E il loro sangue è rosso come il mio

dove Antonio Fantozzi parte dal 10 febbraio 2005 per muoversi fra «scor-date» e futuri, fra Arthur Miller e Salem

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«The Crucible» (Il crogiuolo) fu rappresentato a New York il 22 gennaio 1953. È l’adattamento teatrale del processo per stregoneria svoltosi a Salem, cittadina del New England nei pressi di Boston, nel 1692. Le vittime furono 19, soprattutto donne, condannate all’impiccagione. Da questo dramma il film del 1996 diretto da Nicholas Hytner, con Winona Ryder e Daniel Day-Lewis, intitolato «La seduzione del male». Arthur Miller aveva in mente, con questo dramma, le inchieste e i processi dei suoi giorni, periodo conosciuto come maccartismo. I giudici che presiedettero ai processi di Salem si ispiravano al pensiero di Cotton Mather, ecclesiastico e intellettuale puritano di vastissima erudizione, e ne furono influenzati. Molti suoi sermoni furono e sono ancora oggi usati dai presidenti e dai politici americani, tanta è la loro forza retorica.

William Fly fu un pirata processato e condannato a morte per impiccagione da Cotton Mather il 12 luglio 1726, a Boston.

Quello che segue è un monologo che Arthur Miller non ha mai scritto, nell’anniversario della sua morte, il 10 febbraio 2005.

La corda

Una vita di nemmeno trent’anni, e poi t’impiccano che neanche un cane. E un manto nero bigotto ti fa la morale intanto che il boia t’infila la corda. Un pivello non ancora svezzato che ancora puzza di latte, neanche capace di fare il nodo alla cravatta. Li tirano su così, fin da piccoli, come cuccioli di cane, ubbidienti e servizievoli, sempre pronti a leccargli le mani. O a mordere, al loro comando. E la carne che sanguina è sempre la stessa. Poi un giorno ho capito che anche loro sanguinano, e il loro sangue è rosso come il mio, e mi sono ribellato. Sono fuggito dallo scorbuto, dall’acqua putrida e dal pane pieno di vermi. Sono fuggito dal gatto a nove code del capitano e da tutte le parrucche del mondo, e la mia patria è il mondo intero. Era uno snow, un due alberi adibito alla tratta, e si chiamava Elisabeth, come la regina d’Inghilterra, il Paese di cui ero un suddito. L’ho ribattezzata Vendetta, e per inseguirla ho corso per tutti i mari, e per tutti i mari mi hanno dato una caccia spietata. Nessuno può possedere i mari, questa è una verità sacrosanta e ci puoi sputare sopra. Ci puoi solo navigare, a tuo rischio, e ci vuole coraggio e loro non ne hanno. Non ci puoi costruire città e strade, non puoi esserne il padrone, non ci puoi far marciare eserciti. Il mare non lo conquisti, né lo domini. Una volta ho cavalcato un’onda di trenta metri, e un’onda così, in mare, è una montagna. E le rotte da un posto all’altro sono linee sulla carta e nulla resta del passaggio di un legno, per grande e imponente che sia. O aristocratico e arrogante. E poi il mare è una distanza senza confini da tutto ciò che fa di te un oppresso. Una distanza senza Dio, né patria, né famiglia, i cardini su cui si regge come un re il potere costituito, la loro autorità. La nave è la tua casa e la ciurma la tua famiglia, uno per tutti e tutti per uno. In mare non c’è disciplina che non sia quella che tu imponi a te stesso, perché in mare c’è una distanza che fa di te un uomo libero. Eppure è sui mari che hanno fondato le loro immense fortune, da Colombo in poi. E io ho attaccato i loro commerci, catturato e affondato nel fuoco le loro navi da tratta, giustiziato i loro capitani. Nessun rimpianto, nessun pentimento, alla faccia del manto nero e di tutti i bigotti venuti a godersi lo spettacolo. Guardate, gli brilla in bocca un dente d’oro a quel velenoso figlio di un serpente puritano. Lo faranno santo, un giorno, con i papi che ci sono al giorno d’oggi. Religiosi di ogni religione, siate maledetti tutti! Che si fottano loro e la croce. Prima hanno lasciato che crocifiggessero il Cristo, poi hanno messo a fuoco il mondo. Anche loro arrivati qui su una nave, in trentatré, come gli anni di Cristo morto. Anche loro gente in fuga, come me. Guarda che carriera! Gente timorata di Dio, dicono. Ci piscio sopra. Non chiedo perdono a nessuno perché a nessuno ho fatto torto e di Dio me n’infischio. Io sono un uomo onesto. Sono loro le canaglie, loro, che riempiono le chiese la domenica, e nelle loro chiese c’è il diavolo e non Dio. Dio chissà dov’è, se poi è da qualche parte, non con noi e non tra noi di sicuro. Ho vissuto da pirata perché non mi hanno lasciato scelta. Io e gli altri scarti di tutte le nazioni, non importa il colore della pelle. Loro ti fanno questo, è questo che ti fanno. Non ti lasciano scelta. E i più grandi farabutti, commercianti di carne umana e di ogni altro commercio sotto il sole, oggi siedono in parlamento. La pirateria è prima di tutto un crimine contro la proprietà. Giusto. Non dico corsari e bucanieri, al servizio delle corone, mercenari in fondo, dico pirati. Mi hanno inseguito come segugi, cani ammaestrati e lupi rinnegati, ovunque nel regno di Poseidone. Quanto a lui, parli pure fin che gli pare, maledetto stregone nero, me ne frego. Cotton Mather si chiama, e mi sa che sia un nome proprio azzeccato da questa parte del mondo, dove la ricchezza si fonda sulla tratta, che loro chiamano il passaggio di mezzo. Cotton Mather, lui sì che è come una bestemmia, commerciante di quell’oro nero, carne e sangue, che io liberavo, e assassino di donne. Il mio nome è William Fly, e anche questo è un nome azzeccato. Gli ho dato filo da torcere, fastidioso come una mosca. Sul mio legno c’era giustizia e libertà, cose di cui tutti loro sono avari, cose che predicano solo per se stessi. E la plebe li ascolta e batte le mani, convinta da loro che ci sia un qualche paradiso ad attenderla da qualche parte. E intanto s’accontenta dell’inferno, l’inferno in terra creato da loro, qui e ora. Loro, i diavoli. Con ogni tanto uno spettacolo, per esempio questo, l’impiccagione di un pugno di pirati. Perché la plebe è avida di emozioni. Se hai successo ti acclama per poi sputarti addosso appena cadi in disgrazia. La plebe è un popolo che ha perso la tenerezza. Che vita è mai questa, bastonati come cani dall’alba al tramonto dell’esistenza? Che mi appendano pure, canaglie, l’ho fatto io come si deve, il nodo, come solo un marinaio lo può fare. L’ho fatto io davanti a tutti, gliel’ho insegnato io a quel pivello sporco di latte. Ho fatto la mia strada verso i gradini e la corda, la libertà ha un prezzo e sono sempre stato disponibile a pagarlo. Ho vissuto come ho voluto, e mi sono anche divertito, alla faccia loro. Sotto il Re Morte, il Jolly Roger che rappresenta un’anatomia di ossa con in mano la spada e la clessidra, bianco su campo nero. Gli si stringeva il culo quando lo issavamo e garriva gagliardo al vento. Sotto il Jolly Roger gli ho fatto guerra con la spada e ora, con l’ultimo grano di sabbia, è venuto il mio tempo. Ho vissuto sotto il Jolly Roger, sotto il Jolly Roger ho combattuto e ho cantato e mi sono ubriacato, sotto il Jolly Roger che è un allegro diavolo ma anche un fallo felice, unendo così in un unico amplesso la vita alla morte, e sotto il Jolly Roger ora muoio, oggi, il 12 di luglio del 1726, anno del Signore. E chissà, forse tornerò indietro, alla faccia loro. E la mia vendetta sarà terribile. Diosempresia…

William Fly non portò a termine l’imprecazione. Nella sua mente qualcosa si ruppe. William Fly tirò le cuoia sbattendo le gambe per qualche momento. Ebbe un’erezione e si bagnò le braghe. In fondo quella folla era lì per questo, per quel collo torto e quelle braghe bagnate. Ingabbiato, fu appeso bene in vista nel porto di Boston, New England, a far compagnia ad altri come lui in altre gabbie come la sua. E la sua carne putrida divenne cibo di gabbiani e corvi che, per primi, gli beccarono gli occhi. Alla gabbia era appesa un’insegna di legno con tre parole incise a fuoco, Hostes Humani Generis, nemici dell’umanità. Si chiamava William Fly, ma un nome è soltanto un nome e non significa niente. Chissà, forse tornò indietro davvero. In fondo, William Fly era un lupo di mare. Annientati i pirati, la tratta continuò e fiorì, e quella fu la più grande accumulazione di capitale mai vista nella storia prima. Ma la tratta diede anche altri frutti, una generazione di schiavi dopo l’altra. Gli schiavi lavoravano nelle piantagioni al servizio dei padroni bianchi, e nelle piantagioni mettevano al mondo i loro figli, e i loro figli mettevano al mondo i loro nipoti, e poi i loro pronipoti, e poi… E poi si arriva a un nuovo e provvisorio presente. Dove c’è un ragazzo che fugge. Un altro Uno. E chissà, forse avrà fortuna.

(*) Come sa chi frequenta codesto blog ogni giorno – per due anni, cioè dall’11 gennaio 2013 all’11 gennaio 2015 – la piccola redazione ha offerto (salvo un paio di volte per contrattempi quasi catastrofici) una «scor-data» che in alcune occasioni raddoppiava o triplicava: appariva dopo la mezzanotte, postata con 24 ore di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; ma qualche volta i temi erano più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi.
Tanti i temi. Molte le firme (non abbastanza probabilmente per un simile impegno quotidiano). Assai diversi gli stili e le scelte; a volte post brevi e magari solo una citazione, una foto, un disegno… Ovviamente non sempre siamo stati soddisfatti a pieno del nostro lavoro. Se non si vuole copiare Wikipedia – e noi lo abbiamo evitato 99 volte su 100 – c’è un lavoro (duro pur se piacevole) da fare e talora ci sono mancate le competenze, le fantasie o le ore necessarie.

Abbiamo deciso – dall’11 gennaio 2015 che coincide con altri cambiamenti del blog, ora “bottega” – di prenderci un anno “sabbatico”, insomma un poco di riposo, per le «scor-date». Se però qualche “stakanovista” (fra noi o all’esterno) sentirà il bisogno di proporre una nuova «scor-data» ovviamente troverà posto in blog; la redazione però non le programmerà. Ovviamente questa di oggi è una delle belle eccezioni suddette.

Nell’anno di intervallo magari cercheremo di realizzare il primo libro (sia e-book che cartaceo?) delle nostre «scor-date», un progetto al quale abbiamo lavorato fra parecchie difficoltà che per ora non siamo riusciti a superare. Ma su questa impresa vi aggiorneremo.

Però…

(c’è quasi sempre un però)

visto il “buco” e viste le proteste (la più bella: «e io che faccio a mezzanotte e dintorni?» simpaticamente firmata Thelonius Monk) abbiamo deciso di offrire comunque un piccolo servizio, cioè di linkare le due – o più – «scor-date» del giorno, già apparse in blog.

Speriamo siano di gradimento a chi passa di qui: buone letture o riletture

La redazione (in ordine alfabetico): Alessandro, Alexik, Andrea, Barbara, Clelia, Daniela, Daniele, David, Donata, Energu, Fabio 1 e Fabio 2, Fabrizio, Francesco, Franco, Gianluca, Giorgio, Giulia, Ignazio, Karim, Luca, Marco, Mariuccia, Massimo, Mauro Antonio, Pabuda, Remo, “Rom Vunner”, Santa e Valentina.

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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