Fermiamo le campagne d’odio contro il popolo rom

Attentato dinamitardo nel campo rom di Carbonia: Asce e Ruas esprimono solidarietà e condannano il clima di razzismo e violenza

A seguito del vile attentato dinamitardo che ha interessato il campo rom di via della Stazione a Carbonia, Asce – l’associazione sarda contro l’emarginazione – e Ruas, cioè la rete unitaria antifascista del Sulcis-Iglesiente, esprimono la loro piena solidarietà alle famiglie e tutti gli abitanti del campo.

Marco Locci, attivista del RUAS, sottolinea come questo atto poteva creare conseguenze molto più gravi: “Riteniamo che tale gesto sia una diretta conseguenza del clima di crescente intolleranza e di razzismo, dell’indebolimento dei meccanismi di solidarietà sociale e della recrudescenza di quei fenomeni che molti definiscono come “guerra tra poveri”, in cui i più deboli pagano sempre il prezzo maggiore”.

Le due organizzazioni puntano il dito contro un clima sempre più avvelenato dal linguaggio dell’odio e dalla crescente romfobia e xenofobia: “Noi continueremo ad agire e lavorare per evitare che gesti di questo tipo si ripetano nei nostri territori” – dichiara Francesco Mereu, attivista dell’Asce Sardegna e responsabile del nodo territoriale del Sulcis: “Crediamo fermamente in una società più equa e giusta, una società in cui, per poter vivere dignitosamente, non si arrechi mai un danno proprio a coloro che ci stanno più vicini”.

Antonello Pabis, presidente regionale dell’Asce condanna fermamente l’azione criminale e propone soluzioni di lungo termine che superino l’attuale inadeguatezza delle istituzioni: “Questo episodio ci ricorda che la condizione della comunità rom non è ancora adeguatamente affrontata e ciò che si può fare deve necessariamente partire dalla conoscenza delle diversità culturali, avviando dei canali di comunicazione e dialogo tra la stessa comunità, gli enti competenti e la cittadinanza solidale. Ci rendiamo disponibili a partecipare attivamente con tutti gli attori coinvolti a identificare un possibile piano di contrasto della precarietà e della dispersione sociale”.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

6 commenti

  • Occorre reagire anche con iniziative pratiche; per esempio di valorizzazione della cultura e dell’artigianato rom; perchè non rispondere con una manifestazione associata ad una raccolta di fondi a livello nazionale per dare una risposta civile e costruttiva?
    Devo dire che qualcuno die miei colleghi , vista la mia tranquilla insistenza nel considerare i rom”simpatici” è passato da odiarli a dirmi un giorno “ho un sacco a pelo nuovo , a loro potrebbe servire? ”
    Questo odio è davvero incoercibile o , prima che passi a vie di fatto, a volte, può essere demolito?

    Comunque ancora grazie a chi ha denunciato e solidarizzato con i rom di Carbonia.

    Vito Totire

    fateci sapere e grazie a chi si è già impegnato per far conoscere e denunciare questo ennesimo gesto di crudeltà.

  • Marco Piras-Keller

    Mi addolora che anche a Carbonia, la mia cittadina, succedano queste cose.
    È quasi automatico che quando succedono cose simili o equivalenti, in qualunque parte d’Italia, subito viene fuori qualcuno che dice: è un episodio isolato, la popolazione di….(ci si metta qualunque luogo a caso) non è razzista. Dunque non dirò, i sardi o i carboniensi non sono razzisti. Pessimisticamente sono convinto che ogni popolo e ogni individuo è razzista nella misura in cui ha l’occasione di esserlo o, detto forse meglio, attenuando, sono certe situazioni che mettono alla prova l’essere razzisti, violenti, intolleranti, entnocentristi ecc. Che, poi, le parole si spendono troppo facilmente e si pesca tra l’inventario di etichette pronte all’uso che spesso mettono insieme fatti e i fenomeni molto diversi tra loro, in maniera incompleta, troppo all’ingrosso, senza alcuna articolazione. Quindi bisognerebbe fissare i termini da commisurare agli atti. Questo episodio, come tanti simili, probabilmente, ha origini non ideologiche, ma originano in persone frustrate della miseria, dalla disoccupazione, da un conseguente abbrutimento culturale, che porta a passare sopra tutti i valori di base ed elementari anche delle culture locali, di quelli della famiglia; da un bisogno di sentirsi non l’ultimo della scala sociale e sentirsi autorizzati, o abbastanza forti, da individuare chi viene concepito ancora più in basso e potersi permettere di maltrattarlo impunemente, come si può fare con un animale indifeso, un bambino, una persona debole. Si tratta di persone che non hanno la minima idea di chi e cosa sia l’aggredito, pronti ad accogliere pigramente i giudizi che si sentono per strada, o nei giornali e tv, i giudizi del pre-giudizio.
    Voglio dire che le facili etichettature non aiutano a capire e, eventualmente, ad affrontare i problemi. Che cosa è razzismo? Se poniamo a un estremo la teorizzazione scientifica dell’eliminazione di Ebrei, di Zingari, di omosessuali, di testimoni di Geova, come anche i programmi di sottrazione alle famiglie zingare dei loro bambini e a un altro estremo mettiamo l’episodio di Carbonia o di altri simili, in mezzo, fra questi estremi, c’è un mondo, c’è un’immensità di atteggiamenti mentali, di situazioni, di contesti socio-politici, di individui, di gravità diversi tra loro. Con tutto ciò, voglio dire che atti criminali di violenza simili capitano ogni giorno e che etichettare semplicemente tutto come razzismo, a forza di usare il termine per ogni occasione se ne perde il terribile significato. Ma – cosa non meno grave – non si dà alcun contributo a capire questi fatti di violenza e intolleranza, ‘isolati e ricorrenti’ (che possono avere qualche tratto distintivo di razzismo) né ad affrontarli nei modi adeguati. E, intendo, affrontarli soprattutto culturalmente oltre che con i provvedimenti penali contro gli esecutori.
    Di una cosa sono certo: che quando non si tratti di una strategia portata avanti anche su una base teorico-ideologica, alla base di tutto c’è l’ignoranza, l’assoluta non conoscenza degli esseri umani e delle loro culture vittime di questi atti. Non si pensa che dall’altra parte ci sono esseri umani diversi certamente, m< anche uguali a ciascun essere umano.
    Non si interpreti tutto ciò come tentativo di minimizzare l’attentato fatto da miei concittadini (magari anche no, ma non importa), e liquidarlo come una bravata di due sfaccendati, magari mezzo brilli che volevano dare prova della loro balentìa. Chiaro che alla base di simili atti c’è sempre qualcosa di malato e di perverso da combattere e da sradicare. Ma bisognerebbe capire. Se le persone verranno arrestate, si potrà forse dare giudizi più calzanti e precisi.

    Intanto vedo l’intervento di Totire (un nome che conosco ma che non riesco a ricollocare nel ricordo del mio passato bolognese). Nel senso da lui indicato, riporto un esempio di intervento fatto a Bologna oltre 20 anni fa. D’accordo con un’insegnante di una scuola media si invitò una classe a scrivere sulla lavagna le loro idee sugli zingari. La lavagna non bastò neppure fronte e retro e si riempirono anche fogli di carta. Andai con un Sinto emiliano nella classe leggemmo insieme ai ragazzi i giudizi scritti. La discussione fu lunga e animata ma alla fine, la maggior parte dei ragazzi si rese conto, ascoltando anche le argomentazioni del Sinto, di avere di fronte un essere umano con una famiglia, figli, moglie, sentimenti, bisogni, progetti, e tanti pregiudizi nei confronti dei non zingari.
    Già. Forse quello che più può ricondurre a un a considerazione oggettiva è che i loro pregiudizi nei confronti dei non zingari non sono meno e meno pesanti di quelli che i non Zingari hanno nei confronti degli Zingari.
    Ma è importante, sempre ricordarsi che si è diversi e che predicare un certo tipo di uguaglianza omologante non ha senso e non aiuta. Siamo tutti diversi, come popoli, culture e individui, ma ciò non impedisce la convivenza. Se non si parte da questa convinzione non si arriverà mai a capirsi e a convivere.
    Si diceva delle categorie di esseri umani condannati dai nazisti allo sterminio, oltre agli oppositori politici: Ebrei, Zingari, omosessuali, testimoni di Geova. In questo caso, in quell’ambito, quei condannati allo sterminio erano e si sentivano uguali. Non a caso, nei casi di intolleranza verso gli Zingari, ci sono sempre le comunità israelite a esprimere la loro solidarietà.
    So che qualcuno storcerà naso e bocca a vedere che uso ‘zingaro’, mi spiace ma sono abituato così e tutti i ragionamenti contro che ho già sentito non mi fanno cambiare idea.

  • Marco Piras-Keller

    Citando l’esperienza con una classe media di Bologna, non ho precisato (ma forse era intuibile) che le annotazioni dei ragazzi sulla lavagn facevano riferimento a una serie di comportamenti criminali tale che pochi ne rimanevano esclusi di quelli contenuti nel Codice Penale.

  • Antonello Pabis

    Caro Vito e caro Marco,
    ringrazio per prima Daniele, che ci ha messo in contatto.
    Perchè mi conferma che non siamo pochi, che dobbiamo soltanto trovarci o ritrovarci per ritessere le fila di un nuovo movimento di civiltà, di umanità e di politica degna, inclusiva, plurale, solidale.
    Poi ringrazio direttamente voi.
    Fatemelo fare perchè se badi ai rom, troppo spesso anche tu vieni accerchiato, denigrato, diffamato ed escluso.
    Certo, si può parlare anche di “zingari” (dipende da come lo si fa), anche se io mi sono arreso al carico dispregiativo della parola e uso il termine “rom”, che mi sembra spiazzi il pregiudizio e favorisca un atteggiamento più prudente da parte del lettore o dell’ascoltatore che non è abituato al cambio di lessico.
    Forse non con Vito ma almeno con Marco (di Carbonia, come me) potremmo vederci , dato che è prossimo un incontro fra RUAS ed ASCE, in preparazione di un evento pubblico, anche sui temi da lui richiamati.
    La facile etichettatura non solo non aiuta ma disturba la buona comunicazione ed esclude la possibilità di intervenire costruttivamente anche verso coloro che hanno bisogno a volte solo di comprensione, buona informazione e buoni esempi.
    Per contrastare la xenofobia e il razzismo c’è bisogno, quindi, di sapienza e saggezza, non di muscoli, insulti ed etichettature.
    Ho anch’io un episodio scolastico da ricordare, fra altri).
    Fui invitato presso una scuola media di Monserrato a tenere una conversazione sui rom.
    Chiesi alle ragazzine ed ai ragazzini di rispondere con un aggettivazione alla parola “zingaro”.
    Si disse di tutto ma alla fine successe come nella scuola bolognese citata da Marco.
    Quella volta non mi fu possibile farmi accompagnare da un rom (come faccio di solito) ma quasi tutti i ragazzini accettarono l’invito a partecipare ad un incontro che si tenne qualche giorno dopo nel vicino campo di famiglie Korakanè.
    Li, non ci fu fatica a comprendere quale peso avrebbero avuto quelle condizioni di vita sul futuro dei bambini segretati in quei campi.
    A presto

  • marco piras-keller

    Non è certo questo sito lo spazio per una rimpatriata ma, naturalmente, a me che vivo in Svizzera (per questo, Antonello, non potrò essere alle vostre iniziative a Carbonia cui parteciperei molto molto volentieri), ma è curioso che vada a imbattermi in un blog da un lato con la mia cittadina Carbonia e con Bologna dove ho vissuto più di 30 anni. È importante quanto dice Vito Totire sull’estendere la conoscenza agli amici. Tutti i miei amici sanno delle mie pluridecennali frequentazioni di Rom e Sinti di vari gruppi, e con ciò, certamente hanno imparato a prestare attenzione al popolo e alla cultura degli zingari e a considerarli al di fuori degli stereotipi fissati dal pregiudizio. Naturalmente il grande pubblico vede solo i poveri di quel popolo in campi desolati, di solito, e viene informato solo di furti o altri reati che commettono; poi, magari, non pensano che come tra i non zingari, anche di zingari ce n’è ‘nascosti’, che ci stanno accanto e magari non sappiamo che sono zingari (infermieri, operai, trasportatori, commercianti, camerieri e mille altri). E si badi che molti zingari nascondono la loro etnia per evitare di esser cacciati dal lavoro (non è sempre così, ma ho vissuto molti casi). Tutt’al più si sa che Ibrahimovic è zingaro, Pirlo (ma c’è chi dice di no), Mihailovic (prima calciatore ora allenatore) , Bale, per non parlare di famosi attori come Michael Cane (baronetto se non sbaglio), Yul Brinner, I fratelli Marx da parte di madre; Chaplin aveva la nonna zingara; cantanti come Elvis Presley, l’ex presidente Clinton è di discendenza zingara irlandese come ha mostrato una sua cugina ricercatrice storica. E chissà quanti altri di cui non si sa e non si saprà mai. I Sinti a Bologna mi assicuravano che Modugno era ‘dei loro’ e così un sinto di Modena mi ha assicurato che Giuliano Gemma perlomeno proviene dal mondo dei pirdé, i viaggianti. Non dimentichiamo Jango Reinhardt e tutti gli altri grandissimi musicisti zingari di ieri e di oggi.
    Ma come i nomi famosi non servono necessariamente a nobilitare o rappresentare un popolo tutto, neppure gli anonimi delinquenti bastano a rappresentare o qualificare tutto un popolo.
    Tuttavia l’immaginario collettivo riduce questo popolo a una sola immagine, quella di anonimi poveri esseri umani messi in evidenza dalla cronaca nera e che abitano spazi desolati.
    Il meccanismo ha a che fare con l’identificazione di massa degli altri e di sé stessi. Parlo di chi dice “Non ci batte nessuno, siamo i più forti” sottintendendo noi italiani e parlando della nazionale di calcio, magari detto da uno che neppure sa se la palla sia rotonda o quadrata. Per gli altri vale il “loro”, il “voi” comprensivo di tutti gli individui di un popolo, senza distinzione.

    • Antonello Pabis

      Si, non è questo il luogo per organizzare rimpatriate ma ………. se hai il tempo di chiamarmi, a me basta (e avanza) quello che hai scritto per proporti un appuntamento, proprio a Carbonia, per informarci, ragionare, proporre cose da fare …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.