Il Brasile nella morsa delle destre

Lo scenario politico non è molto diverso da quello del 1964, quando i militari presero il potere

di David Lifodi

Ancora non si può prevedere quale sarà il futuro politico del Brasile, ma una cosa è certa: a partire dal colpo di stato del 2016, servito per destituire Dilma Rousseff, ogni giorno trascorso ha fatto registrare un piccolo passo indietro della democrazia. Il più grande paese dell’America latina è nelle mani di più destre, tutte pericolose ed antisistema allo stesso modo, che magari marciano divise, ma sono pronte a colpire unite.

La destra, per così dire, partitica, quella dei tucanos del Pmdb (Partido do movimento democrático brasileiro) e la socialdemocrazia del Psdb (Partido da Social Democracia Brasileira), che ha tra i principali esponenti i vari Eduardo Cunha, lo stesso Michel Temer, Aécio Neves, José Serra, Geraldo Alckmin e Fernando Enrique Cardoso, è nota per episodi di corruzione e per la sua vicinanza, in certi casi, a gruppi legati alla criminalità e al narcotraffico. Tuttavia, in più di una circostanza, ha strizzato l’occhio a quello stato di polizia e a quell’autoritarismo che, nel 1964, condussero al regime militare rimasto alla guida del paese fino al 1985. A sfilare per le strade delle metropoli brasiliane, nei giorni che portarono alla destituzione di Dilma Rousseff, quella stessa classe sociale bianca e privilegiata che all’inizio degli anni ’60 auspicava il colpo di stato contro Goulart. Il collante tra questa destra più o meno “istituzionale” o comunque border line e quella apertamente fascista sta nell’ossessione anticomunista tipica dell’alta borghesia brasiliana e nell’odio per il Partido dos Trabalhadores, paradossalmente percepito come un partito rivoluzionario, ma in realtà ben lontano da quegli ideali che ne delinearono la sua fondazione. Non a caso, all’epoca di Lula e Dilma, il Brasile è stato l’allievo prediletto delle grandi transnazionali e delle istituzioni finanziarie e ben poco entrambi hanno potuto o voluto fare rispetto alle attese.

Storico esponente dei Sem terra e figura di primo piano nell’opposizione a Temer, Joao Pedro Stédile ha promesso di trasformare la prossima campagna elettorale brasiliana in una lotta di classe, ma purtroppo sono già state le elites del paese a compiere questa scelta, ovviamente a pro loro. Sull’edizione di dicembre 2017 del mensile Le monde diplomatique, la giornalista Anne Vigna, a proposito del diffondersi dell’ultradestra in Brasile, ha scritto: “Chi scende in piazza assomiglia sempre meno al brasiliano medio: secondo le inchieste realizzate nel corso di queste manifestazioni, si tratta di bianchi, provenienti dalle città e da classi benestanti”. Le loro motivazioni sono presto spiegate: “Sono contrari alla borsa famiglia, ai posti riservati ai neri, ai meticci e agli indiani all’interno delle università, al programma sanitario che ha reclustato medici cubani”. La destra radicale brasiliana mira a costruire una sorta di Brasile a sua immagine e somiglianza difendendolo come un fortino e, se alcuni mesi fa il deputato federale Jair Bolsonaro, noto per le sue sparate quotidiane contro gli omossessuali e per l’aperta esaltazione del razzismo e del regime militare, secondo alcuni sondaggi si giocava con Lula il Planalto, significa che si sente sdoganata e libera di poter fare affermazioni simili sicura di aver garantita la più totale impunità.

Sbandierando un inesistente pericolo a proposito di una fantomatica rivoluzione comunista, Bolsonaro inneggia al militare torturatore di Dilma Rousseff all’epoca della dittatura, il colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, il consigliere del Movimento Brasile libero Felipe Camozzato, eletto a Porto Alegre, definisce come “canaglie” il movimento dei Senza tetto e giustifica aggressioni come quella all’ex sindaco petista della stessa capitale del Rio Grande do Sul Raúl Pont, fino al generale Antonio Hamilton Martins Mourão, il quale si appella “ai camerati per riportare ordine”. Ultradestra e destra liberista vanno d’accordo anche quando si tratta di fare tabula rasa dei diritti del lavoro. L’avvocato Ives Gandra Martins Filho, figlio di uno degli imprenditori vicini alla dittatura militare che per 21 anni ha tenuto sotto scacco il paese, parla apertamente di cancellare la Consolidação das Leis do Trabalho e invoca maggiori licenziamenti al pari del nuovo sindaco di San Paolo João Doria, che ogni giorno esorta alla flessibilizzazione del codice del lavoro e procede come uno schiacciasassi sulla strada delle privatizzazioni.

Ha ragione Brasil de Fato, lo storico quotidiano della sinistra, quando scrive che i golpisti del 1964 non sono poi così diversi da quelli del 2016. A benedire gli uni e gli altri ci pensa O Globo, cassa di risonanza, ora come allora, delle peggiori nefandezze governative. In Brasile è in corso una lotta di classe, ma non è detto che i movimenti sociali riescano a spuntarla, aldilà di chi sarà il nuovo inquilino del Planalto. Per ora, il gigante dell’America latina è governato all’insegna del peggior banditismo giuridico, politico, mediatico e imprenditoriale e vive in una sorta di permanente stato d’assedio che annulla le conquiste democratiche frutto delle lotte sociali.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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