«Esplorare tutto l’universo»

Buona idea (per Urania) ricominciare da uno: recensione a «Le sabbie di Marte» di Arthur C. Clarke

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Probabilmente mi farò molti (nuovi) nemici ma lo dico lo stesso: preferisco di gran lunga Martin Gibson, il protagonista del clarkiano «Le sabbie di Marte» allo strombazzato William Gibson.

Certo il romanzo (del 1951) è invecchiato e su Marte sappiamo molto di più di quanto qui Clarke spiega e/o immagina; ma io amo questo romanzo e non solo per la nostalgia di rivedere il numero 1 della più longeva collana di fantascienza italiana. Lo trovate in edicola: il numero 150 della Collezione, 240 pagine per 6,50 euri, traduzione di Maria Gallone, con una breve e interessante nota di Giuseppe Lippi più la ricca bibliografia italiana di Clarke.

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A proposito di previsioni e/o immaginazioni che invecchiano, quasi all’inizio del romanzo c’è un dialogo interessante che riassumo.

Uno dei protagonisti cita Jules Verne e un altro ribatte: «non c’è niente che sia più morto dei racconti avveniristici di ieri».

Contro-replica: «Wells faceva letteratura sul serio. Le creazioni della fantasia pura si leggono nonostante le previsioni fatalmente errate, non a causa di queste». Poi una liberatoria risata: «Mi stavo chiedendo cosa avrebbe pensato Wells se avesse potuto immaginare che un giorno due terricoli avrebbero discusso le sue opere a metà strada fra Marte e la Terra».

Uno dei due terricoli è il giornalista-scrittore Martin Gibson. Tipo sveglio che “sposerà” la causa di Marte. Per lui – e per il romanzo – risulta nuova l’idea che un pianeta possa adattarsi ai terrestri invece del contrario. Per noi invece è abbastanza semplice pensare oggi – almeno in teoria – all’idea di «terraformare» i mondi. Il misterioso «progetto Aurora», con cui Gibson dovrà fare i conti, si basa su un’idea simile… ma ovviamente non vi guasterò la lettura raccontandovi la trama. La quarta di copertina ricorda che le ultime osservazioni scientifiche confermano la presenza di acqua sul pianeta ma escludono che ci siano marziani (oppure sono piccoli e ben nascosti?).

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«Stile asciutto e tendente al realismo, unito a un’immaginazione di prim’ordine»: a ragione Lippi inquadra Clarke così: «fantascienza del possibile, tecnologicamente esatta […] in un futuro prossimo». Con un grande sogno: «liberata dalle pastoie fisiche e psicologiche del passato – simboleggiate dal legame con la Terra – la nostra razza è pronta a trasferirsi nel cosmo». Facile non sarà. E anche qui sul pianeta madre molti non vedono di buon occhio che Marte “spenda” soldi terrestri. Ma «l’uomo è destinato a esplorare tutto l’universo, per vivere e cercare nuove esperienze e per non ridursi a stagnare sul suo vecchio pianeta».

Quanto al realismo di Gibson-Clarke non è così rigido da escludere un paio di stranezze. E quando si verifica il primo caso Gibson sfoggia auto-ironia: «Era una grave violazione alle leggi della probabilità… un caso che non si sarebbe mai verificato in un suo romanzo. La vita è così poco artistica e alla sua mancanza di stile non c’è assolutamente alcun rimedio da opporre».

La battuta migliore? «Sai qual è il disturbo più comune che un medico è costretto sa curare a bordo di una nave interspaziale? Le slogature dei polsi». Provate a indovinare perché.

Prossimamente? Mi accingo a finire il lungo «Absolution Gap» di Alastair Reynolds, a rileggere «Millennium» di Varley (ne ho un ottimo ricordo) per poi iniziare il nuovo «Cronache di mondo9» di Dario Tonani.

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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