«Fausto e Iaio. La speranza muore a 18 anni»

recensione di Laura Tussi alla nuova edizione del libro di Daniele Biacchessi

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Questa è la storia di due ragazzi del quartiere Casoretto di Milano, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci. Due ragazzi che volevano soltanto vivere. E qualcuno ha interrotto le loro speranze e il loro cammino.

Come racconta Daniele Biacchessi – in modalità narrative e giornalistiche molto dettagliate, puntuali ed eloquenti, ricostruendo date, luoghi e soprattutto nomi e cognomi di persone coinvolte – il vero movente dell’omicidio di Fausto e Iaio resta ancora celato, forse perché nasconde un segreto indicibile, un mistero non chiarito, che però in questo libro d’inchiesta s’intravede.

Fausto e Iaio sono due giovani che vivono il clima passionale della contestazione ma al contempo teso e lugubre degli anni di piombo. Frequentano il centro sociale Leoncavallo di Milano, a quei tempi fucina di ideali, passioni e lotte giovanili. Si vestono con jeans scampanati, camicie a quadretti, giubbotti con le frange e portano i capelli lunghi. I ragazzi del Leoncavallo e del quartiere popolare Casoretto leggono Sartre e Marcuse, Ginsberg e Ferlinghetti, Baudelaire e i poeti francesi. Al Casoretto vivevano soprattutto operai delle grandi industrie di Sesto San Giovanni: gente che anni prima aveva attraversato l’Italia da sud a nord per un pezzo di pane.

La sera del 18 marzo 1978 in via Mancinelli, Fausto e Iaio incrociano altri due giovani dall’accento romano che si avvicinano con fare sbrigativo e li bloccano. I quattro si trovano faccia a faccia. Il senso di Fausto e Iaio si spegne per sempre sotto i colpi di 8 proiettili, sparati da un killer professionista.

Iaio sembra un indio dai capelli neri; non fa parte di un’organizzazione politica e partitica, è un “cane sciolto”. Si avvicina all’area dell’Autonomia ma rifiuta le etichette. Con Fausto Tinelli, il ragazzo dagli occhi gentili, si conoscono da bambini: giocavano alla parrocchia di Santa Maria Bianca del Casoretto. Fausto politicamente è un libertario ma ha simpatizzato per Lotta Continua. Non è un militante, non accetta le gerarchie. Per queste è simile all’amico Iaio.

La notizia dell’omicidio di via Mancinelli fa in breve tempo il giro della città. Nel quartiere giungono militanti dei gruppi della sinistra extraparlamentare, giovani del Leoncavallo, ragazzi dell’oratorio, pensionati, operai, studenti, disoccupati, donne e bambini.

L’omicidio viene rivendicato dalla destra eversiva.

Così inizia il processo di controinformazione: un gruppo di giornalisti d’inchiesta che non cercano lo scoop a ogni costo, ma la verità dei fatti, quelli scomodi, spesso insabbiati dalle autorità politiche e dai servizi segreti. Fra questi il giornalista Mauro Brutto (ricordato da Giovanni Pesce, partigiano durante la Resistenza, nel libro «Un uomo di quartiere» edito da Mazzotta nel 1988). Mauro Brutto indagava sul connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi e romani, apparati dello Stato e si stava occupando delle infiltrazioni nelle Brigate Rosse da parte dei servizi segreti italiani. E

anche Brutto viene barbaramente assassinato (*).

Il delitto di Fausto e Iaio è come un puzzle composto da minuscoli pezzi di verità: alcuni hanno forme complicate, altri invece si incastrano perfettamente fra di loro, formando un primo quadro d’insieme, dove le ipotesi si concretizzano.

Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci – detto Iaio – avevano 18 anni e quel 18 marzo 1978, cioè due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro, vennero uccisi a Milano da un commando di killer professionisti, rimasti ignoti. Daniele Biacchessi racconta la storia di ragazzi assassinati per le loro idee, in una città lugubre e violenta come la Milano di quei tempi. Biacchessi narra le indagini ufficiali e indaga le fonti parallele, sino a formulare ipotesi investigative sempre attuali, soprattutto dopo le ultime e recenti inchieste su Mafia Capitale e sul primo responsabile Massimo Carminati. Dopo molti anni dal duplice omicidio, esce la versione aggiornata di questo libro, che costituisce una pietra d’angolo di verità, un punto di riferimento per la controinformazione e il giornalismo d’inchiesta nel nostro martoriato Paese. L’omicidio di Fausto e Iaio fu organizzato da neofascisti e da uomini della banda della Magliana: questa è la verità che non si potrà archiviare. Verità molto eloquente rispetto agli intrecci fra criminalità e servizi segreti che ancora affliggono il nostro Paese.

Perché di tanti omicidi politici degli anni Settanta, oggi si ricordano soprattutto quelli di Fausto e Iaio, di Peppino Impastato e di Valerio Verbano? Perché il dolore si è trasmutato da personale a generazionale, in un processo riconosciuto da una comunità più ampia rispetto alla ristretta cerchia di persone e si è sviluppato attraverso una narrazione collettiva estesa che ha prodotto libri d’inchiesta, romanzi, documentari cinematografici e televisivi, spettacoli teatrali e film come «I cento passi» di Marco Tullio Giordana, e ancora corti cinematografici, percorsi didattici, persino canzoni, fra cui ricordiamo la bellissima «Perché Fausto e Iaio?» dei Gang. Solo così quella storia si è potuta trasformare in epica, ossia in grande Storia, in una narrazione corale su un pezzo di memoria italiana che si ricongiunge all’oggi come un ponte fra generazioni, nel grande “mosaico di pace” che compone l’epica narrativa della memoria storica.

Daniele Biacchessi

«Fausto e Iaio. La speranza muore a diciotto anni»

Baldini&Castoldi

nuova edizione aggiornata

(*) Che il giornalista Mauro Brutto sia stato assassinato è una certezza “politica” senza però un riscontro giudiziario anche per vie di indagini che a molte persone sono apparse frettolose e “svogliate”. Il 25 novembre 1978 dopo cena, Brutto deve incontrare una sua “fonte”. Per strada arriva una Simca 1100 bianca che lo investe e scappa. «La Simca sembrava puntare sul pedone» dirà un testimone. Sparisce il borsello di Brutto, pieno di carte; lo ritrovano qualche ora dopo, vuoto. (db)

 

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