quel che a me invece interessa è porre in evidenza l’eternità dei temi sottostanti: e sottolineare il perpetuo riprodursi, sotto nuove forme, della rivolta contro i potenti e le iniquità del potere; contro la corruzione, l’arbitrio e i revisionismi che uccidono la fecondità delle idee elaborate dagli iniziatori. La sorte toccata a Gesù di Nazareth non è dissimile da quella toccata a Karl Marx di Treviri, ambedue sottoposti a manipolazioni tali da stravolgere irrimediabilmente il senso del messaggio originale.

Fra Dolcino

Mi sembra anche utile sottolineare come giustizia e comunismo abbiano sempre vissuto e continuino a vivere nel cuore degli uomini. In particolare il comunismo, cancellato ovunque ricorrendo alle misure più estreme, sembra non poter morire mai. In forme le più diverse e nuove non fa che riaffacciarsi continuamente alla storia. Quando non sono i giurisdavidici di Monte Amiata, seguaci di Davide Lazzaretti (assassinato durante una pacifica manifestazione da un militare che non faceva parte della locale stazione dei carabinieri, né delle strutture di polizia della zona, militare assassinato a sua volta), sono i contadini di Canudos di Antonio il Consigliere, Brasile; quando non i buoni padri di Fra Dolcino, soccorrono le comuni hippy; quando non è l’ideale spartachista è quello dei Livellatori (Inghilterra) o degli Uguali (Francia). Dalla Comune di Parigi, alla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria l’imperativo è uno e uno solo: dare la scalata al cielo.
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E ora due parole sull’attività poetica del todense.
L’immagine tradizionale di Jacopone è quello del giullare ispirato, ma incolto e un poco rozzo, anche se capace di coinvolgere lo spettatore (le sue poesie sono più per essere rappresentate, che lette, considerazione strettamente personale). Studi recenti hanno invece messo in evidenza la complessità e completezza dei suoi strumenti culturali. Egli non è, o non sarebbe, il solito frate pieno di fervore che si cimenta nell’agone letterario dotato più di entusiasmo che di mezzi d’espressione; è invece uomo di buoni studi filosofici e adeguata conoscenza letteraria. Punti di riferimento importanti della sua opera possono essere reperiti nel pensiero dello pseudo-Dionigi, di Bernardo, di Bonaventura, Guglielmo Peraldo ecc. ecc.
La strada che sceglie però, da buon frate minore, è quella della semplicità, scelta difficile per tanti da capire oggi, ancor oberati dal cerebralismo di tanto Novecento. Scelta inevitabile se si considera che la semplicità, insieme alla povertà, costituisce l’asse portante del credo degli Spirituali. I quali aderiscono alla Regola francescana sine glossa, cioè letteralmente, senza commento (interpretazione). Dottrina e dimensione poetica assumono allora inevitabilmente un ruolo subordinato rispetto alla necessità di parlare ai semplici. Subordinato rispetto anche all’ascetismo e al misticismo che nei suoi testi sovrabbondano. Insieme a una certa ossessione nei confronti del peccato (Jacopone è uomo del suo tempo), il disprezzo del mondo, il dolore, l’esortazione alla penitenza e la minaccia dell’ira divina. Il che ai nostri occhi ne fa una figura quantomeno controversa, dalla quale persino guardarsi, ma che per l’epoca era tutt’altro da annoverare tra le poco frequentabili (salvo i despoti alla Bonifacio VIII). Il movimento degli Spirituali ove avesse avuto maggiore successo avrebbe delineato inevitabilmente un futuro diverso per la Chiesa, meno aggrappato al potere temporale. Con vantaggio indubbio per la Chiesa medesima e anzitutto per la fede cristiana, ma anche per l’Italia che dal dominio dei preti è stata devastata. Devastazione che si riflette oggi nello stato di prostrazione morale ed economica (l’uno che alimenta l’altro) che tutti soffriamo.

Antonio il Consigliere (Conselheiro)

Ideologicamente pesante per noi è la negazione della vita, che si accompagna inevitabilmente alla negazione del corpo (tema tipicamente medievale, arrivato fino alle bizzochere e ai bizzocheri degenerati di oggi: non fede, ma fanatismo, intolleranza nei confronti del prossimo). La passione per Gesù diventa esaltazione della sofferenza (Jacopone, molto più di Dante, è irrimediabilmente incardinato nella mitologia medievale). Tuttavia, guidato dal sentimento e da una sincera vena poetica, in ragione della sincero dolore che da suoi versi spira, le sue parole riescono a coinvolgere anche noi, ottocento anni dopo che sono state pronunciate. L’”amore smesurato” che confessa è pur sempre amore; cosicché ci riesce più facile ammirare la coerenza e la pena con cui gestisce il rapporto con Gesù, che è lo stesso che dire, rapporto con la propria fede. Soprattutto in quanto esalta l’umanità di Cristo, non se ne serve per negare l’umanità nell’uomo. Cristo è via per il riscatto, non per l’asservimento; è pienamente uomo, evoca solidarietà, prima che adorazione. È dalla solidarietà umana che anzi nasce l’adorazione. Perché prima di essere Dio è uno di noi, vittima dei potenti come lo siamo tutti. Non si lascia corrompere, Cristo. Né piega la testa di fronte all’oppressore. Possiamo allora piegarla noi al suo cospetto.
D’altronde come avrebbe potuto uno che, imitando Francesco, dona tutto il suo ai poveri, di questi poveri volere la distruzione fisica e morale per, vedi Inquisizione, salvarne le anime (pretesa assurda prima che crudele)?
Mauro Antonio Miglieuolo
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PS – Queste ultime osservazioni costituiscono deduzioni strettamente personali. Possiedono pertanto solo valore interpretativo, non storico-scientifico.
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E adesso due piccoli assaggi presi dal Laudario Jacoponico. Chi fosse interessato e ne manifestasse potrà ottenere ulteriori estratti. Oppure Laudi complete (spesso lunghissime).
Il primo è l’incipit di “Qualiter misericordia”, Capitolo XXXVIII; il seconda è preso da “De amore Domini” Capitolo LII

Qualiter misericordia et iusticia contendunt
***
Lomo fo creato virtuoso
Volsela speranza per sua folia
Lo cadimento fo pericoloso
Luce fo tornata in tenebria
Lo resalire a posto fatigoso
A chi nol vede pargli gran pazia
Et a chil passa par glorioso
Paradiso sente in questa via

Lomo quando in prima peccoe
Guasto lordene de lamore
In lamor proprio tanto sobrazoe
Che anteseposse al creatore
La iustizia tanto sendegnoe
Che la spoglato detutto honore
Tutte le vertu labandonoe
Al demonio fu dato imposessore

La misericordia questo vedente
Che lomo era si caduto
Del cadimento era dolente
Che in tutta sua gente era perduto
sue figliole aduna mantenente
et ha deliberato de laiuto
mandalli messaio de sua gente
che lomo misero sia sostenuto
[…]
De amore Domini nostri yesu christi
***
O christo mio dilecto
Amor infiammatore
Chi tama cum affecto
Tutto ghe prendi elcore

Tutto prende lo core
Yesu a chi ben tama
Faghe sentir dolzore
De ti dolce fontana
Solo ti lanima brama
Da poi chella la faza
E tutta se infiama
De quel divin amore

A quel divin calore
Se anima sa pressa
Zascun altro amore
Non po habitar in essa
Ha gaudio che non cessa
Che vien da piacimento
E gran contentamento
Sentendo cose nove
in si se meraviglia
Laffecto si se more
Che la mente consiglia
Lanima se risveglia
Ode quella armonia
In quella mellodia
Languisse per amore
[…]

BREVE NOTA

Ho postato questo ritratto oggi perchè è proprio nel “giorno di Natale” (ma del 1306) che morì Jacopone. Di fra Dolcino ho accennato qualche volta in blog ma sarebbe giusto tornarci su, magari lo chiderò proprio a Mauro Antonio Miglieruolo. (db)

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